Visualizzazione post con etichetta ADHD. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ADHD. Mostra tutti i post

domenica 25 dicembre 2011

A.D.H.D., finta malattia ma vero affare!


Nel ‘CASO’ di Venerdì Salute del 23 Agosto 2011, leggo: «Quei bambini troppo ‘vivaci’ e ‘distratti’ che iniziano a far paura all’America
Il deficit d’attenzione e iperattività negli Stati Uniti colpisce un bambino su dieci. Un record perché in dieci anni, secondo l’Istituto superiore di sanità Usa, il disturbo è aumentato del 30 per cento. Ma i malati di oggi sono destinati a diventare adulti ‘difficili’. I sintomi infatti possono ripetersi nel 65 per cento dei casi »
(dall’inviato Angelo Aquaro)

Per completezza di informazione e per dare voce a chi nega, non l’esistenza della problematica suscitata dai bambini troppo agitati ed impulsivi, ma la scientificità della sua stigmatizzazione in malattia, etichettata come ‘ADHD’ (si veda anche Fred Baughman, neurologo specializzato in malattie del cervello dell’’infanzia, membro dell’’Associazione Medica Americana, della Società di Neurologia dell’’Infanzia, dell’’Accademia Americana di Neurologia, consulente del Congresso USA e della Commissione per l’’Educazione degli Stati del Colorado, Texas, Minnesota, Arkansas, Wisconsin e C. che denuncia l’invenzione e la frode psichiatrica sugli squilibri chimici del cervello), vorrei contribuire al dibattito in corso. In qualità di insegnante specializzato per il sostegno mi sono occupato, fin dalle mie prime esperienze risalenti agli anni 70, del sostegno scolastico per questi ‘bambini e bambine difficili’ che, a quell’epoca in Italia, non avevano ancora l’etichetta di ‘Deficit dell’attenzione e disturbo da iperattività’ ( ADHD) che li stigmatizza ora come malati. No, allora erano semplicemente dei gianburrasca o bambini con l’argento vivo addosso, bambini ed adolescenti vivaci, troppo vivaci ed irrequieti che sfidavano, anche fisicamente, l’adulto. Durante la lezione ti scappavano fra le gambe per correre fuori dalla scuola e io dovevo ricorrerli per riportarli in classe! Disturbavano la tranquilla routine delle lezioni basate su di una didattica prevalentemente frontale-uditiva: tutti fermi al proprio posto! Ma io sono nato in campagna e fino al giorno prima di essere imprigionato, per 5 ore ogni giorno, in quello scomodissimo banco di prima elementare, parlavo solo la mia lingua materna, il mio dialetto di campagna e la mia mente era piena di altre immagini in movimento: mi arrampicavo sugli alberi, correvo a perdifiato nella campagna, con altri coetanei, buttandomi in ogni specchio d’acqua a caccia di rane (ero forse malato di iperattività?). Le mucche mi avevano insegnato a prevedere l’effetto delle mie azioni: se non erano munte di mattina, al solito orario, si sarebbero uditi presto i loro strazianti lamenti. Ho imparato ad anticipare mentalmente l’azione, a farmi il teatrino mentale dei rapporti di causa ed effetto, cioè a pensare e a riflettere: immergendo le mani nel fango dei fossati, cosa avrei potuto trovarmi nelle mani oltre alle rane? (serpi, salamandre…) La natura ti insegna a fare questo, ti educa ai tempi dell’osservazione e dell’ascolto, invece la televisione, il videogioco, il computer, il cellulare, no! Il rapido susseguirsi di immagini, spesso violente, nella maggiore parte dei cartoni animati e dei videogiochi per bambini costruiscono, nella loro mente, delle mappe mentali non fondate su giuste emozioni e competenze relazionali, ma su “frenetiche” ed “impulsive” attività sensomotorie basate su di una modalità tipo “stimolo-risposta”, al posto del pensiero e della riflessione. Mobilitare il corpo al posto del pensiero, diventa allora imperativo!
Si sono stato fortunato, la vita nel “”villaggio educante” contadino, mi aveva costruito una mente adatta ad accogliere e comprendere nuove regole, una mente preparata all’acquisizione di abilità di adattamento a ritmi e modalità di apprendimento anche diverse da quelle delle quali avevo avuto esperienza fino ad allora. Ma i bambini di oggi, per questo aspetto, sono meno fortunati: hanno in mano, per la maggior parte del loto tempo libero, il telecomando, il mouse, il joystick , il cellulare, terribili strumenti di inibizione di una mente in crescita, in un periodo che assorbe ogni minimo stimolo per configurarsi ed adattarsi all’ambiente circostante ( e possibilmente anche per trasformarlo): immagini violente in rapida successione schermi di video-giochi che non lasciano speranza al pensiero se non alla reazione quasi meccanica dello stimolo-risposta! Come possono allora essere preparati all’adattamento a sistemi scolastici così diversi, a ore di immobilità ed attesa, seduti in un banco: occorre capire che si chiede loro l’impossibile. Non si possono lasciare i bambini, per ore, davanti al televisore o ai videogiochi e poi pretendere che se ne stiano tranquilli ed attenti al loro posto: dopo ci vuole la chimica per sedarli, così droghiamo i futuri cittadini del mondo!

lunedì 31 ottobre 2011

ADHD sì, ADHD no: il farmaco è alle porte?

di Luca Poma
Si discute sempre più frequentemente sui media di una nuova “epidemia”: la cosiddetta sindrome da iperattività e deficit di attenzione, siglata “ADHD”, ovvero bambini impulsivi, iper-agitati e cronicamente disattenti. Autorevoli luminari e specialisti sono pronti a giurare circa l’esistenza di questa nuova “malattia” dell’infanzia, e si stracciano le vesti se messi in discussione dagli “oscurantisti medioevali”, che poi sono tutti coloro che hanno un punto di vista differente dal loro. Altrettanto loro autorevoli colleghi storcono la bocca, e criticano severamente un approccio che finisce per banalizzare problematiche ben più complesse. Chi ha ragione? Ma – cosa ben più importante – cosa dovrebbe fare chi si trova al bivio, con un figlio forse malato di iperattività, o forse no?
E soprattutto: come si dovrebbe regolare chi il problema l’ha già in casa? Perché è facile parlare, quando non si è toccati direttamente dal disagio. In questo balletto di cifre, dati e pareri, è necessario fare un po’ di chiarezza: quello che è certo, è che non esiste alcuna prova dell’esistenza dell’Adhd, alcun marcatore biologico e mai stato individuato, e per tante ricerche scientifiche che tentano di dimostrare l’esistenza della sindrome, altrettante la smentiscono. Ciò non deve portarci ad abbracciare la scriteriata tesi opposta, ovvero che non esistono disagi dell’infanzia o problemi comportamentali degni della massima attenzione.
Il problema è: qual è la causa? Ed ancora: che tipo di risposta noi diamo a queste delicate problematiche? Per molti specialisti, l’Adhd è una “costellazione aspecifica di sintomi”, ovvero un insieme di campanelli d’allarme, che segnalano problemi ben più profondi. E’ chiaro a tutti a quali rischi esponga il persistere nel voler curare un sintomo trattandolo come una malattia a se stante: si finisce per sedarlo, il sintomo, lasciando sotto di esso inalterata la malattia.
Sono infatti ben un centinaio le vere patologie, spesso appunto trascurate, che generano iperattività: classificarle tutte quante sotto la generica voce “Adhd” è perlomeno ingenuo, ma molto di moda in questi ultimi anni. In questa direzione si è espresso il documento di consenso scientifico più sottoscritto in Italia su queste tematiche: ben duecentocinquanta mila addetti ai lavori del settore salute, direttamente o per il tramite delle rispettive associazioni di categoria, hanno dichiarato che la discussione è ancora aperta, che non esiste alcuna prova dell’esistenza di questa “nuova” malattia, e che lo psicofarmaco comunque non è mai di per se la soluzione, dal momento che si limita ad intervenire sui sintomi e non cura alcunché.
Inoltre il prezzo da pagare in potenziali effetti collaterali appare alto, se è vero – come avvisa la Fodd and Drug Administration, massimo organismo di controllo sanitario americano – che questi psicofarmaci possono causare ai bambini crisi maniaco-depressive, ictus, ed anche complicazioni cardio-circolatorie fino alla morte improvvisa. “L’Adhd com’è definita oggi è più che altro una moda, le diagnosi sono inconsistenti e vaghe, e per come vengono perfezionate non si possono e non si devono fare”, dice Emilia Costa, 1^ cattedra di Psichiatria dell’Università di Roma “La Sapienza”, incalzata dal Professore di Pediatria William Carey, uno dei massimi esperti di sviluppo comportamentale del bambini in USA, che afferma: “I questionari che vengono utilizzati per diagnosticare questi disagi dell’infanzia sono altamente soggettivi ed impressionistici: nonostante il fatto che le scale di valutazione utilizzate non soddisfino i criteri psicometrici di base, i sostenitori di questo approccio pretendono che questi questionari forniscano una diagnosi accurata, ma così non è”.
Insomma, una storia che si spaccia per già scritta, mentre in realtà la comunità scientifica è in pieno fermento e la discussione incalza, con toni a volte anche accesi. Detto ciò, bisogna demonizzare in modo meramente ideologico gli screening preventivi ed l’uso di psicofarmaci? No, ma neanche spacciare false certezze, o ridurre a mero movimento d’opinione, indegna di ogni rilievo, quella corrente scientifica di pensiero che ritiene – forse non a torto – che l’ “ipersemplificazione” di problemi complessi sia essa stessa la vera malattia del nostro terzo millennio. Mentre discutiamo, il marketing del farmaco si fa sempre più aggressivo: ormai abbiamo una pillola per sedare ogni tipo di problema, e non possiamo nasconderci che l’infanzia rappresenta un nuovo e molto redditizio segmento di business per le multinazionali del farmaco, le quali finanziano circa l’80% della ricerca mondiale, e – se è vero che ci salvano la vita con molti prodotti utili – è altrettanto vero che tendono a non pubblicare mai le ricerche scientifiche con esito negativo, così da non nuocere al profilo commerciale dei propri brevetti.
In questo scenario molto poco rassicurante, l’imperativo può essere uno solo: la prudenza ed il principio di precauzione. E’ necessario prestare la massima attenzione affinché la scuola non diventi l’anticamera dell’ASL, come sta succedendo in non poche città d’Italia, dove assistiamo ad una sempre più marcato tentativo di medicalizzazione del disagio. Riflettiamo piuttosto sul rapporto di noi adulti con i bambini: quasi sempre, per ogni bambino che lancia un allarme e manifesta il proprio disagio profondo, c’è un adulto che non vuole o non può ascoltarlo, e che trova maggiore serenità nella certezza di una diagnosi e nella soluzione “facile” di una pastiglia miracolosa, piuttosto che nel doversi mettere lui stesso in discussione.

Luca Poma - Giornalista

Portavoce Nazionale Campagna "GiuleManidaiBambini"


Su richiesta dell'autore, l'articolo è copiabile in versione integrale ed utilizzabile senza necessità di preventivo assenso.

sabato 23 aprile 2011

Studio: Il cibo è la causa di ADHD - Modificare la dieta e si può curare il bambino

Iperattività. Agitazione. Disattenzione. Impulsività. Se un bambino ha una o più di queste caratteristiche su base regolare, si può dire che lui, o lei, ha un disturbo da deficit di attenzione / iperattività (ADHD). In questa condizione si trova circa il 10 per cento dei bambini negli Stati Uniti.
Bambini con ADHD possono essere irrequieti e difficili da gestire. Molti di essi sono trattati con farmaci, ma un nuovo studio dice che il cibo può essere la chiave. Pubblicato sulla rivista The Lancet, lo studio suggerisce che con una dieta molto restrittiva, i bambini con ADHD potrebbero sperimentare una significativa riduzione dei sintomi. L'autore principale di studio è il Dr. Lidy Pelsser del Centro di Ricerca ADHD nei Paesi Bassi. The Lancet menziona che il disordine è innescato in molti casi da fattori esterni, e questi possono essere trattati mediante modifiche al proprio ambiente.
"L'ADHD è solo l'insieme di sintomi, non è una malattia", dice il ricercatore olandese All Things Considered weekend host Guy Raz.
"Il nostro modo di pensare - e trattare - questi comportamenti è sbagliato", dice il dr. Pelsser. "E' necessario un cambiamento di paradigma. Se a un bambino viene diagnosticato l'ADHD, dovremmo dire, 'Ok, abbiamo dei sintomi, ora andiamo alla ricerca di una causa.' "
Il dr. Pelsser confronta ADHD con l'eczema. "La pelle è colpita, ma un sacco di gente manifesta eczema a causa di una allergia al lattosio o perché stanno mangiando ananas o fragole."
Secondo Pelsser, il 64 per cento dei bambini con diagnosi di ADHD stanno in realtà vivendo una ipersensibilità agli alimenti. I ricercatori sono partiti nella ricerca con bambini con una dieta molto elaborata, quindi hanno iniziato a limitare nel tempo gli alimenti'.
"In sole cinque settimane,"dice il dr. Pelsser . "Se la causa è la dieta, allora cominciamo a scoprire quali cibi sono la causa dei problemi."
Insegnanti e medici che hanno lavorato con i bambini nello studio riportato cambiamenti nel comportamento. "In realtà, essi sono rimasti stupiti", dice il dr. Pelsser.
"Dopo la dieta, erano solo dei bambini normali, con un comportamento normale," dice il ricercatore. "Non erano più distratti o smemorati, e la collera risultava placata".

Fonte: VegSource, Study: Food is the cause of ADHD, 12 marzo 2011

Traduzione di Ezio Rittà

martedì 26 ottobre 2010

Falsità dello studio che collega A.D.H.D. a depressione/suicidio

Fonte: Disinformazione.it
.
A cura del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus
Un rapido sguardo alla studio che afferma che l'"ADHD nei bambini è collegato alla depressione e a un maggiore rischio di suicidio" ha rivelato i suoi ovvi e lampanti difetti, e siamo costretti a chiederci perché i siti medici quali WebMD o Medical News Today non fossero in grado di vedere ciò che ci è bastato poco a scoprire: cosa è stato omesso da questo "studio". Lo studio, pubblicato nell’Archives of General Psychiatry, sostiene che "i bambini che vengono diagnosticati con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) hanno una maggiore probabilità di sviluppare la depressione e/o il tentativo di suicidio durante la loro adolescenza, o dai 5 ai 13 anni dopo la diagnosi ...".
Perché nessuno dei siti Web medici o della stampa si sia chiesto quali farmaci i bambini di questo studio stessero già prendendo e quale effetto questi possano avere sullo sviluppo di depressione o di suicidio? Lasciamo la risposta al lettore. Ma questo è il fatto: la FDA ha documentato che i farmaci stimolanti come Ritalin, Concerta, Adderal, ecc., tipicamente prescritti ai bambini diagnosticati con ADHD, hanno vari effetti collaterali tra cui allucinazioni, pensiero delirante, mania, psicosi, aggressione, violenza, ostilità, tossicodipendenza e suicidio e depressione.
Lo studio stesso rivela che i bambini diagnosticati con ADHD e che sono stati oggetto di questo “studio” erano di Pittsburgh e Chicago, aggiungendo che il 100% dei bambini di Chicago e il 42% di quelli di Pittsburgh provenivano da cliniche psichiatriche. Ciò significa che con altissima probabilità questi bambini stavano già assumendo psicofarmaci o come minimo che ne abbiano assunti a un certo momento per trattare la loro diagnosi di ADHD.
Inoltre, riguardo a quei bambini con "ADHD" che nello studio i ricercatori sostengono abbiano "sviluppato depressione," non solo dovremmo sapere se fossero già in cura con farmaci stimolanti che provocano questi effetti collaterali ma, se sono stati successivamente prescritti loro antidepressivi per "curare" la depressione, considerando che negli USA recano dei riquadri in neretto (come sulle scatole di sigarette in Italia) perché comportano il rischio di suicidio. Stupisce constatare come nessuno di quelli che pubblicano e promuovono il contenuto di questo studio si sia dato il disturbo di porsi queste semplici domande prima di accettarlo come oro colato, a maggior ragione considerando come questi dati possano influenzare il pubblico in generale verso scelte che andranno poi a incidere sulla loro vita o quella dei loro figli.
Giova anche ricordare un’altra storia non detta: gli autori di questo studio, il Dr. Andrea Chronis-Tuscano e il Dr. William E. Pelham hanno ricevuto non solo i fondi per questo studio, ma persino gli onorari per questa ‘ricerca’, da Eli Lilly, Janssen Pharmaceuticals e McNeil - tre aziende produttrici di farmaci per A.D.H.D.

martedì 13 luglio 2010

Psicofarmaci ai bambni: perchè?

Questo articolo è tratto dal sito del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani. Merita di essere letto e spunto per una riflessione attenta su ciò che può diventare la scuola del futuro!
.
I bambini presi di mira
Del 29 Giugno 2010
Cinquantamila bambini in Italia assumono psicofarmaci e alcuni hanno solo 3 anni. La psichiatria c'informa che entro il 2020 la metà della popolazione mondiale sarà malata di depressione mentre in Italia è stato stimato che il 20% dei bambini soffre di un qualche disturbo di apprendimento.
Una volta i professionisti erano gli insegnanti; oggigiorno abbiamo l’equipe psico-pegadogica che munita di altisonanti "Progetti psicologici", basati sul controllo del comportamento, è entrata nella scuola, somministra test, questionari di improbabile validità scientifica, ne valuta i risultati ed infine etichetta il bambino, visto che qualsiasi difficoltà può rientrare tranquillamente in qualche "disturbo psichiatrico" come l’ADHD (Deficit dell’Attenzione e Iperattività)o la discalculia (difficoltà nel fare i calcoli), la disortografia (difficoltà nella scrittura) e altri disturbi coniati relativi a difficoltà incontrate nell’apprendere. Viene inculcata ad insegnanti ed alunni l’idea che la causa degli errori nella lettura e/o scrittura siano “disturbi mentali” , “disabilità costituzionali” dalle quali non si guarisce. I genitori non vengono mai completamente informati su cosa si farà esattamente con questi progetti, che spesso sono i più variegati, e i questionari psicologici invasivi che sollecitano la richiesta di informazioni sul bambino e sulla famiglia, spesso compilati senza il consenso dei genitori, come verranno valutati e dove andranno a finire. Spesso le etichette rimangono nella storia dell'alunno che se le porta avanti anche negli anni successivi essendo stato schedato.Molti bambini vengono poi indirizzati in centri di neuropsichiatria infantile che sono il punto d’ingresso verso trattamenti farmacologici, anziché interventi didattici e sociali. Ce ne sono 40 attivi sul territorio nazionale e sono 112 quelli accreditati. E’ stato istituito anche un registro nazionale, per monitorare la somministrazione degli psicofarmaci sul campo.
La prescrizione medica di psicofarmaci a bambini è aumentata in maniera esponenziale in tutta Europa ed è aumentata anche in Italia. A chi conviene tutto ciò? Non certo ai bambini. Ci troviamo purtroppo di fronte all’ennesima prova del tentativo di trasformare le nostre scuole da luoghi di istruzione e crescita in una sorta di laboratori per studi psicologici o psichiatrici, come è avvenuto negli Usa con catastrofiche conseguenze sia per il loro sistema di istruzione che per le famiglie.
Nessuno nega che esistano bambini con problemi di varia natura e genere; un bambino mai fermo e distratto può essere disattento o iperattivo per centinaia di motivi differenti. I comportamenti, anche problematici, sono manifestazioni di svariati problemi, non malattie. Non esistono test oggettivi per misurare lo squilibrio biochimico nel cervello (esami di laboratorio – radiografie, ecc...) che ne provano o meno la presenza, al di là del parere di chiunque , invece fanno test sui topi e ciò da il via a nuove cure per la condotta. Le opinioni dei singoli, i pareri personali non contano nulla in medicina: questo è ciò che rende la medicina una scienza.Siamo ben lontani dalle sperimentazioni didattiche, dalla ricerca di metodologie funzionali di insegnamento, dai metodi Montessori, Steiner, dalla scuola di Don Milani, dal chiedersi veramenteperché quell’alunno sta avendo difficoltà.
Gli errori e le carenze nelle prestazioni scolastiche, che fanno parte del processo di apprendimento, vengono ora stigmatizzati e considerati malattie o disturbi mentali mentre figure quali psicologi, psicopedagogisti e neuropsichiatri infantili si sostituiscono agli insegnanti e al loro ruolo.Il CCDU sta lavorando affinché sia presa in considerazione ogni possibilità per prevenire che i bambini vengano "etichettati" ingiustamente come affetti da "disturbi mentali", specie attraverso programmi di "Istruzione Speciale" o attraverso l'uso nelle scuole di test e questionari psicopatologici e che sia protetto il loro diritto inalienabile ad essere educati senza l'uso di farmaci. Questo mondo appartiene a tutti noi, ma in misura maggiore ai bambini, ai quali un giorno verrà consegnato. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, ma richiedere accurate analisi mediche.
Silvio De Fanti

domenica 11 luglio 2010

Psicofarmaci ai bambini: alla pazzia non c'è limite

ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), o più semplicemente ADD (Attention Deficit Disorder), è la sigla della sindrome da deficit di attenzione e iperattività.
Il Disturbo da deficit d'attenzione ed iperattività (ADHD) è un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini. Si tratta di un disturbo molteplice e complesso, multifattoriale che nel 70-80% dei casi coesiste con un altro o altri disturbi. La coesistenza di più disturbi aggrava la sintomatologia rendendo complessa sia la diagnosi sia la terapia. Quelli più frequentemente associati sono il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi della condotta, i disturbi specifici dell'apprendimento come la dislessia e la disgrafia, i disturbi dell’ansia e, con minore frequenza, la depressione, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da tic ed il disturbo bipolare.
Per la normalizzazione del comportamento di alcuni pazienti iperattivi e con deficit d'attenzione dei ricercatori ritengono siano efficaci alcune molecole psicoattive come il metilfenidato e l’atomoxetina, in qualunque caso sono state mosse molte critiche sull’utilizzo di queste molecole sui bambini.
Per quanto riguarda i problemi relazionali, i genitori, gli insegnanti e gli stessi coetanei concordano che i bambini con ADHD hanno anche problemi nelle relazioni interpersonali (Pelham e Millich 1984). Vari studi di tipo sociometrico hanno confermato che bambini affetti da deficit di attenzione con o senza iperattività: ricevono minori apprezzamenti e maggiori rifiuti dai loro compagni di scuola o di gioco (Carlson et al, 1987); pronunciano un numero di frasi negative nei confronti dei loro compagni dieci volte superiori rispetto agli altri; presentano un comportamento aggressivo tre volte superiore (Pelham e Bender, 1982); non rispettano o non riescono a rispettare le regole di comportamento in gruppo e nel gioco; laddove il bambino con ADHD assume un ruolo attivo riesce ad essere collaborante, cooperativo e volto al mantenimento delle relazioni di amicizia; laddove, invece, il loro ruolo diventa passivo e non ben definito, essi diventano più contestatori e incapaci di comunicare proficuamente con i coetanei.
Dal 2003 a causa di un decreto ministeriale, anche in Italia è possibile somministrare ai bambini le anfetamine. Al rigurdo ne è un esempio il Ritalin, un farmaco che è stato spostato dalla tabella degli stupefacenti a quella degli psicofarmaci. Questa molecola è destinata a quei bambini che soffrono della sindrome ADHD. Si pensi che negli Sati Uniti i bambini iperattivi che sono curati con questa anfetamina sono circa 11 milioni, ma con risultati buoni solo a breve termine e con effetti disastrosi tipici dell’assunzione degli psicofarmaci fra i quali tendenza al suicidio, illusioni paranoiche, comportamenti anormali.
In Italia sono poche migliaia i bambini curati con il Ritalin, ma il numero sta crescendo; si pensa che potrà raggiungere i 15-20 mila secondo un’indagine dell’associazione Giù le Mani dai Bambini. Questa stessa associazione non concorda con quanto dice l’Istituto Superiore di Sanità in relazione alla sicurezza della somministrazione del Ritalin ai bambini, infatti anche se il farmaco normalizza condizioni fortemente aggressive o addirittura manifestazioni di suicidio, questa terapia è efficace per qualche giorno, non garantendo la continuità terapeutica.
Il 22 giugno 2007 la Commissione Europea aveva chiesto l’avvio di una procedura di deferimento al Comitato per i Medicinali ad uso Umano dell’EMEA (Agenzia Europea del Farmaco) per tutti i medicinali contenenti metilfenidato. La Commissione aveva ritenuto infatti che andassero valutati alcuni dubbi sulla sicurezza, comprendenti disordini cardiovascolari e cerebrovascolari, potenzialmente associati al trattamento con questi psicofarmaci. Nel suo report finale, l’EMEA ha presentato le sue conclusioni affermando che questo psicofarmaco provoca aritmie cardiache, inclusa la tachicardia, ipertensione, arresto cardiaco, ischemia. Oltre a ciò buona parte della letteratura scientifica riconosce possibili episodi di accidente cerebrovascolare, ictus, infarto cerebrale, occlusione arteriosa cerebrale.
Questo Blog non è una testata giornalistica perchè aggiornato senza alcuna periodicità, pertanto non può essere considerato prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. La gran parte delle immagini presenti sono state reperite su internet e pubblicate perchè giudicate di pubblico dominio. Chiunque, in possesso di diritti sulle immagini, intedesse richiederne la rimozione dovrà solo inviare una mail e saranno eliminate. L'Autore del Blog non si ritiene responsabile per eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, nemmeno se espressi in forma anonima o criptata. Il materiale riportato è pubblicato senza fini di lucro. Eventuali violazioni di copyright segnalate dagli aventi diritto saranno rimosse .