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giovedì 27 dicembre 2012

Altruismo e meditazione, c'e'ginnastica della mente per felicita'

Fonte: Ansa
 
ROMA - Il cervello si puo' cambiare con esercizi che migliorano la personalita', aiutano a sviluppare un senso di benessere e avere una vita piena di significati. Il carattere fa profondamente parte del cervello perche' le connessioni di neuroni nelle diverse aree del cervello comandano, smistano e determinano le emozioni e le azioni. Per migliorarle il neuroscienziato e psicologo Richard Davidson ha coniato una scienza ibrida, ' la neuroscienza affettiva' che stimola e allena il cervello a rinforzare personalita' piu' serene, una sorta di ginnastica della mente per la felicita'. Davidson dispensa cosi' alcuni esercizi di 'stile emozionale' che permettono di sviluppare migliori capacita' di coscienza di se' e degli altri eliminano quei fattori che rendono le persone troppo impulsive, poco consapevoli di se' e poco concentrate.

Gli esercizi sono contenuti nel libro 'The emotional life of your brain'', pubblicato negli Stati Uniti. Sul podio dei consigli piu' utili, ai quali anche la rivista americana Forbes ha dedicato un articolo, lo scienziato suggerisce di riempire casa e ufficio di ricordi felici, come foto di famiglia o di vacanze, cambiandole spesso per non abituarsene. Fondamentale anche imparare a ringraziare guardando negli occhi le persone e scrivere un diario delle proprie esperienze felici. Fare spesso i complimenti agli altri aiuta invece a vedere il bene nelle altre persone, nella vita ed in se stessi. Rientra fra gli esercizi anche la meditazione, da fare quando si e' ben svegli e attenti, stando seduti eretti e focalizzando le proprie attenzioni sul respiro e sui segnali del proprio corpo. Per aumentare il proprio livello di attenzione Davidson raccomanda anche di stare 10 minuti al giorno in una stanza silenziosa e, ad occhi bene aperti, fissare un oggetto su cui concentrare tutte le proprie attenzioni, senza distrarsi. Per aumentare l'intuito e avere buoni rapporti con le persone ci si puo' esercitare ad osservare il linguaggio del corpo ed il tono della voce degli altri per individuare quali emozioni stanno vivendo.

Per evitare reazioni impulsive e sintonizzarsi meglio col contesto l'esperto suggerisce di compilare regolarmente una lista di eventi specifici o comportamenti che innescano risposte troppo emotive e passare 15 minuti pensando a tali eventi respirando profondamente finche' non ci si sente piu' rilassati.

Infine per acquisire elasticita' mentale e reagire meglio nei confronti di eventi avversi, dedicare 10 minuti al giorno, per 4 o 5 volte alla settimana, a pensare ad un conoscente malato o sofferente, respirando profondamente e mettendosi nei suoi panni, sentendo compassione.

giovedì 27 ottobre 2011

Perchè il pensiero negativo fa ammalare?

Tratto da La rivoluzione della salute (Macro Edizioni, 2011).
Negli ultimi tempi il concetto di “pensiero positivo” si è diffuso ovunque. In genere lo s’intende così: «Se di ogni cosa penso che sia un bene per me, non accumulo stress». «Se reagisco a tutto in maniera costruttiva, otterrò buoni risultati». Questo concetto si è affermato anche in ambiente medico. Fra mente e corpo c’è un dialogo costante, quindi le cose che pensiamo non sono semplicemente concetti astratti. Si è infatti capito che i nostri pensieri si materializzano immancabilmente e agiscono a livello fisico.
Quando proviamo una reazione di rifiuto verso qualcosa, nel nostro organismo si producono delle sostanze che fra l’altro accelerano il processo d’invecchiamento e la formazione di cellule cancerose. Quando invece accettiamo con gratitudine le cose, il nostro organismo produce delle sostanze che ci mantengono giovani e sani. Nel frattempo, anche la medicina ha dimostrato l’esistenza di questo meccanismo all’interno del nostro corpo.
Di conseguenza, le persone abituate a vedere tutto positivo dispongono di una notevole resistenza alle malattie. Chi, invece, pensa sempre in modo negativo, tende purtroppo ad ammalarsi. Perfino a parità di condizioni e stile di vita gli uni sono sani come pesci e gli altri malaticci. Quest’affermazione può anche non avere valore illimitato, ma l’atteggiamento mentale è estremamente importante per la nostra salute.
Ma quali sono le sostanze che si formano nel nostro organismo a seconda del nostro atteggiamento interiore? Sono quelle a cui in genere si dà il nome di ormoni. I principali ormoni legati al nostro modo di vedere le cose sono l’adrenalina, la noradrenalina, la beta-endorfina e l’encefalina.
Quando ci arrabbiamo o siamo stressati, nel cervello viene secreta la noradrenalina, mentre quando proviamo paura, rilasciamo adrenalina. Gli ormoni fungono da messaggeri chimici sul piano cellulare, vale a dire che trasmettono gli ordini del cervello alle singole cellule. Per esempio, se viene trasmesso il messaggio “collera”, il corpo reagirà con tensione e attività. Si tratta, pertanto, di sostanze che da un lato sono necessarie per la sopravvivenza e dall’altro sono estremamente tossiche.
Se ci si arrabbia di continuo e si è fortemente stressati, può succedere che ci si ammali per via della tossicità della noradrenalina, che s’invecchi precocemente e si muoia presto. Se invece si sorride sempre e si accoglie tutto in maniera positiva, vengono prodotti ormoni favorevoli che attivano le cellule del cervello e rendono sano il corpo. Questi ormoni ci mantengono giovani, combattono le cellule cancerose e ci tirano su di morale. Se volete vivere sani e felici fino a tarda età, senza essere colpiti dal cancro o dalle malattie del benessere, dovreste fare in modo di produrre questi buoni ormoni. Ho scelto di chiamare “morfine cerebrali” quegli ormoni che ci rendono felici e contenti perché hanno una struttura chimica analoga a quella delle morfine dall’effetto anestetizzante.
Mentre l’uso delle morfine anestetizzanti comporta rischi di dipendenza e di effetti collaterali, con gli ormoni della felicità si può stare tranquilli di non correre simili pericoli.
In tutto si conoscono circa venti ormoni della felicità che, pur agendo in modo diverso, hanno un effetto farmacologico simile. Fra i numerosi ormoni della felicità la beta-endorfina è quello più efficace, con un’azione da cinque a sei volte superiore a quella degli anestetici. Qual è il significato del fatto che nel nostro cervello viene sintetizzata una sostanza della felicità così efficace? Sono sicuro che in questo modo la natura ci voglia esortare a vivere felicemente. D’altra parte, gli esseri umani concepiscono anche pensieri negativi che poi mettono in atto. Alcuni si dicono: «Voglio soppiantare Tizio e trarne vantaggio». Magari lo fanno per guadagnare di più o per acquisire fama e salire di grado. Una volta raggiunto il loro scopo, queste persone sono ovviamente felici ed essendo in questa condizione producono anche ormoni della felicità. Per ragioni imperscrutabili, tuttavia, pare che questa gioia non duri mai a lungo, ma anzi venga ben presto offuscata. Il fatto che queste persone non agiscano per il bene del Pianeta o dei loro simili può suscitare l’invidia altrui e arrecare loro dei danni. Ma può anche darsi che sia il loro stesso cervello a condurle alla rovina. Questo potrebbe dipendere dal fatto che il Cielo predilige gli individui il cui stile di vita corrisponde ai suoi ideali e punisce quelli che non sono in sintonia con questi valori. Per me la spiegazione è che si tratta di un meccanismo installato nei nostri geni e, dato che nel cervello è memorizzato tutto, compresa la memoria dei nostri antenati, la cosa non è poi così sorprendente.

lunedì 11 aprile 2011

Cervello piloti di F1 si può modellare

Lewis Hamilton
Fonte: Ansa.it

PISA - Campioni di Formula 1 si diventa, non si nasce. Anche se una certa predisposizione dovra' pur esserci. Ma il cervello si puo' addestrare, perfino modificare nella sua conformazione neuronale: e' questo l'esito di una ricerca scientifica che ha come base lo sport. E l'addestramento e la costante sollecitazione a prestazioni ad alto livello ad avere reso il cervello dei piloti di Formula 1 diverso da quello della gente comune. Lo studio del dottorando pisano Giorgio Bernardi, dell'unita' operativa di Biochimica clinica del Dipartimento di Medicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell'universita' di Pisa, pero' regala alla medicina informazioni utili anche per la cura di chiunque, perche' dimostra la 'plasticita'' del cervello, ovvero la sua capacita' di migliorare in seguito all'addestramento. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, Bernardi ha studiato i meccanismi cerebrali che sottendono l'elaborazione dell'informazione visuo-motoria nel cervello di piloti di Formula 1 e dei soggetti semplici e ne ha dimostrato le differenze.

''Questi risultati - ha sottolineato il responsabile del Dipartimento, Pietro Pietrini - hanno importanti implicazioni anche per lo sviluppo di strategie riabilitative in pazienti con ictus o altri danni cerebrali. Sotto il profilo medico questa ricerca ha dunque una grande rilevanza''. Lo studio, condotto in collaborazione con il Dipartimento di Medicina interna dell'Azienda ospedaliero universitaria pisana e con Formula Medicine di Viareggio, ha sottoposto, presso la Fondazione Monasterio a Pisa, a risonanza magnetica i piloti della Forumula 1 durante la quale essi dovevano rispondere a precisi compiti di integrazione visuo-motoria. ''Abbiamo simulato una griglia di partenza - ha concluso Pietrini - e in presenza del semaforo rosso i piloti dovevano ripetutamente schiacciare un pulsante, cosi' come in un altro test visuo-spaziale su oggetti in movimento chiedevamo altre sollecitazioni. E cio' che si evidenzia e' come l'addestramento dei piloti fornisca risultati assai diversi rispetto a quelli dei soggetti normali. In questo modo per la prima volta e' stato possibile misurare come diversi gruppi di neuroni parlano tra di loro. L'addestramento dei piloti, la loro abitudine ad elevate prestazioni, ha un effetto plastico sul cervello, lo modifica in qualche modo e cio' dimostra che proprio l'addestramento puo' risultare molto utile in caso di terapie riabilitative conseguenti a danni cerebrali''.

di Gabriele Masiero

mercoledì 26 gennaio 2011

Sensazioni di Vittoria

Continuiamo il nostro studio sul comportamento umano facendoci aiutare dal dr. Maltz. In questo articolo andremo ad analizzare un meccanismo curioso del nostro cervello: questi, insieme al sistema nervoso, non possono distinguere la differenza che passa tra una esperienza reale ed una vividamente immaginata. Il nostro automatico meccanismo creativo agisce e reagisce sempre appropriatamente all'ambiente, alle circostanze ed alla situazione, ed i soli dati che riguardano questi tre fattori consistono in ciò che noi crediamo sia vero riguardo ad essi. Questa interessante affermazione è riportata nel libro Psicocibernetica di Maxwell Maltz.
Questa considerazione ci porta a dedurre che se noi siamo inclini a pensare continuamente al fallimento, immaginandolo ripetutamente con particolari così vividi da farlo diventare 'reale' per il nostro sistema nervoso, proveremo gli stessi sentimenti che ad esso si accompagnano. In riguardo a ciò pensiamo a quale stress psicofisico induciamo il nostro corpo e la nostra mente a sopportare. Pensiamo inoltre ad errori che quasi tutti noi commettiamo, involontariamente: la preoccupazione per gli eventuali risultati sfavorevoli e quella sensazione di ansietà, inadeguatezza e forse anche umiliazione per avvenimenti o situazioni che potrebbero venirsi a creare (ma che non sono in effetti avvenuti); ci ripetiamo in continuazione l'immagine del fallimento e purtroppo lo sommiamo a situazioni già avvenute in passato di natura nefasta, indebolendo ulteriormente l'immagine di noi stessi.
Però, se teniamo sempre a mente il nostro scopo positivo e se ce lo immaginiamo così vividamente bello da farlo diventare 'reale', se vi pensiamo in termini di un fatto compiuto, proveremo quelle "sensazioni di vittoria": fiducia in noi stessi, coraggio e la certezza che il risultato non potrà che essere positivo.
La 'sensazione di vittoria', in sé stessa, non ci farà agire con successo, sarà piuttosto la natura di un segnale o di un sintomo che ci fa mettere in moto i nostri ingranaggi per il successo. Apparentemente può eliminare ogni ostacolo ed ogni difficoltà, può adoperare errori e sbagli in modo tale da renderli utili al successo.
La scienza della Cibernetica, afferma il dr. Maltz, getta una nuova luce sul modo di operare di questa sensazione. Acquisire una determinata abilità è questione di pratica, di esercizio fatto di tentativi ed anche di errori, finchè non venga registrato nella memoria un certo numero di azioni di successo. Gli studiosi ed esperti di cibernetica hanno costruito ciò che essi chiamano 'topo elettronico', che può imparare la giusta strada attraverso un labirinto. L'obiettivo della pratica è fare prove in continuazione, correggendo continuamente gli errori, finchè non venga registrato un successo. Quando si esegue un'azione che porta ad un successo, essa non solo viene registrata dal principio alla fine in quella che viene chiamata memoria cosciente, ma anche nei nervi e nei muscoli. Il linguaggio popolare è intuitivo e descrittivo, e quando diciamo: "Me lo sento nelle ossa che ce la faro!", non siamo lontani dal vero.
In più occasioni abbiamo già citato il dr. Dispenza il quale nel suo libro Evolvi il tuo Cervello ben illustra i 'cablaggi neuronali'. Questo ci riconduce alla maggior parte dei ricercatori i quali affermano, ognuno a modo loro, che quando noi immaginiamo, ricordiamo o pensiamo ai nostri momenti di successo (ciò avviene anche per i fallimenti), i neuroni della corteccia cerebrale scaricano una corrente elettrica; nella stessa misura, quando impariamo o esperimentiamo qualcosa, si stabilisce nel tessuto del cervello una rosa di neuroni che formano una 'catena'. Quando riattiviamo un'azione di successo dal passato, riattiviamo anche il tono, la 'sensazione di vittoria' ad essa accompagnata, e viceversa, se riaffermiamo quella sensazione di vittoria, evocheremo anche le azioni di successo che le hanno accompagnate.

martedì 6 luglio 2010

Un computer meraviglioso chiamato cervello


Il cervello umano è come un computer ed è una cosa veramente impressionante. Ancora più interessante è che il computer è stato creato dal cervello umano, anche se è ancora a una distanza di anni luce. Un odierno computer, per quanto la tecnologia riesca a progettare macchine sempre più potenti e sofisticate, è ancora limitatissimo rispetto al cervello umano. Se ad esempio immettiamo molti dati in un computer, inevitabilmente si arriverà al punto in cui la memoria si satura, avremo allora bisogno di un processore più veloce o di un aumento della memoria, o ancora di modificare alcuni programmi per la gestione dei dati, e via dicendo. Tutto questo non accade con il nostro cervello. La cibernetica non ha ancora prodotto un computer con possibilità di auto-espansione. Ben diverso invece per il cervello il quale ha, per così dire, dei programmi auto-espandibili, vale a dire che più informazioni si apprendono e si processano, più si espande per accogliere altri dati.
Questi concetti dovrebbero fari capire che più usiamo il cervello, più questi sviluppa potenzialità. Un esempio è dato dal fatto che un’intera vita trascorsa a leggere non porta ad una saturazione delle capacità del cervello, anzi, più si legge e più si sviluppa la capacità di processare informazioni.
Il computer usa il sistema binario per la sua elaborazione. Se si vuole creare un programma per un computer affinché svolga una determinata procedura, si deve utilizzare un determinato linguaggio di programmazione il quale utilizzi appunto il sistema binario. Nella stessa misura potremmo dire che anche il nostro cervello adotta un sistema binario, formato da PENSIERO e LINGUAGGIO; capiamo meglio questo meccanismo. Partiamo da questo presupposto: tutto ciò che diciamo e pensiamo è alla base della programmazione del cervello. Questo presupposto ci fa capire che il cervello funzionerà o a nostro vantaggio o contro di noi; tutto dipende da pensieri ed affermazioni. Quando diciamo: “Non sono portato per le lingue straniere, imparare l’inglese non fa proprio per me!” stiamo facendo una vera e propria programmazione; ma riflettiamo: quante volte una persona a cui è stato detto già da bambino che non era portata per una determinata cosa lo andrà a ripetere (sia verbalmente che attraverso il suo pensiero) nella propria vita? Questa continua ripetizione nel tempo porterà ad un tale convincimento da sabotare ogni tentativo di riuscita.
Non dimentichiamo questa legge: non c’è un solo pensiero che passi per la nostra mente che non abbia ripercussioni; qualunque pensiero genera un processo biochimico e provoca di conseguenza un effetto sul nostro comportamento. Fare e ripetere delle affermazioni in cui si evidenzia l’incapacità, ci trasforma inevitabilmente in persone incapaci, viceversa affermazioni e modi di pensare in cui si risalta la capacità, ci trasforma in persone capaci.
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