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venerdì 31 maggio 2013

Lo spirito che guarisce

Fonte: Libero Pensare

“Lo spirito che guarisce” titola la copertina di questa settimana di Der Spiegel, il più diffuso e autorevole settimanale tedesco.
di Piero Cammerinesi (corrispondente dagli USA di Coscienzeinrete Magazine e Altrainformazione)

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Ebbene sì – dopo anni che chi segue vie interiori cerca di trasmettere la propria esperienza, nella maggior parte dei casi invano – oggi i neuroscienziati hanno fatto la grande scoperta: lo spirito può guarire il nostro corpo[1]Raccontano stupefatti – e ancora increduli - come l’anima possa modificare la struttura biologica del corpo e la possa aiutare a superare la malattia. Vale a dire di come qualcosa di non misurabile, pesabile, visibile, possa in qualche modo modificare il visibile, pesabile, misurabile.
Meditare, fare Yoga e pensare positivamente – strilla Der Spiegel – conquistano ora la medicina ufficiale.

 Quello che decine di tradizioni sapienziali, di centinaia di ricercatori indipendenti e di migliaia di persone che lo praticano quotidianamente hanno sempre saputo, oggi – udite, udite – è verità scientifica!
Beh, allora deve essere proprio vero…
Di documentazione la rivista tedesca ne fornisce in gran quantità, compresi alcuni filmati che si possono vedere sul sito web[2].
Qui di seguito i risultati di alcune interessanti ricerche su questo argomento.
Iniziamo da due autorevoli psicologi, Vladimir Bostanov e Philipp Keune, i quali avrebbero scoperto l’azione guaritrice dello spirito sul corpo umano mediante esame neurologico - misurazione dell'attività elettrica delle cellule cerebrali - del cervello dei soggetti sotto indagine prima e dopo un corso di meditazione.
I risultati di questo studio hanno evidenziato come il cervello, dopo il corso di meditazione di otto settimane, abbia significativamente incrementato la propria reattività. Il cervello dei soggetti che lavoravano meditativamente aveva imparato a non rimuginare continuamente, indirizzando le risorse di attenzione liberate concentrandosi sul test.
“Meditare aiuta i pazienti a controllare la propria attenzione – ha dichiarato il Dr.Keune – e li rende meno inclini a perdersi in pensieri negativi”.
Allo stesso modo di Keune anche la psicologa Bethany Kok, sta indagando il potere di guarigione della mente. La scienziata americana studia in particolare il nervo vago. 
Insieme ai colleghi della University of North Carolina la Kok ha portato avanti un interessante esperimento: per nove settimane 65 donne e uomini ogni sera dovevano annotare in un questionario i sentimenti e le esperienze sia positivi che negativi della giornata. La metà del gruppo partecipava poi a un corso di meditazione dove si imparava ad esprimere emozioni come amore, gentilezza e compassione.

Bethany Kok ha presentato il risultato della ricerca sulla rivista Psychological Science[3]: ebbene, il tono del nervo vago di coloro che meditavano è aumentato in modo significativo.
Chi alimenta buoni sentimenti migliora il tono del proprio nervo vago - conclude la Kok, che oggi lavora al Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia – e questo a sua volta è collegato con una buona salute e probabilmente con un allungamento della vita”.
 Il nervo, da sempre poco conosciuto, potrebbe rappresentare il collegamento decisivo tra sentimenti positivi e salute fisica. “Le conoscenze acquisite – così il Dr.Thomas Schlaepfer dalla Clinica di Psichiatria e Psicoterapia dell'Università di Bonn - rendono molto verosimile che il nervo vago sia proprio la struttura di collegamento tra corpo e anima”.
“È lo spirito ad edificare il corpo” scriveva Friedrich Schiller otre due secoli or sono. Ed ecco che - passo dopo passo - la neuroscienza riconosce quello che il poeta, che peraltro era anche medico, sosteneva: vale a dire che l'anima può cambiare il corpo.
 In molti ospedali universitari oggi psicologi e medici stanno lavorando per abbinare tecniche meditative ricavate da Buddhismo e Induismo alla medicina moderna. Nel suo libro “La meditazione per gli scettici[4] Ulrich Ott vom Bender dell’Institute of Neuroimaging dell’Università di Gießen illustra il sentiero della meditazione, utile “ad ampliare la coscienza ed a liberarsi dagli stereotipi di pensiero e comportamentali acquisiti”. 
 Anche al Massachussetts General Hospital di Boston è recentemente stata eseguita una ricerca su 15 pazienti, inizialmente agitati, con sonno disturbato e pieni di preoccupazioni. La diagnosi: disturbi d’ansia generalizzata. Per otto settimane hanno frequentato un corso di meditazione; al termine erano in grado di controllare meglio le loro paure e hanno ricominciato a dormire bene. L'indagine ha rivelato che il loro cervello, meditando, aveva subito una modificazione positiva; zone della corteccia prefrontale (deputata alla coscienza di sé) registravano una irrorazione sanguigna superiore, così come le aree deputate alla regolazione del sentimento. Inoltre si evidenziava una maggiore connessione tra la corteccia prefrontale e l'amigdala, il centro della paura nel cervello, rispetto ai pazienti che non avevano meditato.
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 “Nell’essere umano vi sono elementi chiave per la guarigione - sostiene Winfried Rief, del Dipartimento di Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Università di Marburg – egli, se vuole, può influenzare il suo recupero anche con gravi malattie fisiche”.
 “Per guarire con lo spirito si ha bisogno della connessione tra anima e corpo”, dice lo psicologo Manfred Schedlowski, dell'Istituto di Psicologia Medica e Immunobiologia Comportamentale dell’Università di Essen. “Sia che io mediti o che il mio medico susciti un'aspettativa di me, produco dei cambiamenti biochimici che raggiungono i miei organi attraverso il sangue e i nervi”.
Che un atteggiamento positivo verso la vita e la salute siano collegati, viene confermato anche dagli studi epidemiologici. Negli Stati Uniti, i ricercatori hanno studiato fotografie di 196 giocatori di baseball, a partire dal 1952, individuando quelli che sorridevano. Poi hanno ricercato quelli ancora in vita nel 2009. Il risultato: coloro che ridevano avevano avuto un grado di mortalità molto più basso!
Ma non è tutto.
Alla Duke University Medical Center hanno scoperto che anche la fede garantisce maggiore serenità. In uno studio su 3851 anziani in North Carolina, coloro che pregano e meditano, hanno avuto una vita più lunga.
La psicologa Julianne Holt-Lunstad ha analizzato 148 studi di questo tipo con dati provenienti da oltre 300.000 persone. Il risultato è che vive più a lungo chi abbia legami sociali, e con un tasso di sopravvivenza maggiore del 50%! In altre parole, essere soli è nocivo quanto fumare, non fare esercizio fisico ed essere sovrappeso.
Di grande importanza ed efficacia naturalmente anche il rapporto medico-paziente; da molte ricerche condotte negli ultimi anni si è visto come un rapporto di fiducia nei confronti del medico possa aiutare enormemente il paziente ad attivare le forze di guarigione latenti in lui.
Infine, alcuni ricercatori statunitensi hanno recentemente riconosciuto come cuore e spirito siano strettamente legati. Hanno studiato 201 uomini e donne con problemi coronarici, di cui la metà praticava la meditazione trascendentale. Questi ultimi hanno potuto ridurre il proprio stress e rinforzare il cuore, con il risultato che quelli che meditavano hanno subito un minor numero di attacchi di cuore e ictus e hanno vissuto più a lungo.
Insomma – concludono gli scienziati giustamente affascinati da questa straordinaria capacità dell’essere umano - la meditazione agisce sul cervello come una fontana di giovinezza.
La fontana della giovinezza by Spamkiller
Essa incrementa la materia grigia nelle regioni del cervello che sono collegate ad attenzione, concentrazione e memoria. In questo modo, contrasta attivamente stati di tensione e di esaurimento. Inoltre, non rafforza solo il cervello, ma anche i processi vitali del corpo. Insomma, il sistema immunitario funziona meglio, la pressione sanguigna diminuisce, aumenta l'attività degli enzimi.
Vi pare poco?
Poi, magari, meditare potrebbe anche aiutarci a capire meglio il mondo e noi stessi, ma quella è un'altra storia... 

venerdì 6 maggio 2011

Ernst Heinrich Weber e la Psicofisica

Ernst Heinrich Weber, tedesco di origine, nacque a Wittenberg il 24 giugno 1795 e morì a Lipsia, 26 gennaio 1878. Nella sua carriera accademica è stato un fisiologo e anatomista , universalmente conosciuto come il fondatore della psicologia sperimentale. Weber studiò medicina all'Università di Wittenberg. Nel 1818 ebbe l'incarico di professore associato di anatomia comparativa all'Università di Lipsia, dove divenne professore associato di anatomia e fisiologia nel 1821. Attorno al 1860 Weber lavorò con Gustav Fechner sulla psicofisica, e proprio in quel periodo si arrivò alla formulazione della legge di Weber.
Nel 1866 Weber si ritirò dalla cattedra di fisiologia e anche da quella di anatomia nel 1871. Proprio in questo periodo lui e suo fratello, Eduard Friedrich Weber, scoprirono il potere inibitore del nervo vago.
L'Europa fu il luogo di nascita della psicofisica, lo studio sistematico della relazione tra i caratteri fisici di uno stimolo e le percezioni che esso produce. E fu proprio grazie all'anatomista Weber il quale studiò la capacità dell'uomo di discriminare tra vari stimoli, scoprendo un principio valido per tutti i sistemi sensoriali: la differenza appena percettibile (jnd = just-noticeable difference). La più piccola differenza percettibile tra due stimoli, o il minimo cambiamento in uno stimolo che si può correttamente giudicare come diverso da uno stimolo di riferimento (reference stimulus); la jnd è anche conosciuta come soglia delle differenze. Questo valore è il rapporto tra la soglia differenziale e l'intensità dello stimolo; intuitivamente maggiore è lo stimolo e maggiore è la soglia differenziale.
Gustav Fechner (1801-1887), un altro fisiologo tedesco, usò il concetto di Weber della differenza appena percettibile per misurare le percezioni dei soggetti; supponendo che fosse questa l'unità fondamentale di un'esperienza percettibile, egli misurò in jnd il valore assoluto di una percezione.
I metodi psicofisici si basano sul concetto di soglia, in corrispondenza della quale un osservatore passa dalla non percezione alla percezione. La differenza appena percettibile può essere detta anche soglia differenziale: la differenza appena percepibile tra due stimoli. La soglia assoluta è il minimo valore di uno stimolo che può essere percepito, cioè discriminato dall'assenza totale di stimolo.

mercoledì 24 novembre 2010

La capacità dei neuroni di riprodursi

Agli inizi del XX secolo un gran numero di ricercatori iniziarono a studiare le vibrazioni mentali, auspicando una conferma a questo interessantissimo fenomeno. Essi studiarono le onde magnetiche e l’elettricità quali mezzi per confermare il frutto delle loro ricerche. Quello che era il pensiero comune si traduceva in questo concetto di fondo: per trasformare in maniera radicale la nostra mente ed emettere nuove vibrazioni, il cervello avrebbe dovuto dar vita a nuovi neuroni, fenomeno questo ritenuto altamente improbabile, se non impossibile. Infatti fino a qualche decennio fa era pensiero comune credere che i neuroni del cervello di una persona ormai adulta non avessero la possibilità di riprodursi; era come dire che ogni essere umano, alla nascita, riceve una sua personale dotazione di neuroni e questi se li porta fino alla morte. In buona sostanza se alcuni d’essi morivano, non vi era alcun ricambio d’essi. Solo nell’ultimo decennio del secolo scorso le neuroscienze hanno spiegato fenomeni che prima erano ritenuti non solo improbabili ma giudicati frutto di ricerche non scientifiche. Le neuroscienze hanno assodato che nei primati le cellule neuronali sono capaci di dividersi. Chiaramente ciò presuppone la necessità di rivedere molte idee sulle capacità della mente umana, forse alcune d’esse erano citate come atto magico, ma che poi in osservanza a quanto scoperto diventano oggi null’altro che ‘capacità funzionali’ del nostro cervello.
Nel 1998 lo svedese Peter S. Eriksson, dell’Università di Goteborg, ha dimostrato per la prima volta il fenomeno della mitosi delle cellule nervose, utilizzando il marcatore BUdR (bromodeossiuridina); queste sue scoperte sono poi state confermate da altri ricercatori quali Elizabeth Gould e Charles Gross dell’Università di Princeton, José M. Garcìa Verdugo dell’Università di Valencia ed il messicano Arturo Alvarez-Buylla dell’Università della California, i quali hanno pubblicato i loro studi su riviste scientifiche come Science e Nature.
Cosa succede dunque nel nostro cervello? La dimostrazione di questi studi dice che i neuroni dell’encefalo umano si riproducono di continuo, a partire da alcune cellule madre a forma di stella chiamate astrociti. Questi nuovi neuroni sviluppano a loro volta delle diramazioni, o assoni, che consentono loro di effettuare scambi di informazione con i neuroni che si trovano vicini, avendo quindi un ruolo attivo nel circuito funzionale del cervello. Tutto ciò porta a credere che il cervello può modificarsi da sé mediante la formazione di nuovi neuroni. Molti ricercatori sono arrivati alla conclusione che essendo il cervello lo strumento della mente, questa può impiegare i nuovi neuroni per trasformarsi e perfezionarsi.

lunedì 4 ottobre 2010

Glutammato e recettori: danni neuronali

Tratto da: "Eccitotossine: i sapori pericolosi per la salute" di Marcello Pamio, pag. 40
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Il glutammato o acido glutammico, da un punto di vista nutrizionale è un amminoacido definito “non essenziale”, poiché può essere sintetizzato dall'organismo stesso, dal punto di vista biochimico svolge un ruolo fondamentale nel metabolismo cellulare. Negli alimenti, l'acido glutammico può essere presente in due forme: quella “legata” (ad altri aminoacidi) che contribuisce alla costruzione delle proteine, ed è quella più consistente, e quella “libera” come singolo aminoacido, quasi irrisoria. Alcuni recenti studi hanno dimostrato che il glutammato presente nei cibi è la principale fonte di energia dell'intestino e che la sensazione di fame vorace è determinata proprio dalla presenza di questo aminoacido.
Del glutammato ingerito, solo una piccola percentuale viene assorbita dal corpo, il resto deve essere in qualche modo eliminato, con un dispendio energetico non indifferente! Ma non sempre si riesce a sbarazzarsi completamente del glutammato superfluo…
Introducendo con l’alimentazione una eccitotossina come il glutammato o l’aspartato, i loro livelli nel sangue aumentano da 20 fino a 40 volte. Questo eccesso, oltre a stimolare tutti i recettori del corpo può creare serie problematiche alla salute. Per capire questo meccanismo dobbiamo sapere che tutti i nostri organi (cervello, cuore, intestino, fegato, ecc.), hanno dei recettori specifici per il glutammato, perfino la barriera emato-encefalica del cervello.
Polmoni, ovaie, apparati di riproduzione e anche lo stesso sperma, le ghiandole adrenaliniche, le ossa e il pancreas sono controllate dai recettori del glutammato. Si possono immaginare i recettori come delle speciali “serrature”, e le “chiavi” in grado di aprirle sarebbero alcune sostanze chimiche come appunto il glutammato e l’aspartato. La barriera emato-encefalica, la cui funzione vitale è quella di proteggere il cervello da elementi nocivi esterni, è da sempre considerata una barriera insuperabile: una serratura inespugnabile.Ma questo purtroppo non corrisponde al vero, perché tale barriera possiede recettori (serrature) all’interno e anche all’esterno della stessa, e quando arriva la chiave (glutammato e/o aspartato), queste “serrature chimiche” si aprono, schiudendo pericolosamente la porta a qualsivoglia sostanza tossica come i metalli pesanti, e non solo.
Continue aperture di questa barriera sono associate a patologie degenerative come i morbi di Parkinson, Huntington e Alzheimer (demenza senile), o comportamentali come il deficit di attenzione (A.D.D.), l’iperattività (A.D.H.D.), la sclerosi laterale, ecc. I problemi non finiscono qua: assumendo con l’alimentazione un eccesso di glutammato, questo viene trasportato dal sangue in tutto il corpo, andando a stimolare tutti gli organi che hanno proprio quei recettori. Capita che alcune persone dopo l’ingestione di queste sostanze hanno forti scariche di diarrea, proprio perché il glutammato stimola in questo caso i recettori che si trovano nell’esofago e nell’intestino. Altre persone invece, possono sviluppare la sindrome del colon irritabile e, se soffrono di reflusso esofageo, questo può peggiorare di molto.
Quando il fenomeno interessa il sistema cardiocircolatorio e in particolare il cuore, si possono scatenare infarti anche letali. Tutto l’intero sistema di conduzione del cuore è pieno di ogni sorta di recettori del glutammato! Questa potrebbe essere una spiegazione del perché gli infarti sono in crescita esponenziale, sia tra persone giovani che tra sportivi. La medicina ufficiale, come sempre non è in grado di spiegare questa vera e propria pandemia, mentre il neurochirurgo americano Russell Blaylock, ha le idee molto chiare in proposito. La sua esperienza lo ha convinto a denunciare pubblicamente che quello che accomuna tutti questi casi, e cioè gli infarti tra giovani e sportivi, è un basso livello di magnesio nelle cellule e un alto livello di eccitotossine. Quando il magnesio nel sangue è basso, i recettori del glutammato diventano ipersensibili e quindi le persone - specie gli atleti che non sopperiscono tale carenza dovuta ad un eccessivo sforzo fisico mediante una alimentazione sana - possono avere infarti improvvisi anche letali. Riferendosi agli sportivi, il dottor Blaylock dice che: “se mangiano o bevono qualcosa che contiene glutammato (una diet-coke prima di allenarsi per esempio), si produce una iperattività cardiaca e potrebbero morire di infarto. L’infarto improvviso è dovuto a due cose: aritmia, molto più diffusa, e spasmi delle coronarie. Entrambe le cose potrebbero essere provocate dal glutammato”.[1]
I medici non conoscono i recettori del glutammato lungo tutto il condotto elettrico del cuore e nel suo muscolo. Vi sono nel mondo occidentale milioni di persone che soffrendo di aritmia hanno cambiato il proprio stile di vita, ma nessuno dice loro di evitare glutammato e aspartame, che sono la maggior fonte di sovraccarico cardiaco! Nessuno glielo dice perché soprattutto i medici non prendono in considerazione questo serio problema. Tutto quello appena detto per il glutammato vale anche per l’aspartato, che si trova principalmente nello zucchero chiamato aspartame, contenuto purtroppo in oltre 6000 prodotti alimentari diversi.
Il glutammato, come abbiamo visto prima, è presente in molti alimenti proteici come carni, salumi, uova, pesce, verdure, cereali, formaggi stagionati, ma anche in prodotti come glutammato monosodico (M.S.G. il comune dado per brodi), estratto di lievito, proteine vegetali idrolizzate, sodio caseinato, calcio caseinato, salse, cibi surgelati, prodotti da forno, piatti pronti, snack, maionese, ecc. Spesso è presente nell’estratto di malto, brodo, condimenti e salse, mentre non è mai contenuto negli enzimi. Un altro tassello importante per comprendere meglio il quadro generale sono le scoperte fatte nel 1989 dal dottor R.C. Henneberry e colleghi, i quali hanno dimostrato che se i neuroni sono deficitari di energia, diventano ipersensibili agli effetti tossici del glutammato e delle altre eccitotossine[2].
Usando neuroni dei cervelletto e cervello, i ricercatori hanno constatato che, quando i livelli di magnesio e glucosio erano correttamente presenti, il glutammato anche a livelli alti non causava la morte cellulare.Viceversa, quando il magnesio era scarso, anche piccolissime dosi di eccitotossine, erano in grado di uccidere i neuroni. Questa scoperta, fatta oltre vent’anni fa, è estremamente importante per cercare di evitare i danni delle tossine. La cosa importante da ricordare è che il magnesio offre una considerabile protezione contro le eccitotossine, e questa protezione si riduce ulteriormente quando il livello di energia del cervello è basso.
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[1] Intervista al dottor Russell Blaylock di Mike Adams
[2] “Neurotoxicity at the N-Methyl-D-Aspartate Receptor in Energy-Compromised Neurons”, Dottor Henneberry, Novelli, Cox and Lysko. Ann. NY Acad. Sci 568 (1989):225-233

mercoledì 25 agosto 2010

Le onde cerebrali

Nella vita quotidiana tutti noi sperimentiamo differenti stati di coscienza. Possiamo quindi sentirci particolarmente creativi, come se le idee continuassero a getto ad arrivarci senza fatica; sentirci insolitamente intuitivi, come se fossimo sicuri della realizzazione di un avvenimento, o particolarmente lucidi e razionali. Tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all'incessante attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso onde elettromagnetiche: appunto le onde cerebrali.
Fu lo svizzero H. Berger nel 1920 per primo ad applicare una serie di elettrodi sul capo, riuscendo così a registrare un tracciato elettroencefalografico (EEG) in cui si potevano osservare delle variazioni dell’attività cerebrale. Bisogna aspettare il 1929 per avere uno studio clinico più accurato in cui, attraverso un tracciato di EEG, diagnosticava una forma di epilessia e delle lesioni cerebrali. L’EEG permette quindi di rilevare con molta facilità ed immediatamente le variazioni dell’attività elettrica nel momento in cui queste si manifestano e variano.La frequenza di tali onde, calcolata in cicli al secondo, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello e' impegnato e può essere misurata con apparecchi elettronici. Gli studiosi di neuroscienze suddividono comunemente le onde in "quattro bande", che corrispondono a quattro fasce di frequenza e che riflettono le diverse attività del cervello.
Onde delta: Hanno una frequenza tra 0,5 e 4 Hz e sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Le onde cerebrali a minore frequenza sono quelle proprie della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell'abbandono totale. Questa frequenza è tipica dei neonati, cioè dalla nascita a circa 2 anni. Anche se comunque questa è la frequenza predominante, sporadicamente i bambini possono presentare esposizioni a frequenze più elevate.
Onde theta: La loro frequenza e' tra i 4 ed i 8 Hz e sono proprie della mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioè, quando si sogna). Nelle attività di veglia le onde theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacità immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creatività e alle attitudini artistiche. Il bambino comincia a stabilizzarsi su queste frequenze tra i 2 ed i 6 anni. Grazie a queste frequenze, cioè delta e theta, i bambini possono caricare nel loro cervello una quantità elevata di dati; essi osservano attentamente il loro ambiente e ricevono la sapienza del mondo trasmessa loro dai genitori direttamente nella memoria subconscia. Il risultato è che il comportamento e le convinzioni dei genitori diventano quelli del bambino.
Onde alfa: Hanno una frequenza che varia da 8 a 14 Hz e sono associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. Nascono prevalentemente nella parte superiore del cervello, cioè nella regione della memoria, in quanto il subcosciente è basato sulla memoria. La mente, calma e ricettiva, è concentrata sulla soluzione di problemi esterni. Le onde alfa dominano nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Dai 6 ai 12 anni il bambino è meno esposto alla programmazione esterna grazie alla presenza di queste onde In questa fascia di ètà inizia a costituirsi la consapevolezza del Sè.
Onde beta: Hanno una frequenza che varia da 14 a 30 Hz e sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni. Esse nascono nel centro dei sensi e dei muscoli del cervello che la mente cosciente governa. Le onde beta sono infatti alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Per esempio, leggendo queste righe il vostro cervello sta producendo onde beta. Esse, poi, ci permettono la reazione più veloce e l'esecuzione rapida di azioni. Nei momenti di stress o di ansia le onde beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione. Dai 12 anni in su abbiamo periodi sempre più prolungati di frequenza di onde beta.
Alle onde beta di possono aggiungere le onde gamma, le ultime scoperte, che oltrepassano i 35 Hz; queste si possono attribuire agli stati prolungati di particolari prestazioni impegnative come pilotare un aereo in fase di atterraggio o giocare a tennis alle prese con una raffica di più palline.

lunedì 23 agosto 2010

I geni condizionano la nostra vita?

Vi sono delle osservazioni fatte dal dr. Lipton nel suo libro La Biologia delle Credenze in riguardo alla presunta influenza dei geni nella nostra vita che ci fanno riflettere profondamente. Oggi si è convinti che i geni abbiamo il controllo della nostra vita, e di non avere voce in capitolo sugli stessi che ci sono stati rifilati alla nascita; ciò porta ad una arrendevole scusante per essere considerati vittime dell’ereditarietà. “Non accusarmi per un lavoro… non è colpa mia se ho finito in ritardo… è genetico!”.
La cosiddetta ‘Era della Genetica’, portata avanti dalla propaganda dei media, ci vuole far credere che siamo stati programmati ad accettare l’idea di essere soggetti al potere dei nostri geni, addirittura il mondo è pieno di persone che vivono nel terrore che, quando meno se lo aspettano, i geni si rivolteranno contro di loro. Basti pensare che molti credono addirittura di essere delle ‘bombe ad orologeria’ e stanno lì ad aspettare che il cancro esploda nella loro vita come era esploso nella vita della loro madre, fratello, sorella o altro legame parentale. In buona sostanza milioni di persone attribuiscono i loro problemi di salute non ad una combinazione di cause mentali, fisiche, emotive o spirituali, ma semplicemente all’inefficienza dei loro meccanismi biochimici regolati dai geni. Al riguardo basti pensare all’utilizzo di farmaci per correggere ipotetici ‘squilibri chimici’ di giovani irrequieti, piuttosto che affrontare con realismo ciò che sta accadendo nel corpo e nella mente di un bambino, magari sofferente per la condizione conflittuale in seno alla vita dei genitori.
Ovviamente è doveroso precisare che di fronte a malattie quali la talassemia beta, la corea di Huntington o la fibrosi cistica, siano esse da attribuirsi ad un unico gene difettoso, ma è anche doveroso precisare che malattie dovute ad un errore genetico colpiscono meno del 2% della popolazione; la stragrande maggioranza del genere umano viene al mondo con un patrimonio genetico adatto a vivere una vita sana e felice. Ormai si è capito che malattie che rappresentano i flagelli del nostro tempo come le malattie cardiovascolari, il diabete ed il cancro, mandando in cortocircuito una vita in buone condizioni, non sono causa di un gene, ma da complesse interazioni di molteplici fattori genetici ed ambientali.
Spesso assistiamo all’annuncio della scoperta di un gene per qualunque cosa, dalla depressione alla schizofrenia, ma se analizziamo attentamente la notizia scopriamo che la medicina ha identificato delle correlazioni tra molti geni ed altrettante malattie, raramente scopre un singolo gene causa di un carattere o una malattia. Geni specifici sono in relazione al comportamento ed ai caratteri di un organismo, ma questi geni non si attivano fino a quando qualcosa non li fa scattare. Il dr. Lipton riporta lo studio condotto nel 1990 “Metafore e ruolo dei geni e sviluppo” (Nijhout, 1990) in cui si comprende che l’idea che i geni controllino la biologia è un’ipotesi che non è mai stata provata, anzi, è stata messa in dubbio dalla ricerca più recente.

giovedì 19 agosto 2010

I paradossi dell’effetto placebo

Continuiamo ad analizzare le interessanti osservazioni fatte dal dr. Lipton nel suo libro La Biologia delle Credenze in riguardo all’effetto placebo. È interessante la sua osservazione quando afferma che nel momento in cui un medico prescrive una cura, di norma i pazienti credono che la cura funzioni, indipendentemente dal fatto che sia un farmaco che una pastiglia di zucchero.
Anche se la domanda ‘come’ funzioni il placebo è stata di fatto ignorata dalla medicina, recentemente alcuni ricercatori tradizionalisti hanno rivolto l’attenzione a questo fatto. I risultati delle ricerche rivelano che non soltanto le strampalate cure ottocentesce a favore dell’effetto placebo, ma anche la sofisticata tecnologia della medicina moderna, incluso il più concreto degli strumenti, la chirurgia.
Uno studio della Baylor School of Medicine pubblicato nel 2002 sul New England Journal of Medicine ha valutato gli interventi chirurgici su pazienti affetti da gravi dolori alle ginocchia (Moseley et al. 2002). Il principale autore dello studio, il dr. Bruce Moseley, sapeva che la chirurgia del ginocchio è efficace ma che soprattutto in questa disciplina non esiste l’effetto placebo, ma lo studio mirava a stabilire l’aspetto più efficace dell’intervento chirurgico. I pazienti vennero divisi in tre gruppi. Nel primo il chirurgo raschiò la cartilagine del ginocchio danneggiata, nel secondo mise a nudo l’articolazione eliminando il materiale ritenuto la causa dell’infiammazione, da notare che entrambi sono interventi classici per la cura dell’osteoartrite del ginocchio. Il terzo gruppo, invece, fu sottoposto ad un ‘finto’ intervento al ginocchio; in pratica il paziente venne anestetizzato, il chirurgo fece tre incisioni di routine, parlò ed agì come avrebbe fatto durante un intervento vero, spruzzò persino dell’acqua salata per stimolare i suoni del lavaggio del ginocchio. Dopo quaranta minuti ricucì le incisioni come se avesse completato l’intervento. Ai tre gruppi venne prescritta la stessa terapia postoperatoria, incluso un programma di rieducazione. I risultati furono sorprendenti. È ovvio che i pazienti sottoposti al vero intervento chirurgico migliorarono, come era ovvio immaginare, ma anche il gruppo placebo migliorò esattamente come gli altri due. I notiziari televisivi dimostrarono vividamente i sorprendenti risultati riprendendo i pazienti del gruppo placebo che camminavano e giocavano a basket, facendo cose che affermavano non riuscivano a fare prima dell’intervento. Per due anni il gruppo placebo ignorò di avere subito un finto intervento. Un membro di questo gruppo placebo, che prima dell’intervento doveva appoggiarsi ad un bastone, ora gioca tranquillamente a basket; intervistato al Discovery Health Channel riassume la sua esperienza con queste parole: “In questo mondo tutto è possibile se si applica la mente. Io so che la mente può veramente fare miracoli!”

mercoledì 18 agosto 2010

Placebo: l'effetto delle credenze

Il dr. Bruce Lipton, biologo cellulare, è considerato un'autorità mondiale per quanto riguarda i legami tra scienza e comportamento. In sintesi il dr. Lipton spiega nei suoi numerosi seminari e nei suoi libri che ciò in cui crediamo determina ciò che siamo e che non è il nostro DNA a determinare la nostra vita e la nostra salute, ma bensì le nostre credenze, i nostri pensieri, l'ambiente e le nostre esperienze. Nel suo libro La Biologia delle Credenze, libro tra l'altro molto interessante ed utile per capire quali siano oggi le frontiere della ricerca e ciò che realmente si è capito in relazione alle neuroscienze, si parla dell'effetto placebo. Per rendere l'argomento veramente semplice ed alla portata di tutti, quando determinati pazienti si sentono meglio dopo aver inghiottito una semplice pastiglia di zucchero, la medicina moderna lo chiama effetto placebo. Il dr. Lipton chiama questo fenomeno effetto credenza, una alternativa per sottolineare che le nostre percezioni, vere o false che siano, hanno lo stesso impatto sul nostro comportamento e quindi anche sul nostro corpo. Egli sostiene che questo effetto credenza, o appunto placebo, costituisca una prova sorprendente della capacità di guarigione del corpo-mente. Purtroppo nella medicina ufficiale l'effetto placebo viene associato nella peggiore dei casi a medici fasulli (vedi omeopatia), e nel migliore a pazienti deboli o suggestionabili. La sua giusta osservazione va a precisare che la moderna medicina non dovrebbe liquidare il potere della mente come qualcosa di irrilevante rispetto al potere delle sostanze chimiche e dei bisturi, abbandonando di conseguenza la convinzione che il corpo e le sue parti siano vincolate da interventi esterni per conservare la salute. Se i ricercatori riuscissero a scoprire come far leva con l'effetto placebo, fornirebbero ai medici uno strumento molto efficace, fondato sull'energia e privo di effetti collaterali. Naturalmente il motivo per cui la mente è stata trascurata dalla medcina ufficiale non è solo da imputare al pensiero dogmatico, ma soprattutto da convenienze economiche. Se il potere della mente può realmente guarire il corpo, sottolinea il dr. Lipton, perchè andare dal medico e, cosa ancora più importante, perchè assumere tanti farmaci?
Alcuni storici della scienza sottolineano ampiamente che la storia della medicina è in gran parte la storia dell'effetto placebo; a lungo i medici non sono stati in possesso di metodi efficaci per combattere le mlattie, ed alcune delle cure più note prescritte dalla medicina ufficiale del tempo comprendevano i salassi, la cura delle ferite con l'arsenico e la proverbiale panacea per tutti i mali, cioè l'olio di ricino. Eppure molti pazienti che, all'incirca un terzo della popolazione particolarmente sensibile al potere curativo dell'effetto placebo, hanno tratto giovamento da quelle cure.

martedì 17 agosto 2010

La capacità di reinventarsi

I pensieri consci, ripetuti nel tempo, si trasformano in pensiero inconscio. L'esempio più tipico che possiamo fare al riguardo è la guida della nostra autombile. Quando abbiamo imparato a guidare abbiamo dovuto fare molta fatica in quanto si doveva pensare consapevolmente a tutte le azioni associate: decellerare, premere la frizione, cambiare marcia, rilasciare la frizione, contemporaneamente guardare lo specchietto retrovisore e forse girare il volante e così via. All'inizio la difficoltà ci portava a far spegnere il motore o farlo sobbalzare. Ma dopo un po' di pratica siamo giunti a quella condizione in cui guidando dall'ufficio a casa, neanche ce ne accorgiamo, constatando che abbiamo seguito un percorso stradale in modo automatico, senza quasi pensarci. Se continuiamo ad intrattenere gli stessi pensieri o le stesse azioni, questi si trasformeranno da pensieri consci a programmi di pensiero inconscio. Nelle neuroscienze questo fenomeno è chiamato apprendimento hebbiano; in pratica ciò significa che se delle cellule nervose si accendono insieme, queste si legheranno insieme, quindi quando gruppi di neuroni connessi fra di loro vengono continuamente stimolati, daranno vita a delle connessioni sempre più forti e più ricche tra di loro, vedi l'esempio che si faceva prima della guida automobilistica. In buona sostanza si parlerà allora di reti neurali, o gruppi di neuroni che possono lavorare insieme ed indipendentemente in un cervello in funzione; questo risulta essere il modello più recente con cui le neuroscienze spiegano come impariamo e come ricordiamo, inoltre questo può spiegare come il nostro cervello possa cambiare in base ad ogni esperienza nuova, come si possano formare nuovi tipi di memoria e come si sviluppino le capacità, come si manifestino i comportamenti. Le reti neurali sono, al momento attuale, la concezione corrente nelle neuroscienze per spiegare come cambiamo a livello cellulare.
Ma si può cambiare, o spezzare, il ciclo di un processo di pensiero che ormai e diventato inconscio? Sì. Sono necessari però consapevolezza e sforzo. Per fare ciò, in pratica per reinventarsi, è necessario innanzi tutto avere la capacità e la forza di osservare la propria vita. Attraverso l'autoriflessione possiamo diventare più consapevoli dei copioni inconsci che nel nostro passato abbiamo creato (reti neurali) e che involontariamento seguiamo. Ogni essere umano ha dentro di sé un proprio livello di autoconsapevolezza il quale gli permette di osservare il proprio pensiero. Se si riesce ad imparare ad essere separati da questi programmi, possiamo intenzionalmente dominarli, in buona sostanza possiamo esercitare il controllo sui nostri pensieri, in questo modo andiamo ad interrompere quelle rete neurali formatesi nel tempo.
Ormai le neuroscienze sono arrivate alla conclusione che i pensieri producono reazioni chimiche nel nostro cervello; questo ci fa capire allora che i nostri pensieri possono avere un qualche effetto sul nostro corpo fisico. Questo ci porta ancora a dedurre che il nostro modo di pensare abbia un impatto diretto sulla salute e sulle condizioni di vita. Vi sono casi in cui soggetti malati, sia fisicamente che psichicamente, hanno riportato la propria salute alla normalità dopo aver preso coscienza del fatto che dovevano decidere consapevolmente di reinventarsi. Oltre alle condizioni di salute, molti sono riusciti ad essere persone completamente nuove, a reinventarsi una nuova vita, o anche solo a modificare comportamenti sgradevoli o modificare caratteristiche del carattere. Dopo la consapevolezza, ed abbinato lo sforzo, questi individui hanno imparato anche nuovi modi di pensiero ed interrompendo il flusso di pensiero ripetitivo si sono liberati di abitudini familiari, costruendo un concetto più evoluto di chi avrebbero voluto essere, sostituendo una vecchia idea di sé, forse imposta da altri, con un nuovo ideale superiore, esercitandosi ogni giorno mentalmente su come dovrebbe essere questa nuova persona. L'esercitazione mentale, quindi, stimola il cervello a generare nuovi circuiti neurali e cambia il modo in cui il cervello e la mente operano. Possiamo quindi reinventarci!

martedì 18 maggio 2010

Quello a cui pensiamo ripetutamente, quello diventiamo


“Quello a cui pensiamo ripetutamente e ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione, è quello che neurologicamente diventiamo”.
Questa frase è riportata nel libro Evolvi il tuo Cervello, scritto dal dr. Joe Dispenza, chiropratico di fama mondiale per i suoi articoli scientifici sulla stretta relazione esistente fra chimica del cervello, neurofisiologia ed il loro ruolo nella salute fisica. Attraverso questo libro, per altro chiaro esempio della scientificità della neuroplasticità del cervello umano, il dr. Dispenza evidenzia le straordinarie potenzialità di questo organo e del fatto che non sempre lo utilizziamo nel modo corretto o comunque a nostro beneficio. Infatti, secondo le neuroscienze, rivolgere ripetutamente la nostra attenzione al dolore del corpo umano lo rende sempre più reale, proprio perché i circuiti del cervello che percepiscono il dolore vengono attivati elettricamente. Di contro se rivolgiamo la nostra attenzione e la nostra piena consapevolezza verso qualche cosa che sia completamente diverso dal dolore che possiamo provare a livello fisico, gli stessi circuiti cerebrali che precedentemente hanno processato il dolore e le sensazioni corporee possono essere letteralmente spenti, con conseguenza che il dolore può addirittura scomparire. Ma cosa succede se subito dopo controlliamo se il dolore se n’è andato in modo definitivo? I rispettivi circuiti cerebrali si riattivano, facendoci percepire nuovamente il dolore. Se i circuiti del dolore vengono attivati ripetutamente, la connessione fra loro si rinforza, in questo modo se si presta costante attenzione al dolore ogni giorno, siamo noi a creare dei circuiti neurologici capaci di sviluppare una consapevolezza più acuta della precedente del dolore, proprio perché i relativi circuiti cerebrali si arricchiscono.
Questa potrebbe essere la spiegazione del fatto che il dolore ci caratterizza, non solo la sensazione del dolore fisico, ma anche il dolore emotivo, magari provato moltissimi anni fa e coltivato nel tempo, fino ad oggi; ecco quindi il significato della frase riportata sopra: quello a cui pensiamo ripetutamente, avvenimenti successi nell’infanzia o nella giovinezza, focalizzati nel tempo, al punto da rubare la nostra attenzione ci fanno diventare, neurologicamente, quello che oggi siamo. Questo processo determina veri e propri circoli viziosi di ordine mentale, anticamera di atteggiamenti e modi di vivere i quali caratterizzano la nostra personalità, facendoci assumere modi di essere non sempre modificabili.
Quanto affermato ora dovrebbe allora farci credere che non possiamo cambiare? Niente affatto. Il dr. Dispenza dice che l’essere umano è un continuo ‘lavori in corso’, definizione forse singolare ma molto appropriata. L’organizzazione delle cellule cerebrali che costituiscono chi noi realmente siamo sono sempre in movimento; dobbiamo dimenticare la vecchia idea che il cervello sia un organo statico, rigido e fisso: nulla di più assurdo! In modo particolare quando si raggiunge l’età dell’anzianità. Le cellule cerebrali vengono costantemente rimodellate e riorganizzate dai nostri pensieri e dalle esperienze che viviamo. Da un punto di vista neurologico, noi siamo ripetutamente modificati da tutti gli stimoli che ci pervengono. Non è errato, quindi, dire che dopo un determinato avvenimento non siamo più gli stessi, come non siamo più gli stessi dopo aver letto un libro che ci ha coinvolti profondamente, non siamo più gli stessi dopo un’esperienza che, come si ha abitudine di dire, ‘ci ha cambiati profondamente’; infatti è proprio così, siamo realmente cambiati.

domenica 18 aprile 2010

Neuroni Specchio

Il giorno 8 aprile 2010 l’ANSA dava questa comunicazione:


Provata esistenza neuroni specchio - Consentono di essere coinvolti dalle emozioni viste negli altri


“E' stata dimostrata l'esistenza nell'uomo dei neuroni specchio, che consentono di 'specchiarci' negli altri provando la stessa gioia o dolore. La loro presenza era stata scoperta nelle scimmie ma, grazie al team dell'italiano Marco Iacoboni, dell'Universita' di Los Angeles, arriva la prova definitiva che esistono anche negli umani. Lo studio, pubblicato su Current Biology, ha registrato l'attivita' di queste cellule nel cervello di pazienti cui per altri motivi erano stati impiantati elettrodi.”


Il neurone specchio è un neurone caratteristico che si attiva sia quando si porta a termine un'azione e sia quando la si guarda attentamente mentre è compiuta da altre persone.
C’è da dire che la sua scoperta è del tutto casuale, come tra l’altro succede spesso nel mondo scientifico. Il tutto risale agi anni '80 e '90 quando il dr. Giacomo Rizzolatti stava lavorando con i suoi colleghi, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese all'Università di Parma. Questi ricercatori avevano posto degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare dei neuroni deputati al controllo dei movimenti dell’arto superiore, movimenti come il raccogliere degli oggetti o il maneggiarli. Durante questi esperimenti era registrato il modo di agire dei singoli neuroni nel cervello della scimmia, mentre questa accedeva direttamente al cibo, al fine di misurare la risposta dei neuroni a determinati movimenti. Il dr. Rizzolatti vide che, mentre un suo collega prendeva un oggetto destinato alla sperimentazione, alcuni neuroni dell'animale reagivano, semplicemente alla vista dei movimenti dello sperimentatore. L’azione di questi neuroni risultava anomala in quanto si riteneva che quelle cellule nervose si attivassero solo con la funzione motoria. Inizialmente si pensava ad un errore delle apparecchiature o ad un difetto nella misurazione, ma dopo aver ripetuto più volte l’esperimento si delineava la concretezza del fenomeno.
In ultimo, e sulla base di quanto scoperto ora, l'osservazione fatta sulla scimmia e sull'uomo implica anche studi sulla possibile evoluzione dei rispettivi sistemi specchio. Nell'uomo, ad esempio, è presente un complesso sistema di espressione delle emozioni che in tutte le altre specie è assente, per cui la ricerca si estende anche al campo della conoscenza dei meccanismi sociali e comportamentali.

mercoledì 27 gennaio 2010

Maria Montessori, esempio di neuroplasticità


Un altro errore che soprattutto un tempo si commetteva era quello di identificare determinate abilità come maschili o femminili. Tendenzialmente si pensava che le attività intellettuali, le attività in cui sia necessaria molta logica, l’utilizzo dei numeri, la predisposizione agli affari, alla severa razionalità, fossero una prerogativa del cervello sinistro e quindi sostanzialmente maschile; di contro tutte le attività creative ed artistiche, attività irrazionali, attività in cui siano chiamate in causa le emozioni avessero una connotazione tipicamente femminile, e quindi dell’emisfero destro. Questo pensiero ha portato in passato non solo a discriminare scelte professionali o accademiche, ma a incanalare funzioni tipicamente logiche o scientifiche ad esclusivo appannaggio dei soggetti maschili e funzioni artistiche e creative a soggetti femminili. Un esempio emblematico è stata la storia di Maria Montessori, nata nel 1870 e morta nel 1952, quindi vissuta negli anni a cavallo alla fine del 1800 e l’inizio del 1900. Questa donna straordinaria già dai primi anni di studio manifestava un particolare interesse per le materie scientifiche, in modo particolare la matematica e la biologia, circostanza questa che le causerà non pochi contrasti con gli stessi genitori i quali l’avrebbero voluta avviare alla carriera dell’insegnamento. Andando contro sia le aspettative della famiglia e del mondo scientifico dell’epoca, si laureò alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza nel 1896, divenendo una delle prime donne a laurearsi in medicina dopo l’unità d’Italia. Se studiamo la sua vita, l’apporto che diede alla pedagogia ed alla considerazione del bambino come essere completo (sia con deficit psichici che normali), capace di sviluppare energie creative e possessore di dispositivi morali quali l’amore, dimostrano come questa donna abbia avuto il coraggio di presentare al mondo intero il suo metodo didattico, viaggiando in più parti del mondo e schierandosi apertamente a favore dei diritti delle donne. In questo caso l’utilizzo dell’emisfero destro e di quello sinistro hanno contribuito alla realizzazione di una vita veramente unica e straordinaria.

Grazie ai progressi della neuroscienza, la neuroplasticità ci conferma che il nostro cervello ha la capacità di convertire le sue congiunzioni sinaptiche. Ne consegue che ogni volta che impariamo, facciamo esperienza o anche solo visualizziamo qualcosa di nuovo, il cervello processa le informazioni creando connessioni sinaitiche e codificando nei neuroni l’esperienza vissuta o immaginata. Questo ci fa comprendere come il cervello umano abbia la capacità di adattarsi agli stimoli che riceviamo dal mondo esterno o che viviamo attraverso l’immaginazione, modificando di conseguenza il nostro comportamento. Noi cambiamo ogni volta che leggiamo materiale che ci arricchisce, ma nella stessa misura possiamo cambiare qualora leggessimo informazioni che ci danneggia; la stessa cosa avviene con la visione televisiva di programmi che possono addirittura modificare il nostro comportamento. Ma ciò che può conferirci maggiori capacità cognitive è la facoltà di mantenere equilibrati i due emisferi. Non di rado troviamo soggetti con grandi capacità di ricercare cose nuove e all’avanguardia, ma con estrema difficoltà ad applicarle o memorizzarle nella routine quotidiana, altri invece sono talmente rigidi nel vivere una vita senza voler ricevere nuovi stimoli da non voler imparare nulla di nuovo. Al riguardo imparare nuove tecniche di memorizzazione o di studio aiuterà il cervello ad aumentare le proprie potenzialità. Le Mappe Mentali ci permettono di integrare le funzionalità cerebrali, apportando vantaggi non indifferenti alla nostra vita pratica. Si pensi ad uno studente il quale deve capire pienamente il significato di argomenti o concetti letti o ascoltati dagli insegnanti. Un metodo veloce ma soprattutto efficace gli permetterà di memorizzarlo nel tempo e renderlo quindi pratico e funzionale per il suo apprendimento. Nella stessa misura un ricercatore ha necessità di valutare moltissime informazioni, queste poterle comparare, forse sovrapporle come significato ed utilizzarle per le sue indagini; la Mappa Mentale in questo caso è uno strumento di grande utilità per questa applicazione.

Il "Programma Automatico" del nostro cervello

Le neuroscienze ci dicono che i pensieri producono reazioni chimiche nel cervello. Questa premessa ci porta a desumere che i nostri pensieri abbiano una qualche conseguenza sul nostro corpo fisico, cambiando il nostro stato interiore. Se tutti i nostri pensieri attivano reazioni chimiche che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento, i nostri pensieri ripetitivi ed inconsci fanno nascere modelli di comportamento automatici che diventano involontari. Questi schemi di comportamento diventano le nostre abitudini, i nostri vizi, le nostre manie, ma diventano soprattutto e molte volte purtroppo delle connessioni neurologiche cablate nel cervello. Questo cablaggio a livello neuronale può essere inteso come un ‘programma automatico’, molto simile ad un software che svolge, in modo ripetitivo, le stesse funzioni ogni volta che viene lanciato. Le connessioni cablate non richiedono un grande sforzo per essere attivate, anzi, potremmo dire che la maggior parte delle nostre azioni o decisione sono controllate proprio da esse.
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