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mercoledì 15 agosto 2012

L’università di psicologia più prestigiosa d’America contesta formalmente l’associazione psichiatrica americana


Secondo la prossima edizione del DSM – “Bibbia della psichiatria” ogni aspetto della vita umana, ogni pensiero e sentimento, può essere considerato una forma di “malattia mentale” e trattato con farmaci. Il mondo universitario dovrebbe prendere una posizione di fronte a questo, ma sembrerebbe che poche università lo stiano facendo. E questo mi delude.
Nel novembre del 2011, la Saybrook divenne la prima (e a mia conoscenza unica) università a sporgere un’accusa formale all’ Associazione Psichiatrica Americana e a schierarsi ufficialmente con gli oltre 12.000 professionisti della salute mentale che chiedono di riconsiderare le modifiche al DSM-5. Questa è una questione cruciale. Come fa notare la Facoltà di Psicologia della Saybrook nel suo notevole blog “I nuovi esistenzialisti”: “Il DSM-5 gonfia i criteri diagnostici in misura tale da patologizzare il comportamento normale e il naturale funzionamento umano.”
Secondo la nuova bibbia psichiatrica, ogni aspetto della vita umana, ogni pensiero e sentimento, può essere considerato una forma di malattia mentale, e trattato con farmaci. Ne è un classico esempio la proposta di modifica che renderebbe qualsiasi depressione per la morte di una persona cara che dura più di due mesi una malattia mentale trattabile con anti-depressivi. Questa è follia.
Milioni di persone che sono perfettamente sani, che non sono malati, ma sono semplicemente in cerca di aiuto, saranno forzatamente trasformati in clienti per l’industria farmaceutica. Gli psicologi sono stati incoraggiati a spendere sempre meno tempo a parlare effettivamente con le persone che stanno cercando di aiutare e conoscerle come esseri umani, e a non prendere seriamente la loro ricerca di significato nella vita.
Molti psicologi se ne sono accorti, e ci aspettavamo che altre università con importanti programmi di psicologia si unissero alla lotta per la nostra umanità. Abbiamo aspettato invano, e questo è profondamente deludente. Per due ragioni.
Innanzitutto è un indicatore dello stato della psicologia stessa. I progressi in psicofarmacologia e neuropsicologia sono appariscenti e impressionanti e sembrano aver sostituito, nella mente dei professori di psicologia, l’idea che un paziente potrebbe in realtà avere qualcosa da dire sulla propria condizione. Al contrario, la migliore ricerca suggerisce che il parlare sia una terapia molto più efficace rispetto all’alterare l’umore con i farmaci, e che sia in realtà il paziente a fare la maggior parte del lavoro nella guarigione di se stesso, fornendo supporto al terapeuta quando è “bloccato.”
E ancora: la maggior parte dei pazienti viene in terapia non perché ha squilibri chimici neurali, ma perché è alle prese con le domande fondamentali della vita: come vivere una vita significativa in un mondo difficile? Come vivere con integrità? Come riparare i rapporti interpersonali? Come vivere in armonia con il mio ambiente? Io sono solo? Che cosa significa la mia vita? Trattare le persone con queste domande con farmaci equivale a malasanità. Eppure sta diventando la pratica standard.
Anche l’incapacità di prendere una posizione è sempre più comune e deludente. E le università sembrano aver perso di vista la loro missione, e gran parte dell’istruzione superiore sta diventando sempre più “azienda”. Formiamo persone per posti di lavoro? Sì, certo che lo facciamo. Ma le parole di John Levy (1) circa i fondatori di Saybrook 40 anni fa, mi sembrano ancora attuali:
“Siamo convinti che la maggior parte di ciò che sta accadendo nelle nostre istituzioni educative e forse soprattutto nelle università, sia un tradimento non solo verso studenti e docenti, ma anche nei confronti dell’intera società, che ha disperatamente bisogno di persone veramente istruite. Ci sono pochi dubbi sul fatto che occorrano nuove soluzioni.”
Esorto tutti i lettori a prendere posizione e ad agire.
Il Dottor Mark Schulman attualmente lavora come presidente della Saybrook University, un Istituto di laurea leader per gli studi umanistici in psicologia, medicina mente-corpo, sistemi organizzativi, leadership e scienze umane. E’ l’ex Presidente del Goddard College (Vermont) e Presidente e professore di scienze umanistiche presso l’Antioch University Southern California, Los Angeles e Santa Barbara. Ha pubblicato una gran quantità di studi su educazione progressiva e di emancipazione, apprendimento a distanza, tecnologia e cultura.

The Huffington Post – 22 giugno 2012
Dall’Università di Saybrook Mark Schulman, Presidente

Fonte articolo: http://www.huffingtonpost.com/mark-schulman/dsm-v-controversy_b_1619273….

lunedì 18 aprile 2011

Donare il proprio corpo alla scienza

Fonte: Ansa.it

ROMA - Disporre che il proprio corpo, dopo la morte, finisca sul tavolo operatorio delle facolta' di medicina, per preparare i buoni chirurghi del futuro, prima di essere restituito ai familiari, in condizioni ''civili e rispettose della dignita' ''. E' la nuova normativa (4 i progetti di legge presentati finora) su cui sta lavorando la commissione Affari Sociali della Camera, per regolamentare e promuovere la donazione della propria salma alla scienza, visto che la pratica della ''dissezione di cadavere'' e' attualmente in disuso, nonostante all'unanimita' le societa' scientifiche ritengano che sia ''insostituibile''.
L'ipotesi al vaglio e' quella della ''donazione volontaria'' e che ha come linea guida, sottolinea il relatore, Gero Grassi, ''il rispetto totale e la dignita' del corpo, anche se morto''. I vincoli, infatti, saranno quelli ''dell'integrita' della salma'' e della sua ''riconsegna'' alle famiglie, una volta terminati gli studi.
Se al momento, infatti, l'uso del corpo post mortem e' disciplinato dal regolamento di polizia mortuaria, mancano pero' norme specifiche per manifestare la propria volonta' al riguardo, cosi' come si puo' fare, invece, per la donazione di organi.
Sara', insomma, un nuovo testamento, che non dovrebbe trovare, pero', intoppi nel suo cammino parlamentare, visto che le proposte arrivate all'attenzione dei deputati sono firmate da quasi tutti i gruppi e che si e' registrata, nelle prime sedute sull'argomento, una volonta' 'bipartisan' di andare incontro alle esigenze del mondo scientifico. Le societa' sentite dalla commissione in un primo giro di audizioni informali, si sono dette favorevoli all'ipotesi legislative, sottolineando come lo studio su cadavere sia ''una possibilita' di apprendimento, di formazione e di perfezionamento del tutto insostituibile''.
La proposta del relatore ''la donazione del corpo post-mortem a fini di studio e di ricerca scientifica'', prevede la stesura di un testamento olografo (senza necessita' di andare dal notaio) in cui si dichiara la propria volonta'; che i centri vengano identificati dal ministero della Salute, insieme al Miur e d'intesa con la Confernza Stato-Regioni (e si pensa a ''4 o 5 centri in Italia''); che la restituzione della salma avvenga entro ''un anno'', in ''condizioni dignitose'' (anche se sul punto e' aperta la discussione), con lo spese di trasporto a carico della struttura che le riceve; che siano promosse campagne informative per sensibilizzare i cittadini.
Al vaglio ce ne sono altre tre, simili, depositate da Matteo Brigandi' (Lega), Ivano Miglioli, sempre Pd, e Domenico Di Virgilio (Pdl). Quest'ultima, spiega lo stesso esponente del Pdl, contempla anche la donazione alla scienza ''delle salme che non sono reclamate da nessuno, trascorso un congruo periodo di tempo''. Questi 'morti abbandonati', attualmente sono ''all'incirca un migliaio'' sottolinea Grassi, e non possono essere utilizzati perche' ''a disposizione dell'autorita' giudiziaria''.

Di Silvia Gasparetto

mercoledì 9 marzo 2011

AlmaLaurea: al servizio dell'Università moderna

“AlmaLaurea è un servizio innovativo che rende disponibili online i curriculum vitae dei laureati (1.500.000 cv presso 62 Atenei italiani al 29/06/2010) ponendosi come punto di incontro fra Laureati, Università e Aziende.
Nata nel 1994 su iniziativa dell'Osservatorio Statistico dell'Università di Bologna, AlmaLaurea ha conosciuto in questi anni una crescita esponenziale, raggiungendo oggi il 77 per cento dei laureati italiani.
Gestita da un Consorzio di Atenei Italiani con il sostegno del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, AlmaLaurea nasce con l'intento di mettere in relazione aziende e laureati e di essere punto di riferimento dall'interno della realtà universitaria per tutti coloro (studiosi, operatori, etc...) che affrontano a vario livello le tematiche degli studi universitari, dell'occupazione, della condizione giovanile”.

Con queste parole il sito di AlmaLaurea si presenta ai suoi lettori, identificandosi come un reale servizio che mette in comunicazione laureati ed aziende. Ma oltre a ciò, AlmaLaurea può essere consultato per capire quale sia l’attuale condizione del mondo dell’Università in Italia. Negli ultimi tempi profondi cambiamenti legislativi hanno fatto parlare molto sia gli studenti universitari e sia le forze politiche sulla Riforma Gelmini. Diventa quindi importante farsi un’idea di ciò che significhi oggi affrontare il mondo universitario per un giovane che termina gli studi delle medie superiori e deve inevitabilmente scegliere attraverso un corso di studi il suo futuro. In questo articolo sono riportati testualmente tre argomenti tratti direttamente dal sito in relazione al XII Rapporto sulla Condizione Occupazionale dei Laureati.
 
  • Rispetto al Rapporto dell’anno passato, che restituiva un quadro occupazionale appena sfiorato dalla grave crisi mondiale, la situazione di quest’anno risulta assai più preoccupante. Questo emerge dall’ultima indagine AlmaLaurea che ha coinvolto oltre 210mila laureati con una partecipazione elevatissima degli intervistati: il 90%. La congiuntura economica internazionale è sospesa fra timidi segnali di ripresa ed impatti negativi sull’occupazione. L’Italia vive in modo particolare questo passaggio con un deterioramento nei mercati del lavoro che fa lievitare disoccupazione e scoraggiamento tanto più consistenti nel Mezzogiorno e fra le donne, e che colpisce soprattutto i più giovani. Il Paese è dunque di fronte a scelte difficili se intende individuare risposte adeguate ai più rilevanti problemi che mettono a rischio il sistema produttivo del Paese, i posti di lavoro e la qualità della vita di larga parte della popolazione. Sarebbe comunque un errore imperdonabile sottovalutare o tardare ad intervenire in modo adeguato a favore delle generazioni più giovani. Quelle che oggi, anche al termine di lunghi, faticosi e costosi processi formativi, affrontano crescenti difficoltà ad affacciarsi sul mercato del lavoro, a conquistare una loro autonomia, a progettare e a divenire attori del proprio futuro.
  • Lievita sensibilmente la disoccupazione rispetto all’anno passato e non solo fra i laureati triennali, quelli “meno preparati perché hanno studiato di meno”, come sentiamo ripetere tutti i giorni: dal 16,5 al 22%. La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, quelli che “hanno studiato di più”: dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i cd specialistici a ciclo unico (come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza, ecc.): dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri, ad esempio) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo.
  • Diminuisce il lavoro stabile mentre le retribuzioni, già modeste (di poco superiori a 1.100 euro ad un anno dalla laurea), perdono potere d’acquisto. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Autorevoli fonti ufficiali (come l’ISTAT e l’OECD) ci dicono che nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (78,5 contro 67%). Le medesime fonti confermano che anche la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo 25-64 anni di età, risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Si tratta di un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia. Tutto ciò avviene, come si è ricordato, nonostante la contrazione della popolazione giovanile che ha caratterizzato il nostro Paese, evitandoci, paradossalmente, problemi ben più seri sul fronte occupazionale. Nonostante l’apporto robusto di popolazione immigrata il numero dei giovani 19enni è diminuito del 38% negli ultimi 25 anni! Pochi giovani e poco scolarizzati. Anche se il recupero compiuto negli ultimi tempi è stato consistente, ancor oggi il confronto con i Paesi più avanzati ci vede in ritardo: 19 laureati su cento di età 25-34 contro la media dei Paesi OECD pari a 34. È un ritardo dalle radici antiche e profonde: nella popolazione di età 55-64 sono laureati 9 italiani su cento, meno della metà di quanti ne risultano nei Paesi OECD e che riguarda ovviamente, sia pure su valori diversi, anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati.  
Quali conclusioni possiamo trarre in relazione a questi dati? Indubbiamente moltissime. In ogni caso il nostro fine non è quello di presentare analisi politiche o emettere giudizi sull’attuale situazione della scuola in Italia, questa non è certo la sede e tantomeno il desiderio. Vogliamo invece sottolineare un aspetto che diventa determinante nell’ambito non solo del mondo universitario ma generale delle scelte professionali, e che si può tradurre in una sola frase: “la laurea non ti garantisce il lavoro, ma ti permette di avere maggiori opportunità”. Di quali opportunità stiamo parlando? Innanzi tutto, la primaria e non necessariamente la più importante, dell’aver potuto ricevere un’istruzione nell’ambito della facoltà prescelta, inoltre la possibilità di aver potuto sviluppare (si spera!) una metodica di studio tale da far crescere lo studente stesso, conoscersi meglio quindi, capire quali sono i punti di forza e i punti deboli su cui lavorare per migliorarsi ogni giorno sia nel mondo del lavoro e non per ultimo come essere umano. Proprio grazie al mondo universitario molti giovani (e non solo) hanno potuto conoscere nuove metodiche di studio come la lettura veloce, la stesura di Mappe Mentali e tanti altri strumenti che oltre a dare la possibilità di superare determinati esami universitari, hanno permesso loro di acquisire metodiche tali da poter analizzare e sintetizzare i dati e per ultimo renderli pratici.
Quanto sia importante l’istruzione universitaria, ogni individuo potrà giudicarlo da sé. Una cosa è certa, lo si veda come uno strumento per crescere e per migliorarsi come individuo.
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