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martedì 3 maggio 2011

Antibiotici e disinfettanti favoriscono lo sviluppo di super-batteri resistenti


Per evitare di ammalarci, molti di noi continuamente lavano le mani e disinfettano le superfici. Ma un nuovo studio di laboratorio mostra che un batterio “mangia” i fastidiosi detergenti a colazione. Quando il disinfettante è stato applicato alle culture di laboratorio dei batteri, esse si sono adattate a sopravvivere non solo al disinfettante stesso, ma anche ad un antibiotico comune.
Il team di ricerca si è concentrato sul Pseudomonas aeruginosa, un batterio responsabile di una serie di infezioni nelle persone con sistema immunitario indebolito. Quando gli scienziati hanno aggiunto quantità crescenti di disinfettante nelle sue culture, i batteri si sono adattati a sopravvivere non solo con il disinfettante, ma anche con un antibiotico chiamato ciprofloxacina.
Ecco come: i batteri sono stati in grado di sviluppare agenti antimicrobici più efficienti. I batteri adattati hanno anche avuto una mutazione genetica che ha permesso loro di resistere ad antibiotici di tipo specifico.
"In linea di principio, ciò significa che il residuo dei disinfettanti diluiti in modo errato nelle superfici in ospedale potrebbe favorire la crescita di batteri resistenti agli antibiotici. La cosa più preoccupante è che i batteri sembrano essere in grado di adattarsi a resistere agli antibiotici senza nemmeno essere esposti ad essi" ha spiegato il ricercatore Gerard Fleming della National University of Ireland di Galway. I risultati, pubblicati sulla rivista Microbiology, dimostrano come alcuni microbi sviluppati diventano, aggiunti ai superbatteri della ricerca, microbi resistenti che la medicina moderna si sforza di combattere.
MRSA o stafilococco aureo meticillina-resistente, è diventato un micidiale e crescente problema negli ospedali, negli ultimi anni. Addirittura è stato reso noto di recente il primo caso di un virus della tubercolosi altamente resistente al farmaco. Un fattore importante nella comparsa di questi batteri resistenti agli antibiotici è l’uso eccessivo e improprio degli antibiotici stessi, secondo il Centers for Disease Control and Prevention. Il nuovo studio suggerisce che i disinfettanti possono essere parte del problema, anche se più ricerca è necessaria per assodare quest’ipotesi. Ma anche i fattori ambientali che possono favorire la resistenza agli antibiotici non sono da sottovalutare.

[Fonte: Livescience]

domenica 1 maggio 2011

Lo Staphylococcus aureus ha un disinfettante per amico

Staphylococcus aureus
Tratto da MedicinaLive

A volte alcune nuove scoperte lasciano a dir poco sbalorditi. Si sa, infatti, che i disinfettanti proteggono e sconfiggono i batteri che si annidano un po’ ovunque, nella nostra vita quotidiana, pronti a insidiare il nostro organismo.
Eppure, da una recente ricerca sembrerebbe che alcuni batteri rinforzano la loro azione d’attacco proprio grazie ai disinfettanti che dovrebbero servire per debellarli.
Lo studio che ha rivelato questa sconcertante verità, che preoccuperà non poco i maniaci della pulizia, sempre pronti a spruzzare disinfettante ovunque (anche troppo, a volte!), viene dall’americano Glenn Kaatz e dal suo team di ricercatori appartenenti all’ospedale di Detroit. La ricerca, pubblicata dalla rivista di divulgazione scientifica Microbiology, evidenzia il ruolo svolto da alcune sostanze disinfettanti nel fortificare i batteri, rendendoli maggiormente resistenti all’attacco dei farmaci.
Per uccidere i batteri, negli ospedali e nelle case, si usano spesso prodotti disinfettanti a base di componenti chimiche, denominati biocidi. Bene, a quanto pare, proprio queste sostanze chimiche, anche se impiegate a basso dosaggio, possono diventare amiche di batteri molto pericolosi.
Ad esempio, di un batterio insidioso come lo Staphylococcus aureus. Questo avviene perchè i biocidi fortificano il batterio, aiutandolo a sbarazzarsi delle sostanze chimiche che si trovano al suo interno. Il batterio diventa così molto più resistente all’attacco dei farmaci, come ad esempio degli antibiotici, che non sono più sufficienti o comunque fanno molta più fatica a debellarlo.
Il dottor Kaatz è pervenuto a questa scoperta tramite una sperimentazione sullo stesso Staphylococcus aureus, prelevato da un campione di pazienti contagiati dell’ospedale.
Il batterio è stato successivamente esposto all’azione di alcuni biocidi, comunemente usati per disinfettare gli ambienti.
Nei batteri esistono delle pompe di efflusso, addette ad espellere e a depurarsi dalle sostanze tossiche, tra cui anche dagli antibiotici.
A contatto con i disinfettanti, queste pompe aumentavano la loro attività, crescendo anche di numero.
I batteri patogeni che hanno più pompe di efflusso espellono più facilmente anche gli antibiotici. Motivo per cui, secondo gli autori dello studio, i disinfettanti contribuiscono a fortificare i batteri.

[Fonti: www.ansa.it; Microbiology]

mercoledì 27 gennaio 2010

Maria Montessori, esempio di neuroplasticità


Un altro errore che soprattutto un tempo si commetteva era quello di identificare determinate abilità come maschili o femminili. Tendenzialmente si pensava che le attività intellettuali, le attività in cui sia necessaria molta logica, l’utilizzo dei numeri, la predisposizione agli affari, alla severa razionalità, fossero una prerogativa del cervello sinistro e quindi sostanzialmente maschile; di contro tutte le attività creative ed artistiche, attività irrazionali, attività in cui siano chiamate in causa le emozioni avessero una connotazione tipicamente femminile, e quindi dell’emisfero destro. Questo pensiero ha portato in passato non solo a discriminare scelte professionali o accademiche, ma a incanalare funzioni tipicamente logiche o scientifiche ad esclusivo appannaggio dei soggetti maschili e funzioni artistiche e creative a soggetti femminili. Un esempio emblematico è stata la storia di Maria Montessori, nata nel 1870 e morta nel 1952, quindi vissuta negli anni a cavallo alla fine del 1800 e l’inizio del 1900. Questa donna straordinaria già dai primi anni di studio manifestava un particolare interesse per le materie scientifiche, in modo particolare la matematica e la biologia, circostanza questa che le causerà non pochi contrasti con gli stessi genitori i quali l’avrebbero voluta avviare alla carriera dell’insegnamento. Andando contro sia le aspettative della famiglia e del mondo scientifico dell’epoca, si laureò alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza nel 1896, divenendo una delle prime donne a laurearsi in medicina dopo l’unità d’Italia. Se studiamo la sua vita, l’apporto che diede alla pedagogia ed alla considerazione del bambino come essere completo (sia con deficit psichici che normali), capace di sviluppare energie creative e possessore di dispositivi morali quali l’amore, dimostrano come questa donna abbia avuto il coraggio di presentare al mondo intero il suo metodo didattico, viaggiando in più parti del mondo e schierandosi apertamente a favore dei diritti delle donne. In questo caso l’utilizzo dell’emisfero destro e di quello sinistro hanno contribuito alla realizzazione di una vita veramente unica e straordinaria.

Grazie ai progressi della neuroscienza, la neuroplasticità ci conferma che il nostro cervello ha la capacità di convertire le sue congiunzioni sinaptiche. Ne consegue che ogni volta che impariamo, facciamo esperienza o anche solo visualizziamo qualcosa di nuovo, il cervello processa le informazioni creando connessioni sinaitiche e codificando nei neuroni l’esperienza vissuta o immaginata. Questo ci fa comprendere come il cervello umano abbia la capacità di adattarsi agli stimoli che riceviamo dal mondo esterno o che viviamo attraverso l’immaginazione, modificando di conseguenza il nostro comportamento. Noi cambiamo ogni volta che leggiamo materiale che ci arricchisce, ma nella stessa misura possiamo cambiare qualora leggessimo informazioni che ci danneggia; la stessa cosa avviene con la visione televisiva di programmi che possono addirittura modificare il nostro comportamento. Ma ciò che può conferirci maggiori capacità cognitive è la facoltà di mantenere equilibrati i due emisferi. Non di rado troviamo soggetti con grandi capacità di ricercare cose nuove e all’avanguardia, ma con estrema difficoltà ad applicarle o memorizzarle nella routine quotidiana, altri invece sono talmente rigidi nel vivere una vita senza voler ricevere nuovi stimoli da non voler imparare nulla di nuovo. Al riguardo imparare nuove tecniche di memorizzazione o di studio aiuterà il cervello ad aumentare le proprie potenzialità. Le Mappe Mentali ci permettono di integrare le funzionalità cerebrali, apportando vantaggi non indifferenti alla nostra vita pratica. Si pensi ad uno studente il quale deve capire pienamente il significato di argomenti o concetti letti o ascoltati dagli insegnanti. Un metodo veloce ma soprattutto efficace gli permetterà di memorizzarlo nel tempo e renderlo quindi pratico e funzionale per il suo apprendimento. Nella stessa misura un ricercatore ha necessità di valutare moltissime informazioni, queste poterle comparare, forse sovrapporle come significato ed utilizzarle per le sue indagini; la Mappa Mentale in questo caso è uno strumento di grande utilità per questa applicazione.
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