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giovedì 2 dicembre 2010

Parola giusta al momento giusto

“Le parole possono essere mura ma possono anche essere ponti, ed è importante sapersene servire come mezzo di unione anziché di scissione”. Con queste parole Anthony Robbins nel suo libro Come ottenere il meglio da sé e dagli altri definisce il potere delle parole. Parole che diciamo agli altri, ma anche parole che in ogni attimo rivolgiamo a noi stessi, per una intera vita. Anthony Robbins, formatore di fama mondiale, attraverso questo interessante manuale ci illustra un insieme di strumenti pratici tali da rendere l’individuo, che li applica, capace di iniziative concrete per raggiungere i propri obiettivi.
Analizzando il potere del linguaggio umano, Robbins cita John Grinder e Richard Bandler, i due ricercatori che hanno dato vita alla Programmazione Neuro Linguistica, disciplina oggi sempre più seguita e studiata per i suoi potenziali sul comportamento umano. Questi due studiosi hanno iniziato le loro ricerche analizzando le persone di successo ed hanno costatato che costoro avevano molti attributi in comune, uno dei quali, sempre ricorrente, la capacità di comunicare con precisione. In relazione a ciò si può prendere come esempio il comportamento di un manager il quale, per avere successo nella sua attività, deve sapere maneggiare l’informazione nel migliore dei modi. Grinder e Bandler hanno riscontrato che i dirigenti più abili sembrano possedere la capacità di arrivare al dunque di un dato argomento molto rapidamente ma soprattutto di saperlo comunicare ad altri. A questa loro capacità si aggiunga l’uso di locuzioni e parole chiave capaci di trasmettere con la massima precisione le loro idee. Oltre a questo settore professionale i nostri due ricercatori hanno constatato che i grandi comunicatori, come anche terapeuti altamente professionali, utilizzano le stesse locuzioni, la stessa fraseologia attraverso la quale possono ottenere dei risultati in modo immediato dai loro pazienti.
Per confermare ciò, ognuno di noi potrà sicuramente ricordare momenti in cui alcune parole ascoltate da determinate persone, vuoi attraverso spot pubblicitari o semplicemente attraverso la comunicava, hanno agito su di noi così potentemente da farci pensare o agire secondo il comando della terza persona; nella stessa misura ricorderemo momenti in cui invece la comunicazione non solo non ha sortito alcun risultato, ma addirittura si è rivelata completamente vuota, assente di significato. Forse in altri casi noi stessi pensavamo di dire e quindi trasmettere un determinato pensiero o segnale, ma la controparte ha captato il messaggio esattamente all’opposto.
A tal riguardo esistono degli strumenti che possono aiutarci a comunicare con maggior precisione e soprattutto maggiore efficacia, ecco perché, come dicevamo all’inizio di questo articolo, le parole possono essere delle mura che ostacolano completamente la corretta comunicazione, impedendoci di trasmettere ciò che realmente vogliamo dire, ma possono anche trasformarsi in nobili ponti, capaci di far giungere nel miglior modo possibile il nostro pensiero a chi ci ascolta.
Di seguito andremo ad analizzare cinque strumenti verbali, intesi come linee guida capaci di condurci verso uno dei principali pilastri della comunicazione: il saper chiedere.
Il primo punto è: rivolgere domande specifiche. Questo primo suggerimento ci fa capire che è necessario saper definire esattamente ciò di cui si ha bisogno. Il peggior modo per chiedere qualcosa a qualcuno è essere vaghi, imprecisi, generici. Ricordiamo che è necessario innanzi tutto saper descrivere quel che si vuole, prima a noi stessi, e poi agli altri. Parole specifiche quindi, capaci di definire bene le nostre domande. Il secondo punto è: chiedere a qualcuno che sia in grado di aiutarci. Trovare la persona giusta alla quale rivolgersi, dice Robbins, ci riporta all’importanza di imparare ciò che funziona. Il segreto consiste proprio nel trovare quegli individui che fanno o sono esattamente il modello perfetto della risoluzione del nostro problema: meglio rivolgersi quindi a coloro che fanno o sono, anziché coloro che teorizzano unicamente sulle soluzioni. Il terzo punto è: assicurare un vantaggio alla persona alla quale chiediamo. Non limitiamoci semplicemente a chiedere, aspettandoci che qualcuno soddisfi il nostro bisogno. Quanto possiamo essere utili per gli altri? Come possiamo contribuire con la nostra persona, le nostre capacità, i nostri talenti? Non dimentichiamo che esiste sempre uno scambio, un dare in modo unilaterale non porterà mai a dei concreti vantaggi per la trattativa. Il quarto punto è: chiedere con coerente convinzione. La maniera migliore per ricevere un rifiuto è dare l’impressione di ambiguità, con l’utilizzo di parole non chiare. Quando si rivolge una richiesta, esponiamola con assoluta convinzione, in fondo, se non siamo convinti noi, perché dovrebbero esserlo gli altri? L’ultimo punto è: continuare a chiedere finché si ottiene quello che si desidera. Se esaminiamo le biografie di personaggi famosi noteremo che costoro hanno continuato a chiedere, hanno forse dovuto modificare i modi di domandare, hanno selezionato le parole adatte alle circostanze, hanno fatto forse tanti tentativi, ma non si sono mai arresi al primo ostacolo o alla prima risposta negativa. Se quindi crediamo realmente nei nostri progetti, continuiamo a chiedere a coloro che possono aiutarci a rendere possibile la realizzazione dei nostri sogni e dei nostri desideri, utilizzando le parole giuste al momento giusto.

martedì 22 giugno 2010

La percezione della nostra vita: il paradigma


(informazioni tratte dal libro ‘Il Successo non capita per caso’ del dr. Lair Ribeiro)
Uno dei modelli più utilizzati per spiegare come gli individui percepiscono un determinato avvenimento o stato è l’esempio del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; effettivamente alcuni percepiscono il bicchiere nelle due rispettive condizioni. Una cosa comunque è certa, e cioè che il bicchiere è esattamente lo stesso nelle rispettive situazioni, ciò che cambia invece è la percezione che se ne può avere. Quando percepiamo la nostra vita ed in modo particolare quando parliamo della felicità, l’atteggiamento che abbiamo in relazione a ciò che accade nella vita stessa è molto importante in quanto ciò che conta non è esattamente quello che accade, ma bensì come noi rispondiamo agli avvenimenti. È indubbio che la vita ci presenta momenti felici e momenti tristi; il modo in cui approfittiamo delle circostanze di ciascuno di quei momenti dipende solo da noi, e da qui sta il segreto della felicità.
Nella Programmazione Neuro Linguistica si parla spesso di paradigmi. Letteralmente questo termine significa modello, archètipo. Nel contesto della PNL il paradigma è la forma in cui l’essere umano percepisce il suo mondo. Al riguardo si potrebbero fare moltissimi esempi per descrivere un paradigma, o modello di vita. Si pensi a come viene considerata l’ospitalità in Alaska: l’ospite deve passare la prima notte con la moglie del padrone di casa, il rifiuto è considerato un affronto! Ben diversa invece la situazione nei paesi arabi; in alcuni paesi addirittura guardare in viso una donna potrebbe essere interpretato come affronto. Quale sia l’atteggiamento corretto dipenderà dal nostro paradigma, attraverso il quale noi diamo un giudizio.
Questo fenomeno lo si può trasportare anche nel mondo della scienza e della ricerca. Non tutto quello che sappiamo ha una spiegazione scientifica; non tutto quello che la scienza è in grado di spiegare oggi avrà un valore assoluto anche domani. Un esempio emblematico di paradigma nel mondo della scienza fu la scoperta di Galileo Galilei: affermare che il sole era al centro del sistema solare e la terra gli girava intorno. Per andare contro il paradigma di quel tempo Galileo Galilei finì addirittura in carcere. Un altro esempio più vicino ai giorni d’oggi sono le scoperte del grande fisico Albert Einstein il quale andò ad invalidare buona parte della fisica newtoniana. Terapeuti esperti in PNL riescono a risolvere una fobia in circa cinque minuti quando invece la normale psicanalisi sostiene che ci vogliono mesi, se non anni. Sono particolarmente vere le parole del dr. William James: un’idea nuova viene prima condannata perché ridicola, poi dimenticata perché banale e per essere alla fine accettata e finalmente entrare a far parte della cultura generale (e diremmo noi , diventare un paradigma!).
Mark Twain disse che quando l’unico strumento che abbiamo nelle mani è un martello, pensiamo che ogni problema che si presenta nella nostra vita sia un chiodo! Questo concetto viene applicato in quasi tutte le professioni. Pensiamo ad esempio a come un chirurgo affronta una determinata patologia, nella maggioranza dei casi, nell’ambito della sua specializzazione, tenterà di risolverla con la chirurgia, ben difficilmente accetterà che esista un’altra possibilità; la stessa cosa avviene con la psicanalisi, l’esempio accennato prima dimostra che il paradigma, il modello della percezione della vita, condiziona le scelte e le opinioni delle persone.
Thomas Kuhn, è stato uno storico della scienza e scrisse ‘La struttura delle rivoluzioni scientifiche’, la sua opera più celebre e conosciuta. Kuhn sosteneva che la scienza invece di progredire gradualmente verso la verità è soggetta a rivoluzioni periodiche che egli chiama ‘slittamenti di paradigma’. Dopo aver analizzato le scoperte scientifiche degli ultimi 400 anni era giunto alla conclusione che quando uno scienziato incontra un dato privo di senso all’interno di un paradigma, ci sono due possibilità: o ignora quel dato, o tenta di inquadrarlo nel paradigma vigente; la terza opzione, e cioè mettere in discussione il paradigma e trasformarlo, è quella seguita dai pochi scienziati che emergono e contribuiscono in modo decisivo al progresso dell’umanità.

venerdì 21 maggio 2010

La PNL in età Geriatrica

La Programmazione Neuro Linguistica (PNL) può essere definita come l’insieme di tecniche e metodi efficaci volti a generare nelle persone dei cambiamenti permanenti e soprattutto a breve termine. In questo contesto non andremo a descrivere le origini della PNL e neppure a spiegare nei minimi particolari come essa funzioni; per questo è doveroso lasciare il compito ad illustri studiosi e professionisti che in questi ultimi anni hanno saputo espandere e fatto conoscere questa metodica (John Grinder, Richard Bandler, Robert Dilts, Jerry Richardson, Anthony Robbins) attraverso i loro libri ed i loro corsi di formazione. Le informazioni che seguiranno vogliono essere uno sprone per i terapeuti che lavorano sugli anziani affinché vadano ad appro-fondire questa disciplina, la quale può dare un grande aiuto sia all’anziano al fine di migliorare il suo modello di vita e sia all’osteopata il quale, con queste tecniche, può capire meglio il mondo della popolazione geriatrica.
Uno dei principali postulati della PNL afferma che l’essere umano, indipendentemente dal suo stato sociale, istruzione, sesso, fede religiosa, età, quindi dal giovane all’anziano, è quello che è, nel momento in cui lo si osserva, a causa di ciò che crede essere vero, non di ciò che conosce; questo ci fa capire che le sue credenze sono registrate a livello inconscio, quindi dire che si vuole cambiare un modo di essere o di agire può concretizzarsi sono quando l’individuo andrà a cambiare i propri convincimenti, in caso contrario rimarrà sempre lo stesso, o per lo meno non avverrà nessun cambiamento. In sintesi tutto orbita intorno a ciò che si crede. A conferma di ciò riportiamo una scoperta avvenuta negli anni sessanta da parte di un gruppo di antropologi. Questi hanno scoperto che in Africa esisteva una tribù la quale raggiungeva i 150-160 anni di età. Ovviamente questi studiosi cercarono di capire quale fosse la condizione di vita che portasse questi uomini a raggiungere questa venerabile età. Oltre ad indagare su alimentazione e condizioni puramente pratiche, scoprirono un fatto interessante: gli appartenenti alla tribù erano convinti che raggiungere quell’età fosse semplicemente normale. Questa rilevazione dovrebbe farci riflettere sulle convinzioni che ci portiamo a livello inconscio. Ultimamente si è capito che l’essere longevi deriva sia da un processo puramente genetico, ma nella stessa misura scaturisce da altri fattori quali alimentazione, stili di vita sani e non per ultimo atteggiamento mentale positivo. Generalmente si pensa che si possa vivere fino a settanta o ottanta anni; ma chiediamoci: cosa pensa al riguardo un centenario? Le indagini svolte su questi soggetti per capire quale fosse il loro ‘segreto’ portano a scoprire un atteggiamento nei confronti della vita sempre molto positivo, con rari momenti di scoraggiamento, nonostante tragedie e situazioni molto difficili vissute con coraggio e forza. Comunque, oltre ad aspetti legati all’alimentazione o qual altro, per questi soggetti non è strano essere arrivati a questa età: è una questione di convinzione, molto probabilmente a livello inconscio vi è una programmazione della vita che porta a raggiungere una determinata fascia di età.
La PNL può allora aiutare un adulto a programmarsi una vecchiaia serena, soddisfacente, longeva? Non possiamo escluderlo. Molto dipende dalle sue credenze in relazione a cosa crede essere vero nella sua esistenza, saranno i processi inconsci a determinare le credenze del suo futuro.
Abbiamo quindi parlato di inconscio, quella parte della mente umana da tempo studiata. Al riguardo esaminiamo alcuni aspetti al fine di capire come azioni, comportamenti e reazioni di soggetti anziani scaturiscano da anni di processo mentale inconscio.
Da un punto di vista puramente anatomico suddividiamo l’encefalo in due emisferi, quello sinistro e quello destro. Fu il dr. Roger Sperry, premio Nobel per la medicina nel 1981, a capire che i due emisferi svolgono funzioni differenti: l’emisfero sinistro si occupa della parte razionale ed analitica, mentre l’emisfero destro è la sede della fantasia, delle emozioni, di quegli impulsi che non riusciamo a controllare volontariamente. La collaborazione ed i rapporti che intercorrono con i due emisferi saranno il risultato globale di come conduciamo la nostra vita, ma soprattutto chi siamo veramente. Dei rispettivi emisferi si è capito allora che l’emisfero sinistro accoglie la parte conscia dei nostri pensieri e dei nostri elaborati mentali, potremmo anche dire che con l’emisfero sinistro noi elaboriamo informazioni vitali a breve termine. Negli anni sessanta il dr. Gorge Miller, dell’Università di Chicago, attraverso uno studio approfondito delle capacità umane dimostrò che l’essere umano, con la propria componente conscia, riesce a svolgere da tre a sette attività contemporaneamente; nel momento in cui supera questo numero di operazioni, alcune d’esse raggiungono una tale padronanza che vengono gestite dalla componente inconscia della mente.
Ne consegue che la nostra capacità di tenere sotto controllo le varie fasi della nostra esistenza è il risultato dell’utilizzo del 5% di tutta la nostra attività cerebrale. Cosa fa il restante 95%? Secondo le ultime indagini sembra che la parte inconscia (emisfero destro) svolga attività di regolazione della fisiologia umana, quindi funzioni vitali quali il battito cardiaco, le funzionalità digestive, ghiandolari, ormonali, immunitarie e via dicendo. Ma oltre a ciò la componente emozionale e comportamentale è appannaggio della mente inconscia. Questa componente ha comunque una particolarità: mette in pratica tutti i nostri pensieri e le nostre affermazioni come se fossero precise istruzioni, senza obiettare minimamente.
Vi sono persone che sono profondamente radicati su idee e concetti sulla propria persona che condizionano le proprie capacità e la propria esistenza. Alcuni affermano: “Non sono portato per la lingua straniera, posso studiare una vita ma tanto so che non ci riuscirò!”. Affermazioni come queste, o altre le abbiamo sentite un po’ da tutti (o forse noi stessi le diciamo). Proviamo ad immaginare un bambino il quale riceva un tale input da un genitore o un insegnante, dal momento che una giovane mente crede veritiera una tale informazione: “non sei portato per le lingue”, continuerà a crederlo per tutta la vita. A livello inconscio ha ricevuto questa convinzione da bambino e nel tempo l’ha ripetuta. Attraverso parole e pensieri ripetuti che cosa hanno prodotto? Una programmazione! L’inconscio ha ricevuto un comando, e questo, diligentemente, lo ha eseguito alla lettera. La chiave di tutto è racchiusa in questo concetto: l’inconscio ha il compito di confermare e di dimostrare che tutto ciò che si pensa e si dice, in modo ripetitivo, diventi verità, anche se questo concetto è falso.
Questi principi vediamoli ora in relazione alla vita ed al comportamento di un soggetto anziano. Se da come abbiamo compreso il nostro cervello viene programmato sulla base del pensiero e del linguaggio, quindi sulla base di ciò che si pensa e ciò che si dice, non c’è un solo pensiero ed una sola affermazione che passi per la mente che non produca una reazione; in sintesi un qualunque pensiero o affermazione genera un processo biochimico e provoca di conseguenza un effetto. Ritroviamo anziani che per una intera vita hanno ripetuto affermazioni di incapacità, trasformandosi in persone incapaci, mediocri, vivendo una vita senza aver realizzato desideri profondi, rimasti a livello puramente conscio; di contro osserviamo persone che definiamo di mente brillante, le quali hanno raggiunto traguardi straordinari, e che hanno per l’intera vita pensato e ripetuto, anche verbalmente, frasi e concetti potenzianti e produttivi tali da renderli persone di successo.
Dallo studio della Programmazione Neuro Linguistica sappiamo che ogni essere umano acquisisce una sua personale visione del mondo e della realtà sulla base di personali mappe interne, le quali sono state modellate sia dai sistemi sensoriali che dal linguaggio. Sono le mappe interne che permettono di dare una interpretazione del mondo circostante, e su questa base si hanno le rispettive reazioni agli avvenimenti, attribuendo loro un significato. Indubbiamente l’anziano è il risultato, il diretto prodotto di una intera vita trascorsa a registrare, attraverso i sui sistemi sensoriali, le esperienze più disparate. Molto probabilmente anziani che hanno la capacità di rispondere in modo creativo ed affrontano efficacemente le situazioni tipiche di quest’età dispongono di rappresentazioni o modelli adeguati della propria situazione, attraverso cui avvertono un’ampia gamma di possibilità nella scelta delle proprie azioni. Vi sono anziani, invece, che sulla base delle esperienze maturate nella vita, credono di avere a loro disposizione poche opzioni. Questa dualità ci dimostra che non è il mondo ad essere limitato o senza possibilità di scelta, ma che questi soggetti impediscono a loro stessi di vedere le opzioni e le opportunità, in quanto non fanno parte dei loro modelli del mondo.

venerdì 16 aprile 2010

I Metaprogrammi: Adeguanti/Disadeguanti (IV° parte)


Nei precedenti articoli abbiamo preso in considerazione i Sistemi Referenziali ed il processo di Allontanamento/Accostamento. Vediamo ora un altro ‘modello di comportamento’ che tutti noi utilizziamo nella nostra comunicazione e nel nostro modo di stabilire rapporti con altri. Si tratta della modalità Adeguante/Disadeguante; vediamo nello specifico questa modalità attraverso un esempio di comportamento. Due persone le quali manifestino rispettivamente una modalità adeguante ed una disadeguante osservano due automobili: stessa casa produttrice, stesso modello, stesso colore, l’unica differenza è che una è il modello base, l’altra è completa di optional. Anche se le auto sono visivamente uguali perché l’aspetto della carrozzeria è identica come anche la potenza del motore, saranno gli optional a fare la differenza come sedili in pelle contro sedili in stoffa, volante più sportivo in metallo contro volante in plastica, cruscotto sportivo contro cruscotto semplice, e via dicendo. A questo punto i nostri due osservatori potrebbero essere non in accordo sul confronto delle due auto. Il soggetto con modalità adeguante vede il mondo identificando prevalentemente le affinità, tende a vedere le somiglianze, in altre parole osservando le cose vede ciò che queste hanno in comune. L’altro osservatore è prevalentemente un disadeguante; tende primariamente a vedere sempre le differenze. Per stabilire se una persona è un ‘adeguante’ o un ‘disadeguante’ può essere sufficiente chiedergli quali sono a suo giudizio i rapporti tra una qualunque serie di oggetti o situazioni, basterà allora notare se la sua attenzione si focalizza sulle affinità o sulle differenze.
Possono due soggetti con queste modalità stabilire dei buoni rapporti professionali, o affettivi? Senz’altro. Non necessariamente un rapporto funzionante deriva dall’essere entrambi adeguanti o disadeguanti. Sarà allora la capacità di avvalersi entrambi delle caratteristiche dell’altro a far funzionare un rapporto. C’è da dire, comunque, che molte volte i disadeguanti tendono ad individuare differenze che potrebbero esasperare un soggetto adeguante, come del resto la situazione potrebbe capovolgersi; un disadeguante con mancanza di equilibrio potrebbe divenire il classico personaggio super critico il quale ha sempre da contestare tutto, al quale non va mai bene nulla, come d’altro canto un adeguante eccessivo potrebbe essere identificato come una persona senza carattere, senza fermezza, al quale va sempre bene tutto e difficilmente prende una posizione contrastando, se necessario, l’idea altrui.
In ultimo ricordiamo che quando sorgono divergenze fra questi due personaggi, essi si devono rendere conto che non esiste né il cattivo né quello in errore, ma solo vedute differenti. Per instaurare buoni rapporti non è necessariamente indispensabile essere sempre d’accordo o essere uguali: è necessario tenere presente che esistono modi differenti di percepire le cose ed imparare a rispettarsi ed apprezzarsi a vicenda.

sabato 10 aprile 2010

I Metaprogrammi: Accostamento/Allontanamento (II° parte)


Quante volte ci è successo di parlare con una persona appena conosciuta e constatare che il suo modo di vivere la vita è un continuo sovraccarico di stimoli, è una continua ricerca di emozioni, un continuo atteggiamento curioso nei confronti della vita; altre volte invece conosciamo persone esattamente l’opposto, sempre molto caute nelle loro scelte, che tendono ad allontanarsi da tutto ciò che potrebbe implicare un rischio, che non vogliono esporsi troppo, quasi nascondendosi dietro a vere o presunte giustificazioni. E tu, ti lanceresti da un aereo (con paracadute, s'intende!)?
Questo esempio, abbastanza comune a tutti, introduce il primo Metaprogramma o ‘modulo di comportamento’ utilizzato dalla maggioranza di noi esseri umani, chiamato Accostamento/Allontanamento. Tutti i comportamenti umani rispecchiano due impulsi ben precisi: assicurarsi il piacere o allontanarsi dal dolore. È implicito, ad esempio, avvicinarci a ciò che riteniamo piacevole come può essere una tazza di cioccolata o un piatto culinario ben preparato, di contro ci allontaniamo da ciò che procura dolore come mettere la mano su di una stufa incandescente. Se ciò è abbastanza normale (ammesso che vi piaccia il cioccolato!), la stessa reazione è valida per azioni meno facilmente definibili: c’è chi sale le scale perché prova piacere nell’esercizio fisico, mentre c’è chi le sale perché ha la fobia dell’ascensore. In un caso vi è il richiamo del piacere dell’esercizio fisico, nell’altro c’è l’allontanamento da una fobia. Questi esempi ci fanno capire che tutti noi andiamo verso certe scelte, mentre da altre ce ne allontaniamo, inoltre è fondamentale riconoscere che nessuno risponde allo stesso modo ad uno specifico stimolo. Troveremo allora persone che più c’è sfida, più c’è competitività, allora si troveranno a loro agio, soggetti quindi molto energici, sempre pronti ad affrontare una nuova sfida; di contro troveremo persone che si allontanano da tutto ciò che è rischioso, addirittura ciò che è nuovo o che esce dalla propria routine.
Questi esempi, forse un po’ semplicistici e per alcuni versi anche simpatici, ci dicono molto in relazione alla comunicazione. Pensiamo ad un direttore aziendale o altra figura come un responsabile vendite i quali debbano motivare un loro dipendente. Questo lavoratore è più motivato dall’allontanamento o dalle sfide? Una frase come: “accetta la sfida di entrare fra i primi dieci venditori della nostra azienda!” sarà sicuramente un ottimo stimolo per una persona che accetta le competizioni, ma un messaggio che piomba come un macigno per una persona abituata alla regolarità.
Nella comunicazione considerare questo Metaprogramma può fare la differenza quando vogliamo motivare qualcuno, quando vogliamo far uscire il meglio dallo stesso. Nella stessa misura nella vendita la componente Accostamento/Allontanamento potrebbe diventare determinante per la chiusura di un contratto. Molto semplicemente se si vuole vendere un prodotto o servizio si può persuadere il cliente focalizzando il prodotto su due piani: ciò che esso fa e ciò che non fa. Se il prodotto è un’automobile, la sicurezza, il fatto che non consumi troppo, la robustezza e quindi la possibilità di non farsi male in caso di incidente saranno caratteristiche da enfatizzare a soggetti che capiamo non sono dei temerari, persone tranquille e che ponderano ogni cosa; la velocità, la linea aggressiva di un’auto saranno elementi utili da accentuare a coloro che forse pur essendo già avanti con gli anni vogliono rimanere giovani o coloro che vedono l’auto come status.

venerdì 9 aprile 2010

I Metaprogrammi: uno strumento per comunicare meglio (I° parte)


Nell’ambito della Programmazione Neurolinguistica si dà ampio spazio allo studio della comunicazione. Ciò implica la transizione che avviene innanzi tutto con noi stessi e quella che invece si instaura con gli altri. Quando comunichiamo vengono chiamati in causa i ‘canali sensoriali’ i quali andranno a delineare le rappresentazioni interne della nostra mente, quindi ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo a livello cenestesico, gli odori, il gusto, tutti mezzi atti alla percezione del mondo che ci circonda.
Nell’ambito della percezione la nostra mente deve inevitabilmente filtrare le informazioni che raggiungono i canali percettivi. Ciò avviene perché si avrebbe, altrimenti, un vero e proprio sovraccarico di dati. Le attuali ricerche attestano che l’essere umano riesce, con la propria mente conscia, ad analizzare circa 7 informazioni contemporaneamente. Per fare un esempio, di una determinata esperienza si riesce a ricordare solo alcuni aspetti; questo ci spiega perché le persone non reagiscono in maniera uguale ad un determinato stimolo o avvenimento o esperienza. La differenza nella risposta è data dalla cancellazioni, dalle distorsioni e dalle generalizzazioni della mente conscia.
Nella Programmazione Neurolinguistica vengono utilizzati una serie di filtri al fine di effettuare l’operazione di cancellazione, distorsione e generalizzazione. Quello che prederemo in esame, in questa sede, sono i Metaprogrammi.
I Metaprogrammi sono dei programmi interni che stabiliscono il modo in cui una persona, il più delle volte a livello inconscio, prende le proprie decisioni. Oltre a ciò, i Metaprogrammi determinano anche il modo in cui vengono classificate ed organizzate le esperienze che la persona vive. Ai fini pratici diventa utile conoscere i Metaprogrammi del nostro interlocutore, infatti ciò può aiutarci a capire con più chiarezza i suoi stati emotivi e di conseguenza anche prevedere le sue reazioni. Ricordiamo comunque che attraverso questo filtro non possiamo assolutamente giudicare il comportamento di una persona, in pratica non possiamo determinare se il suo comportamento è giusto o sbagliato; quello che constatiamo è semplicemente come una persona analizza le informazioni.
In ultimo potremmo quindi definire i Metaprogrammi come dei ‘moduli di comportamento’ in base ai quali l’essere umano organizza la propria esperienza al fine di manifestare i propri comportamenti. Quando si riesce a capire il modulo di comportamento di una persona abbiamo la possibilità di aumentare le probabilità di far giungere il nostro messaggio, entrando in sintonia con il suo comportamento.
Nei prossimi articoli andremo ad analizzare una serie di Metaprogrammi, attraverso i quali capiremo che in ciascuno di noi esiste una struttura costante, che è poi la modalità di capire le cose e di organizzarle.
Concludiamo con una interessantissima affermazione di George Bernard Shaw che dice: “Con il tono giusto si può dire tutto, con il tono sbagliato nulla; l’unica difficoltà consiste nel trovare il tono giusto”.

mercoledì 7 aprile 2010

Era un buon insegnante?

Vi invito a ritornare indietro nel tempo, questo invito peraltro è rivolto a coloro che da ormai alcuni anni hanno terminato la loro formazione scolastica, sia essa professionale, secondaria o universitaria. Se vi chiedessi di ricordare i vostri insegnanti, probabilmente alcuni di voi non ricorderanno esattamente il loro cognome, ma sicuramente rivivranno ore estenuanti in cui l’insegnante, seppur molto preparato, non è riuscito a farvi amare la materia da lui insegnata. Di contro ricorderete quell’insegnante che probabilmente ha cambiato la vostra vita; attraverso il suo insegnamento è riuscito a farmi amare talmente la sua disciplina da segnare la vostra vita, facendovi scegliere addirittura la vostra attuale professione.
Essere insegnanti è in effetti un’attività molto gratificante, ma nella stessa misura non sempre facile. Cosa distingue allora un buon insegnate da uno scadente? Essenzialmente la sua capacità di comunicare! Purtroppo la maggior parte degli insegnati, o formatori, è molto preparato o comunque conosce la materia di insegnamento alla perfezione, anche perché la insegna da ormai da molti anni, ma purtroppo non conosce affatto i propri allievi, ignorando completamente come questi elaborano le informazioni. In pratica non conoscono i loro sistemi rappresentativi né come operano le loro menti. Molti insegnanti sostengono che dal momento che essi conoscono la materia d’insegnamento, ogni limitatezza in fatto di comunicazione sia da attribuirsi unicamente agli studenti i quali, a dir loro, sono incapaci di apprendere.
Molti insegnanti sanno istintivamente come comunicare con i propri allievi, al punto da lanciare ‘messaggi’ che vengono captati immediatamente dagli studenti. Altri invece devono imparare a comunicare. La PNL (programmazione neuro linguistica) fornisce moltissimi elementi per far funzionare il sistema didattico. Al riguardo esaminiamo da vicino il concetto di Sistema Rappresentazionale che sta alla base di una buona ed efficace comunicazione.
Si deve premettere che ogni individuo ha un suo sistema per rappresentare la propria realtà. Infatti il sistema rappresentazionale è il canale attraverso il quale rappresentiamo dentro di noi le informazioni. I tre principali canali sono: uditivo, visivo e cenestesico. Ogni persona comunque ha il propria sistema rappresentazionale primario, cioè quel sistema che preferisce utilizzare per rappresentare le informazioni dentro di sé. Questo sistema primario contraddistingue la persona al punto da determinarne aspetti caratteriali e capacità di apprendimento. Un esempio per capire questo concetto: alcune persone apprendono meglio leggendo libri anziché seguire una lezione, queste sono primariamente visive e meno uditive; di contro vediamo soggetti che ciò che ascoltano lo memorizzano meglio anziché leggerlo, riescono addirittura ascoltando attentamente una lezione ad apprendere meglio che leggere un manuale, queste sono prevalentemente uditive. Le persone cenestesiche invece interpretano la realtà attraverso le sensazioni e le emozioni: una lezione in cui vi sia sentimento, espressioni ricche di emotività vengono recepite al punto da non essere più dimenticate da un cenestesico.
Chi è allora il buon insegnate? Sulla base di quanto abbiamo detto colui che riesce a trasmettere informazioni in cui siano contenuti messaggi visivi, uditivi e cenestesici. Non dimentichiamo che il significato della comunicazione è la risposta che viene evocata, quindi la responsabilità in fatto di comunicazione è di colui che comunica, non di colui che ascolta.
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