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mercoledì 1 agosto 2012

Depressione assicurata per chi lavora 11 o più ore al giorno, specialmente se donne


Quante ore lavorate al giorno? Se sono 11 o di più, la depressione è in agguato per voi, e fareste bene a rallentare i ritmi prima che sia troppo tardi e il crollo vi faccia davvero male. Secondo quanto scoperto da un’indagine anglo-finlandese, condotta dal dottor Stephen Stansfeld della Queen Mary University of London e dalla collega Marianna Virtanen del Finnish Institute of Occupation Health di Helsinki, ad essere particolarmente a rischio sono i giovani e le donne che lavorano in ufficio almeno 55 ore alla settimana. La loro probabilità di cadere in depressione è ben oltre il doppio rispetto a chi segue un ritmo lavorativo meno frenetico, diciamo non più di 7-8 ore al giorno.
Ora, lo so che viene da commentare, in questo periodo particolare di crisi che stiamo vivendo, che più che altro il lavoro logora chi non ce l’ha, ma comunque non bisogna mai sottovalutare lo stress provocato dall’ eccesso di impegni e di incombenze da svolgere quotidianamente nel proprio ambito professionale. Sotto pressione non ci si rende conto facilmente di stare tirando troppo la corda, e poi, quando questa alla fine si rompe… beh, allora sono davvero guai.
Comunque, tornando alla ricerca, pubblicata sulla rivista PlosOne, è stata condotta su un campione di 2mila impiegati del Governo inglese, in età comprese tra i 35 e i 55 anni e tutti in buono stato di salute psico-fisica, ragion per cui gli episodi depressivi rilevati erano palesemente originati proprio dall’eccessivo carico lavorativo.
“Sebbene lavorare di più possa aver occasionalmente apportato dei benefici individuali e sociali – ha spiegato la dottoressa Virtanen – è altrettanto importante riconoscere che lavorare per troppe ore al giorno espone ad un rischio maggiore di depressione”. A tal proposito, il co-autore Stansfeld suggerisce come: “Fare spesso gli straordinari possa rendere le persone meno efficienti, con ripercussioni negative in termini di stress e preoccupazioni sulla loro stessa vita al di fuori dell’ufficio”.
La questione non migliora, però, se il lavoro si sposta dall’ufficio a casa, dove, anzi, il carico di stress sarebbe ancora maggiore. Come se ne esce? Beh, come per ogni cosa, trovare una giusta via di mezzo, delle valvole di sfogo e, ultimo ma non ultimo, percepire la giusta retribuzione in base al carico di lavoro e alle responsabilità…

sabato 14 luglio 2012

Antidepressivi: una dipendenza per medici e pazienti

Fonte: Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani

Effetto placebo: le persone si sentono meglio con gli antidepressivi soprattutto perché i loro problemi sono medicalizzati e loro sono esentati dalla responsabilità di sistemare le proprie vite.
Lo scopo principale della prescrizione di antidepressivi è quella di consentire ai medici di evitare di essere incolpati dei suicidi dei pazienti. Tuttavia, l'efficacia degli antidepressivi nel trattamento della depressione è solo leggermente maggiore del placebo (compresse che non hanno alcun principio attivo, le cosiddette pillole di zucchero).
Se i medici, invece di seguire la moda prescrivono terapia cognitivo comportamentale, rischiano di finire sotto inchiesta, in tribunale o presso l’Ordine dei Medici, nel caso di suicidio dei pazienti. Se seguono le prassi convenzionali, non possono essere incolpati. Si dirà che hanno fatto il massimo in loro potere. E se i cosiddetti 'antidepressivi' effettivamente aumentano il rischio di suicidio, nessuno ne verrà mai a conoscenza. I pazienti muoiono, ma i medici che fanno le prescrizioni possono dormire sonni tranquilli.
Nella mia attività di riabilitazione ho trattato oltre cinquemila ricoverati che avevano cercato di “trattare” il proprio senso di disperato vuoto interiore con alcool, droghe ricreative, cibo, gioco d'azzardo o ogni sorta di cose. Questi 'trattamenti' hanno funzionato per un periodo di tempo, ma poi gli effetti svanivano, e ci ricadevano di nuovo. Col tempo diventavano dipendenti da queste sostanze con processi di alterazione dell'umore. Quando cercavano di smettere sviluppavano nuovamente una tremenda depressione, ma ciò non significa che questi 'trattamenti' dovrebbero essere continuati. Esattamente lo stesso principio vale per i più pericolosi di tutti i farmaci di marca: gli antidepressivi. C’è una via di uscita: il programma di dodici passi formulato per primi dalla Alcolisti Anonimi, e dovrebbe essere provato.
Naturalmente alcune persone si sentono meglio con gli antidepressivi. Questo è in gran parte un effetto placebo: si sentono meglio quando i loro problemi sono medicalizzati e sono esentati dalla responsabilità di sistemare le proprie vite. Ma spesso sono sopraffatti da problemi personali e da un'incapacità di porre la propria attenzione su nient’altro che miseria, e questo richiede un approccio diverso.

The Daily Mail, 8 giugno 2012
 del Dr Robert Lefever
Articolo in lingua originale: http://www.dailymail.co.uk/debate/article-2156340/anti-depressants-merel...

giovedì 31 maggio 2012

Antidepressivi causano effetti "depressivi": in Italia decine di migliaia di minori a rischio


Ricerca dell’Università di Ontario (Canada): in alcuni casi gli antidepressivi SSRI non solo possono paradossalmente rendere più depressi, ma possono causare anche gravi effetti indesiderati come ictus e morte prematura. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Facciamo appello al Ministro della Sanità Renato Balduzzi per l’emissione di nuove linee guida per l’utilizzo di questi psicofarmaci sui minori, perché gli interessi finanziari delle multinazionali farmaceutiche non possono venire prima della salute dei nostri ragazzi”
È di questi giorni la notizia che l’uso di alcune tra le più diffuse classi di antidepressivi utilizzati anche in Italia per combattere la depressione può provocare un paradossale aggravamento della depressione stessa e causare vari effetti avversi anche gravi. E’ quello che hanno scoperto i ricercatori della McMaster University – la prestigiosa università canadese fondata a Ontario 130 anni fa – i quali hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista scientifica “Frontiers In Evolutionary Psychology”.
La ricerca è stata effettuata paragonando gli effetti dei più moderni e diffusi antidepressivi, gli “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina” (SSRI) a un gruppo trattato con placebo. I livelli di serotonina alterati dai farmaci possono produrre tutta una vasta gamma di effetti indesiderati: tra questi si va dai più “semplici” problemi digestivi a effetti collaterali più seri come difficoltà nella sfera sessuale, ictus e morte prematura. Diversi tra gli psicofarmaci esaminati nello studio offrono pochi benefici per la maggior parte delle persone affette da depressione da lieve a moderata, mentre offrono un aiuto attivo solo ad alcuni tra i pazienti più gravemente depressi. In alcun casi si sono addirittura riscontrati effetti positivi più marcati con l’uso di un placebo rispetto al farmaco. Gli antidepressivi SSRI interferiscono con l’attività cerebrale, lasciando il paziente vulnerabile a una depressione di “rimbalzo” che spesso si presenta con intensità ancora maggiore rispetto a prima dell’inizio della terapia. A seguito di una sospensione dai farmaci SSRI «dopo un uso prolungato, il cervello compensa la presenza in eccesso del neurotrasmettitore riducendone automaticamente i livelli di produzione – sottolinea il Dott. Paul Andrews, coordinatore della ricerca – e questo cambia il modo in cui i recettori nel cervello rispondono alla serotonina stessa, rendendo alla fine il cervello meno ‘sensibile’ a questa sostanza». Allo stato attuale, i ricercatori ritengono che detti cambiamenti possano essere reversibili, tuttavia diversi studi suggeriscono che gli effetti indesiderati possano permanere fino a due anni, aumentando significativamente il rischio di scompenso psichico. Oltre a ciò, i farmaci SSRI possono interferire con tutti i processi fisici che di norma sono regolati dalla serotonina: per esempio, quantità significative di questa sostanza sono presenti nell’intestino, in quanto essa è utilizzata per controllare la regolarità della digestione, formare coaguli di sangue nei punti di cicatrizzazione e anche regolare la riproduzione e la crescita dell’organismo, e questa è la ragione per la quale queste classi di psicofarmaci possono causare problemi di sviluppo nei minori.
Proprio quello dell’utilizzo di antidepressivi in fascia pediatrica e adolescenziale è il problema che maggiormente preoccupa gli esperti di “Giù le Mani dai Bambini”, la più visibile campagna italiana di farmacovigilanza in età pediatrica e di sensibilizzazione sul tema dell’uso disinvolto di psicofarmaci (www.giuelmanidaibambini.org). Sul punto è intervenuto Luca Poma, giornalista e portavoce nazionale del Comitato: “Da anni, specie da quando l’EMA – l’Agenzia Europea regolatoria per i farmaci – ha autorizzato l’uso degli antidepressivi anche su bambini di soli otto anni, denunciamo i pericoli insiti nell’uso di queste sostanze su organismi e cervelli ancora in via di sviluppo. Molte volte sedicenti esperti hanno sostenuto che ‘non è lo psicofarmaco che fa male, dipende da come lo si usa’: questa ennesima ricerca scientifica, ultima di una serie, prova che non è assolutamente vero. Questi prodotti sono inutili nella maggior parte dei casi, e spesse volte anche dannosi e pericolosi: a quando delle nuove linee guida nell’utilizzo da parte del Ministero della Sanità? Forse è opportuno riflettere una volta per tutte – conclude Poma – sul fatto che gli interessi finanziari delle multinazionali farmaceutiche devono passare necessariamente in secondo piano rispetto al diritto alla salute dei nostri bambini e dei nostri ragazzi”.

lunedì 30 gennaio 2012

Vere malattie e "disturbi" mentali


Un crescente numero di esperti e ricercatori sostiene che i disturbi psichiatrici non siano vere malattie. Non esistono analisi di laboratorio, metodi radiografici o test dello squilibrio chimico che possano confermare il legame tra un qualsiasi disturbo mentale e una condizione fisica. Con questo non si vuole sostenere che la gente non si deprima o che non possa sperimentare problemi emotivi o mentali, ma la psichiatria ha ri-etichettato queste emozioni e questi comportamenti come “disturbi” in modo da poter prescrivere dei farmaci. Si tratta di un’operazione di marketing estremamente innovativa, ma niente a che fare con la scienza. “La psichiatria non ha ancora fornito prove convincenti a sostegno dell’origine genetica o biologica di un singolo disturbo mentale. Molti pazienti sono stati diagnosticati con ‘squilibri chimici’ nonostante non esista alcun test a supporto di questa ipotesi e non si abbia la più pallida idea di quale dovrebbe essere il corretto equilibrio chimico” Dr David Kaiser, psichiatra.

Tramite il marketing e il martellamento mediatico, questi concetti sono ormai diventati luoghi comuni. “Non esiste alcuno squilibrio biologico. A volte vengono dei pazienti e mi dicono di avere uno squilibrio biologico. Allora dico loro di darmi il referto di analisi. Non c'è nessun test.” Dr. Ron Leifer, psichiatra.

Un’altra voce al di fuori del coro è di Thomas Szasz, professore emerito di psichiatria presso la Facoltà di Medicina a Syracuse - New York: “Non esiste alcun esame del sangue o altro test biologico che possa stabilire l’esistenza di una malattia mentale come si fa invece per le vere malattie. Se un tale test esistesse ... la condizione non sarebbe più classificata come mentale ma verrebbe riclassificata come fisica”.

Eppure gli addetti ai lavori sanno bene che si tratta di una bufala. Dice il neurologo infantile Fred Baughman: “Tutti gli psichiatri che sono stati intervistati con una telecamera o un microfono si fanno piccoli e ammettono che non esiste alcun disturbo dovuto a squilibri biochimici, o esami o test che li rivelino; ma nella pratica quotidiana se ne dimenticano, trascurano il diritto del paziente al consenso informato e non esitano ad avvelenarli in nome del ‘trattamento’ - un comportamento a dir poco criminale”.

Perché la comunità psichiatrica rimane ostinatamente ancorata a una teoria così screditata? Il Dr Elliot Valenstein, autore del libro ‘Blaming the brain’ (Incolpare il cervello) azzarda una spiegazione : “Continuano ad aggrapparsi a queste teorie, non solo perché non hanno niente con cui sostituirle, ma soprattutto perché servono a giustificare il trattamento con pillole”.

La teoria che i ricoverati in manicomio sono difettosi dal punto di visto genetico è parte di una visione più ampia che ritiene biologicamente ben riusciti quelli che hanno potere e successo, biologicamente inferiori tutti gli altri. ... Lo stesso pensiero è applicato anche ai popoli da Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina, che ha fondato e diretto un istituto per lo studio dei problemi umani nella Francia occupata dai soldati di Hitler sotto il governo dei collaborazionisti Dr. Giorgio Antonucci, Psicoterapeuta e autore del libro “Diario dal Manicomio”.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, ma richiedere accurate analisi mediche.

lunedì 2 gennaio 2012

Gli antidepressivi causano a molte persone l’aggravarsi della depressione

La maggior parte di coloro che hanno ricevuto il placebo ha visto un graduale miglioramento dei sintomi di depressione, mentre quasi il 20% di quelli che hanno preso antidepressivi è peggiorato.
Un recente studio finanziato dall'industria farmaceutica sugli antidepressivi ha rivelato che questi farmaci possono causare al 20% circa dei pazienti dei sintomi della depressione peggiori di quello che avrebbero avuto se semplicemente non avessero preso niente.
Pubblicato sulla rivista Archives of General Psychiatry, lo studio, che era in gran parte controllato dal gigante del farmaco Eli Lilly, è una rivelazione per chi ha ancora fede cieca negli antidepressivi come Cymbalta (duloxetine), che si portano appresso effetti collaterali tanto gravi da alterare la vita stessa dei pazienti.
Ralitza Gueorguieva, autore capo dello studio della Yale University School of Health e suoi colleghi hanno raccolto prove su 2.500 persone, tutte trattate con Cymbalta e vari altri farmaci antidepressivi o un placebo senza farmaci per due mesi.
Alla conclusione dello studio, la maggior parte di coloro che avevano ricevuto il placebo aveva visto un graduale miglioramento nei propri sintomi di depressione, mentre quasi il 20 per cento di quelli che avevano preso antidepressivi aveva accusato un peggioramento.
Quelli che prendevano antidepressivi, invece del placebo, sono stati raggruppati in due gruppi: "quelli che rispondevano" e quelli che "non rispondevano". I primi hanno presumibilmente visto qualche miglioramento dal farmaco, mentre i secondi non hanno visto nessun miglioramento.
Dei primi l'84% ha riferito un qualche miglioramento, mentre il 16% non ha ottenuto nessun miglioramento — in realtà questo 16% ha visto un peggioramento dei sintomi, così come vari altri effetti collaterali dannosi.
Secondo il Reuters Health uno dei tre autori dello studio è un dipendente della Eli Lilly, la società che produce Cymbalta, mentre un altro è parte del Consiglio scientifico della società.
Tutto questo mostra che i pazienti che scelgono di utilizzare antidepressivi, nonostante i numerosi studi che mostrano che davvero non funzionano e che possono causare enormi danni, così come i loro medici, dovrebbero prestare molta attenzione agli effetti che questi farmaci effettivamente provocano. Se non si è visto alcun miglioramento, forse è meglio smettere di usare questi farmaci e volgersi alle alternative.
NaturalNews – 20 dicembre 2011
Fonte articolo: http://www.naturalnews.com/034447_antidepressant_drugs_depression_symptoms.html

martedì 26 aprile 2011

Zucchero e malattie mentali: un legame sorprendente

Un noto psichiatra e ricercatore britannico, Malcolm Peet, ha condotto uno studio per analizzare il rapporto fra la dieta e le malattie mentali. Già una prima parte dello studio ha dato un esito sorprendere: pare vi sia un forte legame tra il consumo di zucchero e il rischio sia di depressione che di schizofrenia .
In effetti, ci sono due potenziali meccanismi attraverso i quali l'assunzione di zucchero raffinato sia in grado di esercitare un effetto tossico sulla salute mentale.
In primo luogo, lo zucchero sopprime di fatto l'attività di un ormone della crescita chiave nel cervello denominata BDNF (attivo nell'ippocampo e nella corteccia cerebrale, regioni chiave nei processi di apprendimento, memoria e pensiero; il BDNF promuove la differenziazione di nuovi neuroni e delle loro parti costituenti, cioè assoni, dendriti e sinapsi - ndt), . Questo ormone promuove la salute ed il buon funzionamento dei neuroni nel cervello e gioca un ruolo vitale nella funzione della memoria innescando la crescita di nuove connessioni tra i neuroni. I livelli di BDNF sono criticamente bassi sia in caso di depressione che di schizofrenia, il che spiega perché entrambe le sindromi spesso portano ad un danno nelle regioni cerebrali (in effetti la depressione cronica determina un danno cerebrale). Ci sono anche prove svolte su animali in cui una bassa quantità di BDNF può innescare la depressione .
In secondo luogo, il consumo di zucchero innesca una cascata di reazioni chimiche nel corpo che promuovono l'infiammazione cronica. In determinate circostanze, come quando il corpo umano ha bisogno di guarire da una ferita, una minima quantità di infiammazione può essere una buona cosa, dato che può aumentare l'attività immunitaria e il flusso di sangue alla ferita. Ma nel lungo periodo, l'infiammazione è un grosso problema. Si interrompe il normale funzionamento del sistema immunitario e va in collisione con il cervello.
L'infiammazione è associata ad un aumentato rischio di malattie cardiache, diabete, artrite e persino alcune forme di cancro; è anche legato a un maggiore rischio di depressione e schizofrenia. E ancora, mangiare zucchero raffinato scatena l'infiammazione.

Fonte: VegSource, Dietary Sugar and Mental Illness: A Surprising Link, 26 aprile 2011

Traduzione di Ezio Rittà
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