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giovedì 27 maggio 2010

Tutti i ricordi includono una sensazione

Una delle ragioni per cui i ricordi episodici rimangono registrati nel nostro cervello così a lungo è dato dal fatto che i nostri sensi sono stati coinvolti nella loro creazione. Questo significa che siamo in grado di rievocarli per molto tempo dopo l’avvenuta esperienza.
Quando associamo un’esperienza sensoriale con i nostri ricordi del passato, questo evento è di per sé un episodio che rafforza il ricordo. Ogni esperienza che proviamo nel nostro mondo esterno provoca sempre un cambiamento nella chimica interna del nostro cervello, proprio perché un flusso di informazioni sensoriali raggiunge il cervello producendo nuove reazioni chimiche, che a loro volta andranno ad alterare l’intera chimica del nostro corpo. Quindi ogni volta che associamo ciò che stiamo sperimentando come nuovo evento con quanto è stato precedentemente cablato a livello neuronale, questo atto associativo è esattamente l’evento che trasforma la connessione in un ricordo. Come dice il dr. Joe Dispenza nel suo libro Evolvi il tuo cervello, noi ‘ricordiamo il nostro ricordare’ attuando una forma di ricablaggio dell’avvenimento. C’è ancora da dire che più forte è stato lo stimolo sensoriale iniziale, tanto maggiore sarà la possibilità di ricordare l’evento e la formazione dei relativi ricordi. Indubbiamente ciò avrà luogo perché gli elementi emozionali dell’esperienza saranno stati molto intensi.
Abbiamo quindi compreso che quanto più forte sarà il segnale, tanto maggiore sarà la probabilità che il ricordo venga archiviato a lungo termine. Ma che cos’è che decide la forza del segnale? È il grado in cui prendiamo atto dell’evento come nuovo, imprevedibile o addirittura inconcepibile in base alle nostre esperienze vissute, al di fuori della nostra routine. Un esempio emblematico è l’atto terroristico avvenuto a New York l’11 settembre 2001. Cosa facevamo quel giorno? Dove ci trovavamo? Quali persone abbiamo incontrato? Molto probabilmente sappiamo dare una risposta a queste domande e forse anche ad altre, molto più particolareggiate. Ma ci venissero poste le stesse domande in relazione al 9 settembre dello stesso anno, cosa risponderemmo? È molto probabile che quello sia stato un giorno come tanti altri, ammesso che qualche avvenimento veramente unico non abbia sconvolto la nostra vita.
Da quanto detto ne consegue che tutti i ricordi includono una sensazione, o più sensazioni, che diventano la sigla chimica lasciata da determinate esperienze del passato.

martedì 18 maggio 2010

Quello a cui pensiamo ripetutamente, quello diventiamo


“Quello a cui pensiamo ripetutamente e ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione, è quello che neurologicamente diventiamo”.
Questa frase è riportata nel libro Evolvi il tuo Cervello, scritto dal dr. Joe Dispenza, chiropratico di fama mondiale per i suoi articoli scientifici sulla stretta relazione esistente fra chimica del cervello, neurofisiologia ed il loro ruolo nella salute fisica. Attraverso questo libro, per altro chiaro esempio della scientificità della neuroplasticità del cervello umano, il dr. Dispenza evidenzia le straordinarie potenzialità di questo organo e del fatto che non sempre lo utilizziamo nel modo corretto o comunque a nostro beneficio. Infatti, secondo le neuroscienze, rivolgere ripetutamente la nostra attenzione al dolore del corpo umano lo rende sempre più reale, proprio perché i circuiti del cervello che percepiscono il dolore vengono attivati elettricamente. Di contro se rivolgiamo la nostra attenzione e la nostra piena consapevolezza verso qualche cosa che sia completamente diverso dal dolore che possiamo provare a livello fisico, gli stessi circuiti cerebrali che precedentemente hanno processato il dolore e le sensazioni corporee possono essere letteralmente spenti, con conseguenza che il dolore può addirittura scomparire. Ma cosa succede se subito dopo controlliamo se il dolore se n’è andato in modo definitivo? I rispettivi circuiti cerebrali si riattivano, facendoci percepire nuovamente il dolore. Se i circuiti del dolore vengono attivati ripetutamente, la connessione fra loro si rinforza, in questo modo se si presta costante attenzione al dolore ogni giorno, siamo noi a creare dei circuiti neurologici capaci di sviluppare una consapevolezza più acuta della precedente del dolore, proprio perché i relativi circuiti cerebrali si arricchiscono.
Questa potrebbe essere la spiegazione del fatto che il dolore ci caratterizza, non solo la sensazione del dolore fisico, ma anche il dolore emotivo, magari provato moltissimi anni fa e coltivato nel tempo, fino ad oggi; ecco quindi il significato della frase riportata sopra: quello a cui pensiamo ripetutamente, avvenimenti successi nell’infanzia o nella giovinezza, focalizzati nel tempo, al punto da rubare la nostra attenzione ci fanno diventare, neurologicamente, quello che oggi siamo. Questo processo determina veri e propri circoli viziosi di ordine mentale, anticamera di atteggiamenti e modi di vivere i quali caratterizzano la nostra personalità, facendoci assumere modi di essere non sempre modificabili.
Quanto affermato ora dovrebbe allora farci credere che non possiamo cambiare? Niente affatto. Il dr. Dispenza dice che l’essere umano è un continuo ‘lavori in corso’, definizione forse singolare ma molto appropriata. L’organizzazione delle cellule cerebrali che costituiscono chi noi realmente siamo sono sempre in movimento; dobbiamo dimenticare la vecchia idea che il cervello sia un organo statico, rigido e fisso: nulla di più assurdo! In modo particolare quando si raggiunge l’età dell’anzianità. Le cellule cerebrali vengono costantemente rimodellate e riorganizzate dai nostri pensieri e dalle esperienze che viviamo. Da un punto di vista neurologico, noi siamo ripetutamente modificati da tutti gli stimoli che ci pervengono. Non è errato, quindi, dire che dopo un determinato avvenimento non siamo più gli stessi, come non siamo più gli stessi dopo aver letto un libro che ci ha coinvolti profondamente, non siamo più gli stessi dopo un’esperienza che, come si ha abitudine di dire, ‘ci ha cambiati profondamente’; infatti è proprio così, siamo realmente cambiati.
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