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mercoledì 28 luglio 2010

Qual'è la cosa peggiore che possa accadere?

Molte persone hanno la tendenza ad ingigantire sproporzionatamente le conseguenze disastrose o i potenziali falimenti che possono essere causati da una crisi. Succede spesso di usare la nostra immaginazione contro noi stessi, trasformando un granello di sabbia in un masso di roccia, oppure non usiamo affatto la nostra immaginazione per vedere realmente cosa in effetti la situazione comporta, ma reagiamo per pura abitudine e senza pensare, come se ogni semplice opportunità o minaccia fossero questione di vita o di morte.
Se dobbiamo affrontare una reale crisi abbiamo bisogno di molta energia; questa provoca un eccesso di eccitazione la quale, nonostante tutto, può rivelarsi utile per affrontre il forte stress. Inevitabilmente un sovraccarico di adrenalina e noradrenalina sarà la diretta conseguenza. Questi due ormoni intervengono nella reazione adrenergica chiamata "attacco o fuga"; come è intuibile, tale reazione ha lo scopo di preparare l'organismo ad uno sforzo psicofisico importante in tempi brevissimi. In un prossimo articolo parleremo dettagliatamente delle catecolamine (adrenalina, noradrenalina e dopamina, ormoni secreti dallo strato midollare del surrene e da alcune terminazioni nervose). Per ora limitiamoci allo studio della condizione stressante la quale può essere causata da un nostro errato modo di pensare o affrontare determinate situazioni. A tal riguardo se sopravvalutiamo il pericolo o la difficoltà, se reagiamo in modo anomalo a delle informazioni distorte o addirittura irreali, probabilmente andiamo ad accumulare una tale quantità di eccitazione che risulta maggiore del necessario. Dal momento che la reale minaccia è di molto inferiore alle reali previsioni, tutta questa eccitazione (inevitabile sovraccarico di catecolamine) non può essere adeguatamente utilizzata, né ce ne possiamo liberare attraverso un'azione creativa. Per questa ragione essa rimane in noi, compressa, come sotto pressione. Questa dose eccessiva di eccitazione emotiva può seriamente danneggiare più che avvantaggiare il nostro modo di pensare e di conseguenza di agire, semplicemente perchè è inadeguata.
Come affrontare allora questa condizione? Il modo peggiore per farlo è ricorrere ai farmaci. Da un'indagine svolta nel 2008 in Italia si calcola che 1 dipendente su 15 ha addirittura fatto uso di droghe pesanti per migliorare la performance professionale. Anche se questo è un dato relativo allo stress professionale, si calcola che solo il 2% della popolazione mondiale abbia effettiva necessità di psicofarmaci; se consideriamo invece che circa un miliardo di esseri umani al mondo fa uso di sostanze farmacologiche per problematiche psichiche, capiamo che ci troviamo di fronte ad un problema molto serio.
"Qual'è la cosa peggiore che ti possa accadere?" Generalizzare pretendendo di dare risposta a questa domanda, o ad altre, non è propriamente possibile quanto meno corretto. Una cosa però è certa, ricordiamo che molte volte, se realmente lo vogliamo, possiamo convertire una crisi in una opportunità: come sempre, dipende sempre e solo da noi.

domenica 25 luglio 2010

Farmaci Antidepressivi: tra business e falsità

Un interessante articolo che sintetizza il serio problema della diffusione degli psicofarmaci. In questo articolo la dr.ssa Valeria Marracino, con saggezza ed equilibrio, trasmette informazioni che tutti coloro che assumono antidepressivi dovrebbero leggere, avendo il coraggio di chiedersi se sono realmente necessari. Il più delle volte c'è la paura di guardare la propria vita negli occhi ed accettare il fatto che deve essere rivalutata e non per ultimo cambiata.
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Philippe Pignarre, manager “pentito” di colossi farmaceutici, denuncia nel libro “L'industria della depressione” (Bollati Boringhieri), lo scandalo del business farmaceutico e del pressapochismo degli psichiatri che prescrivono pillole della felicità con grande disinvoltura. Secondo l'OMS oggi i depressi supererebbero il miliardo e se si pensa che nel 1970 i depressi erano “solo” cento milioni, ci si chiede cosa ci aspetterà in futuro. Un mondo di depressi cronici. Ma cosa sta succedendo? Cosa può spiegare questa allarmante ondata di tristezza patologica? Le spiegazioni sociologiche che descrivono l'uomo vittima di una società competitiva e massificante non bastano per giustificare questo fenomeno allarmante.
Come spiega Pignarre il boom dei depressi è frutto dell'influenza delle multinazionali farmaceutiche che, con i congressi in hotel a cinque stelle e articoli di esperti dipendenti dalle stesse case produttrici di psicofarmaci, hanno esercitato ed esercitano una campagna di disinformazione e persuasione di massa. Le pillole della felicità sarebbero solo un bluff alimentato da interessi economici e l'epidemia del male oscuro un male studiato a tavolino. I depressi “veri” sono solo il 2 per cento della popolazione, tutti gli altri sono solo persone che stanno attraversando un periodo difficile a cui stanno rispondendo con un normale fisiologico calo dell'umore. Certo il mercato ha trovato terreno fertile in una società dove tutto si compra, anche la felicità, e dove più nessuno accetta di star male affrettandosi a cancellare il sintomo fastidioso senza arrivare alla causa dello stesso. Tutto e subito possibilmente. Ed allora entra in gioco l'eticità di certi dispensatori di felicità in pasticche che barattano il proprio giuramento di Ippocrate con un vacanza sponsor con tanto di congresso scientifico dai contenuti ovvi che acquietano le loro coscienze.
Personalmente, come psicologa-psicoterapeuta, non sono rigidamente contraria agli psicofarmaci, anzi in certi casi li ritengo necessari purché contestualizzati in un rapporto psicoterapeutico che è la base e non il sostegno della funzione terapeutica degli psicofarmaci. Una terapia farmacologica disgiunta da una psicoterapia è controproducente, crea dipendenza e non elabora la base del disagio. Non basta vedere lo psichiatra ogni quindici-venti giorni per seguire l'andamento dei sintomi, questa non è psicoterapia che ha una cadenza almeno settimanale e che deve seguire il vissuto emotivo del paziente in relazione alla cura farmacologica e sopratutto rispetto al proprio disagio.
Gli antidepressivi di ultima generazione, i famosi IRSS (inibitori selettivi della recaptazione della serotonina), Fluoxetina, Fluvoxamina, Paroxetina, Citalopram, etc., prescritti in massa anche dai medici generici, non sono così innocui come le case farmaceutiche dichiarano. Hanno effetti collaterali e quando si smette di prenderli provocano fenomeni di astinenza, come capogiri, vertigini e nausea. I "nonni" degli IRSS, ovvero i Triciclici, sono ancora più tossici e danno altri effetti collaterali come sonnolenza, abbassamento della pressione arteriosa, causano ritenzione urinaria, disturbi intestinali, calo del desiderio sessuale ed in più sono cardiotossici. Ci si chiede se qualche effetto positivo questi farmaci lo abbiano davvero. Pignarre è chiaro su questo punto: “Sono euforizzanti danno buon umore un po' come una blanda cocaina, ma questo non vuol dire che curino la depressione e, una volta sospesi, i sintomi iniziali ricompaiono... in realtà questi farmaci hanno colmato una lacuna che imbarazzava molto la psichiatria dando una spiegazione biochimica alla depressione priva altrimenti di una causa scientifica”.
Insomma se è vero che un calo di certi neurotrasmettitori (noradrenalina, dopamina e serotonina) è la causa della depressione cosa è che determina questo calo? L'evento triste o l'evento triste è vissuto come tale perché c'è una alterata funzionalità dei neurotrasmettitori? In altre parole, certo più ruspanti delle pubblicazioni scientifiche, viene prima l'uovo o la gallina? E se l'uomo imparasse a vivere le inevitabili difficoltà della vita in modo diverso, imparasse a pensare in modo diverso, i neurotrasmettitori come reagirebbero? Insomma se per una volta il mondo scientifico libero da pressioni “lobbystiche” si decidesse a voler arrivare alla causa o alle reali e non artefatte concause di questa patologia forse il mondo tutto, non solo i singoli pazienti, ne trarrebbero beneficio. Si farebbe una reale e simbolica pulizia da idee preconcette, intrugli chimici e interessi lucrosi.


Valeria Marracino - psicoterapeuta


fonte: Promiseland.it

mercoledì 27 gennaio 2010

Il pensiero crea una sensazione

La psico-neuro-immunologia è riuscita a dimostrare che esiste una connessione fra la mente ed il corpo umano, infatti una delle regole principali di questo settore della scienza dice che ogni pensiero che concepisce un essere umano avrà una determinata reazione biochimica nel cervello dello stesso. Per intenderci: se si pensa ad avvenimenti gradevoli, felici, positivi, appagati, nel cervello viene prodotta immediatamente un neurotrasmettitore: la dopamina, che a sua volta rende euforici ed eccitati; se i pensieri sono ricchi d'odio, collera, auto disapprovazione, condanna, verranno allora prodotti dei neuro peptidi a cui il corpo risponderà con sofferenza fisica, disagio, malumore e pensieri disfattistici. Cosa produrrà questa situazione? Automaticamente il corpo umano andrà a rispondere al pensiero iniziale con una sensazione, la quale andrà a attivare una seconda reazione nel cervello mettendo in moto messaggeri chimici equivalenti al pensiero originale; è come dire che il pensiero crea una sensazione, e la sensazione a sua volta dà vita ad un pensiero, creando un circolo vizioso che genera come risultato finale uno stato d'animo.
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