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domenica 13 marzo 2011

L'inganno della memoria

Come i ricordi tendono ad ingannarci. Uno studio sulle false credenze che ci creiamo su di noi.
Ricercatori della Jonhs Hopkins University a Baltimora e prima di loro ricercatori della University of Pennsylvania, hanno osservato le funzionalità neuronali di 30 volontari utilizzando la RMF (Risonanza Magnetica Funzionale) durante la visione di un filmato che mostrava un borseggio ai danni di una anziana.
Per incamerare tutti i dettagli dell’evento viene attivata la parte sinistra dell’ippocampo mentre quando si tratta di elaborare i ricordi il cervello ricorre anche alla corteccia prefrontale, area predisposta per le associazioni di idee insinuando un considerevole dubbio che i ricordi prodotti potrebbero non essere conformi alla realtà ma in qualche modo “ricostruiti” e modificati.
La corteccia prefrontale, attivata dall’associazione di idee e concetti per esprimersi, sembra sempre più la principale responsabile della fallacità dei ricordi, anche i più vividi, obbligata alla associazione di idee per potersi esprimere.
Quindi si parte dalla percezione di un accadimento oggettivo, la sua registrazione in memoria e la sua conservazione, tutto questo comporta una quantità di attivazione funzionale della parte sinistra dell’ippocampo.
Recuperare questo accadimento aggiunge l’attività della corteccia prefrontale e nella sua “verbalizzazione” (raccontare l’accadimento stesso) si aggiunge un’ulteriore area denominata “del broca”.
E’ facile immaginare come queste aree diverse portino il proprio contributo al racconto finale e quindi al recupero dell’informazione stockata nella memoria, e la verbalizzazione stessa può comportare ulteriori influenze al ricordo memorizzato.
Tutto questo perché la memoria è un processo di ricostruzione successivo all’accadimento a cui si riferisce ed alle emozioni ad esso correlate. Capita spesso di correlare le nostre sensazioni alla memoria fino a farne diventare una parte indistinguibile dall’originale.
E altrettanto comune è rimodulare le credenze su di sè come accaduto per il caso di Bugs Bunny descritto più sopra.
Da questo si evince anche che mentire comporti per il cervello un lavoro maggiore.
Perché lo facciamo allora? Perché cognitivamente lo reputiamo meno pericoloso e più adattivo. Come se una volta nata la menzogna, una volta costruito un castello coerente di costruzioni e nessi, fossimo immuni dal divenire delle conseguenze.
Dire la verità è più semplice ma percepito come portatore di più complicazioni.
Forse prendere coscienza che anche quando siamo convinti di dire la verità, può essere che stiamo mentendo a nostra insaputa, può rendere la scelta fra i due atteggiamenti, meno difficile!

mercoledì 27 gennaio 2010

Caro Albert, che emisfero usavi?


Alla fine degli anni sessanta il prof. Roger Sperry della California riceve il premio Nobel per le sue ricerche sulla corteccia cerebrale, lo strato più estremo del cervello. Parte delle sue ricerche affermano che i due emisferi cerebrali, cioè il destro ed il sinistro, tendono a dividersi le più importanti funzioni cerebrali. Come accennato precedentemente, l’emisfero sinistro svolge prevalentemente una funzione legata alla logica del pensiero; si focalizza sui dettagli, elabora i concetti matematici, è sempre concreto e vuole vedere i fatti, spazia nel presente e nel passato, solitamente elabora le informazioni in bianco e nero, si orienta su di una memoria ripetitiva, quindi a breve termine e riesce a svolgere dalle 5 alle 9 attività contemporaneamente. Di contro l’emisfero destro riesce a svolgere circa 64.000 attività contemporaneamente, percepisce le cose nel loro insieme, lavora con una memoria associativa, quindi a lungo termine, spazia nel presente e nel futuro, elabora le informazioni a colori e soprattutto ama elaborare concetti filosofici, ha fantasia.

La suddivisione che abbiamo visto non deve comunque essere intesa come assoluta; intendiamo le caratteristiche dei due emisferi come dominanti rispetto ad alcune attività più marcate, infatti entrambi gli emisferi sono competenti in tutte le aree cerebrali. Un’altra indicazione data dal prof. Sperry è che le abilità menzionate sono in effetti distribuite su tutta la corteccia.

Oltre a quanto detto ricordiamo che i due emisferi cerebrali sono collegati fra di loro da una membrana chiamata corpo calloso; questa struttura trasmette informazioni da una parte all’altra del cervello, permettendo quindi lo scambio di informazioni tra gli emisferi. Una particolarità: i soggetti femminili hanno più sviluppata questa struttura, ciò permette alle donne di svolgere più funzioni contemporaneamente rispetto agli uomini.

Il fatto comunque di identificare un’abilità (esempio capacità nella logica o nel calcolo o ancora nella creatività) ad un preciso emisfero porta a definire un soggetto con un emisfero cerebrale dominante rispetto all’altro, errore per molto tempo commesso da esperti nel campo dello sviluppo cognitivo. Ad esempio si tendeva dire o etichettare un soggetto con l’emisfero sinistro dominante e quindi particolarmente capace nella logica e nell’analisi ma con poca fantasia (deficit dell’emisfero destro). Se esaminiamo attentamente i grandi personaggi che sono stati definiti ‘geni’ nei loro rispettivi campi notiamo che sono riusciti a portare a termine le loro ricerche divenendo innovativi, o geniali, grazie all’utilizzo di tutti e due gli emisferi. Il caso in assoluto più eclatante della storia scientifica moderna è sicuramente Albert Einstein, genio che apparentemente potremmo collocarlo nel gruppo nei soggetti che predominano nell’utilizzo dell’emisfero sinistro, etichettandolo come uomo di scienza, accademico, intellettuale. È proprio grazie alla sua grande fantasia, alla sua capacità di scatenare la sua immaginazione a portarlo al completamento della teoria della relatività; è ormai famoso il suo viaggio immaginario a cavallo di un raggio solare alla velocità della luce: tutto ciò dimostra che la sua fervida immaginazione aiutò notevolmente la sua logica.
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