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mercoledì 1 agosto 2012

Quando il lavoro mette a rischio il cuore?

Fonte: informasalus

I turni lavorativi, in particolare quelli notturni, possono mettere a rischio il sistema cardiovascolare. A sostenerlo è uno studio internazionale, canadese e norvegese, pubblicato sul British Medical Journal che esaminato 34 precedenti ricerche, coinvolgendo un totale di 2.011.935 persone.

La ricerca ha rilevato che tra i lavoratori che seguono i turni si registra una crescita del 23 per cento dei rischi di infarto, un aumento del 24 per cento di eventi coronarici e un 5 per cento in più di incidenza di ictus rispetto ai lavoratori normali, che seguono orari diurni, prestabiliti e sempre uguali. I rischi riguardano che in particolare chi pratica i turni notturni: in questo caso il rischio di malattie cardiovascolari raggiunge il 41 per cento in più rispetto alla altre categorie.

Un altro studio, pubblicato su PLoS ONE, condotto dai ricercatori del Brigham and Women Hospital e l’Harvard Medical School avverte che le donne sotto stress per via del proprio lavoro sono a rischio attacchi di cuore.

Oltre 22mila professioniste legate al settore salute negli Stati Uniti sono state monitorate per più di dieci anni durante i quali hanno dovuto riportare periodicamente le caratteristiche del proprio lavoro, la sensazione di stress e altri dati personali riguardanti lo stile di vita.

Gli autori hanno così riscontrato una significativa correlazione tra lo stress lavorativo e un maggiore aumento del rischio di malattie cardiovascolari.

“La tensione lavorativa elevata, una forma di stress psicologico, ha a lungo termine effetti sulla salute cardiovascolare nelle donne e potrebbe suggerire la necessità per gli operatori sanitari di integrare la valutazione e individuazione degli interventi utili che riducono al minimo gli effetti dello stress lavorativo”, ha concluso Michelle A. Albert, autrice principale dello studio.

sabato 21 maggio 2011

Antidepressivi: Tre recenti avvisi, l'ultimo è rischio di ictus


Nel giornalismo, tre di qualsiasi cosa crea una tendenza. Il mio allarme in materia di tendenza riguarda inquietanti notizie circa gli antidepressivi. In primo luogo, c'era questa recensione(1) di tre settimane fa che trovava un "legame modesto" tra antidepressivi e cancro — anche se non in studi finanziati da aziende farmaceutiche.
Poi la segnalazione sul blog(2) della scrittrice ed ex membro dello staff del Globe, Alison Bass: un ricercatore ha trovato che il più autorevole studio sugli antidepressivi era macchiato da gravi pecche che fanno apparire i farmaci più efficaci di quello che realmente sono.
E ora il Dr. Adam C. Urado, assistente professore di medicina al Tufts, ha appena inviato le ultime novità: in un articolo sull’American Journal of Psychiatry(3) suggerisce che gli antidepressivi aumentano il rischio di ictus. Lo studio riguardava oltre 24.000 pazienti taiwanesi che avevano avuto ictus, dimostrando che l’assunzione di antidepressivi è associato ad un rischio maggiore del 48%. Questi risultati sono in accordo con quelli di precedenti studi.
Questo è uno studio importante, con implicazioni di salute pubblica reale perché i pazienti che assumono questi farmaci sono tanti, e in costante aumento. Se possono causare ictus, come sembra, i pazienti e il pubblico devono saperlo.
Dal confronto di questi due dati - il rischio di ictus e la relativa inutilità clinica per la maggior parte dei pazienti con depressione lieve o moderata (vale a dire la maggior parte) - viene spontaneo chiedersi perché questi farmaci vengano prescritti a così tanti pazienti.

Fonti:
1 http://commonhealth.wbur.org/2011/04/report-possible-antidepressant-cancer-link-but-not-in-industry-funded-studies/
2 http://alison-bass.blogspot.com/2011/04/serious-flaws-and-conflicts-skewed.html
3 http://ajp.psychiatryonline.org/cgi/content/abstract/168/5/511

giovedì 11 novembre 2010

Il Tè Verde e funzioni cognitive

Il tè verde può essere di aiuto per tre ragioni: è un potente antiossidante, è ricco di flavonoidi che riducono il pericolo di ictus, e contiene caffeina, che usata con giudizio produce un utile effetto stimolante sui processi cognitivi. Gli antiossidanti contenuti nel tè verde appartengono alla famiglia dei polifenoli, che comprendono le catechine e le quercetine, capaci di aumentare la capacità antiossidante del sangue anche del 50%. L'aumento si verifica circa mezz'ora dopo l'ingestione della bevanda.
Il tè verde accresce anche l'efficacia degli enzimi epatici disintossicanti. Di conseguenza, contribuisce a far sì che una parte delle sostanze nocive presenti nell'organismo siano inattivate prima che possano danneggiare le cellule, neuroni compresi.
Vale la pena precisare che sebbene di recente i media abbiano attirato l'attenzione sugli effetti salutari del tè verde, il tè nero può risultare quasi altrettanto benefico. Questo tipo di tè, che è quello di uso comune nella maggior parte dei paesi occidentali, non contiene catechine, ma è ricco di altri antiossidanti assenti nel tè verde. Il tè, sia verde che nero, è ricco di flavonoidi, sostanze affini alle vitamine naturalmente presenti nelle foglie di questa specie vegetale, oltre che nella frutta e nella verdura in generale. I flavonoidi tendono ad ostacolare l'aderenza reciproca delle cellule del sangue, un fenomeno che facilita l'ostruzione dei vasi sanguigni. Di conseguenza, essi diminuiscono il rischio di ictus e di demenza multi-infartuale. Uno studio recente, svolto in un arco di quindici anni, ha riscontrato in coloro che avevano assunto una rilevante quantità di flavonoidi un rischio di ictus interiore del 73% a quello del gruppo di controllo. I soggetti di questo studio assumevano circa il 60% dei flavonoidi tramite il tè.
Persino la caffeina presente nel tè può giovare ai processi cognitivi, se assunta in quantità moderate. Anche altre bevande contenenti questa sostanza, come il caffè e la Coca-Cola (con tutte le riserve sulla qualità di questa bevanda - ndr), possono giovare alla memoria ed all'intelligenza.
In effetti nei paesi occidentali la caffeina è il più diffuso prodotto per la stimolazione delle funzioni intellettive. Numerosi test hanno confermato che, in quantità ragionevoli, essa favorisce la concentrazione e la vigilanza. Trattandosi di uno stimolante, la caffeina promuove la liberazione di adrenalina e può temporaneamente migliorare la memoria e l'umore. Il caffè contiene inoltre alcune sostanze affini agli oppiacei: di conseguenza stimola e contemporaneamente rilassa.
D'altra parte un eccessivo consumo di caffeina è fin troppo frequente. Ciò dipende dal fatto che spesso le persone non hanno abbastanza energie fisiche su cui contare. Invece di alimentarsi, fare esercizio e riposare in modo sufficiente per recuperare le forze, molti prendono la scorciatoia della caffeina. Il prezzo a breve termine di questa dipendenza si chiama ansia, irritabilità, insonnia, ma è possibile che si manifestino anche sonnolenza ed affaticamento mentale quali effetti "di rimbalzo". Il prezzo a lungo termine è il logoramento delle ghiandole surrenali ed un corpo esaurito dall'eccesso cronico di stimolazione. Inoltre, è ormai chiaro che l'abuso di caffeina può aumentare il colesterolo comunemente detto 'cattivo' presente nel sangue sotto forma di LDL. La caffeina è anche stata collegata, nelle donne, alla comparsa di cisti al seno.
Le ricerche indicano che possono essere consumati fino a 200 milligrammi al giorno di caffeina senza danni apprezzabili per la salute, ma per prudenza è consigliabile non superare i 100 milligrammi.
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Tratto da:Il cervello giovane, Dharma Singh Khalsa e Cameron Stauth

mercoledì 12 maggio 2010

A destra l'infelicità, a sinistra la felicità


“A destra l’infelicità, a sinistra la felicità”. Questo è uno dei sottotitoli del libro La Formula della Felicità del dr. Stefan Klein, giornalista scientifico. In questa sua trattazione egli prende in esame l’argomento felicità dal punto di vista delle neuroscienze. Egli sostiene che l’elaborazione delle emozioni avviene in entrambi gli emisferi cerebrali, ma con una ripartizione: il lobo frontale destro viene attivato in presenza di sentimenti negativi, viceversa l’emisfero sinistro si attiva quando si provano sentimenti di felicità. Questa affermazione è suffragata dalle immagini tomografiche; margini esterni del cervello vengono attivati distintamente sia nei momenti di paura che di felicità. Ma oltre a questa rilevazione effettuata con apparecchiature diagnostiche, è comprovante la casistica dei danni cerebrali. Spesso si osservano comportamenti strani in cui i sentimenti ed i comportamenti di un soggetto colpito da patologia cerebrovascolare provocano veri e propri sconvolgimenti, ad esempio si è osservato che persone colpite da ictus nella parte dell’emisfero sinistro manifestano forti depressioni; molto probabilmente si assiste ad una distruzione dei sistemi cerebrali deputati ai sentimenti positivi. Di contro una patologia cerebrovascolare che coinvolga l’emisfero destro ha portato soggetti a manifestare una allegria permanente ed anomala.
Le neuroscienze oggi riescono ad essere così precise da individuare specifici neuroni capaci di dare luogo a manifestazioni psichiche molto chiare. Ad esempio si è scoperto che nella parte destra del lobo frontale esistono neuroni che reagiscono solo quando un individuo si trova a dover fronteggiare un avvenimento funesto. Sempre in relazione all’emisfero destro, questo addirittura manifesta una vera e propria tempesta neuronale quando un soggetto che manifesta grande timore deve leggere un pubblico. Il sorriso spontaneo è invece presente nei neuroni dell’emisfero sinistro.
Il risultato di queste ricerche dimostrano che la diversa distribuzione delle sensazioni gradevoli o sgradevoli nei due emisferi dipende dall’elaborazione dei dati nel lobo frontale. Questa parte del cervello svolge la funzione di ‘centrale di comando’ del comportamento con ruolo di manifestare specifiche emozioni; in pratica i sentimenti positivi dicono all’individuo cosa fare mentre i sentimenti negativi cosa non fare.
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