sabato 31 luglio 2010

Malattie cardiache ed emozioni

Una delle pubblicazioni fondamentali sulle malattie cardiache e sulle emozioni è stato il libro Type A Behavior and Your Heart (Il comportamento di Tipo A ed il cuore) scritto da due medici, Meyer Friedman e Ray H. Rosenman, entrambi specializzati in cardiologia. Essi hanno riscontrato che le personalità di Tipo A evidenziano un rischio più elevato di contrarre patologie cardiache mortali.
Sulla base del rapporto personalità e tolleranza allo stress, è stato possibile suddividere i comportamenti umani in due gruppi, definiti di Tipo A e Tipo B (Friedman e Rosenman, 1959). Gli individui appartenenti al Tipo A sono quelli più esposti allo stress, e presentano una maggiore probabilità di soffrire di qualche disturbo sia fisico che psichico dovuto alla pressione di eventi stressanti. Coloro che invece appartengono al Tipo B, manifestano una più elevata capacità di fronteggiare situazioni potenzialmente stressanti, rendendo di conseguenza minore il rischio di ammalarsi. La tipica personalità estrema, di Tipo A, è una persona impaziente, irritabile, aggressiva, che parla in fretta ed è solitamente il tipico "drogato da lavoro". Si tratta generalmente di individui che lavorano duramente, non si rilassano nemmeno quando giocano con i figli; sono automotivati ed ambiziosi e cercano di far rientrare quante più attività riescono nel minor tempo possibile. I loro motti preferiti sono: 'il tempo è denaro' e 'l'importante è vincere'. La buona notizia per coloro che appartengono a questa categoria è che il loro non è un difetto geneticamente trasmesso; non è nient'altro che un modello di comportamento acquisito che può essere modificato. La caratteristica più importante di queste personalità è la loro facilità alla rabbia ed all'impazienza, che viene impiegata come energia motrice nella carriera professionale; in ambito aziendale la si può spesso notare tra quei dirigenti vecchio stampo.
Uno studio condotto dal dr. Williams e da suoi collaboratori, presso la Duke University, ha valutato il livello di ostilità ed il comportamento di Tipo A in 400 soggetti. Questi soggetti furono anche sottoposti ad altri test per ricerca di placche aterosclerotiche. Il livello di ostilità si è rivelato un fattore di previsione per le malattie cardiache assai più preciso rispetto ad altri modelli del comportamento di Tipo A. Il 70% costituito da soggetti con un notevole livello di ostilità presentava placche aterosclerotiche a differenza dell'altra parte che caratterizzava invece un livello di ostilità ridotto. In altri studi è stata dimostrata un'incidenza dell'infarto 6 volte superiore nei soggetti che avevano un livello di ostilità assai elevato. In conclusione, quindi, sembrerebbe che la giusta strategia sia proprio quella di imparare a rilassarsi, amare maggiormente se stessi e di conseguenza gli altri.

venerdì 30 luglio 2010

Messo per iscritto

Il dott. Lair Ribeiro, cardiologo, ha scritto più di cento saggi di carattere scientifico pubblicati dalle maggiori riviste americane. Come esperto di Programmazione Neuro Linguistica, fra i tanti libri che ha scritto, se ne trova uno dal titolo Il successo non compare per caso. In questo libro si parla dell'utilità di mettere per iscritto i propri progetti. Infatti egli sostiene che per riuscire a raggiungere le nostre mete la prima raccomandazione è che tutto ciò che è veramente importante va messa per iscritto.
A prova di ciò egli cita un dato veramente interessante e su cui riflettere. Nel 1953 all'Università di Harvard fu realizzata una ricerca nella quale furono intervistati tutti i laureandi. Fra le varie domande poste loro ce n'era una sulla meta della vita di ciascuno, in pratica fu chiesto dove volevano arrivare nel loro futuro. Contemporaneamente fu chiesto se avevano mai messo per iscritto quelle mete sperate; solo il 3% dei laureandi rispose di sì.
Vent'anni dopo furono ricontattati gli stessi ai quali furono postre le domande sulle aspirazioni del futuro. L'indagine portò a constatare che quel 3% che aveva messo per iscritto le proprie mete aveva ottenuto un successo finanziario superiore al restante 97% che non aveva mai pensato di scrivere i propri progetti. Oltre a ciò, questo 3% manifestava una salute migliore, manifestava un atteggiamento più positivo, quindi più allegri, più ben disposti e soddisfatti della loro vita.
Questa indagine condotta negli Stati Uniti dimostra quanto sia importante abituarsi a compilare dei veri e propri programmi sia a corta che a lunga scadenza dei nostri progetti. Si deve ricordare che tutte le cose veramente importanti devono sempre essere messe per iscritto.
Un buon esercizio è quello di scrivere le proprie mete per i prossimi sei, dodici mesi, come anche i prossimi cinque, dieci o quindici anni.
Come per l'esperimento sopra citato, probabilmente ci stupiremmo nel vedere che dopo alcuni anni ciò che abbiamo scritto e diligentemente continuato a rammentare ci ha portati alla realizzazione di un nostro profondo desiderio.

La condizione di stress

In questi ultimi tempi troviamo difficile capire perché il male del secolo, lo stress, riesca a condizionare in modo assoluto la nostra vita. È ormai difficile, se non impossibile, trovare individui i quali non avvertono questa condizione particolare. Ma quali sono le vere motivazioni che fanno crescere questo malessere? Perché si parla di stress positivo e stress negativo?
Da un punto di vista medico lo stress è definito come fattore o condizione di fattori fisici, chimici e psicologici che alterano l’omeostasi o il benessere di un organismo i quali producono una risposta di difesa. Vogliamo però andare oltre a questa definizione tecnica del termine. È risaputo che quando il nostro corpo incontra delle difficoltà si instaura una condizione in cui il nostro intero essere entra in crisi. Questo ci ricorda che ogni organo e ogni sistema del nostro corpo umano ha un suo grado ideale di funzionamento; troveremo quindi scambi metabolici a dei livelli ottimali, troveremo inoltre anche una temperatura corporea tale da mantenere il ciclo biologico in equilibrio. Se uno stimolo interviene a modificare questo equilibrio avremo una perturbazione la quale creerà uno stress, a sua volta i meccanismi adattativi dell’organismo cercheranno di riportare un equilibrio delle funzionalità organiche e sistemiche. I passaggi che l’organismo umano attua in relazione agli avvenimenti sono i seguenti: la prima fase è quella di percepire il segnale alla quale segue la funzione di allarme o di percezione della minaccia, qui vengono raccolte tutte le energie a disposizione per affrontare il pericolo, ne segue la fase di resistenza in cui si va a conservare l’omeostasi perturbata, in pratica a livello biologico e comportamentale si attivano i meccanismi atti alla conservazione; infine se si è soggetti ad una prolungata sollecitazione psicofisica, si ha una fase di esaurimento, ciò avviene quando l’evento stressante è stato troppo intenso o quando si è soggetti a prolungate situazioni di rischio. Quanto detto ci ricorda quindi che lo stress può assumere due differenti condizioni: il primo è chiamato stress positivo (eustress), condizione in cui il nostro organismo migliora le proprie funzionalità portandoci ad essere più attenti, aumentando così la capacità di concentrazione e di percezione, in sintesi miglioriamo, diamo il meglio di noi stessi ed abbiamo un rapido recupero delle forze dopo aver affrontato il problema con successo; quando invece la risposta è inadeguata si ha un disadattamento (distress), lo stress negativo, quello che ci fa ammalare e diventa causa di disfunzione. Si deve tenere presente che esiste una grande variabilità individuale tale da provocare una condizione di stress negativo; in questo caso non si parla di situazioni estreme come una grande tragedia, una catastrofe naturale che coinvolge interamente la nostra vita o una situazione di natura sociale, come può essere l’isolamento dai nostri simili, che ci aggrava il tipo di vita; parliamo invece del nostro atteggiarci alla vita, dal modo di pensare, dall’autostima che abbiamo per il nostro operato e per la nostra persona, dall’importanza che diamo agli avvenimenti e da tante altre variabili che possono veramente condizionare la nostra esistenza. In sintesi possiamo quindi dire che di fronte ad un avvenimento questo può sembrarci insignificante, non causando alcuna reazione da parte del nostro organismo, oppure tale da scatenare nell’organismo delle reazioni di stimolo che ci migliorano o reazioni di difesa alcune volte talmente forti da coinvolgere il sistema endocrino, il sistema nervoso vegetativo ed il sistema immunitario i quali rappresentano i tre principali sistemi nella risposta allo stress.

mercoledì 28 luglio 2010

Qual'è la cosa peggiore che possa accadere?

Molte persone hanno la tendenza ad ingigantire sproporzionatamente le conseguenze disastrose o i potenziali falimenti che possono essere causati da una crisi. Succede spesso di usare la nostra immaginazione contro noi stessi, trasformando un granello di sabbia in un masso di roccia, oppure non usiamo affatto la nostra immaginazione per vedere realmente cosa in effetti la situazione comporta, ma reagiamo per pura abitudine e senza pensare, come se ogni semplice opportunità o minaccia fossero questione di vita o di morte.
Se dobbiamo affrontare una reale crisi abbiamo bisogno di molta energia; questa provoca un eccesso di eccitazione la quale, nonostante tutto, può rivelarsi utile per affrontre il forte stress. Inevitabilmente un sovraccarico di adrenalina e noradrenalina sarà la diretta conseguenza. Questi due ormoni intervengono nella reazione adrenergica chiamata "attacco o fuga"; come è intuibile, tale reazione ha lo scopo di preparare l'organismo ad uno sforzo psicofisico importante in tempi brevissimi. In un prossimo articolo parleremo dettagliatamente delle catecolamine (adrenalina, noradrenalina e dopamina, ormoni secreti dallo strato midollare del surrene e da alcune terminazioni nervose). Per ora limitiamoci allo studio della condizione stressante la quale può essere causata da un nostro errato modo di pensare o affrontare determinate situazioni. A tal riguardo se sopravvalutiamo il pericolo o la difficoltà, se reagiamo in modo anomalo a delle informazioni distorte o addirittura irreali, probabilmente andiamo ad accumulare una tale quantità di eccitazione che risulta maggiore del necessario. Dal momento che la reale minaccia è di molto inferiore alle reali previsioni, tutta questa eccitazione (inevitabile sovraccarico di catecolamine) non può essere adeguatamente utilizzata, né ce ne possiamo liberare attraverso un'azione creativa. Per questa ragione essa rimane in noi, compressa, come sotto pressione. Questa dose eccessiva di eccitazione emotiva può seriamente danneggiare più che avvantaggiare il nostro modo di pensare e di conseguenza di agire, semplicemente perchè è inadeguata.
Come affrontare allora questa condizione? Il modo peggiore per farlo è ricorrere ai farmaci. Da un'indagine svolta nel 2008 in Italia si calcola che 1 dipendente su 15 ha addirittura fatto uso di droghe pesanti per migliorare la performance professionale. Anche se questo è un dato relativo allo stress professionale, si calcola che solo il 2% della popolazione mondiale abbia effettiva necessità di psicofarmaci; se consideriamo invece che circa un miliardo di esseri umani al mondo fa uso di sostanze farmacologiche per problematiche psichiche, capiamo che ci troviamo di fronte ad un problema molto serio.
"Qual'è la cosa peggiore che ti possa accadere?" Generalizzare pretendendo di dare risposta a questa domanda, o ad altre, non è propriamente possibile quanto meno corretto. Una cosa però è certa, ricordiamo che molte volte, se realmente lo vogliamo, possiamo convertire una crisi in una opportunità: come sempre, dipende sempre e solo da noi.

martedì 27 luglio 2010

I ricordi del passato: possiamo scegliere?

Nel nostro cervello esiste come un grande magazzino mentale in cui raccogliamo le esperienze ed i sentimenti del passato, come anche tutti i nostri successi ed inevitabilmente anche i nostri fallimenti. Come delle registrazioni su nastro, queste esperienze e sentimenti vengono registrati su degli engrammi nervosi della nostra materia grigia. Sono delle registrazioni di storie a lieto fine, come anche storie in cui ci portiamo dell’amaro in bocca. Cosa ricordiamo, di solito, del nostro passato? La scelta sta a noi, sta a noi decidere quale riprodurre sullo schermo delle nostre visualizzazioni.
Un engramma è un ipotetico elemento neurobiologico che consentirebbe alla nostra memoria di ricordare avvenimenti e sensazioni immagazzinabili come variazioni biofisiche o biochimiche nel tessuto del cervello. Il termine engramma risale al biologo Richard Semon che nel 1904 usò il termine nel suo libro Die Mneme, per riferirsi alla rappresentazone neurale di una memoria. Il termine è stato ripreso dal dr. Karl Lashey, neuroscienziato, che lo identificava con un cambiamento transitorio o permanente nel cervello derivante dalla codifica di una esperienza. Secondo la teoria, uno stesso evento, fatto di immagini, suoni, azioni o emozioni, verrebbe codificato in differenti aree del cervello, collegate fra di loro da collegamenti sinaptici, e collegate con altre informazioni che danno un senso compiuto all’esperienza fatta. Questa rete di connessioni neurali che codificano la stessa esperienza, costituisce l’engramma.
Un’interessante scoperta in relazione agli engrammi è che essi possono essere cambiati o modificati, così come avviene con una registrazione su nastro su cui si può modificare il contenuto doppiando ulteriore materiale o incidendo nuovamente lo stesso tratto di nastro. Il dr. Eccles ed il dr. Sharrington ci riferiscono che gli engrammi del cervello umano cambiano leggermente ogni qualvolta vengono riattivati. In pratica essi assumono un po’ del tono e del carattere del nostro presente umore, del nostro modo di pensare e del nostro atteggiamento verso di essi. Oltre a ciò ogni singolo neurone può diventare una parte o centinaia di raggruppamenti di neuroni separati e distinti, come un singolo albero di un bosco può formare una sua parte. Il neurone dell’engramma originale di cui faceva parte assume delle caratteristiche di successivi engrammi di cui diventa una parte e così facendo cambia leggermente l’engramma originale. Tutto ciò non è solo interessante da un punto di vista scientifica, ma anche incoraggiante e ci dà ragione di credere che esperienze e traumi avversi ed infelici avuti nell’infanzia non sono permanenti e fatali come i primi psicologi avrebbero voluto farci credere. Ora sappiamo che non solo il passato influisce sul presente, ma che il presente influenza a sua volta il passato; in altre parole non siamo condannati né destinati dal nostro passato. Il fatto di aver avuto esperienze infantili infelici o addirittura traumatiche, che hanno lasciato dietro di sé degli engrammi, non significa che noi siamo subordinati a loro, né che i nostri modelli di comportamento siano fissati, predeterminati o immutabili. Ricordiamo che il nostro modello di pensare attuale, le nostre abitudini mentali presenti, il nostro atteggiamento verso le esperienze passate e verso il futuro, hanno tutti un’influenza sui vecchi engrammi già registrati. Tutto ciò che è stato in passato può essere cambiato, sostituito dal nostro presente modo di pensare.
Tutto ciò ci fa capire che per modificare oggi il nostro passato dobbiamo avere un giusto e corretto modo di pensare, una giusta e corretta stima di noi stessi.

La mente attivata dalla Forza Vitale

In omeopatia viene chiamata 'Dinamis', nella chiropratica viene chiamata 'Forza Innata', in osteopatia craniosacrale viene chiamata 'Soffio di Vita'. La Forza Vitale viene sempre presa in considerazione in tutte le pratiche della medicina olistica, come anche in agopuntura con il Qi, che è l'energia vitale, il motore che da origine ai movimenti volontari ed involontari dell'uomo.
Pochi sanno che sin dal 1936 questa 'forza vitale' è stata studiata dal dott. Hans Selye dell'Università di Montreal, e ad oggi questa è stata stabilita come fatto scientifico dallo stesso Selye. Egli ha provato clinicamente e nel corso di numerosi esperimenti ed indagini di laboratorio l'esistenza di una fondamentale forza vitale che egli chiama 'energia di adattamento'.
Nel corso della nostra vita, cioè dalla nostra nascita fino alla morte, siamo chiamati ad 'adattarci' alle condizioni di tensione; anche lo stesso processo della sopravvivenza costituisce una sollecitazione o un adattamento continuo. Al riguardo il dott. Selye ha scoperto che il corpo umano possiede vari meccanismi di difesa (sindrome di adattamento locale) che ci difendono dalle sollecitazioni specifiche, ed un altro meccanismo generale di difesa (sindrome di adattamento generale) che ci difende dalle sollecitazioni non specifiche. Il termine 'sollecitazione' comprende qualsiasi cosa che richieda adattamento o inserimento, come l'invasione di germi infettivi, le tensioni emotive o ancora il processo di invecchiamento.
Il termine 'energia di adattamento', come dice il dott. Selye, è stato coniato per indicare ciò che viene consumato durante una continua opera di adattamento, per qualcosa di differente dall'energia calorica che si riceve dal cibo, ma è solamente un nome, senza avere un concetto preciso di cosa tale energia possa essere.
Dalle ricerche condotte dal dott. Selye emerge che il corpo umano è di per se equipaggiato per mantenersi in buona salute, per curarsi dalle malattie, per rimanere giovane combattendo con successo quei fattori che provocano ciò che si definisce 'età senile'. In ultima analisi la stessa energia di adattamento ha la capacità di superare la malattia, così da guarire le ferite o le scottature e riesce a sopraffare altri fattori di sollecitazione.
Cosa può fare una mente sempre attiva per la Forza Vitale? Moltissimo! Pensiamo a quanto sia importante manifestare un atteggiamento positivo nei confronti della vita, ma soprattutto quando siamo colpiti da avversità della stessa. E' ormai appurato che un atteggiamento positivo aumenta la produzione di endorfine, l'ormone della felicità. Una mente attiva, positiva, sempre pronta ad imparare ed evolversi non può che giovare alla nostra Forza Vitale!

lunedì 26 luglio 2010

Sesso e violenza fanno vendere di più? Falso!

Questo interessante articolo è stato scritto da Lucia Imperatore sul sito Psicocafè. Si è sempre pensato che scene esplicite di sesso permettessero di creare degli agganci mentali affinchè colui che vedeva queste scene potesse ricordare meglio prodotti pubblicizzati all'interno delle scene stesse. Alcuni anni fa il prof. Alfonso Rogora, neurologo e psichiatra, menzionò in un'intervista su di un periodio una forma di 'inquinamento psichico', tipica di coloro che ricevono eccessivi messaggi a contenuto erotico, tali da creare un vero e proprio 'sovraccarico tensionale' a livello cerebrale. Egli sosteneva che le immagini erotiche a getto continuo che i mass media ci inviano devono essere filtrate a livello corticale-frontale, ma in situazioni appena menzionate, questo filtro risulta intasato, di conseguenza diventa impossibile fare delle scelte. Ogni immagine corrisponde ad una reazione chimica che ha bisogno di essere filtrata, selezionata, decodificata; se è impossibile 'organizzare' queste informazioni è anche impossibile fare delle scelte!
Di seguito l'articolo di Lucia Imperatore.
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Il mercato della pornografia è sotto i nostri occhi quotidianamente, e non di rado capita (specie sul web) di essere bombardati da immagini e video porno: sembra proprio che il sesso 'tiri' e venda come non mai: splendide donne e uomini tonici occhieggiano ovunque e attirano le persone a spendere, spendere, spendere.
Tra sesso e vendite non vale però il principio che "più ce n'è, meglio è". Un accenno di pornografia può compiacere, un bombardamento può distruggere. Non molto tempo fa, un gruppo di ricerca della Iowa State University ha scoperto che gli spettatori di scene di sesso o di violenza esplicita ricordavano male gli spot pubblicitari fino alle 24 ore successive.
Allora, il sesso 'vende' davvero? Non necessariamente. Non è così ovvio come si può supporre. Vanno riviste alcune nostre convinzioni sull'argomento.
Lo studio ha coinvolto diverse migliaia di soggetti tra i 18 e i 54 anni in un campione rappresentativo della audience media americana. I soggetti sottoposti alla visione di spot pubblicitari durante una normale programmazione tv (senza scene di sesso o violenza) ricordavano le pubblicità meglio di quanto facessero i soggetti sottoposti a scene più crude e pruriginose.
Certo, può darsi che sesso e violenza catturino così tanto l'attenzione da tagliare fuori altri elementi. O può darsi (come accade nelle esperienze traumatiche nella vita di tutti i giorni) che forti emozioni danneggino direttamente la nostra memoria.
Quale che sia il meccanismo, il risultato pratico di sesso e violenza in TV è che gli spettatori sono meno propensi all'acquisto dei prodotti: se non lo ricordi, non puoi comprarlo.
La falsa convinzione che sesso e violenza 'facciano vendere di più' viene dal fatto che la loro intensità cattura l'attenzione. Certo, ma gli inserzionisti pubblicitari dovrebbero fare i conti con il fatto che l'attenzione non viene poi distribuita ai loro prodotti.
Quando la TV e gli altri media vengono criticati per la povertà delle loro produzioni, tendono a difendersi scaricando le responsabilità sul mercato: "abbiamo sesso e violenza nei nostri palinsesti perchè vendono, e l'industria ci costringe a vendere". E' assolutamente falso. Chi vuole vendere un prodotto deve raggiungere degli spettatori in grado di ricordare ciò che dovrà acquistare, e non servirà a nulla raggiungere uno strato più vasto di persone che però non ricorderanno nulla.
Messaggi di sesso o violenza esplicita sono nient'altro che messaggi degradanti, di ostilità e misoginia: non possono funzionare. E infatti non funzionano.

domenica 25 luglio 2010

Farmaci Antidepressivi: tra business e falsità

Un interessante articolo che sintetizza il serio problema della diffusione degli psicofarmaci. In questo articolo la dr.ssa Valeria Marracino, con saggezza ed equilibrio, trasmette informazioni che tutti coloro che assumono antidepressivi dovrebbero leggere, avendo il coraggio di chiedersi se sono realmente necessari. Il più delle volte c'è la paura di guardare la propria vita negli occhi ed accettare il fatto che deve essere rivalutata e non per ultimo cambiata.
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Philippe Pignarre, manager “pentito” di colossi farmaceutici, denuncia nel libro “L'industria della depressione” (Bollati Boringhieri), lo scandalo del business farmaceutico e del pressapochismo degli psichiatri che prescrivono pillole della felicità con grande disinvoltura. Secondo l'OMS oggi i depressi supererebbero il miliardo e se si pensa che nel 1970 i depressi erano “solo” cento milioni, ci si chiede cosa ci aspetterà in futuro. Un mondo di depressi cronici. Ma cosa sta succedendo? Cosa può spiegare questa allarmante ondata di tristezza patologica? Le spiegazioni sociologiche che descrivono l'uomo vittima di una società competitiva e massificante non bastano per giustificare questo fenomeno allarmante.
Come spiega Pignarre il boom dei depressi è frutto dell'influenza delle multinazionali farmaceutiche che, con i congressi in hotel a cinque stelle e articoli di esperti dipendenti dalle stesse case produttrici di psicofarmaci, hanno esercitato ed esercitano una campagna di disinformazione e persuasione di massa. Le pillole della felicità sarebbero solo un bluff alimentato da interessi economici e l'epidemia del male oscuro un male studiato a tavolino. I depressi “veri” sono solo il 2 per cento della popolazione, tutti gli altri sono solo persone che stanno attraversando un periodo difficile a cui stanno rispondendo con un normale fisiologico calo dell'umore. Certo il mercato ha trovato terreno fertile in una società dove tutto si compra, anche la felicità, e dove più nessuno accetta di star male affrettandosi a cancellare il sintomo fastidioso senza arrivare alla causa dello stesso. Tutto e subito possibilmente. Ed allora entra in gioco l'eticità di certi dispensatori di felicità in pasticche che barattano il proprio giuramento di Ippocrate con un vacanza sponsor con tanto di congresso scientifico dai contenuti ovvi che acquietano le loro coscienze.
Personalmente, come psicologa-psicoterapeuta, non sono rigidamente contraria agli psicofarmaci, anzi in certi casi li ritengo necessari purché contestualizzati in un rapporto psicoterapeutico che è la base e non il sostegno della funzione terapeutica degli psicofarmaci. Una terapia farmacologica disgiunta da una psicoterapia è controproducente, crea dipendenza e non elabora la base del disagio. Non basta vedere lo psichiatra ogni quindici-venti giorni per seguire l'andamento dei sintomi, questa non è psicoterapia che ha una cadenza almeno settimanale e che deve seguire il vissuto emotivo del paziente in relazione alla cura farmacologica e sopratutto rispetto al proprio disagio.
Gli antidepressivi di ultima generazione, i famosi IRSS (inibitori selettivi della recaptazione della serotonina), Fluoxetina, Fluvoxamina, Paroxetina, Citalopram, etc., prescritti in massa anche dai medici generici, non sono così innocui come le case farmaceutiche dichiarano. Hanno effetti collaterali e quando si smette di prenderli provocano fenomeni di astinenza, come capogiri, vertigini e nausea. I "nonni" degli IRSS, ovvero i Triciclici, sono ancora più tossici e danno altri effetti collaterali come sonnolenza, abbassamento della pressione arteriosa, causano ritenzione urinaria, disturbi intestinali, calo del desiderio sessuale ed in più sono cardiotossici. Ci si chiede se qualche effetto positivo questi farmaci lo abbiano davvero. Pignarre è chiaro su questo punto: “Sono euforizzanti danno buon umore un po' come una blanda cocaina, ma questo non vuol dire che curino la depressione e, una volta sospesi, i sintomi iniziali ricompaiono... in realtà questi farmaci hanno colmato una lacuna che imbarazzava molto la psichiatria dando una spiegazione biochimica alla depressione priva altrimenti di una causa scientifica”.
Insomma se è vero che un calo di certi neurotrasmettitori (noradrenalina, dopamina e serotonina) è la causa della depressione cosa è che determina questo calo? L'evento triste o l'evento triste è vissuto come tale perché c'è una alterata funzionalità dei neurotrasmettitori? In altre parole, certo più ruspanti delle pubblicazioni scientifiche, viene prima l'uovo o la gallina? E se l'uomo imparasse a vivere le inevitabili difficoltà della vita in modo diverso, imparasse a pensare in modo diverso, i neurotrasmettitori come reagirebbero? Insomma se per una volta il mondo scientifico libero da pressioni “lobbystiche” si decidesse a voler arrivare alla causa o alle reali e non artefatte concause di questa patologia forse il mondo tutto, non solo i singoli pazienti, ne trarrebbero beneficio. Si farebbe una reale e simbolica pulizia da idee preconcette, intrugli chimici e interessi lucrosi.


Valeria Marracino - psicoterapeuta


fonte: Promiseland.it

Come allenare il sistema immunitario

Fonte: Promiseland.it

Il sistema immunitario ha stupito gli scienziati per la sua capacità di apprendimento. Il dottor Robert Ader, uno dei fondatori della psiconeuroimmunologia, ha scoperto che esso può essere allenato nello stesso modo in cui Pavlov addestrò i suoi cani a produrre saliva al suono di una campanella. L'esperimento consisteva nel dare ai cani della carne in polvere, che faceva venire loro l'acquolina in bocca. Ma siccome Pavlov accompagnava la somministrazione della carne coi rintocchi della campana, presto gli animali si misero a produrre saliva solo al sentirla suonare. Tutto ciò si chiama condizionamento classico. Ader e il suo collega, l'immunologo Nicholas Cohen, dimostrarono che se ai topi veniva somministrato un farmaco immunodepressivo insieme a del succo di mela, in seguito avrebbero subito gli effetti del farmaco non appena assaggiato il succo anche in assenza del farmaco stesso. Ma i topi potevano essere sottoposti anche a farmaci che miglioravano il sistema immunitario, un procedimento al quale erano altrettanto sensibili.
Riflettiamo adesso sulle possibili implicazioni di un simile apprendimento condizionato. Mettiamo che un capoufficio, un ex coniuge o una qualunque situazione vi abbiano causato una notevole quantità di stress cronico; a qualsiasi accenno relativo alla situazione stressante, i vostri neuropeptidi (neurotrasmettitori presenti non solo nel cervello ma, per esempio, anche nell'intestino e in alcuni linfociti) e il sistema nervoso autonomo mandano segnali di disagio. La facilità con cui si può condizionare il sistema immunitario è un ottimo motivo per praticare l'arte del perdono, in modo da potersi lasciare alle spalle vecchi stress anziché tenerseli dentro una vita intera. Allo stesso modo in cui le sensazioni di gioia e unione con il prossimo possono migliorare il sistema immunitario, così anche le immagini dei nostri cari o di bei paesaggi, oppure i pensieri positivi, possono mantenerlo in ottima forma. McClelland ha svolto affascinanti ricerche sulle immagini interiori che nascono dalle nostre più profonde motivazioni, ovvero dai nostri valori, e che condizionano il funzionamento del sistema immunitario. Per stimolare specifici pensieri relativi a certe motivazioni McClelland usa in laboratorio la visione di films. Una pellicola sul Terzo Reich, ad esempio, aumenta la motivazione al potere; per trovare un film che potesse stimolare la spinta all'amore McClelland propose agli studenti di Harvard la visione di un documentario su Madre Teresa. Il professore decise di usare una semplicissima misurazione immunitaria: il tasso di secrezione nella saliva di un anticorpo chiamato sIgA. Al pari di un guardiano il sIgA protegge le porte del corpo dall'invasione di batteri, virus e parassiti. Deficienze di questo anticorpo dovute a stress intenso o a pensieri negativi provocano una proliferazione batterica delle gengive, detta piorrea alveolare, deterioramento dentale e infezioni dell'apparato respiratorio come raffreddori e influenza. Agli studenti venne chiesto di sputare in delle provette sia prima prima che dopo la visione del filmato. Gli studenti scrissero poi delle storie in risposta alle immagini osservate, in modo che il professore potesse comprendere il tipo di pensieri che erano alla base delle loro motivazioni. Risultò che il film aveva aumentato sia i pensieri di amore incondizionato sia il tasso di secrezione del sIgA. A conferma di questi dati si è osservato che il livello di sIgA degli studenti che avevano visto il film sul Terzo Reich erano notevolmente diminuiti. Tutto ciò a conferma del potere della mente e della possibilità di intervenire dall'interno sul nostro benessere psicofisico. Dunque attenzione ai films che vediamo, ai libri che leggiamo, a tutto ciò di cui si nutre la nostra mente.


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Valeria Marracino psicoterapeuta Redazione Promiseland.it

venerdì 23 luglio 2010

Mangiare sano è ora un disturbo mentale

Sul sito NaturalNews.com compare un interessantissimo articolo scritto da Mike Adams in cui si parla dell'ultimo disturbo mentale coniato dalla moderna psichiatria: Healthy eating disorder, che significa Disturbo del mangiare sano. L'articolo qui sotto riportato dimostra quanto sia incongruente il messaggio inviato dai media sull'alimentazione sana rispetto a ciò che invece si vuole ottenere: il cibo "spazzatura" è migliore (perchè rende molto di più!)

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L'industria psichiatrica, nel suo sforzo infinito di trasformare artificiosamente ogni attività umana in "disordini mentali", sta ora propagandando il disordine più ridicolo che abbia mai inventato: il Disturbo del Mangiare Sano.
Non è uno scherzo: se ti focalizzi sul mangiare cibi naturali sei "mentalmente malato" e probabilmente hai bisogno di qualche tipo di cura chimica che includa potenti farmaci psicotropi. Scrive il quotidiano The Guardian: «La fissazione di mangiare sano può essere il sintomo di un grave disordine psicologico» e continua affermando che questo "disordine" è chiamato ortoressia nervosa, una locuzione Latineggiante che significa "preoccupati riguardo il mangiare correttamente".
Ma non potevano chiamarlo semplicemente "disordine da preoccupazione sul mangiare sano", poiché sarebbe sembrato come se non sapessero di cosa stanno parlando. Per cui l'hanno traslato in Latino, così sembra intelligente (anche se non lo è). Ecco da dove proviene la maggior parte dei nomi delle malattie: i dottori descrivono i sintomi che vedono con un nome tipo osteoporosi (che significa "ossa con dei buchi").
Tornando a questa malattia inventata, "ortoressia", il Guardian continua: «Gli ortoressici hanno delle regole rigide sul cibo. Il rifiuto di toccare zucchero, sale, caffeina, alcol, grano, glutine, lievito, soia, cereali e latticini non è altro che l'inizio delle restrizioni dietetiche. Ogni cibo entrato in contatto con pesticidi, diserbanti o che contiene additivi artificiali è inammissibile».
Aspetta un secondo. Allora cercare di evitare le sostanze chimiche, i latticini, la soia e lo zucchero ora fa di voi un paziente della salute mentale? Sì, secondo questi esperti. Se prestate effettivamente attenzione all'evitare pesticidi, diserbanti e ingredienti modificati geneticamente come soia e zucchero, c'è qualcosa in voi che non va.
Vi siete accorti che mangiare cibo spazzatura viene considerato "normale"? Se mangiate cibi spazzatura trattati con prodotti chimici sintetici secondo loro va bene. Apparentemente i malati mentali sono quelli che scelgono cibi organici e naturali.
Cos'è "normale" allora per quanto riguarda il cibo?
Vi avevo detto che sarebbe successo. Anni fa avevo avvertito i lettori di NaturalNews che presto ci sarebbe stato un tentativo di bandire i broccoli poiché contengono fito-nutrimenti anticancro. Questo assalto da parte della salute mentale contro i consumatori attenti alla propria salute fa parte di quel programma. È un tentativo di emarginare i consumatori di cibi sani dichiarandoli mentalmente instabili e, perciò, giustificare il loro ricovero coatto nei manicomi dove gli verranno iniettati farmaci psichiatrici e cibo istituzionale completamente trattato, morto e pieno di sostanze chimiche tossiche.
Il Guardian si spinge perfino al ridicolo dicendo che «L'ossessione su quali sono i cibi "buoni" e quali i "cattivi" può condurre gli ortoressici ad essere malnutriti».
Segui l'illogicità di ciò, se ci riesci: mangiare "buon" cibo causa malnutrizione! Suppongo che si ritenga che mangiando cibo cattivo vengano forniti tutti i nutrimenti di cui avete bisogno. Questa è la dichiarazione sulla nutrizione più pazza che abbia letto. Non c'è da stupirsi che la gente oggi sia così malata: gli viene detto dai media tradizionali che mangiare cibo sano è un disturbo mentale che causerà malnutrizione!
Zitti e ingoiate la galletta verde (
Soylent Green)
È proprio come ho riferito anni fa: non avete il permesso di contestare il vostro cibo, gente. Seduti, zitti, avventatevi sul cibo e divoratelo. Smettetela di pensare a cosa state mangiando e fate quello che vi viene detto dai principali mass media e dai loro inserzionisti di cibo trattato. Non sapevate che mettere in dubbio le proprietà salutistiche del vostro cibo spazzatura è un disturbo mentale? E se siete "ossessionati" riguardo al cibo (facendo cose come leggere l'etichetta degli ingredienti, per esempio), allora siete strani. Magari perfino malati.
Questo è il messaggio che stanno divulgando ora. I consumatori di cibo spazzatura sono "normali", "sani" e "ben nutriti". I consumatori di cibo sano, invece, sono malati, anormali e malnutriti.
Ma perché, chiedete voi, dovrebbero attaccare quelli che mangiano sano? Persone come il dottor Gabriel Cousens possono spiegarvelo: perché una maggiore consapevolezza mentale e spirituale è possibile solo con una dieta composta da cibo vivo e naturale.
Mangiare cibo spazzatura abbassa il vostro livello intellettivo rendendovi più facili da controllare. Questo cibo scompiglia letteralmente la vostra mente, intorpidendo i vostri sensi con il glutammato monosodico (MSG), l'aspartame ed estratti di lievito. Le persone che vivono di cibo spazzatura sono docili e perdono velocemente l'abilità di pensare con la propria testa. Seguono qualsiasi cosa gli venga detta dalla TV o da quelli che sono in una posizione di apparente autorità, senza mai porsi delle domande sulle loro azioni o su quanto sta realmente succedendo nel mondo intorno a loro.
Al contrario, le persone che mangiano cibi sani e naturali - con tutte le sostanze nutrienti curative ancora intatte - cominciano a risvegliare la loro mente e il loro spirito. Col tempo, cominciano a mettere in discussione la realtà che li circonda e perseguono delle esplorazioni più illuminate di temi come comunità, natura, etica, filosofia e del grande quadro delle cose che stanno succedendo nel mondo. Diventano "consapevoli" e possono iniziare a vedere l'esatta struttura di Matrix, per così dire.
Questo, ovviamente, è un pericolo enorme per quelli che gestiscono la nostra società basata sul consumo, dato che il consumo dipende dall'ignoranza unita alla suggestionabilità. Per fare in modo che la gente continui ciecamente ad acquistare cibi, medicinali, polizze sulla salute e beni di consumo, è necessario spegnere le loro funzioni cerebrali superiori. Il cibo spazzatura trattato, a cui vengono aggiunge sostanze chimiche tossiche, raggiunge questo risultato piuttosto bene. Come mai, secondo voi, il cibo morto e trattato è il pasto predefinito nelle scuole pubbliche, negli ospedali e nelle prigioni? Perché il cibo morto spegne i livelli superiori della coscienza, e tiene le persone focalizzate su qualsiasi distrazione con cui sia possibile nutrire il loro cervello: televisione, violenza, paura, sport, sesso e così via.
In ogni caso vivere come uno zombie è "normale" nella società odierna, poiché moltissime persone lo stanno facendo. Ma non sono normali nel mio libro: il vero "normale" è una persona energica, in salute e sveglia, nutrita con cibo vivo, che agisce da cittadino sovrano in un mondo libero. Mangiare cibo vivo è come prendere la pillola rossa, perché col tempo si apre una nuova ampia prospettiva sulla struttura della realtà. Rende liberi di pensare con la propria testa.
Mangiare cibo spazzatura trattato è come prendere la pillola blu, poiché vi tiene intrappolati in una realtà inventata, dove le esperienze di vita sono architettate dalle aziende di prodotti di consumo, le quali dirottano i vostri sensi con sostanze chimiche (come glutammato monosodico) progettate per ingannare il cervello facendogli credere che state mangiando cibo vero.
Se volete essere vivi, consapevoli e in controllo della vostra vita, mangiate cibo sano e vivo. Ma non aspettatevi di diventare famosi presso gli "esperti" tradizionali della salute mentale o i dietologi: sono tutti programmati per considerarvi "pazzi" per il fatto che non seguite le loro diete ortodosse a base di cibo morto a cui vengono aggiunte sostanze chimiche sintetiche.
Ma voi e io conosciamo la verità: noi siamo quelli normali. I consumatori di cibo spazzatura sono i veri malati mentali, e l'unica via per fare in modo che aprano gli occhi sul mondo reale è iniziare a nutrirli con cibo vivo.
Alcune persone sono pronte a prendere la pillola rossa, mentre altre non lo sono. Tutto quello che si può fare è mostrare loro la porta. Devono aprirla da soli.
Nel frattempo provate ad evitare gl i funzionare della salute mentale che stanno cercando di etichettarvi come persone affette da disturbi mentali solo perché fate attenzione a cosa introducete nel vostro corpo. Non c'è niente di male nell'evitare zucchero, soia, glutammato monosodico, aspartame, sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS) e altre sostanze chimiche tossiche nel cibo. A dire il vero, la vostra vita dipende da questo.


di Mike Adams, the Health Ranger, NaturalNews Editor
Fonte: The Guardian
Traduzione a cura di NSOE http://www.nsoe.info/

mercoledì 21 luglio 2010

Antidepressivi, Prozac ed Eli Lilly

Dott. Roberto Cestari – tratto da “L’inganno psichiatrico” (5/12/2005)

Quelli più classici sono detti "triciclici". Possono provocare secchezza della bocca, sudorazione, stanchezza, disturbi visivi, tachicardia, palpitazioni, cefalea, sonnolenza, vertigini. A dosi più elevate possono dare tremori e anche crisi convulsive, eccitazione, stati confusionali, allucinazioni, ansia, insonnia e manifestazioni psicotiche. A questi si aggiungono una serie molteplice di "disturbi” vari, riscontrati con minore frequenza, che possono andare da problemi epatici o intestinali, alla caduta dei capelli, sino all'infarto e all'ictus. Il 29 dicembre 1987 è stato introdotto sul mercato internazionale e successivamente su quello italiano un nuovo farmaco antidepressivo: la fluoxetina, commercializzato in Italia sotto il nome di Prozac o Fluoxeren. E’ stato reclamizzato come il farmaco miracoloso del XX Secolo e sono comparsi molti articoli, con una ben orchestrata campagna stampa, che lo propagandavano come “la pillola della felicità".
Dopo i primi entusiasmi sono iniziate ad arrivare le segnalazioni degli effetti collaterali: estremamente allarmanti. Non si tratta infatti della comparsa di eritemi o allergie al prodotto, quanto al fatto che l'assunzione del Prozac indurrebbe a commettere suicidio, in alcuni casi all'omicidio. E’ evidente che la possibilità di commettere suicidio è alta nei pazienti depressi, ma è altrettanto vero che molti depressi restano tali senza mai pensare neanche lontanamente di suicidarsi. Nel febbraio del 1990 l 'American Journal of Psychiatry usciva con un articolo scientifico dal titolo “Emergence of Intense Suicidal Preoccupation During Fluoxetine Treatmen”; in questo studio si evidenziava che l'assunzione di Prozac può indurre pensieri e tentativi suicidari anche in coloro che precedentemente non avevano tali ideazioni ed intenzioni. Questi pensieri spariscono a distanza di due o tre mesi dalla sospensione della terapia. L'identico fenomeno veniva descritto dal Journal of the American Accademy of Child and Adolescent Psychiatry, in un articolo intitolato "Emergence of Self Destructive Phenomena in Children and Adolescent During Fluoxetine Treatment" del marzo 1991
La correlazione tra assunzione di Prozac e comparsa di idee suicidarie particolarmente intense e violente, così come descritta negli articoli scientifici citati, in persone che mai prima avevano avuto tali pensieri; la scomparsa di tali ideazioni dopo la sospensione del trattamento con Prozac (in un periodo di due tre mesi dalla sospensione); le affermazioni fatte dagli stessi pazienti in terapia... non lasciano adito a dubbi. Alcuni pazienti hanno affermato, e cito ancora una volta l'American Journal of Psychiatry: “la fluoxetina (Prozac) mi aveva reso capace di commettere il suicidio con successo", “la fluoxetina è un farmaco mortale".
Da notare che le persone coinvolte nello studio scientifico citato non solo svilupparono idee di suicidio, ma in diversi casi tentarono di commetterlo con modalità tali da cercare di evitare ogni tentativo di salvarli.Alcuni acquistarono o si procurarono armi da fuoco. Altri si sono dichiarati perseguitati da idee suicidarie così intense e violente che togliersi la vita sembrava essere l'unico modo di farle cessare. Gli effetti descritti si manifesterebbero in una percentuale di pazienti che assumono Prozac che può variare dal 1,3 al 7,5 %. Se rapportiamo questo numero alla popolazione che fa oggi uso di questo farmaco otteniamo cifre impressionanti. Negli Usa vi sono dai 6 ai 10 milioni di persone che assumono il Prozac. In Europa e in Italia il loro numero è in costante crescita.
Nell'arco di sei ani il Prozac ha accumulato ben 26.623 casi riportati (solo negli USA) di reazioni collaterali e 1.885 casi di tentativo di suicidio, numeri superiori a qualsiasi altro prodotto in commercio da decenni.A seguito dei tentativi di suicidi e dei suicidi avvenuti negli USA vi sono attualmente 170 cause civili e penali intentate contro l'industria produttrice del Prozac, la Eli Lilly , per i decessi o per i gravi effetti collaterali provocati dalla assunzione di Prozac. Il numero di persone colpite è tale che si sono riuniti in una associazione spontanea di consumatori denominata "Gruppo di supporto dei sopravvissuti del Prozac".
Nel rapporto annuale del 31 dicembre 1992 della Eli Lilly ai propri azionisti (item 3 parte 1), la compagnia farmaceutica afferma che non vi è motivo alcuno di preoccupazione poiché qualsiasi sia il risultato delle azioni penali nei suoi confronti "queste non provocheranno alcun pericolo che possa avere effetto sulla nostra consolidata posizione finanziaria".`Oltre ai casi di suicidio vi sono anche diversi casi di suicidio-omicidio-strage. Nel settembre del 1988 J. Wesbecker, un tranquillo lavoratore che soffriva di depressione: durante la terapia instaurata con Prozac, dopo essersi impossessato di un'arma ha ucciso otto suoi colleghi di lavoro e ne ha feriti altri dodici, prima di togliersi egli stesso la vita.Nel corso del 1992 le proteste dei cittadini hanno fatto sì che la FDA (Food and Drug Administration: l'ente governativo americano che controlla i prodotti farmaceutici) accettasse di fare una seduta supplementare e di ascoltare le testimonianze delle vittime del Prozac attraverso un consiglio di revisione composto da una dozzina di esperti.Nonostante la drammaticità dei casi e le testimonianze raccolte i membri di quella commissione stabilirono che il Prozac era abbastanza sicuro e rinnovarono la sua autorizzazione al commercio.
Una successiva indagine ha permesso di appurare che almeno 8 di quegli esperti sono nel libro paga della Eli Lilly (l'industria che produce il Prozac), e che ricevono centinaia di milioni l'anno a testa, da quell'industria farmaceutica, per i loro "progetti di ricerca".Grazie alla legge sulla libertà di informazione che vige negli USA, il Comitato dei Cittadini per i Diritti dell'Uomo ha ottenuto recentemente dalla FDA copia integrale dei documenti relativi alla fase di ricerca sperimentale sul Prozac.Ho potuto avere copia integrale di questa documentazione e studiarla con cura?
Sulla base di questi documenti si evidenzia che: (a) durante la fase sperimentale condotta sul Prozac, le procedure scientifiche sono state ripetutamente violate. (b) le linee guida dei test sperimentali sono state impostate così che ogni e qualsiasi caso di ideazione suicidaria non venisse riportato, così come qualsiasi sintomo di depressione. (c) la Eli Lilly non ha rivelato, sempre durante la fase sperimentale, la comparsa di una serie di episodi di effetti psicotici (52 episodi). In questo modo gli effetti collaterali dovuti a farmaco sono risultati molto inferiori a quanto siano nella realtà. (d) la Eli Lilly ha chiesto e ottenuto che gli sperimentatori non registrassero e segnalassero molti effetti collaterali e che questi venissero ignorati e classificati come sintomi della depressione di cui gli individui sottoposti agli esperimenti soffrivano. (e) lo studio originario della FDA sul Prozac concludeva affermando che tale farmaco non era più efficace del placebo. E’ stata allora introdotta una variazione dei parametri statistici di riferimento e lo studio è stato ricontrollato, utilizzando solo quei soggetti che prendevano anche altri antidepressivi, mostrando così l'efficacia del Prozac.
I responsabili della Eli Lilly dichiarano che questa è una mera campagna denigratoria e che il Prozac o Fluoxetina è un medicinale sicuro. Alcuni anni or sono la Eli Lilly aveva prodotto e venduto il Des, un farmaco che provocava il cancro; nel 1985 non denunciarono la morte di quattro persone che avevano assunto l'Oraflex, un altro loro prodotto farmaceutico. La Eli Lilly ha prodotto in passato anche il metadone, commercializzato con il nome di Dolophine in onore di Adolf Hitler, l'elisir di eroina contro la tosse (negli anni '30) e ha condotto per anni ricerche per conto della CIA, su come produrre industrialmente grandi quantitativi di LSD. Sinceramente non sono in alcun modo interessato ai profitti della Eli Lilly, ma vorrei ricordare che altri farmaci sono stati banditi dal mercato per motivi molto meno gravi.
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domenica 18 luglio 2010

Nikola Tesla, lampo di genio

Il 10 luglio si è commemorata la nascita di Nikola Tesla, fisico, inventore ed ingegnere serbo naturalizzato statunitense. È conosciuto soprattutto per il suo rivoluzionario lavoro e i suoi numerosi contributi nel campo dell’elettromagnetismo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.
I suoi brevetti ed il suo lavoro teorico formano la base del moderno sistema elettrico a corrente alternata, compresa la distribuzione elettrica polifase ed i motori a corrente alternata, con i quali ha contribuito alla nascita della seconda rivoluzione industriale.
Negli Stati Uniti Tesla fu tra gli scienziati e inventori più famosi, anche nella cultura popolare. Dopo la sua dimostrazione di comunicazione senza fili nel 1893, e dopo essere stato il vincitore della cosiddetta "guerra delle correnti” insieme a George Westinghouse contro Thomal A. Edison fu riconosciuto come uno dei più grandi ingegneri elettrici americani. Molti dei suoi primi studi si rivelarono anticipatori della moderna ingegneria elettrica, e diverse sue invenzioni rappresentarono importanti innovazioni.
Nel 1943 una sentenza della Corte Suprema degli Stati Unigli gli attribuì la paternità (sul suolo statunitense) di alcuni brevetti usati per la trasmissione di informazioni via onde radio.
Avendo sempre trascurato l'aspetto finanziario, Tesla morì povero e dimenticato all'età di 87 anni.
Quella che segue è parte di un’intervista a Massimo Teodorani, astrofisico di Cesena ed autore del libro ‘Tesla – lampo di genio’ ed.Macro, intervista riportata sullo stesso sito della casa editrice.

Tra pochi giorni ricorre l'anniversario della nascita di Nikola Tesla. Possiamo dire che Tesla è senza dubbio lo scienziato più sottovalutato di tutti i tempi?

Non sarei così radicale in questa affermazione. E’ stato certamente – e, se si vuole, “colpevolmente” – un po’ troppo poco menzionato dalle istituzioni accademiche ufficiali, se non per la sua invenzione della corrente alternata (da cui sono poi derivate moltissime delle sue successive invenzioni) e per l’unità di misura dell’induzione magnetica che porta il suo nome. Volendo giudicare la cosa in termini del tutto realistici ritengo che la ragione di questo sia dovuta a due fattori principalmente. Il primo fattore – che è il più importante solo in apparenza – è certamente l’atteggiamento di supponenza, pregiudizio irrazionale e deliberato sospetto di molti accademici tradizionalisti, ben poco propensi ad accettare di prendere in esame teorie del tutto nuove. Ma soprattutto, dietro a questa parte degli accademici ritengo possa esserci l’establishment economico-capitalista che sicuramente non vede di buon occhio la possibile applicazione su larga scala di metodi di produzione dell’energia che potrebbero essere in urto frontale contro il business attuale del petrolio e di altri sistemi convenzionali di approvvigionamento dell’energia che, oltre ad aver massacrato l’equilibrio ecologico, hanno riempito da sempre le tasche di chi tira le fila. Il secondo fattore è, senza alcun dubbio, dovuto a Tesla stesso, il quale, pur essendone capace, è sempre stato poco propenso ad adottare la metodologia matematica nella presentazione ufficiale delle sue teorie, il che era senza dubbio una grave lacuna e uno sbaglio di strategia da parte sua, dal momento che la scienza per essere realmente condivisa e controllata richiede che ci si attenga ai protocolli standard di comunicazione dei risultati, cosa che io stesso condivido. Inoltre lui, seppur in buona fede, fece l’errore madornale di coinvolgere troppo il grande pubblico nelle sue scoperte. E’ un fatto assodato – ma da lui infantilmente trascurato – che larga parte della gente di tutti i luoghi e tutte le ere è sempre stata totalmente impreparata nel metodo scientifico e, conseguentemente, in una corretta interpretazione dei risultati, con il serio rischio di propagare poi le ricerche di Tesla in maniera del tutto scorretta e screditante. Questa è stata, a mio parere, la principale colpa/ingenuità di quello che era nei fatti un grande scienziato.

sabato 17 luglio 2010

I consigli di William James a studenti ed insegnanti

Questo brano è tratto dal libro Psicocibernetica di Maxwell Maltz in cui vengono dati interessanti consigli sia agli insegnanti che agli studenti.
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"Quali sono gli studenti che in classe si fanno prendere dalla agitazione?", chiese il saggio. "Quelli che pensano ad un probabile fallimento e ne sentono la grande importanza". James continua: "Chi sono coloro che ripetono meglio la lezione? Spesso i più indifferenti. Spesso le loro idee si dipanano dalla loro memoria spontaneamente. Perchè sentiamo così spesso lamentare il fatto che la vita sociale nel New England è meno ricca ed espressiva o più faticosa che in altre parti del mondo? A che cosa è dovuto tutto questo, se in realtà è così, se non all'eccessiva consapevolezza delle persone, timorose di dire qualcosa di troppo sconveniente e di superficiale, o qualcosa di insincero o indegno del proprio interlocutore o qualcosa che in un modo o nell'altro non è adatto all'occasione? Come può fluire la conversazione in una tale marea di responsabilità e di inibizioni? D'altro canto, la conversazione fiorisce e la società si rinnova non scioccamente né esaurendo questo suo tendere al rinnovamento se e quando le persone dimenticano i loro scrupoli lasciando libero il loro cuore e lasciando muovere automaticamente e spontaneamente le loro lingue.

"Si parla molto oggi dei circoli pedagogici, del dovere che un insegnante ha di prepararsi in anticipo alle lezioni ed in una certa misura ciò è utile. Ma non siamo certo noi Yankees coloro a cui si deve predicare una tale generica dottrina. Siamo anche troppo prudenti. Il consiglio che dovrei dare alla maggior parte degli insegnanti lo esprimerei con le parole di uno che è egli stesso un insegnante ammirevole. Preparatevi tanto bene sull'argomento da essere sempre pronti ad esporlo, ma quando siete poi in classe fidatevi della vostra spontaneità e dimenticatevi di ogni ulteriore preoccupazione.
"Per quel che riguarda gli studenti e particolarmente le studentesse, il mio consiglio può riassumersi in qualcosa di simile. Proprio come la catena della bicicletta può essere troppo tirata, così la prudenza e la consapevolezza possono essere portate talmente all'eccesso da ostacolare la fluidità del pensiero. Prendete ad esempio i periodi in cui si susseguono esami su esami. Quel grammo di nervosismo che vi tiene su di giri durante un esame vale tanto di più di tutta l'ansia che vi assale mentre lo preparate. Se volete veramente rendere ad un esame, gettate via il libro il giorno prima e dite a voi stessi: "Non spreco un minuto di più su questo strazio. Non me ne importa un bel niente se riuscirò o meno". Ditelo però sinceramente, sentitamente ed andate a giocare e a dormire; sono sicuro che i risultati che otterrete il giorno dopo vi incoraggeranno ad usare permanentemente questo metodo".

martedì 13 luglio 2010

Psicofarmaci ai bambni: perchè?

Questo articolo è tratto dal sito del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani. Merita di essere letto e spunto per una riflessione attenta su ciò che può diventare la scuola del futuro!
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I bambini presi di mira
Del 29 Giugno 2010
Cinquantamila bambini in Italia assumono psicofarmaci e alcuni hanno solo 3 anni. La psichiatria c'informa che entro il 2020 la metà della popolazione mondiale sarà malata di depressione mentre in Italia è stato stimato che il 20% dei bambini soffre di un qualche disturbo di apprendimento.
Una volta i professionisti erano gli insegnanti; oggigiorno abbiamo l’equipe psico-pegadogica che munita di altisonanti "Progetti psicologici", basati sul controllo del comportamento, è entrata nella scuola, somministra test, questionari di improbabile validità scientifica, ne valuta i risultati ed infine etichetta il bambino, visto che qualsiasi difficoltà può rientrare tranquillamente in qualche "disturbo psichiatrico" come l’ADHD (Deficit dell’Attenzione e Iperattività)o la discalculia (difficoltà nel fare i calcoli), la disortografia (difficoltà nella scrittura) e altri disturbi coniati relativi a difficoltà incontrate nell’apprendere. Viene inculcata ad insegnanti ed alunni l’idea che la causa degli errori nella lettura e/o scrittura siano “disturbi mentali” , “disabilità costituzionali” dalle quali non si guarisce. I genitori non vengono mai completamente informati su cosa si farà esattamente con questi progetti, che spesso sono i più variegati, e i questionari psicologici invasivi che sollecitano la richiesta di informazioni sul bambino e sulla famiglia, spesso compilati senza il consenso dei genitori, come verranno valutati e dove andranno a finire. Spesso le etichette rimangono nella storia dell'alunno che se le porta avanti anche negli anni successivi essendo stato schedato.Molti bambini vengono poi indirizzati in centri di neuropsichiatria infantile che sono il punto d’ingresso verso trattamenti farmacologici, anziché interventi didattici e sociali. Ce ne sono 40 attivi sul territorio nazionale e sono 112 quelli accreditati. E’ stato istituito anche un registro nazionale, per monitorare la somministrazione degli psicofarmaci sul campo.
La prescrizione medica di psicofarmaci a bambini è aumentata in maniera esponenziale in tutta Europa ed è aumentata anche in Italia. A chi conviene tutto ciò? Non certo ai bambini. Ci troviamo purtroppo di fronte all’ennesima prova del tentativo di trasformare le nostre scuole da luoghi di istruzione e crescita in una sorta di laboratori per studi psicologici o psichiatrici, come è avvenuto negli Usa con catastrofiche conseguenze sia per il loro sistema di istruzione che per le famiglie.
Nessuno nega che esistano bambini con problemi di varia natura e genere; un bambino mai fermo e distratto può essere disattento o iperattivo per centinaia di motivi differenti. I comportamenti, anche problematici, sono manifestazioni di svariati problemi, non malattie. Non esistono test oggettivi per misurare lo squilibrio biochimico nel cervello (esami di laboratorio – radiografie, ecc...) che ne provano o meno la presenza, al di là del parere di chiunque , invece fanno test sui topi e ciò da il via a nuove cure per la condotta. Le opinioni dei singoli, i pareri personali non contano nulla in medicina: questo è ciò che rende la medicina una scienza.Siamo ben lontani dalle sperimentazioni didattiche, dalla ricerca di metodologie funzionali di insegnamento, dai metodi Montessori, Steiner, dalla scuola di Don Milani, dal chiedersi veramenteperché quell’alunno sta avendo difficoltà.
Gli errori e le carenze nelle prestazioni scolastiche, che fanno parte del processo di apprendimento, vengono ora stigmatizzati e considerati malattie o disturbi mentali mentre figure quali psicologi, psicopedagogisti e neuropsichiatri infantili si sostituiscono agli insegnanti e al loro ruolo.Il CCDU sta lavorando affinché sia presa in considerazione ogni possibilità per prevenire che i bambini vengano "etichettati" ingiustamente come affetti da "disturbi mentali", specie attraverso programmi di "Istruzione Speciale" o attraverso l'uso nelle scuole di test e questionari psicopatologici e che sia protetto il loro diritto inalienabile ad essere educati senza l'uso di farmaci. Questo mondo appartiene a tutti noi, ma in misura maggiore ai bambini, ai quali un giorno verrà consegnato. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, ma richiedere accurate analisi mediche.
Silvio De Fanti

domenica 11 luglio 2010

Psicofarmaci ai bambini: alla pazzia non c'è limite

ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), o più semplicemente ADD (Attention Deficit Disorder), è la sigla della sindrome da deficit di attenzione e iperattività.
Il Disturbo da deficit d'attenzione ed iperattività (ADHD) è un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini. Si tratta di un disturbo molteplice e complesso, multifattoriale che nel 70-80% dei casi coesiste con un altro o altri disturbi. La coesistenza di più disturbi aggrava la sintomatologia rendendo complessa sia la diagnosi sia la terapia. Quelli più frequentemente associati sono il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi della condotta, i disturbi specifici dell'apprendimento come la dislessia e la disgrafia, i disturbi dell’ansia e, con minore frequenza, la depressione, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da tic ed il disturbo bipolare.
Per la normalizzazione del comportamento di alcuni pazienti iperattivi e con deficit d'attenzione dei ricercatori ritengono siano efficaci alcune molecole psicoattive come il metilfenidato e l’atomoxetina, in qualunque caso sono state mosse molte critiche sull’utilizzo di queste molecole sui bambini.
Per quanto riguarda i problemi relazionali, i genitori, gli insegnanti e gli stessi coetanei concordano che i bambini con ADHD hanno anche problemi nelle relazioni interpersonali (Pelham e Millich 1984). Vari studi di tipo sociometrico hanno confermato che bambini affetti da deficit di attenzione con o senza iperattività: ricevono minori apprezzamenti e maggiori rifiuti dai loro compagni di scuola o di gioco (Carlson et al, 1987); pronunciano un numero di frasi negative nei confronti dei loro compagni dieci volte superiori rispetto agli altri; presentano un comportamento aggressivo tre volte superiore (Pelham e Bender, 1982); non rispettano o non riescono a rispettare le regole di comportamento in gruppo e nel gioco; laddove il bambino con ADHD assume un ruolo attivo riesce ad essere collaborante, cooperativo e volto al mantenimento delle relazioni di amicizia; laddove, invece, il loro ruolo diventa passivo e non ben definito, essi diventano più contestatori e incapaci di comunicare proficuamente con i coetanei.
Dal 2003 a causa di un decreto ministeriale, anche in Italia è possibile somministrare ai bambini le anfetamine. Al rigurdo ne è un esempio il Ritalin, un farmaco che è stato spostato dalla tabella degli stupefacenti a quella degli psicofarmaci. Questa molecola è destinata a quei bambini che soffrono della sindrome ADHD. Si pensi che negli Sati Uniti i bambini iperattivi che sono curati con questa anfetamina sono circa 11 milioni, ma con risultati buoni solo a breve termine e con effetti disastrosi tipici dell’assunzione degli psicofarmaci fra i quali tendenza al suicidio, illusioni paranoiche, comportamenti anormali.
In Italia sono poche migliaia i bambini curati con il Ritalin, ma il numero sta crescendo; si pensa che potrà raggiungere i 15-20 mila secondo un’indagine dell’associazione Giù le Mani dai Bambini. Questa stessa associazione non concorda con quanto dice l’Istituto Superiore di Sanità in relazione alla sicurezza della somministrazione del Ritalin ai bambini, infatti anche se il farmaco normalizza condizioni fortemente aggressive o addirittura manifestazioni di suicidio, questa terapia è efficace per qualche giorno, non garantendo la continuità terapeutica.
Il 22 giugno 2007 la Commissione Europea aveva chiesto l’avvio di una procedura di deferimento al Comitato per i Medicinali ad uso Umano dell’EMEA (Agenzia Europea del Farmaco) per tutti i medicinali contenenti metilfenidato. La Commissione aveva ritenuto infatti che andassero valutati alcuni dubbi sulla sicurezza, comprendenti disordini cardiovascolari e cerebrovascolari, potenzialmente associati al trattamento con questi psicofarmaci. Nel suo report finale, l’EMEA ha presentato le sue conclusioni affermando che questo psicofarmaco provoca aritmie cardiache, inclusa la tachicardia, ipertensione, arresto cardiaco, ischemia. Oltre a ciò buona parte della letteratura scientifica riconosce possibili episodi di accidente cerebrovascolare, ictus, infarto cerebrale, occlusione arteriosa cerebrale.

Obesità giovanile

Sul sito http://www.tecnicadellascuola.it/ si parla di un interessante argomento particolarmente sentito e preoccupante nel mondo giovanile: l'obesità, problematica che coinvolge la componente fisica del bambino e dell'adolescente (sovraccarichi eccessivi su tutto il tratto della colonna vertebrale con particolare incidenza sugli arti inferiori come anche, ginocchia e caviglie) e non per ultima la sfera emotiva. Moltissimi giovani perdono la loro autostima a causa del loro aspetto fisico. Se è pur vero che gli stereotipi vogliono giovani, in modo particolare nel mondo femminile, particolarmente magre, se non addirittura anoressiche, l'aspetto fisico comunque riveste un ruolo fondamentale nella comunicazione non verbale; è con il nostro corpo che ci presentiamo agli altri, che diciamo chi siamo, manfestando la nostra personalità.
Se quindi è importante la componente fisica con tutte le dirette conseguenze di natura strutturale, circolatoria e metabolica, la sfera emotiva non deve essere trascurata.
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Obesità giovanile, a settembre pediatri tra i banchi per limitarla
di A.G.
L’iniziativa della Federazione italiana medici pediatri è stata presentata il 10 giugno presso l'auditorium del ministero della Salute, alla presenza del sottosegretario Francesca Martini: scorretta alimentazione ed obesità rappresentano una vera emergenza, soprattutto per quanto riguarda i bambini, con una prevalenza media tra le più alte in Europa.
Imparare a contrastare meglio problemi di salute pubblica come sovrappeso e obesità infantile: è l’obiettivo che si pongono un gruppo di pediatri che nel prossimo anno si recheranno nelle scuole italiane sostenendo un progetto della Fimp, la Federazione italiana medici pediatri.L’iniziativa è stata presentata il 10 giugno presso l'auditorium del ministero della Salute, alla presenza del sottosegretario Francesca Martini. "Scorretta alimentazione ed obesità - ha spiegato Martini - rappresentano una vera emergenza, soprattutto per quanto riguarda i bambini, con una prevalenza media tra le più alte in Europa: secondo il nostro studio 'Okkio alla salute' il 12,3% dei bambini è obeso, mentre il 23,6% è in sovrappeso: più di 1 bambino su 3, quindi, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età. Questo significa che un milione e centomila bambini tra i 6 e gli 11 anni sono sovrappeso o obesi".Ancora una volta è stato ribadito che la prevenzione dell'obesità va affrontata fin dai primi anni di vita. Ma non sempre le famiglie hanno gli strumenti, soprattutto culturali, per fare questo. Fornire, quindi, un supporto adeguato ai genitori e ai bambini piccoli "è un investimento importante per lo sviluppo fisico ed emotivo, con effetti a lungo termine. Non dobbiamo dimenticare che un bambino obeso ha elevate probabilità di essere obeso anche da adulto". La Scuola di nutrizione Fimp si pone l'obiettivo di sostenere proprio le scelte nutrizionali corrette, svolgere il compito di prevenzione ed educazione alla salute verso le famiglie ed i ragazzi attraverso un counseling familiare, favorire la costruzione di un osservatorio epidemiologico e di ricerca in campo nutrizionale.Dal punto di vista operativo la scuola verrà inaugurata in occasione del congresso nazionale Fimp che si terrà a Firenze dal 30 settembre al 2 ottobre 2010. Le sessioni didattiche avranno inizio invece il 29 settembre: la didattica prevede quattro moduli che affronteranno le varie tematiche, dai fabbisogni nutrizionali alla sicurezza alimentare alla gestione della comunicazione con la famiglia. Parteciperanno per il primo anno circa 400 pediatri di famiglia provenienti da tutte le regioni, fino a coinvolgere progressivamente quasi tutti i pediatri aderenti alla Federazione italiana medici pediatri.

sabato 10 luglio 2010

Bambini e psicofarmaci

Può aver senso far assumere psicofarmaci a dei bambini che manfestano disagi di natura psicologica? Non è forse meglio attuare strategie psicopedagogiche che vadano ad potenziare condizioni intrinseche del bambino quali l'autostima? L'articolo che segue, pubblicato sul sito www.tecnicadellascuola.it , ben illustra questa possibilità.
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Bambini distratti e poco attenti? Si agisca sull’autostima
di A.G.
A sostenerlo è la Nottingham University: al termine di uno studio specifico ha concluso che i sistemi pedagogici funzionerebbero né più né meno degli psicofarmaci, ma senza rischi ed effetti collaterali. Largo quindi a strategie alternative come la ‘ricompensa a breve termine’.
L’iperattività giovanile? Meglio governarla migliorando l’autostima, piuttosto che inibirla attraverso i farmaci. A sostenerlo, dopo aver svolto uno studio specifico sui bambini distratti e troppo agitati, nella vita di tutti i giorni e quindi anche sui banchi scolastici, è la Nottingham University: secondo l’università britannica i sistemi pedagogici funzionerebbero né più né meno degli psicofarmaci, ma senza rischi ed effetti collaterali.
La ricerca, pubblicata di recente su Biological Psichiatry, confermerebbe quanto parte della comunità scientifica sostiene ormai da anni riguardo il comportamento troppo vivace dei bambini: i risultati hanno in pratica dimostrato la pari efficacia, in termini di normalizzazione del comportamento, fra il trattamento psicofarmacologico e l'utilizzo di stimoli e ricompense per "premiare" la corretta esecuzione di compiti. Riscontri positivi e ‘contenitivi’ nel miglioramento delle performance comportamentali si possono ottenere – sostiene il rapporto inglese - non solo con l'utilizzo di farmaci, causa di potenziali effetti collaterali anche gravi, ma con strategie pedagogiche quali, ad esempio, quella della ‘ricompensa a breve termine’.
In Italia i risultati della ricerca sono stati accolti positivamente da diversi studiosi. Secondo Paolo Roberti di Sarsina, dirigente di psichiatria dell'Asl di Bologna, "l'elemento psicopedagogico alla base di questo semplice ma efficace esperimento è quello della esperienza continua e gratificata per apprendere su di se, con il risultato evidente di un contenimento degli eccessi. Va ricordato che la psicopedagogia Steineriana - in uso in tutto il mondo da ormai un secolo - è basata proprio sull'apprendimento attraverso l'esperienza, e in questa ottica la ricompensa - intesa nel significato profondo di appagamento dell'io - è uno strumento chiave."
Dello stesso parere è Claudio Ajmone, psicoterapeuta ed esperto italiano di Adhd, per il quale la sindrome da deficit di attenzione non può essere mai associata ad una malattia: "Resto dell'idea che tutto è possibile quando si sperimenta su una malattia inesistente. Il nulla si può curare in infiniti modi con infiniti buoni risultati...". Commento analogo anche da parte di Luca Poma, portavoce nazionale dell'associazione nazionale
Giù le Mani dai Bambini, secondo cui "la scienza ci dimostra per l'ennesima volta che esistono risposte al disagio dei bambini valide ed efficaci e soprattutto prive di effetti collaterali, quindi ci chiediamo che senso abbia continuare a utilizzare potenti psicofarmaci su bambini piccoli, a volte con il rischio di conseguenze anche fatali, quando la psicopedagogia offre alternative valide". Per i fautori di questo genere di trattamento sarebbe quindi ora che le istituzioni sanitarie italiane revisionassero gli attuali protocolli diagnostico-terapeutici.

mercoledì 7 luglio 2010

Quando finisce un amore

Oggi l'agenzia ANSA dava questa notizia: “L'amore e' come una dipendenza da droga e purtroppo quando un amore finisce e' come si andasse in crisi d'astinenza e le conseguenze possono essere imprevedibili.” In pratica attraverso uno studio condotto da due ricercatori, Lucy Brown e Saul Korey dell'Albert Einstein College of Medicine of Yeshiva University di New York, si è notato che nel momento in cui un soggetto che abbia vissuto un abbandono sentimentale vede la fotografia della persona amata che l'ha lasciata, il suo cervello va ad attivare in modo accentuato delle aree cerebrali che sono legate al desiderio, alla dipendenza da droghe (simulando quasi una crisi d'astinenza) e al dolore. Questi ricercatori hanno studiato, con l'ausilio di una risonanza magnetica, cosa succede nel cervello di un gruppo di studenti di un college i quali hanno ricevuto una delusione d'amore e sono stati lasciati dai rispettivi partner. Nel momento in cui questi hanno rivisto la fotografia della persona amata, la maggioranza di loro ha attivato differenti aree neurali, ad esempio l'area ventrale tegmentale, un sistema di neuroni situato nel prosencefalo; si pensa che quest'area giochi un ruolo importante nei meccanismi di rinforzo, nella risata, nella dipendenza, nell'elaborazione delle sensazioni di piacere e paura oltre che all'insorgere dell'effetto placebo. Un'altra area è il nucleo accumbens, una piccola regione ricca di dopamina la quale fa funzionare parte del sistema limbico, conosciuto per il suo ruolo fondamentale nel comportamento emotivo, nel dolore e nel piacere e le corteccie orbitofrontale e prefrontale, associate al desiderio e alla tossicodipendenza, in particolare il sistema dopaminergico che e' coinvolto nella dipendenza da cocaina; infine la corteccia insulare e quella cingolata anteriore, associate al dolore fisico ed allo stress. Lo studio dimostra che l'essere abbandonati a livello sentimentale può generare reazioni molto forti, fino al punto da far reagire l'individuo con atti insulsi.

Il veleno del risentimento

Per veleno si intende una sostanza che, se assunta da un organismo vivente, ha effetti dannosi temporanei o permanenti, fino a diventare letali, attraverso un meccanismo di natura chimica. Il risentimento può ben essere considerato un veleno in quanto ha la capacità di intossicare, metaforicamente parlando, l'intera vita di un essere umano. In aggiunta possiamo affermare che il risentimento, mantenuto nel tempo, arriva al punto di danneggiare tutti quei meccanismi di autostima e fiducia di un individuo. Si può ben dire che il risentimento porta al fallimento della maggior parte delle iniziative e progetti delle persone.
Ma il risentimento è anche il tentativo di rendere il nostro personale fallimento più accettabile, spiegandolo in termini di ingiustizia e di imparzialità di trattamento nei nostri confronti. L’impulso del risentimento vive nelle personalità che nutrono un forte senso di inferiorità e fallimento, cercando un capro espiatorio o scusa per il proprio insuccesso nella società, nel sistema, nella vita, nella famiglia, nel coniuge e via dicendo; probabilmente in queste personalità questo elenco potrebbe continuare all’infinito perché c’è sempre qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa. La persona che manifesta risentimento si sente defraudata da qualcosa come la vita o da qualcuno perché vede negli altri il successo e nella propria esistenza un inganno.
Il risentimento, anche se basato su torti o ingiustizie reali, non è il modo per vincere nella vita, anzi, diventa presto un’abitudine emotiva. Sentendosi per abitudine vittime di un’ingiustizia, ci si immedesima nel ruolo della vittima. In questo modo è facile vedere la prova dell’ingiustizia o immaginare che si è stati oggetto di un torto.
Il risentimento comunque è un mezzo che serve per sentirsi importanti. Molte persone provano una soddisfazione perversa nel sentirsi vittime. Se ricordiamo un avvenimento in cui una persona è stata vittima di un’ingiustizia (sia questa vista in un programma televisivo o personalmente conosciuta), questa si sente moralmente superiore a chi ne è stato la causa. Inoltre la persona che nutre risentimento cerca di dimostrare il suo caso di fronte a tutti coloro ai quali è possibile fornire prove dell’offesa e se riesce ad assumere un atteggiamento abbastanza risentito e quindi a provare l’ingiustizia, questo lo ricompenserà del suo dolore.
In questo senso il risentimento è una resistenza, una non accettazione di qualcosa che è già avvenuto. La parola risentimento deriva da due parole latine: 're', prefisso che significa ripetizione e 'sentire'. Il risentimento quindi è un ripetere, un continuo combattere emotivamente contro un avvenimento del passato che sappiamo benissimo impossibile da cambiare.
Il risentimento abituale porta invariabilmente all'autocompassione, che è il sentimento peggiore che si possa avere. Quando queste abitudini sono fortemente radicate, la persona non si sente a proprio agio senza aver ricevuto delle ingiustizie, quindi andrà a cercarsi situazioni tali da essere oggetto di torti.
Ricordiamoci che il risentimento non è provocato dalle altre persone, dagli eventi o dalle circostanze, ma solo dalla risposta emotiva dell'individuo. Il risentimento è quindi incompatibile con la lotta creativa verso un traguardo, perché nella lotta la persona è il vero attore, non lo spettatore passivo.

Solo i mediocri non sbagliano mai

Erbert Hubbard disse che il più grande errore che un uomo può commettere è quello di aver paura di commetterne uno. Nel suo libro Psicocibernetica, il dr. Maxwell Maltz analizza la condizione dell’incertezza nell’ambito del meccanismo dell’insuccesso. Nella sua osservazione il dr. Maltz evidenzia il vero problema di coloro che hanno paura di fallire: sbagliare produce indicibili orrori per la persona che tenta di credersi perfetta. Per queste persone il modo migliore per non sbagliare è evitare il maggior numero di decisioni e rimandarle il più possibile, l’altro consiste nel crearsi un comodo capro espiatorio da criticare.
Come possono essere aiutati questi soggetti? In primo luogo essi devono capire che: nessuno può raggiungere sempre la perfezione. Il dr. Maltz porta l’esempio dei battitori di baseball; nessuno d’essi ha mai raggiunto la media di mille. Se un battitore batte bene tre volte su dieci è considerato bravo; il grande Babe Ruth, oltre ad essere considerato uno dei migliori giocatori di baseball, detiene anche il record per il maggior numero di colpi mal effettuati.
Vi è un altro principio importantissimo da tenere in considerazione: è nella natura delle cose progredire con l’azione, commettendo errori e correggendosi. Al riguardo vi sono tantissimi esempi da cui imparare: un siluro guidato arriva letteralmente al bersaglio attraverso una serie di errori e correggendo continuamente la sua traiettoria; la stessa cosa avviene per una nave o ancor di più per un veliero che è soggetto alla forza del vento, non sempre omogenea, lo stesso avviene per un aereo. Se tutto ciò lo applichiamo alle scelte e alle decisioni che gli uomini prendono quando perseguono un obiettivo, si comprende che non si può correggere la direzione restando inerti; il più delle volte si devono considerare i fatti noti di una situazione, valutare le possibili conseguenze dei vari modi di agire e infine scegliere quello che sembra offrire la soluzione migliore pur considerando che una percentuale di rischio esiste sempre, ma una cosa è certa: ci si può sempre correggere nel corso dell’azione.
Un terzo principio ricorda che: solo i mediocri non sbagliano mai. Ricordiamo che per superare l’incertezza bisogna capire il ruolo che la stima di se stessi ha nell’indecisione. Spesso troviamo individui che sono indecisi perché hanno paura di perdere la fiducia in se stessi, se si prova che hanno torto. Un consiglio veramente appropriato è quello di usare sempre la stima di se stessi a proprio vantaggio, piuttosto che contro di sé convincendosi di questa verità: i grandi uomini e le grandi personalità sbagliano e ammettono i loro errori, è il mediocre che ha paura di ammettere di aver sbagliato.
Concludiamo con un’affermazione di Samuel Smiles: “Impariamo la saggezza molto di più dai nostri sbagli che dai nostri successi. Scopriamo ciò che è giusto trovando ciò che non lo è e probabilmente chi non ha mai fatto errori non ha mai scoperto nulla”. Una prova inconfutabile di questa affermazione è la vita di Edison; egli lavorava ai suoi progetti usando il metodo dell’eliminazione. Se qualcuno gli chiedeva se fosse scoraggiato dai tanti tentativi infruttuosi per la realizzazione della lampadina, egli rispondeva di no, perché ogni tentativo inconcludente in meno era un altro passo verso la meta.

martedì 6 luglio 2010

Un computer meraviglioso chiamato cervello


Il cervello umano è come un computer ed è una cosa veramente impressionante. Ancora più interessante è che il computer è stato creato dal cervello umano, anche se è ancora a una distanza di anni luce. Un odierno computer, per quanto la tecnologia riesca a progettare macchine sempre più potenti e sofisticate, è ancora limitatissimo rispetto al cervello umano. Se ad esempio immettiamo molti dati in un computer, inevitabilmente si arriverà al punto in cui la memoria si satura, avremo allora bisogno di un processore più veloce o di un aumento della memoria, o ancora di modificare alcuni programmi per la gestione dei dati, e via dicendo. Tutto questo non accade con il nostro cervello. La cibernetica non ha ancora prodotto un computer con possibilità di auto-espansione. Ben diverso invece per il cervello il quale ha, per così dire, dei programmi auto-espandibili, vale a dire che più informazioni si apprendono e si processano, più si espande per accogliere altri dati.
Questi concetti dovrebbero fari capire che più usiamo il cervello, più questi sviluppa potenzialità. Un esempio è dato dal fatto che un’intera vita trascorsa a leggere non porta ad una saturazione delle capacità del cervello, anzi, più si legge e più si sviluppa la capacità di processare informazioni.
Il computer usa il sistema binario per la sua elaborazione. Se si vuole creare un programma per un computer affinché svolga una determinata procedura, si deve utilizzare un determinato linguaggio di programmazione il quale utilizzi appunto il sistema binario. Nella stessa misura potremmo dire che anche il nostro cervello adotta un sistema binario, formato da PENSIERO e LINGUAGGIO; capiamo meglio questo meccanismo. Partiamo da questo presupposto: tutto ciò che diciamo e pensiamo è alla base della programmazione del cervello. Questo presupposto ci fa capire che il cervello funzionerà o a nostro vantaggio o contro di noi; tutto dipende da pensieri ed affermazioni. Quando diciamo: “Non sono portato per le lingue straniere, imparare l’inglese non fa proprio per me!” stiamo facendo una vera e propria programmazione; ma riflettiamo: quante volte una persona a cui è stato detto già da bambino che non era portata per una determinata cosa lo andrà a ripetere (sia verbalmente che attraverso il suo pensiero) nella propria vita? Questa continua ripetizione nel tempo porterà ad un tale convincimento da sabotare ogni tentativo di riuscita.
Non dimentichiamo questa legge: non c’è un solo pensiero che passi per la nostra mente che non abbia ripercussioni; qualunque pensiero genera un processo biochimico e provoca di conseguenza un effetto sul nostro comportamento. Fare e ripetere delle affermazioni in cui si evidenzia l’incapacità, ci trasforma inevitabilmente in persone incapaci, viceversa affermazioni e modi di pensare in cui si risalta la capacità, ci trasforma in persone capaci.

domenica 4 luglio 2010

Il meccanismo dell'insuccesso


Possiamo capire se stiamo manifestando un atteggiamento che potrebbe portarci al fallimento di una nostra iniziativa? O ancor peggio vedere la nostra vita come un disastro su tutti i fronti?
Esistono dei segnali ben precisi che tutti noi manifestiamo e che ci permettono di individuare atteggiamenti, ragionamenti, modi di vivere che ci conducono inesorabilmente al fallimento. La stessa cosa avviene nell’ambito della nostra salute. È consueto interpretare un sintomo o una sindrome come un avvenimento maligno, da eliminare, credendo che la soppressione di questo porterà ad una guarigione (ovviamente solo presunta). In medicina un sintomo è un segno molto importante in quanto ci permette di capire quale organo o sistema ha bisogno di cure; può essere interpretato come un ‘indicatore’ o ‘segnalatore’ utilissimo al fine di una precisa diagnosi.
Come per un sintomo fisico, quando impariamo a riconoscere certi tratti della nostra personalità come segnali di insuccesso, dobbiamo prendere coscienza del fatto che questi sono indesiderabili ma nella stessa misura importanti perché ci fanno prendere consapevolezza di noi stessi; dovremmo comunque pensare che non li vogliamo, che debbano uscire dalla nostra vita, ma aspetto ancor più importante convincere noi stessi in modo profondo che essi non ci porteranno alla felicità. Ricordiamo che nessun essere umano è immune da queste sensazioni e da questi atteggiamenti negativi. Anche le persone che hanno maggiore successo, in qualunque campo della vita, a volte li provano. La cosa importante è riconoscerli per quello che sono, iniziando subito un’azione positiva per correggere l’atteggiamento.
A questo riguardo gioca un ruolo importantissimo l’immagine che abbiamo di noi stessi. Vi sono persone che perseguono con tenacia e dedizione obiettivi importanti e meritevoli nella loro vita; durante questo faticoso e duro cammino riescono a continuare la loro corsa verso la meta, ma arrivati al raggiungimento del loro obiettivo, accade qualcosa che non permette il completo raggiungimento. Pare si presenti qualche avvenimento che va a sabotare tutto il lavoro fatto in precedenza. In questi casi l’immagine che abbiamo del nostro ‘io’ che nel tempo si è formata è, in realtà, quella di una persona indegna, incompetente ed inferiore, senza alcun diritto al successo o a godere degli aspetti migliori della vita. Ciò avviene a livello inconscio e siccome la maggior parte delle scelte e delle azioni sono regolate dalla nostra componente non razionale, si ha un vero e proprio sabotamento nel momento in cui si deve ricevere l’atteso premio per le nostre fatiche.
Facciamo quindi attenzione a cosa pensiamo realmente di noi stessi, a cosa ci è stato insegnato in riguardo a noi stessi. Se non lo cambiamo con determinazione, rischiamo di essere il risultato della creazione degli altri.
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