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mercoledì 3 luglio 2013

La Psicocibernetica

Fonte: Benessere
 
Uno dei segreti principali alla base del benessere e del successo consiste nell'allineamento dei propri obiettivi e desideri alla propria immagine interiore di noi stessi. Molte condizioni quotidiane di malessere, infatti, nascono dall'impossibilità di cambiare la realtà e richiedono un cambiamento personale che non può limitarsi solo all'aria dei comportamenti ma che deve coinvolgere piuttosto l'intera concezione di sé stessi. La Psicocibernetica è un approccio di aiuto alla mente nato a partire dagli studi di M. Maxwell relativi a concetti e ad approcci psicologici utili per affrontare le problematiche dell’identità che egli ha riscontrato in alcuni casi in seguito alle operazioni da lui praticate come chirurgo plastico.
Questo metodo, basandosi sull'applicazione dei principi della cibernetica al cervello umano, offre strumenti di cambiamento basati sulla programmazione mentale di nuovi modelli di pensiero e di azione e sulla stimolazione di nuovi apprendimenti volti a orientare verso nuove e positive immagini di se stessi.
Immagine dell'Io, benessere e successo
Un importante pilastro concettuale della psicocibernetica e delle sue chiavi di cambiamento è il concetto psicologico di “immagine dell’Io”.
Ogni persona porta con sé quotidianamente una “immagine-guida” che dirige le proprie azioni, i propri sentimenti e l'intero comportamento. Essa è un ritratto interiore, un profilo personale che contiene delle credenze su se stessi, più o meno definite e più o meno consapevoli, che strutturano quella che viene denominata "immagine dell'Io”.
Tale auto-immagine rappresenta il metro di valutazione di se stessi, un manuale interiore che contiene ciò che si ritiene di essere e di valere e che comprende, di conseguenza, anche ciò che ci si può aspettare da se stessi e ciò che ci si merita e a cui una persona può aspirare.
L'origine di questa fotografia profonda di se stessi si rintraccia nel passato di ogni persona, nelle sue esperienze di successo e di fallimento, nelle frustrazioni, nelle esperienze di gioia e di vergogna, nelle reazioni degli altri nei propri confronti, e corrisponde ad una costruzione dell' “Io percepito” che inizia a strutturarsi nella prima infanzia, ma che viene integrato nel corso di tutta la vita.
Conseguentemente, tutti i sentimenti sperimentati su se stessi, come la sicurezza o l’incapacità vissute in relazione alle esperienze che compongono la propria storia personale, derivano dall’ “immagine dell'Io”, che spinge ad agire come se si fosse la persona che si ritiene di essere.
Di conseguenza, quando un'idea su se stessi entra a far parte di questa immagine diventa "vera" per la persona, la quale comincia ad agire basandosi su di essa e a comportarsi "come se" essa fosse vera, attivando facilmente quello che viene definita "profezia che si auto-avvera” che è in grado di rafforzare, sua volta, l'immagine iniziale, generando un circolo vizioso o virtuoso a seconda dei casi.
La presenza di questo nucleo profondo che guida il comportamento spiega anche la difficoltà frequente nel cambiare alcuni abitudini e modi di vivere attraverso un'azione e metodi diretti solo ad aspetti dell’involucro individuale esterno, ma che spesso entrano in contrasto con ciò che la persona pensa di poter essere nel cuore dell’Io.
L'auto-immagine, tuttavia, è una struttura plastica che può essere modificata attraverso l’approccio della Psicocibenetica: essa è il prodotto di un meccanismo creativo che filtra la realtà e le esperienze attraverso le "immagini mentali" che compongono l'immagine-chiave che si tende a mostrare nella vita reale, quella che stabilisce ciò che si può fare, ciò che si può essere, descrivendo quella che è stata definita come "la zona del possibile" di ogni persona.
Dal momento che ciò che uno pensa di sé non deriva dalla volontà, ma dalla composizione in un mosaico di vissuti legati alle proprie esperienze, il cambiamento dell'immagine personale registrata, secondo le osservazioni della Psicocibernetica, può seguire lo stesso percorso senza implicare uno sforzo di volontà o anche in mancanza di quest'ultima, come accade in presenza di problematiche depressive.
Ogni comportamento problematico, alla luce di questa prospettiva di studio, nasce attraverso immagini mentali e attraverso queste ultime può essere modificato, dal momento che il nostro cervello tende ad avvalersi dei dati presenti nella propria memoria sotto forma di immagini, allo scopo di risolvere problemi e di agire in determinate situazioni. L'apprendimento e l'allenamento di esperienze nuove, di nuovi modi di pensare, di immaginare e di agire, anche se semplicemente immaginato, mostra di poter modificare gli schemi tipici di reazione mentale e comportamentale, generando una sensazione di maggiore padronanza che viene assorbita ed entra gradualmente a far parte dell'immagine percepita dell’Io.
Il cervello come servo-meccanismo La Psicocibernetica, inoltre, spiega il comportamento umano applicando ad esso i principi e le conoscenze della cibernetica, una scienza che studia i meccanismi di autoregolazione di comunicazione confrontando le similitudini tra macchine ed organismi naturali, con particolare attenzione alla teleologia e allo studio di ciò che accade e di ciò che è necessario per il raggiungimento di un determinato scopo nei sistemi meccanici.
Secondo la prospettiva psicocibernetica ogni persona possiede un servo-meccanismo, ossia una macchina che può essere usata per migliorare la propria vita, anche se in alcuni casi tale dispositivo può funzionare come un vincolo negativo da riprogrammare.
Tale meccanismo, in realtà, è un importante potenziale di successo e di benessere posseduto grazie al naturale funzionamento del cervello e del sistema nervoso che assolvono a funzioni simili a quelli di una calcolatrice elettronica e di un sistema meccanico che si muove per il raggiungimento di uno scopo.
Più precisamente, le due funzioni innate del sistema nervoso umano, similmente a ciò che si osserva in sistemi cibernetici, sono rispettivamente:
• quella di un "cervello elettronico" che tende spontaneamente alla risoluzione di problemi, alla ricerca di risposte ad interrogativi e alla produzione di idee nuove;
• quella di "sistema-guida", dal momento che esso conduce nella direzione giusta per il raggiungimento di un certo scopo spingendo, per tal fine, a reagire correttamente all'ambiente.
È possibile affermare, dunque, in modo generalizzato che il cervello umano può operare secondo entrambe le modalità che connotano i servo-meccanismi meccanici. Esso, infatti, si attiva:
1) nei casi in cui il bersaglio o la risposta da dare non sono manifesti e in cui il compito è proprio quello di individuarli;
2) nelle condizioni in cui lo scopo-bersaglio da raggiungere o la risposta da fornire sono noti e l'obiettivo è rappresentato dall’individuazione di queste mete.
Il cervello agisce come un sistema-guida, ad esempio, quando si sta cercando un oggetto all'interno di una borsa senza guardare, esplorando e procedendo per tentativi fino a riconoscere al contatto qualche caratteristica di ciò che si sta cercando.
Un esempio in cui il funzionamento del servo-meccanismo cerebrale è simile a quello di una calcolatrice elettronica è offerto invece dal gesto di prendere un bicchiere d’acqua per bere. In questo caso grazie ad un meccanismo automatico, dopo aver scelto lo scopo (bere), il cervello attiva e mantiene azioni, più o meno perfezionate e coordinate a seconda dell'età, volte al raggiungimento di tale obiettivo. In questa prima tipologia di funzionamento meccanico il cervello mostra di essere naturalmente predisposto a ricercare il successo dal momento che tende a ricordare gli esiti positivi e a dimenticare i fallimenti, ripetendo automaticamente le azioni che hanno portato al raggiungimento di uno scopo e diminuendo il numero di tentativi inutili e infruttuosi in esperienze simili successive.

Principi-chiave di psicocibernetica
Esistono alcuni principi fondamentali che hanno portato allo sviluppo di numerosi esercizi di Psicocibernetica e che guidano ogni pratica messa a punto nel contesto di questo approccio.

Uno degli assunti fondamentali su cui si basano i metodi di aiuto realizzati dalla Psicocibernetica in relazione a diverse problematiche psicologiche e comportamentali è, come accennato, l'importanza dell'immaginazione che è in grado di stimolare il servo-meccanismo cerebrale a seguire schemi positivi di pensiero e di azione. Il segreto dell'uso delle immagini mentali come stimolo per i meccanismi automatici di successo risiede nella loro capacità di rendere chiaro l'obiettivo che si desidera raggiungere. Le virtù attribuite all'immaginazione, intesa come un metodo di riproduzione dei vissuti sensoriali, motori e cognitivo-emozionali, derivano dalle scoperte relative alla sostanziale uguaglianza operata dal cervello tra la "realtà vissuta" e la "realtà immaginata", sempre che ciò avvenga attraverso pratiche multimodali di visualizzazione. Il cervello, infatti, nel corso di appropriati e vividi esercizi di visualizzazione allena l’apprendimento e l'assimilazione di nuovi schemi nello stesso modo in cui avviene nella realtà. Inoltre, numerosi studi hanno dimostrato che ciò che viene vissuto intensamente a livello immaginativo è in grado di produrre conseguenze psico-fisiche reali, sia a breve che a lungo termine, producendo una graduale ristrutturazione del proprio “ io interiore”. Sulla base di innumerevoli dimostrazioni di questi aspetti, sono stati progettati esercizi di allenamento immaginativo del servo-meccanismo cerebrale per guidare il miglioramento di capacità comportamentali quotidiane, di abilità atletiche, di capacità di comunicazione e di vendita, fino a sviluppare pratiche di miglioramento di aspetti di personalità.

Un secondo principio fondamentale che guida gli esercizi di Psicocibernetica è la cosiddetta "legge di Couè" che sostiene che nello scontro tra volontà e immaginazione, prevale la seconda. Ciò determina la constatazione che non è possibile, attraverso uno sforzo di volontà, modificare comportamenti e abitudini che si sono consolidati nel tempo in seguito ad azioni che derivano dalle proprie immagini interiori, dal momento che sarebbe come parlare due linguaggi differenti. La conseguenza è strettamente connessa al principio precedente: ciò che nasce dalle immagini interiori va modificato con nuove immagini interiori. In Psicocibernetica la vittoria delle immagini sulla volontà favorisce il successo dei percorsi personali di cambiamento anche in assenza di una volontà forte (es. stati di scoraggiamento), purché ci sia una costanza nell'esercizio che generalmente deriva dalla fiducia nel metodo.

Quest'ultima va assicurata rispettando le prescrizioni temporali cicliche che garantiscono il consolidamento di nuovi programmi mentali e quindi il cambiamento comportamentale. Generalmente ogni programma richiede un allenamento di 30 minuti al giorno seguendo un ciclo continuativo di 21 giorni di seguito o, nei casi più complessi, di periodi più lunghi che possono giungere fino a tre mesi comprendendo due o tre ripetizioni di ogni ciclo di base, intervallato da una settimana di riposo.

Infine, la programmazione del servo-meccanismo mentale richiede di limitare gli sforzi consapevoli di cambiamento che possono rappresentare un blocco per il meccanismo creativo automatico: una volta stabilito e immaginato adeguatamente l'obiettivo occorre alleggerire la macchina intellettuale lasciandola agire passivamente e meccanicamente nei contesti in cui si vuole applicare il cambiamento.

Dalla teoria alla pratica: le possibilità della psicocibernetica
Gli obiettivi che è possibile raggiungere attraverso percorsi guidati dall'approccio psicocibernetico sono numerosi come mostra l'esperienza di applicazione in diversi campi.
I più noti esercizi di Psicocibernetica trovano applicazione per favorire:
• il rilassamento e l'abbassamento dei vissuti di ansia;
• il miglioramento della qualità del sonno;
• la capacità di rispondere agli eventi stressanti con azioni positive e di compensazione;
• il miglioramento dei vissuti negativi generati dalla presenza di difetti fisici o di malattie;
• lo sviluppo di un atteggiamento positivo di ricerca di soluzioni ai problemi basato su l’uso dell’immaginazione creativa come chiave del funzionamento del servo-meccanismo di successo;
• la ristrutturazione dell'immagine di sé e la sua riprogrammazione per il successo e per il benessere;
• il miglioramento dell'accettazione di sé e dell'autostima;
• il riconoscimento anticipato di situazioni di pericolo o di fallimento;
• la destrutturazione di auto-valutazioni negative sbloccando i servo-meccanismi orientati al fallimento e al pessimismo e ricucendo alcune cicatrici emotive;
• il controllo delle emozioni eccessive (timitezza, rabbia di aggressività) che possono causare delle difficoltà nelle relazioni interpersonali o dei problemi di somatizzazioni.
Più in generale, l'adozione di semplici esercizi di Psicocibernetica aiuta a programmare cambiamenti positivi in rapporto a numerose abitudini comportamentali, favorendo lo sviluppo di uno stile di vita positivo (alimentazione, attività fisica, relazioni sociali, abitudini lavorative) e l'abbandono di quotidiane dipendenze e vissuti negativi di sé.

MATERIALE BIBLIOGRAFICO E AUDIO SULL’ARGOMENTO
- Maxwell M., 1960, Psycho-cybernetics: a new way to get more living out of life, Prentice-hall, NY.
- Maxwell M.; Kennedy D., 2001, The New Psycho-cybernetics, Paperback
- Maxwell M.; Kennedy D.; Michael P., Psycho-cybernetics audio book, Audio renaissance
- Monaco M., 2008, Corso di psicocibernetica, A.M.
- Monaco M., 2007, Schede di esercizi di psicocibernetica. In Raccolta per percorso personale di psicocibernetica, A.M.
- Fontana S., 1998, Attraverso la mente. Manuale di psicocibernetica, ISU, Roma

giovedì 18 novembre 2010

Il perdono è uno scalpello che elimina le cicatrici emotive

Il dr. Maxwell Maltz nel suo libro Psicocibernetica tratta le cicatrici emotive, argomento molto profondo e non sempre affrontato da coloro che soffrono di mancanza di fiducia in se stessi. In effetti si tratta proprio di questo: una netta mancanza di fiducia nelle proprie capacità e potenzialità. Di fatto possiamo riscontrare come una cicatrice emotiva porti alla formazione di un'immagine dell'io sfregiata e falsata, di un'immagine di una persona non amata e non accettata dagli altri esseri umani, di un soggetto che non riesce ad inserirsi nella società in cui vive. Le cicatrici emotive non permettono di avere una corretta vita creativa e la non possibilità di realizzare compiutamente se stessi. Quali caratteristiche deve avere un individuo che si 'realizza compiutamente'? Secondo il dr. Arthur W. Combs, professiore di psicologia educativa, queste persone hanno le seguenti caratteristiche: innanzi tutto si considerano individui amati, desiderati, accettati e capaci di poter realizzare, inoltre si accettano senza riserve così come sono, come terzo aspetto hanno la capacità di immedesimarsi negli altri e come ultimo punto hanno assimilato un notevole bagaglio di esperienze. Di contro, una persona con cicatrici emotive non solo vede se stessa come un individuo non accettato, indesiderato ed incapace, ma considera il mondo in cui vive come un luogo ostile; nei suoi rapporti con gli altri c'è ostilità, non vi è collaborazione, cooperazione, ma senso di prevaricazione, voglia di combattere e non per ultimo mantenere sempre atteggiamenti di difesa.
Proprio in relazione a ciò, esistono tre regole per 'immunizzarsi' contro le offese, vere o presunte, che soggetti con cicatrici emotive vivono con particolare intensità. Non dimentichiamo comunque che, come dice il dr. Maltz, il perdono diventa il miglior strumento per scardinare dal nostro essere le cicatrici che ci fanno vivere male. La prima regola è quella in cui l'individuo non si sente minacciato; molta gente è letteralmente 'ferita' dalle contrarietà della vita o dai maltrattamenti che si possono ricevere dalla società. E' risaputo che coloro che si offendono per nulla hanno una bassissima stima di se stessi, come coloro che sentono che il loro valore viene minacciato da una piccola osservazione hanno un 'io' molto debole. Tutti noi quindi abbiamo bisogno di una certa durezza emotiva e di una certa sicurezza nel proprio io per proteggerci da minacce reali o immaginarie. La seconda regola afferma che un atteggiamento responsabile e fiducioso ci rende meno vulnerabili. La persona passiva, che dipende sempre dagli altri, affida il suo intero destino nelle mani degli altri, delle circostanze o del caso. Se è vero che ogni essere umano ha bisogno di amore e di affetto, la persona che fa affidamento su se stessa sente anche il bisogno di dare amore, non si aspetta che l'amore gli venga portato su di un piatto d'argento, nè ha il bisogno impellente di essere amato ed approvato da tutti; si sente sicuro di accettare il fatto che un certo numero di persone lo disapproveranno o non lo ameranno. La terza regola sprona ad eliminare le tensioni. Se ci tagliamo, la ferita guarisce in modo naturale, ma si formerà del tessuto cicatriziale per il fatto che vi è una certa tensione nella ferita. Quando un chirurgo estetico esegue un intervento non si limita ad unire strettamente la pelle per mezzo di suture, ma asporta un piccolissimo lembo di carne al di sotto della pelle in modo che non vi sia tensione. La stessa cosa avviene per la 'ferita emotiva': se non vi è tensione non resta alcuna cicatrice emotiva. Solitamente tendiamo a sentirci feriti nei nostri sentimenti o offenderci quando viviamo uno stato di particolare tensione a causa di paura, depressione, ira o delusione.
Se queste tre regole possono considerarsi degli ottimi antidoti per frenare gli effetti distruttivi della nostra autostima, sulle vecchie cicatrici emotive è necessario intervenire con un sistema più energico e radicale. Qui lo scalpello chiamato perdono è veramente indispensabile. Non per nulla viene chiamato 'scalpello', strumento che se usato scende in profondità e non cura nessuna ferita: la asporta direttamente, la sradica completamente. Il perdono, quando è vero, genuino e completo, e soprattutto dimenticato, può fungere da potente scalpello per eliminare il pus delle vecchie ferite emotive, guarirle ed asportare completamente tutti i tessuti ormai vecchi cicatrizzati. Il dr. Maltz paragona il perdono parziale o comunque forzato, per solo dovere, alla stessa stregua di una operazione chirurgica imperfetta, come se fosse una finta plastica facciale. Anche il perdono inteso come rivincita su altri non è mai un perdono terapeutico.

sabato 17 luglio 2010

I consigli di William James a studenti ed insegnanti

Questo brano è tratto dal libro Psicocibernetica di Maxwell Maltz in cui vengono dati interessanti consigli sia agli insegnanti che agli studenti.
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"Quali sono gli studenti che in classe si fanno prendere dalla agitazione?", chiese il saggio. "Quelli che pensano ad un probabile fallimento e ne sentono la grande importanza". James continua: "Chi sono coloro che ripetono meglio la lezione? Spesso i più indifferenti. Spesso le loro idee si dipanano dalla loro memoria spontaneamente. Perchè sentiamo così spesso lamentare il fatto che la vita sociale nel New England è meno ricca ed espressiva o più faticosa che in altre parti del mondo? A che cosa è dovuto tutto questo, se in realtà è così, se non all'eccessiva consapevolezza delle persone, timorose di dire qualcosa di troppo sconveniente e di superficiale, o qualcosa di insincero o indegno del proprio interlocutore o qualcosa che in un modo o nell'altro non è adatto all'occasione? Come può fluire la conversazione in una tale marea di responsabilità e di inibizioni? D'altro canto, la conversazione fiorisce e la società si rinnova non scioccamente né esaurendo questo suo tendere al rinnovamento se e quando le persone dimenticano i loro scrupoli lasciando libero il loro cuore e lasciando muovere automaticamente e spontaneamente le loro lingue.

"Si parla molto oggi dei circoli pedagogici, del dovere che un insegnante ha di prepararsi in anticipo alle lezioni ed in una certa misura ciò è utile. Ma non siamo certo noi Yankees coloro a cui si deve predicare una tale generica dottrina. Siamo anche troppo prudenti. Il consiglio che dovrei dare alla maggior parte degli insegnanti lo esprimerei con le parole di uno che è egli stesso un insegnante ammirevole. Preparatevi tanto bene sull'argomento da essere sempre pronti ad esporlo, ma quando siete poi in classe fidatevi della vostra spontaneità e dimenticatevi di ogni ulteriore preoccupazione.
"Per quel che riguarda gli studenti e particolarmente le studentesse, il mio consiglio può riassumersi in qualcosa di simile. Proprio come la catena della bicicletta può essere troppo tirata, così la prudenza e la consapevolezza possono essere portate talmente all'eccesso da ostacolare la fluidità del pensiero. Prendete ad esempio i periodi in cui si susseguono esami su esami. Quel grammo di nervosismo che vi tiene su di giri durante un esame vale tanto di più di tutta l'ansia che vi assale mentre lo preparate. Se volete veramente rendere ad un esame, gettate via il libro il giorno prima e dite a voi stessi: "Non spreco un minuto di più su questo strazio. Non me ne importa un bel niente se riuscirò o meno". Ditelo però sinceramente, sentitamente ed andate a giocare e a dormire; sono sicuro che i risultati che otterrete il giorno dopo vi incoraggeranno ad usare permanentemente questo metodo".

mercoledì 7 luglio 2010

Solo i mediocri non sbagliano mai

Erbert Hubbard disse che il più grande errore che un uomo può commettere è quello di aver paura di commetterne uno. Nel suo libro Psicocibernetica, il dr. Maxwell Maltz analizza la condizione dell’incertezza nell’ambito del meccanismo dell’insuccesso. Nella sua osservazione il dr. Maltz evidenzia il vero problema di coloro che hanno paura di fallire: sbagliare produce indicibili orrori per la persona che tenta di credersi perfetta. Per queste persone il modo migliore per non sbagliare è evitare il maggior numero di decisioni e rimandarle il più possibile, l’altro consiste nel crearsi un comodo capro espiatorio da criticare.
Come possono essere aiutati questi soggetti? In primo luogo essi devono capire che: nessuno può raggiungere sempre la perfezione. Il dr. Maltz porta l’esempio dei battitori di baseball; nessuno d’essi ha mai raggiunto la media di mille. Se un battitore batte bene tre volte su dieci è considerato bravo; il grande Babe Ruth, oltre ad essere considerato uno dei migliori giocatori di baseball, detiene anche il record per il maggior numero di colpi mal effettuati.
Vi è un altro principio importantissimo da tenere in considerazione: è nella natura delle cose progredire con l’azione, commettendo errori e correggendosi. Al riguardo vi sono tantissimi esempi da cui imparare: un siluro guidato arriva letteralmente al bersaglio attraverso una serie di errori e correggendo continuamente la sua traiettoria; la stessa cosa avviene per una nave o ancor di più per un veliero che è soggetto alla forza del vento, non sempre omogenea, lo stesso avviene per un aereo. Se tutto ciò lo applichiamo alle scelte e alle decisioni che gli uomini prendono quando perseguono un obiettivo, si comprende che non si può correggere la direzione restando inerti; il più delle volte si devono considerare i fatti noti di una situazione, valutare le possibili conseguenze dei vari modi di agire e infine scegliere quello che sembra offrire la soluzione migliore pur considerando che una percentuale di rischio esiste sempre, ma una cosa è certa: ci si può sempre correggere nel corso dell’azione.
Un terzo principio ricorda che: solo i mediocri non sbagliano mai. Ricordiamo che per superare l’incertezza bisogna capire il ruolo che la stima di se stessi ha nell’indecisione. Spesso troviamo individui che sono indecisi perché hanno paura di perdere la fiducia in se stessi, se si prova che hanno torto. Un consiglio veramente appropriato è quello di usare sempre la stima di se stessi a proprio vantaggio, piuttosto che contro di sé convincendosi di questa verità: i grandi uomini e le grandi personalità sbagliano e ammettono i loro errori, è il mediocre che ha paura di ammettere di aver sbagliato.
Concludiamo con un’affermazione di Samuel Smiles: “Impariamo la saggezza molto di più dai nostri sbagli che dai nostri successi. Scopriamo ciò che è giusto trovando ciò che non lo è e probabilmente chi non ha mai fatto errori non ha mai scoperto nulla”. Una prova inconfutabile di questa affermazione è la vita di Edison; egli lavorava ai suoi progetti usando il metodo dell’eliminazione. Se qualcuno gli chiedeva se fosse scoraggiato dai tanti tentativi infruttuosi per la realizzazione della lampadina, egli rispondeva di no, perché ogni tentativo inconcludente in meno era un altro passo verso la meta.

martedì 11 maggio 2010

Il Sentimento di Inferiorità

Sulla base di tutte le indagini, ricerche, sperimentazioni, circa il 95% delle persone, indipendentemente dal loro ceto sociale, cultura o razza, si rovina letteralmente la vita con i complessi di inferiorità, più o meno marcati; oltre a ciò per buona parte di queste persone tali sentimenti diventano degli impedimenti per raggiungere la felicità ed il successo nelle varie attività della vita.
Da un punto di vista puramente logico ognuno di noi sa benissimo di essere inferiore ad un'altra persona: ad esempio sappiamo di essere inferiori ad un campione mondiale di salto in lungo, per quanto brani possiamo essere nell'atletica, oppure sappiamo di non poter competere con un sollevatore di pesi olimpionico, per quanto forti possiamo essere. Questo ci fa capire che i complessi di inferiorità trovano la loro origine non tanto nei fatti reali, quanto nelle nostre conclusioni riguardo ai fatti ed dalla valutazione delle esperienze sulla nostra persona. Se siamo degli atleti, il fatto di sapere che esistono soggetti molto più bravi fa di noi degli atleti mediocri, ma non delle persone mediocri. Non è quindi la presa di coscienza di una reale inferiorità di capacità a farci vivere il senso di inferiorità, ma il sentimento di inferiorità.
Perchè nasce il sentimento di inferiorità? Perchè noi non misuriamo noi stessi sul nostro modello, ma sul modello di un'altra persona. La conseguenza di questa distorsione è che non siamo degni, o che non meritiamo la nostra fetta di felicità e successo.
Questa distorsione nasce perchè facciamo paragoni con gli altri e quindi invariabilmente commettiamo l'errore di lottare per la superiorità. Questa battaglia per la superiorità porta ad un maggior disagio con conseguente delusione e talvolta sfocia in condizioni patologiche quali la nevrosi.
Nel suo libro 'Psicocibernetica', il dr. Maxwell Maltz, trattando questo argomento dice testualmente: "Inferiorità e superiorità sono i due lati della stessa moneta ed il rimedio consiste nel capire che è la moneta stessa ad essere falsa".

venerdì 29 gennaio 2010

Dimmi come pensi e ti dirò quanto vivrai!


Nel 1951 il dr. Raphael Ginzberg all’International Gerontological Congress di St. Louis affermò, e non solo lui, che inconsciamente l’essere umano si aspetta di invecchiare ad una certa età; pensare ad esempio di diventare vecchio e non più utile alla società intorno ai 70 anni scatena meccanismi tali da rendere veritiero questo pensiero. Questa riflessione ci permette allora di comprendere perché individui che raggiungono i 45 anni iniziano a comportarsi come degli anziani, mentre viceversa altri soggetti ritengono, sempre a questa età, di essere ancora pienamente giovani e desiderosi di vivere come tali. Coloro che si sentono vecchi a 45 anni hanno in comune il credere d’essere ormai arrivati alla mezza età, essere nelle condizioni di iniziare il declino psicofisico; ovviamente i soggetti che si sentono ancora giovani credono l’esatto opposto, vedono la mezza età ancora molto lontana.
Questa divergenza dimostra quanto l’essere umano riesca ad influenzare la propria vita e soprattutto il proprio futuro. È ormai risaputo quanto un atteggiamento mentale positivo possa rendere la vita decisamente più piacevole, allegra e sana. Al riguardo è significativa la ricerca condotta negli Stati Uniti sulle persone fortunate. In sostanza venne chiesto ad un gruppo di persone, indipendentemente dalla loro classe sociale, età e sesso, se si consideravano persone baciate dalla dea bendata. L’indagine portò nella maggioranza dei casi a definire due categorie di persone: i fortunati e gli sfortunati. L’aspetto più eloquente dell’indagine fu questo: i fortunati si consideravano tali perché gli avvenimenti e le circostanze della vita portavano a risultati positivi, con esiti considerevoli nel lavoro e nella vita quotidiana, ma oltre a ciò emergeva una elemento distintivo particolare: queste persone avevano una buona immagine di se stesse, erano convinte che la vita giocava a loro favore, che nelle avversità si sarebbe comunque trovata una soluzione con conseguente raggiungimento degli obiettivi. Che dire degli sfortunati? Il pensiero predominante di questi soggetti era l’assoluta convinzione che la sfortuna, prima o poi, gli avrebbe implacabilmente colpiti! Uno dei pensieri e delle affermazioni predominanti era: ‘nella vita se non hai un po’ di fortuna non realizzerai mai i tuoi sogni, ti puoi impegnare quanto vuoi ma se la dea bendata non ti bacia in fronte non serve a nulla impegnarsi e sacrificarsi!’. Questa indagine, come tante altre molto simili, non fa altro che confermare quanto esperti nel campo del comportamento e dello sviluppo delle risorse umane hanno sempre affermato: la nostra esistenza, la nostra felicità, i nostri successi sono regolati dal nostro modo di pensare, dall’immagine che ci formiamo di noi stessi. Il dr. Maxwell Maltz, chirurgo plastico e padre della psicocibernetica, sostenne che l’immagine che ci facciamo di noi stessi, quindi il concetto mentale o ritratto che creiamo della nostra persona, sono la chiave di lettura della personalità e del comportamento individuale.
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