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domenica 2 dicembre 2012

Aumentano gli uomini italiani che chiedono al chirurgo estetico di ridurre il volume del seno

Potrebbe sembrare strano, quasi uno scherzo, ma a quanto riferisce l'Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (AICPE), solo in Italia nell'anno 2011 gli interventi di ginecomastia eseguiti su soggetti maschili sono stati 1523, in pratica il 4,45% del totale, e rispetto all'anno 2010 con un incremento del 20%. Questa associazione riferisce tra l'altro che negli Stati Uniti la ginecomastia è il quarto intervento più eseguito tra gli uomini con un totale di 17645 interventi nel 2011. Anche l'Inghilterra non si comporta male: questo intervento è al secondo posto rispetto al 2010 con una crescita del 7%.
La ginecomastia è una condizione caratterizzata dallo sviluppo (anomalo) delle mammelle nell'uomo. Durante la pubertà è normale assistere ad un rigonfiamento della ghiandola mammaria, ma, dopo breve tempo, questa si riduce. Quando la naturale atrofia non avviene, si ha un aumento di volume che non comporta particolari conseguenze fisiche, ma conseguenze di tipo psicologico.
Una simile condizione si può verificare anche in caso di assunzione di particolari ormoni o per varie altre cause che possono concorrere, come vedreme fra breve.
Il dr. Gianluca Campiglio, membro del direttivo AICPE, afferma che questa condizione colpisce prevalentemente i soggetti giovani al di sotto dei 30 anni, spesso affetti da problematiche ormonali e gli adulti oltre i 60 che si sottopongono, per fare un esempio, a terapie ormonali per la cura del tumore della prostata. Ma oltre a queste cause, ve ne sono altre che potrebbero alterare questo delicato equilibrio ormonale, causando uno sviluppo anomalo della ghiandola mammaria; parliamo quindi dell'abuso di antidepressivi o farmaci a base di digitale, l'uso di sostanze dopanti, integratori alimentari e cannabis. Non dimentichiamo gli ormoni anabolizzanti utilizzati per aumentare le masse muscolari, che sono la causa principale di ginecomastia tra i 25 e i 40 anni. A queste cause si aggiunga l'uso eccessivo della carne, nella quale aumenta sempre più la presenza di estrogeni sintetici.

sabato 8 settembre 2012

QI più basso in chi fa uso di cannabis

 
L'uso frequente di cannabis prima dei 18 anni provoca dei danni al cervello che implicano, mediamente, la perdita di 8 punti di QI (quoziente d'intelligenza) rispetto ai coetanei che non ne hanno fatto uso durante l'adolescenza. A fronte di limitati benefici in particolari situazioni cresce il numero degli studi che rimarcano quanto sia dannoso l'uso della marijuana. La cannabis è stata messa in relazione con un maggior rischio di osteoporosi, con effetti dannosi sulle gengive, con alterazioni del DNA e maggior rischi di tumori, ora uno studio condotto dai ricercatori della Duke University allunga la lista degli effetti negativi. I risultati sono stati pubblicati sui PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences - Persistent cannabis users show neuropsychological decline from childhood to midlife - doi: 10.1073/pnas.1206820109 - Agosto 2012).
Gli esperti hanno condotto uno studio su oltre mille individui, che hanno acetato volontariamente di sottoporsi ad una serie di analisi e test, nati fra il 1972 e il 1973 in Nuova Zelanda. L'intero campione è stato seguito dall'infanzia fino al compimento del 38esimo anno di età. Il gruppo di volontari era abbastanza eterogeneo: circa il 5 per cento faceva un uso frequente di marijuana prima dei 18 anni di età, altri hanno iniziato a fumare spinelli solo dopo i 20 anni mentre altri ancora non hanno mai fatto uso di cannabis. I dati raccolti hanno una valenza medica e statistica molto importante vista anche la durata dello studio. I ricercatori, guidati da Madeline Meier della Duke University (Durham - North Carolina), hanno verificato le capacità neurologiche dei volontari prima, durante e dopo aver cominciato ad utilizzare cannabis.
Secondo Madeline Meier, uno degli aspetti cruciali rilevati in questo studio riguarda l'età in cui si è iniziato ad usare sostanze stupefacenti e lo sviluppo del cervello. Stando ai dati raccolti il consumo di marijuana dopo i 18 anni di età non provoca alcun declino significativo, diversa è la situazione quando se ne fa uso nel periodo dell'adolescenza. I soggetti che hanno fatto uso di cannabis fin dall'adolescenza hanno ottenuto mediamente punteggi peggiori nella maggior parte dei test di intelligenza oltre ad avere maggiori problemi di attenzione e memoria.
Molti potrebbero pensare che 8 punti di QI in meno potrebbero essere trascurabili, gli esperti spiegano però che calare dalla media di 100 a 92 significa ritrovarsi dal 50esimo percentile di popolazione al 29mo percentile, una discesa di una certa entità. Per chi non lo sapesse i percentili dividono la distribuzione in cento parti uguali; dato un campione, il percentile ennesimo è il valore che separa il numero percentuale dei dati dal resto (es. il 50° percentile è la mediana). Trovasi quindi al 29mo percentile, relativamente al quoziente d'intelligenza, vorrebbe dire avere un QI più basso del 71 per cento della popolazione.
Secondo gli esperti i dati raccolti portano a riconsiderare anche l'uso di alcuni farmaci, e in generale tutte le sostanze psicoattive, negli adolescenti. L'età dello sviluppo è molto importante e un "danno" in questo periodo può compromettere definitivamente le capacità di comprensione e studio con ripercussioni nella vita adulta.
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