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domenica 10 febbraio 2013

E la felicità?

Fonte: Promiseland
 
Sette cose che non sappiamo sulla felicità
La felicità è il nuovo sogno americano, ma stiamo appena iniziando a capire come funziona. Per secoli, gli scienziati hanno incentrato i loro studi sulla depressione, ma solo di recente hanno iniziato ad approfondire la felicità. Scoprendo che c’è molto che possiamo fare per ottimizzare la nostra gioia!
Proprio per questo nel mese di febbraio la TV Gaiam sta diffondendo attraverso la prima campagna intitolata Get Happy, un film che si intitola appunto Happy (regia di Roko Belic direttore dell’ Academy Award) sull’essere felici pensato come un viaggio che va dalle paludi della Louisiana agli slums di Calcutta, passando per la ricerca di ciò che rende veramente felice la gente.
La combinazione di storie di vita di tutto il mondo con le interviste degli scienziati coinvolti nella ricerca felicità, ci fanno scoprire che ci sono sette cose che non sappiamo su di felicità!
1. La felicità aiuta a raggiungere gli obiettivi della vita. Può migliorare le relazioni, aiutare a guadagnare di più, e fare meglio il proprio lavoro. E ‘semplice: siamo attratti da persone felici. Quando siamo felice, le persone desiderano stare intorno a voi e ci sostengono.
2. Abbiamo tutti un’ esperienza di diversi livelli di felicità. Il 50% delle differenze nei nostri livelli di felicità è determinata dai nostri geni: la maggior parte di noi sono nati con un certo livello di felicità e anche quando le cose vanno davvero bene (o davvero male) intorno a noi, si tende a tornare sempre al proprio set point di felicità.
3. Lo status sociale rappresenta il 10% della felicità. Sorprendentemente, le cose come posti di lavoro, lo stato di parentela, l’età, la residenza e conto economico costituiscono solo il 10% delle differenze nei nostri livelli di felicità. Il che è una grande notizia, perché …
4. Il 40% di felicità potenziale è non contabilizzato. Questo suggerisce che c’è molto che possiamo fare per diventare più felici. Pensateci: siamo responsabili del 40% della nostra felicità. Questo è un dato notevole.
5. Non stiamo diventando più felici. Negli ultimi 50 anni la crescita economica è salita alle stelle in America. Siamo circa due volte più ricchi oggi di come eravamo allora. Ma indagini rappresentative a livello nazionale mostrano che i livelli di felicità delle persone sono rimaste stagnanti. Anche se viviamo in case più grandi e abbiamo più automobili, non siamo più felici di quanto lo fossimo 50 anni fa.
6. Si ha bisogno di soldi per essere felici, ma non molti. Chi dice i soldi non comprano la felicità dovrebbe andare a parlare con qualcuno che vive sotto un ponte per scoprire che si sbagliano. Chi dice il denaro compra la felicità dovrebbe andare a parlare con Bill Gates per scoprire che anche questo è sbagliato. Meno cose si posseggono minori sono le preoccupazioni, minori saranno le esigenze superflue da soddisfare, rimanendo centranti sul concreto.
7. Studiando alcune delle persone più felici, i ricercatori hanno scoperto che, senza eccezioni, tutti avevano una cerchia di familiari e amici pronti a sostenerli: questo dimostra ancora una volta che la condivisione migliora la vita.



Sopra il video in anteprima della presentazione del film.
Fateci sapere cosa ne pensate. Cosa vi rende felice e come possiamo migliorare il nostro stato di benessere interiore!

martedì 22 giugno 2010

La percezione della nostra vita: il paradigma


(informazioni tratte dal libro ‘Il Successo non capita per caso’ del dr. Lair Ribeiro)
Uno dei modelli più utilizzati per spiegare come gli individui percepiscono un determinato avvenimento o stato è l’esempio del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; effettivamente alcuni percepiscono il bicchiere nelle due rispettive condizioni. Una cosa comunque è certa, e cioè che il bicchiere è esattamente lo stesso nelle rispettive situazioni, ciò che cambia invece è la percezione che se ne può avere. Quando percepiamo la nostra vita ed in modo particolare quando parliamo della felicità, l’atteggiamento che abbiamo in relazione a ciò che accade nella vita stessa è molto importante in quanto ciò che conta non è esattamente quello che accade, ma bensì come noi rispondiamo agli avvenimenti. È indubbio che la vita ci presenta momenti felici e momenti tristi; il modo in cui approfittiamo delle circostanze di ciascuno di quei momenti dipende solo da noi, e da qui sta il segreto della felicità.
Nella Programmazione Neuro Linguistica si parla spesso di paradigmi. Letteralmente questo termine significa modello, archètipo. Nel contesto della PNL il paradigma è la forma in cui l’essere umano percepisce il suo mondo. Al riguardo si potrebbero fare moltissimi esempi per descrivere un paradigma, o modello di vita. Si pensi a come viene considerata l’ospitalità in Alaska: l’ospite deve passare la prima notte con la moglie del padrone di casa, il rifiuto è considerato un affronto! Ben diversa invece la situazione nei paesi arabi; in alcuni paesi addirittura guardare in viso una donna potrebbe essere interpretato come affronto. Quale sia l’atteggiamento corretto dipenderà dal nostro paradigma, attraverso il quale noi diamo un giudizio.
Questo fenomeno lo si può trasportare anche nel mondo della scienza e della ricerca. Non tutto quello che sappiamo ha una spiegazione scientifica; non tutto quello che la scienza è in grado di spiegare oggi avrà un valore assoluto anche domani. Un esempio emblematico di paradigma nel mondo della scienza fu la scoperta di Galileo Galilei: affermare che il sole era al centro del sistema solare e la terra gli girava intorno. Per andare contro il paradigma di quel tempo Galileo Galilei finì addirittura in carcere. Un altro esempio più vicino ai giorni d’oggi sono le scoperte del grande fisico Albert Einstein il quale andò ad invalidare buona parte della fisica newtoniana. Terapeuti esperti in PNL riescono a risolvere una fobia in circa cinque minuti quando invece la normale psicanalisi sostiene che ci vogliono mesi, se non anni. Sono particolarmente vere le parole del dr. William James: un’idea nuova viene prima condannata perché ridicola, poi dimenticata perché banale e per essere alla fine accettata e finalmente entrare a far parte della cultura generale (e diremmo noi , diventare un paradigma!).
Mark Twain disse che quando l’unico strumento che abbiamo nelle mani è un martello, pensiamo che ogni problema che si presenta nella nostra vita sia un chiodo! Questo concetto viene applicato in quasi tutte le professioni. Pensiamo ad esempio a come un chirurgo affronta una determinata patologia, nella maggioranza dei casi, nell’ambito della sua specializzazione, tenterà di risolverla con la chirurgia, ben difficilmente accetterà che esista un’altra possibilità; la stessa cosa avviene con la psicanalisi, l’esempio accennato prima dimostra che il paradigma, il modello della percezione della vita, condiziona le scelte e le opinioni delle persone.
Thomas Kuhn, è stato uno storico della scienza e scrisse ‘La struttura delle rivoluzioni scientifiche’, la sua opera più celebre e conosciuta. Kuhn sosteneva che la scienza invece di progredire gradualmente verso la verità è soggetta a rivoluzioni periodiche che egli chiama ‘slittamenti di paradigma’. Dopo aver analizzato le scoperte scientifiche degli ultimi 400 anni era giunto alla conclusione che quando uno scienziato incontra un dato privo di senso all’interno di un paradigma, ci sono due possibilità: o ignora quel dato, o tenta di inquadrarlo nel paradigma vigente; la terza opzione, e cioè mettere in discussione il paradigma e trasformarlo, è quella seguita dai pochi scienziati che emergono e contribuiscono in modo decisivo al progresso dell’umanità.

mercoledì 12 maggio 2010

A destra l'infelicità, a sinistra la felicità


“A destra l’infelicità, a sinistra la felicità”. Questo è uno dei sottotitoli del libro La Formula della Felicità del dr. Stefan Klein, giornalista scientifico. In questa sua trattazione egli prende in esame l’argomento felicità dal punto di vista delle neuroscienze. Egli sostiene che l’elaborazione delle emozioni avviene in entrambi gli emisferi cerebrali, ma con una ripartizione: il lobo frontale destro viene attivato in presenza di sentimenti negativi, viceversa l’emisfero sinistro si attiva quando si provano sentimenti di felicità. Questa affermazione è suffragata dalle immagini tomografiche; margini esterni del cervello vengono attivati distintamente sia nei momenti di paura che di felicità. Ma oltre a questa rilevazione effettuata con apparecchiature diagnostiche, è comprovante la casistica dei danni cerebrali. Spesso si osservano comportamenti strani in cui i sentimenti ed i comportamenti di un soggetto colpito da patologia cerebrovascolare provocano veri e propri sconvolgimenti, ad esempio si è osservato che persone colpite da ictus nella parte dell’emisfero sinistro manifestano forti depressioni; molto probabilmente si assiste ad una distruzione dei sistemi cerebrali deputati ai sentimenti positivi. Di contro una patologia cerebrovascolare che coinvolga l’emisfero destro ha portato soggetti a manifestare una allegria permanente ed anomala.
Le neuroscienze oggi riescono ad essere così precise da individuare specifici neuroni capaci di dare luogo a manifestazioni psichiche molto chiare. Ad esempio si è scoperto che nella parte destra del lobo frontale esistono neuroni che reagiscono solo quando un individuo si trova a dover fronteggiare un avvenimento funesto. Sempre in relazione all’emisfero destro, questo addirittura manifesta una vera e propria tempesta neuronale quando un soggetto che manifesta grande timore deve leggere un pubblico. Il sorriso spontaneo è invece presente nei neuroni dell’emisfero sinistro.
Il risultato di queste ricerche dimostrano che la diversa distribuzione delle sensazioni gradevoli o sgradevoli nei due emisferi dipende dall’elaborazione dei dati nel lobo frontale. Questa parte del cervello svolge la funzione di ‘centrale di comando’ del comportamento con ruolo di manifestare specifiche emozioni; in pratica i sentimenti positivi dicono all’individuo cosa fare mentre i sentimenti negativi cosa non fare.

martedì 11 maggio 2010

Il Sentimento di Inferiorità

Sulla base di tutte le indagini, ricerche, sperimentazioni, circa il 95% delle persone, indipendentemente dal loro ceto sociale, cultura o razza, si rovina letteralmente la vita con i complessi di inferiorità, più o meno marcati; oltre a ciò per buona parte di queste persone tali sentimenti diventano degli impedimenti per raggiungere la felicità ed il successo nelle varie attività della vita.
Da un punto di vista puramente logico ognuno di noi sa benissimo di essere inferiore ad un'altra persona: ad esempio sappiamo di essere inferiori ad un campione mondiale di salto in lungo, per quanto brani possiamo essere nell'atletica, oppure sappiamo di non poter competere con un sollevatore di pesi olimpionico, per quanto forti possiamo essere. Questo ci fa capire che i complessi di inferiorità trovano la loro origine non tanto nei fatti reali, quanto nelle nostre conclusioni riguardo ai fatti ed dalla valutazione delle esperienze sulla nostra persona. Se siamo degli atleti, il fatto di sapere che esistono soggetti molto più bravi fa di noi degli atleti mediocri, ma non delle persone mediocri. Non è quindi la presa di coscienza di una reale inferiorità di capacità a farci vivere il senso di inferiorità, ma il sentimento di inferiorità.
Perchè nasce il sentimento di inferiorità? Perchè noi non misuriamo noi stessi sul nostro modello, ma sul modello di un'altra persona. La conseguenza di questa distorsione è che non siamo degni, o che non meritiamo la nostra fetta di felicità e successo.
Questa distorsione nasce perchè facciamo paragoni con gli altri e quindi invariabilmente commettiamo l'errore di lottare per la superiorità. Questa battaglia per la superiorità porta ad un maggior disagio con conseguente delusione e talvolta sfocia in condizioni patologiche quali la nevrosi.
Nel suo libro 'Psicocibernetica', il dr. Maxwell Maltz, trattando questo argomento dice testualmente: "Inferiorità e superiorità sono i due lati della stessa moneta ed il rimedio consiste nel capire che è la moneta stessa ad essere falsa".

lunedì 1 febbraio 2010

L’abitudine alla felicità


Se dovessimo esaminare il significato filosofico del termine felicità entreremmo in una considerazione talmente ampia da non riuscire, molto probabilmente, a definirla o per lo meno a scoprire che il suo significato lascia spazio a moltissime definizioni, vuoi di natura interpretativa sul significato dell’esistenza dell’essere umano, vuoi di natura spirituale, culturale o quant’altro.
Diventa invece interessante studiare la felicità da un punto di vista medico, o per lo meno l’esame degli effetti dello stato di felicità da un punto di vista psicofisico.
Molti ricercatori nel campo medico hanno cercato di dare una definizione alla condizione di felicità; un esempio è dato dal dr. John Schindler il quale affermò che la felicità è da considerarsi come uno stato mentale in cui si hanno pensieri piacevoli per buona parte del tempo. Oltre alle definizioni troviamo ricercatori che hanno eseguito sperimentazioni molto semplici con risultati molto chiari. Prendiamo il dr. K. Kekcheyev, psicologo russo, il quale ottenne attraverso una sperimentazione questi risultati: ad un gruppo di persone chiese di pensare a cose piacevoli ed allegre, poi chiese loro di pensare a cose spiacevoli e tristi. Egli notò che nel momento in cui questo gruppo pensava ad aspetti piacevoli della vita, questi individui miglioravano le loro capacità di percezione, in pratica miglioravano la percezione del tatto, dell’udito, del gusto e della vista. In relazione alla capacità visiva abbiamo il dr. William Bates, artefice del ‘metodo Bates’ per il miglioramento della vista. Anche lui ha riscontrato che nel momento in cui un individuo è immerso in pensieri piacevoli o quando osserva scene gradevoli, la vista migliora. Pensare a cose belle, gradevoli, divertenti, migliora la memoria e la mente si rilassa, questo è ciò che ha capito la ricercatrice Margaret Corbett. Una ricerca condotta anni fa da un gruppo di psicologi di Harvard ha riscontrato che la maggioranza dei criminali proveniva da famiglie infelici o comunque con rapporti umani all’interno della stessa difficili, infelici o con mancanza di gioia. Si è capito che l’infelicità è nella maggior parte dei casi la vera causa di molti disturbi psicosomatici e che la condizione di felicità diventa il solo vero rimedio; questo conferma uno studio durato dieci anni presso l’Università di Yale sulla frustrazione; si è dimostrato che buona parte di ciò che noi definiamo con il termine ostilità verso altri esseri umani è la causa ed il risultato della nostra stessa infelicità.
Vi è anche una stretta relazione tra ottimismo e felicità. Una ricerca condotta su alcuni uomini d’affari ha confermato che soggetti ottimisti, che cercano il lato migliore delle situazioni, oltre a sentirsi più felici, hanno anche più successo nella realizzazione dei loro obiettivi.
Cosa ci fa capire tutto ciò? Molto probabilmente che il modo in cui noi pensiamo alla felicità determina se lo saremo oppure no. Ci è stato insegnato che se siamo buoni o facciamo determinate cose allora otterremo l’agognata felicità; ci è stato insegnato che otterremo la felicità se avremo una buona salute o se raggiungeremo il successo, o ancora se saremo onesti e gentili nei confronti del prossimo allora raggiungeremo la felicità. Sulla base di quando detto, molto probabilmente, è necessario imparare ad essere felici, acquisire il giusto stato mentale per coltivare pensieri piacevoli per buona parte della nostra vita. Se non ci è stato insegnato, iniziamo ad imparare, poco per volta, questo modo di vivere, allora essendo felici avremo successo, essendo felici saremo più buoni, essendo felici avremo una salute migliore, essendo felici ameremo di più il nostro prossimo.
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