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domenica 29 dicembre 2013

Come far funzionare il cervello

Proviamo a pensare ad un'esperienza vissuta nel passato la quale sia stata molto piacevole, in particolare un'esperienza alla quale da un po' non si pensa. In assoluta tranquillità, magari chiudendo gli occhi, proviamo a ritornare all'avvenimento facendo in modo di rivedere ciò che si era visto nel momento in cui quell'episodio era avvenuto. Osservando attentamente quell'episodio iniziamo a cambiare la luminosità dell'immagine, prima più luminosa poi sempre più scura, fino a non vederla quasi più. Poniamoci ora una domanda: in che modo la variazione della luminosità cambia il modo in cui ci sentiamo? Di norma, aumentando la luminosità, si intensifica anche l'intensità delle nostre sensazioni, rendendole più piacevoli; con il diminuire della luminosità si avrà 'effetto contrario.
Ora facciamo un altro esperimento. Pensiamo ad un ricordo sgradevole, qualcosa che solo a pensarci ci fa stare male. Riportandola alla mente, usiamo la stessa tecnica precedentemente esposta: prima aumentiamo la luminosità, poi la diminuiamo. In questo caso, molto probabilmente, con l'aumentare della luminosità, il disagio aumenta, con l'abbassare della luminosità il ricordo non ci darà più noia o fastidio.
La 'luminosità' è una submodalità. Le submodalità sono degli elementi universali che possono essere impiegati per cambiare qualunque immagine visiva.
La luminosità è solo uno dei tanti strumenti a nostra disposizione per gestire i ricordi e trasformarli in elementi che giochino a nostro favore. E' comunque necessario valutare le eccezioni d'impatto che normalmente la luminosità ha sui nostri ricordi. Se riportiamo alla mente un avvenimento piacevole avvenuto al tramonto, una eccessiva luminosità non necessariamente potrà aumentare la nostra gioia, potrebbe addirittura ridurre la sensazione piacevole. Pensiamo ora invece ad un avvenimento in cui abbiamo avuto paura al buio; di solito la paura ha una stretta attinenza al fatto che non riusciamo a vedere l'oggetto che ci scatena la paura. Se aumentiamo la luminosità, rievocando l'avvenimento passato, e vediamo che in realtà non c'è proprio nulla, che non esiste una vera e propria causa, allora in questo caso la paura, invece di aumentare, diminuisce.
Faremo ora un altro esperimento, cambiando la submodalità. Visualizziamo un avvenimento piacevole, anche lo stesso di prima. Anziché cambiare la luminosità, giochiamo con le dimensioni. Proviamo ad aumentare la dimensione dell'immagine o dell'oggetto, poi proviamo a diminuirne la dimensione. Di norma l'aumentare un'immagine intensifica la risposta, di contro diminuirne le dimensioni riduce la risposta. Ovviamente anche in questo caso avremo delle eccezioni: se aumentiamo in modo sproporzionato l'immagine, questa anziché intensificare una risposta provocherà una reazione di ridicolo e ci farà ridere. Comprendiamo allora che la qualità sarà molto più importante della quantità. Proviamo ora a ricordare un avvenimento sgradevole, che forse ci ha fatto paura o timore. Se ingrandiamo l'oggetto della paura a dismisura, questo potrebbe essere ridicolo, annullando la causa di sofferenza, oppure rendendolo così piccolo da accorgerci che è veramente insignificante.
Tutto ciò ci fa capire che noi possiamo controllare le nostre esperienze. Tutto ciò che accade nella nostra mente influisce su di noi, e nella stessa misura è potenzialmente controllabile da noi.
Questi piccoli esempi ci fanno riflettere. Proviamo a pensare ad una persona che ingigantisce, rende luminose la maggior parte delle sue esperienze negative e tristi della sua vita, inoltre abbassa di luminosità e di grandezza gli avvenimenti vissuti felicemente. Molto probabilmente questo soggetto è un sicuro candidato alla depressione. Facciamo attenzione quindi. Molte volte siamo noi stessi ad apportare il carburante che alimenta e fa progredire uno stato depressivo.

giovedì 28 marzo 2013

Liti mamma e papa' fanno male al cervello del bebe'

Fonte: Ansa
 
La litigiosità e i toni alterati della voce di mamma e papà sono riconosciuti dal bebé, anche mentre dorme, e ne alterano l'attività del cervello, con possibili effetti sul suo sviluppo.

Infatti una ricerca pubblicata sulla rivista Psychological Science mostra che i bebé esposti ad alto livello di conflittualità in casa mostrano di avere a livello cerebrale una reazione più forte ai toni di voce arrabbiati: a 'sobbalzare' in risposta alle voci alterate dei genitori sono aree neurali legate alla regolazione dello stress e delle emozioni. Le grida litigiose di mamma e papà potrebbero avere un impatto a lungo termine sullo sviluppo del cervello del piccolo, sembra suggerire questa ricerca, coordinato da Phil Fisher e Jennifer Pfeifer dell'università dell'Oregon.
Precedenti studi hanno dimostrato che un rapporto molto conflittuale tra mamma e papà altera la qualità del sonno dei neonati. In questo lavoro l'attività neurale di 20 bebé dai 6 ai 12 mesi è stata studiata nelle fasi di veglia e durante il sonno. I genitori di ciascuno hanno compilato dei questionari per misurare il loro livello di litigiosità e conflittualità. E' emerso che maggiore era la conflittualità della coppia, più il cervello del bebé risultava reattivo all'ascolto delle voci arrabbiate dei genitori. I neonati non capiscono cosa si stanno dicendo ma se mamma e papà sono arrabbiati lo avvertono e il loro cervello ne risente, con possibili effetti sul suo sviluppo.

giovedì 27 ottobre 2011

Perchè il pensiero negativo fa ammalare?

Tratto da La rivoluzione della salute (Macro Edizioni, 2011).
Negli ultimi tempi il concetto di “pensiero positivo” si è diffuso ovunque. In genere lo s’intende così: «Se di ogni cosa penso che sia un bene per me, non accumulo stress». «Se reagisco a tutto in maniera costruttiva, otterrò buoni risultati». Questo concetto si è affermato anche in ambiente medico. Fra mente e corpo c’è un dialogo costante, quindi le cose che pensiamo non sono semplicemente concetti astratti. Si è infatti capito che i nostri pensieri si materializzano immancabilmente e agiscono a livello fisico.
Quando proviamo una reazione di rifiuto verso qualcosa, nel nostro organismo si producono delle sostanze che fra l’altro accelerano il processo d’invecchiamento e la formazione di cellule cancerose. Quando invece accettiamo con gratitudine le cose, il nostro organismo produce delle sostanze che ci mantengono giovani e sani. Nel frattempo, anche la medicina ha dimostrato l’esistenza di questo meccanismo all’interno del nostro corpo.
Di conseguenza, le persone abituate a vedere tutto positivo dispongono di una notevole resistenza alle malattie. Chi, invece, pensa sempre in modo negativo, tende purtroppo ad ammalarsi. Perfino a parità di condizioni e stile di vita gli uni sono sani come pesci e gli altri malaticci. Quest’affermazione può anche non avere valore illimitato, ma l’atteggiamento mentale è estremamente importante per la nostra salute.
Ma quali sono le sostanze che si formano nel nostro organismo a seconda del nostro atteggiamento interiore? Sono quelle a cui in genere si dà il nome di ormoni. I principali ormoni legati al nostro modo di vedere le cose sono l’adrenalina, la noradrenalina, la beta-endorfina e l’encefalina.
Quando ci arrabbiamo o siamo stressati, nel cervello viene secreta la noradrenalina, mentre quando proviamo paura, rilasciamo adrenalina. Gli ormoni fungono da messaggeri chimici sul piano cellulare, vale a dire che trasmettono gli ordini del cervello alle singole cellule. Per esempio, se viene trasmesso il messaggio “collera”, il corpo reagirà con tensione e attività. Si tratta, pertanto, di sostanze che da un lato sono necessarie per la sopravvivenza e dall’altro sono estremamente tossiche.
Se ci si arrabbia di continuo e si è fortemente stressati, può succedere che ci si ammali per via della tossicità della noradrenalina, che s’invecchi precocemente e si muoia presto. Se invece si sorride sempre e si accoglie tutto in maniera positiva, vengono prodotti ormoni favorevoli che attivano le cellule del cervello e rendono sano il corpo. Questi ormoni ci mantengono giovani, combattono le cellule cancerose e ci tirano su di morale. Se volete vivere sani e felici fino a tarda età, senza essere colpiti dal cancro o dalle malattie del benessere, dovreste fare in modo di produrre questi buoni ormoni. Ho scelto di chiamare “morfine cerebrali” quegli ormoni che ci rendono felici e contenti perché hanno una struttura chimica analoga a quella delle morfine dall’effetto anestetizzante.
Mentre l’uso delle morfine anestetizzanti comporta rischi di dipendenza e di effetti collaterali, con gli ormoni della felicità si può stare tranquilli di non correre simili pericoli.
In tutto si conoscono circa venti ormoni della felicità che, pur agendo in modo diverso, hanno un effetto farmacologico simile. Fra i numerosi ormoni della felicità la beta-endorfina è quello più efficace, con un’azione da cinque a sei volte superiore a quella degli anestetici. Qual è il significato del fatto che nel nostro cervello viene sintetizzata una sostanza della felicità così efficace? Sono sicuro che in questo modo la natura ci voglia esortare a vivere felicemente. D’altra parte, gli esseri umani concepiscono anche pensieri negativi che poi mettono in atto. Alcuni si dicono: «Voglio soppiantare Tizio e trarne vantaggio». Magari lo fanno per guadagnare di più o per acquisire fama e salire di grado. Una volta raggiunto il loro scopo, queste persone sono ovviamente felici ed essendo in questa condizione producono anche ormoni della felicità. Per ragioni imperscrutabili, tuttavia, pare che questa gioia non duri mai a lungo, ma anzi venga ben presto offuscata. Il fatto che queste persone non agiscano per il bene del Pianeta o dei loro simili può suscitare l’invidia altrui e arrecare loro dei danni. Ma può anche darsi che sia il loro stesso cervello a condurle alla rovina. Questo potrebbe dipendere dal fatto che il Cielo predilige gli individui il cui stile di vita corrisponde ai suoi ideali e punisce quelli che non sono in sintonia con questi valori. Per me la spiegazione è che si tratta di un meccanismo installato nei nostri geni e, dato che nel cervello è memorizzato tutto, compresa la memoria dei nostri antenati, la cosa non è poi così sorprendente.

giovedì 22 settembre 2011

La musica mantiene giovani cervello e udito

Fonte: Ansa

ROMA - Suonare, praticare la musica, e' un modo per restare giovani, infatti dedicarsi allo studio (sia amatoriale sia professionale) di un qualche strumento musicale da giovani e' un'assicurazione sul cervello per gli anni a venire perche' lo aiuta a restare in forma proteggendolo dal declino cognitivo tipico della terza eta'.
Lo dimostra uno studio su 70 anziani condotto presso la Emory University dalla neuropsicologa Brenda Hanna-Pladdy e pubblicato sulla rivista Neuropsychology.
E la musica non protegge solo il cervello, ma anche l'udito, infatti un altro studio sulla rivista Psychology and Aging mostra che coloro che suonano o hanno suonato per molti anni uno strumento hanno l'udito garantito, cioe' da anziani hanno rischio minore di perderlo. Lo studio e' stato condotto da Benjamin Zendel del Rotman Research Institute di Toronto ed ha coinvolto poco meno di 200 persone tra musicisti amatoriali o professionisti e non musicisti di tutte le eta'.
L'udito si perde normalmente con l'eta': entro i 60 anni il 10-30% delle persone soffre di una perdita di udito moderata; a 80 anni almeno il 60% delle persone ha una perdita di udito lieve. Gli esperti hanno confrontato con svariati test l'udito del campione. E' emerso che in media chi si e' dedicato per molti anni alla musica, ha l'udito migliore dei coetanei non musicisti. Per esempio un 70enne musicista aveva l'udito buono quanto quello di un 50enne che non ha mai suonato.
Hanna-Pladdy nel suo lavoro ha diviso gli anziani per livelllo di istruzione e stili di vita simili; ha sottoposto tutto il campione a una serie di test cognitivi e riscontrato che a parita' di altri fattori sono sempre coloro che si sono dedicati anni alla musica (sia professionalmente sia per hobby) che hanno la meglio ai test.
In qualche modo la musica preserva le funzioni cognitive dal declinio fisiologico eta'-indotto.

martedì 8 marzo 2011

Prova scientifica: Gli antipsicotici riducono il cervello


I trattamenti tramite antipsicotici sono associati ad una riduzione del volume di materia grigia. Nei pazienti che hanno ricevuto più di un trattamento con antipsicotici è presente una diminuzione progressiva del volume di materia bianca.
Le immagini, a lungo attese, di 14 anni di risonanze magnetiche (MRI) risultanti dagli studi del dottor Nancy Andreason su 211 pazienti, documentano un restringimento progressivo del volume di tessuto cerebrale nei pazienti a cui sono stati prescritti antipsicotici la prima volta che hanno sperimentato un episodio di psicosi.
La scoperta, pubblicata su The Archives of General Psychiatry (un estratto qui sotto) mostra un rapporto diretto di causa tra il dosaggio, la durata dell'esposizione agli antipsicotici e il restringimento del cervello:
Ad una più lunga esposizione corrisponde un più piccolo volume del tessuto del cervello ed un aumento di volume del fluido cerebrospinale.
Dopo aver controllato gli effetti di altri 3 fattori predittivi, un trattamento di maggiore intensità tramite un antipsicotico è stato associato con indicatori di una riduzione generalizzata e specifica dei tessuti del cervello.
Un trattamento antipsicotico continuato è stato associato a volumi inferiori di materia grigia. La diminuzione progressiva del volume di materia bianca era più evidente nei i pazienti che hanno ricevuto più trattamenti con antipsicotici.

La scoperta conferma gli studi sugli animali:

"La plausibilità che un trattamento antipsicotico a lungo termine abbia una conseguente riduzione del volume generale cerebrale è ulteriormente convalidata da recenti studi controllati sui macachi".

"Questi risultati sono coerenti con i precedenti studi MRI che suggeriscono che gli antipsicotici producono cambiamenti nel cervello umano, misurabili con tecniche di neuroimaging dal vivo."
Il meccanismo con cui questi farmaci causano danni al cervello, è stato spiegato da Dott. Andreasen in un'intervista al The New York Times (2008):

"questi farmaci ... bloccano le attività di base dei gangli (formazioni nervose) . La corteccia prefrontale non riceve l'input di cui ha bisogno e viene arrestata dai farmaci. Ciò riduce i sintomi psicotici. E provoca anche una lenta atrofia della corteccia prefrontale."
"Un'altra cosa che abbiamo scoperto è che più sono i farmaci che vengono somministrati e più si perdono i tessuti cerebrali."

Tratto da: http://www.ahrp.org/cms/content/view/606/9/ di Vera Hassner Sharav 26 febbraio 2011

martedì 8 febbraio 2011

Come ridurre i danni della Tachipirina

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Pochi giorni fa, su questo sito all'indirizzo:
è uscita la notizia che svela un altro effetto indesiderato del paracetamolo (principio attivo della famosa Tachipirina o dell’Efferalgan):
“Farmaci con paracetamolo: rischio asma e allergie per i bambini.
La scoperta principale - ha spiegato Julian Crane, lo scienziato che ha coordinato lo studio - è che i bambini che hanno utilizzato il paracetamolo prima di aver compiuto 15 mesi (il 90 per cento) hanno il triplo di probabilita' in piu' di diventare sensibili agli allergeni e il doppio di probabilita' in piu' di sviluppare i sintomi come l'asma a sei anni rispetto ai bambini che non hanno utilizzato il paracetamolo”.


COMMENTO DEL DR. ROBERTO GAVA:
In realtà, la notizia è tutt’altro che nuova e non solo per il recentissimo studio del The New Zealand Asthma and Allergy Cohort Study Group pubblicato da Wickens e Colleghi lo scorso settembre 2010 nella rivista Clinical & Experimental Allergy e neppure per lo studio del prof. Beasley e Colleghi del Medical Research Institute (sempre Nuova Zelanda) pubblicato nel settembre 2008 dalla prestigiosa rivista The Lancet.
Infatti, gli effetti tossici del paracetamolo (che comunque non è un antinfiammatorio, ma solo un antipiretico-analgesico) sono ampiamente noti da decenni.

In un libro di farmacologia (“L’Annuario dei Farmaci”) che ho pubblicato quasi 20 anni fa con la Casa Editrice Piccin Nuova Libraria (un libro di più di 2000 pagine che raccoglie gli effetti farmacologici di tutti i principi attivi in commercio nel nostro Paese), scrivevo:
“Alle dosi terapeutiche, i più comuni effetti del paracetamolo sono: alterazioni ematologiche, vertigini, sonnolenza, difficoltà di accomodazione, secchezza orale, nausea, vomito, … fenomeni allergici (glossite, orticaria, prurito, arrossamento cutaneo, porpora trombocitopenica, broncospasmo) … Il paracetamolo possiede anche un’elevata tossicità acuta dose-dipendente. I danni sono principalmente epatici … con ittero ed emorragie, ma si può avere anche la progressione verso l’encefalopatia, il coma e la morte. … Ci possono essere pure insufficienza renale con necrosi tubulare acuta, aritmie cardiache, agranulocitosi, anemia emolitica, pancitopenia, …”.
Quello che è più importante, però, è un altro punto. Poco più avanti, in quello stesso libro ho infatti scritto:
“L’effetto epatotossico è esplicato da un metabolita del paracetamolo (l’N-acetil-p-benzochinone) che viene neutralizzato da un sistema epatico glutatione-dipendente. Dopo che le scorte intraepatotocitarie di glutatione si sono esaurite, il metabolita si lega con le proteine del citosol epatocitario (circa 10 ore dopo l’assunzione del farmaco) e svolge la sua azione epatotossica”.
La terapia consta della somministrazione (entro le 10 ore) di acetilcisteina endovena, metionina per bocca o, meglio, glutatione per via parenterale (im o ev).

Ebbene, la letteratura che riporta questi dati è addirittura del 1967 (cfr Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics 156: 285; 1967).
Sono passati 43 anni da allora e il paracetamolo continua non solo ad essere sintetizzato e diffuso in quantità inimmaginabili, ma anche ad essere somministrato a qualsiasi età: è consigliato addirittura nei neonati!


Qual è il problema?
Il problema è che il paracetamolo è un potente farmaco ossidante e consuma le scorte del nostro più importante antiossidante: IL GLUTATIONE! E per di più, quando il glutatione scarseggia, il paracetamolo svolge la sua potente azione epatossica … ma non solo questa.
Ebbene, pensate che:
- Il paracetamolo viene consigliato anche ai bambini piccoli e ai neonati, pur sapendo che i bambini (e i neonati in particolare) sono poveri di sostanze antiossidanti (come il glutatione).
- Sappiamo che la cisteina (aminoacido essenziale per permettere la produzione di glutatione da parte del fegato e del cervello) viene sintetizzata per azione dell’enzima metionina-sintetasi e sappiamo che il mercurio contenuto nei vaccini blocca l’attivazione di questo enzima con la conseguenza che è più facile che si alteri lo sviluppo cerebrale e si incrementi l’incidenza di autismo e del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), due patologie che oggi stanno diventando molto comuni.
- È dimostrato che i bambini autistici hanno il 20% di livelli più bassi di cisteina e il 54% di livelli più bassi di glutatione e questo compromette la loro capacità di detossificarsi e di espellere i metalli come il mercurio (sia alimentare che quello somministrato con i vaccini pediatrici). Questi bambini non dovrebbero mai assumere il paracetamolo, almeno nei primi anni di vita … ma chi sa individuare questi bambini senza eseguire esami adeguati?
- Sappiamo che il mercurio vaccinale non viene facilmente escreto dai bambini sotto i sei mesi di vita (perché viene escreto per via biliare e il fegato del neonato è ancora immaturo).
- È dimostrato che il mercurio entra molto facilmente (e si accumula) nei tessuti cerebrali del bambino, dato che la barriera ematoencefalica è più recettiva. Inoltre, i composti mercuriali alterano, e a dosi elevate bloccano, la mitosi cellulare (danno molto grave specie per il cervello e in età pediatrica, quando il cervello dovrebbe avere un grande sviluppo).
- Se uno si aggiorna, sa che studi scientifici pubblicati nel 2008 e nel 2009 hanno dimostrato che l’assunzione di paracetamolo aumenta la probabilità dei bambini piccoli di ammalarsi di autismo.

Eppure, il paracetamolo viene consigliato tutt’oggi dai Servizi di Igiene Pubblica subito dopo ogni vaccinazione dei neonati, addirittura prima che possano sviluppare la febbre o qualche malessere … Forse si vogliono tranquillizzare le madri che così si accorgono meno dei danni da vaccini, perché questo farmaco blocca molte reazioni iniziali? Ma agendo in questo modo si impoverisce l’organismo di glutatione e si facilitano ancor di più i danni da vaccini nei soggetti che, a nostra insaputa, ne sono particolarmente predisposti!


Cosa si deve allora fare?
1) IL PRIMO CONSIGLIO è quello di non somministrare paracetamolo (almeno abitualmente o come prima scelta) a bambini piccoli, specie se nati immaturi, se hanno assunto farmaci in modo prolungato e se sono stati vaccinati da meno di un mese (ho seguito personalmente il caso di un bambino di pochi mesi, morto nel sonno 26 giorni dopo la vaccinazione, che aveva assunto Tachipirina per una febbre improvvisa solo 3 ore prima del decesso).
2) IL SECONDO CONSIGLIO è di non vaccinare bambini sotto i 2 anni di età e in ogni caso di non accettare più di uno (massimo due) vaccini per volta.
3) IL TERZO CONSIGLIO è che, se proprio si vogliono fare le vaccinazioni pediatriche del primo anno di vita (perché non si è stati capaci di gestire la paura che la propaganda pro-vaccini inculca tanto magistralmente quanto falsamente), si eseguano al bambino, prima della vaccinazione, degli esami ematochimici per capire quant’è la sua capacità antiossidante, quanto è maturo il suo sistema immunitario e quanto funziona la capacità disintossicante del suo fegato.
4) IL QUARTO CONSIGLIO è di cercare un Medico aperto a queste “nuove” conoscenze, dotato di molta Sapienza e Buon Senso, meglio ancora se pratico di Medicina Naturale e di Omeopatia in particolare, che sappia aiutare i genitori ad aumentare le difese aspecifiche di loro figlio e che sappia eventualmente gestire le patologie dei primi anni di vita prima di tutto con trattamenti naturali, tra i quali l’Omeopatia è sicuramente la regina, e poi, se proprio serve, con dosi ben ponderate e personalizzate di farmaci chimici.
5) COME QUINTO CONSIGLIO raccomando ai genitori di approfondire le loro conoscenze di Igiene di Vita e in particolare di Igiene Alimentare: non potete immaginare quante patologie e quanti problemi infantili e adolescenziali si risolverebbero se i nostri bambini mangiassero e vivessero meglio!


Conclusione
Se l’Industria Farmaceutica guadagna sempre di più è anche a causa della nostra ignoranza. Le conoscenze le abbiamo, ma non possiamo più attendere che siano lo Stato o la Medicina Ufficiale a comunicarcele: oggi ognuno deve darsi da fare e cercare di proteggere la salute propria e quella dei suoi cari.
Spesso, nelle relazioni che tengo a qualche convegno sono solito proiettare alla fine questa frase:
“La salute è un prezioso patrimonio, nostro e dei nostri figli: non possiamo metterla nelle mani dell’Industria Farmaceutica o degli attuali Enti Governativi … molto probabilmente, chi lo farà la perderà!”.


Dr. Roberto Gava



P.S.: A proposito di Igiene Alimentare, mi permetto di raccomandare la lettura di due miei libri su questo essenziale argomento:
- Gava R. L’Uomo, la Malattia e il suo Trattamento - Vol. III - Terapie ad azione sul corpo: Igiene di Vita Parte B: Nozioni generali di dietetica, Elementi nutritivi, Lavorazione degli alimenti, Tossicologia alimentare.
- Gava R. L’Uomo, la Malattia e il suo Trattamento - Vol. IV - Terapie ad azione sul corpo: Igiene di Vita Parte C: Caratteristiche nutrizionali degli alimenti, Consigli pratici.

Ricordo che senza il piccolo sacrificio di leggere ogni tanto anche qualcosa di “corposo”, non si acquisiscono informazioni importanti, ma solo notizie che sembrano utili ma che col tempo si sveleranno solo infruttuose sciocchezze.


Il Dr. Gava è autore di numerosi libri tra cui:
- "Vaccinare contro il tetano?"
- "Vaccinare contro il papillomavirus?"
- "Le vaccinazioni pediatriche"
- "La sindrome influenzale in bambini e adulti"
- "Alimentarsi meglio per vivere meglio"



venerdì 12 novembre 2010

Lo stress e le esigenze alimentari

Precedentemente sono stati pubblicati alcuni post relativi all'alimentazione correlati alle funzioni cerebrali. Questi articoli sono stati presi direttamente dall'interessantissimo libro scritto dal dr. Dharma Singh Khalsa (medico membro dell'American Academy of Anti-Aging Medicine e della Gerontology Society of America) e da Cameron Stauth (scrittrice e autrice di molti articoli comparsi sul The New York Times Magazine, Prevention, Natural Health) dal titolo Il Cervello Giovane. In questo contesto vogliamo ora approfondire quanto questi autori hanno da dirci in relazione allo stress e quanto questa condizione possa incidere sulle nostre esigenze alimentari.
Si deve innanzi tutto precisare che coloro che sono sottoposti a lunghi periodi di stress immancabilmente avvertono una forte condizione di affaticamento psichico con relativa perdita di memoria. E' proprio a causa dello stress che vengono bruciate molte sostanze nutritive, situazione questa che impone una completa revisione del piano alimentare. Lo stile di vita attuale non permette comunque una corretta rigenerazione degli elementi adatti a supportare le normali attività cerebrali; constatiamo un incremento di cibi con uno scarso apporto di componenti minerali e vitaminiche, indispensabili al fabbisogno delle nostre funzionalità cerebrali.
Di questi componenti è indispensabile citarne uno estremamente importante: il magnesio. Precisiamo che questo non è un oligoelemento, bensì un minerale presente in quantità notevole nel nostro organismo, in modo particolare nelle ossa e nei liquidi intracellulari. questo elemento è da considerarsi indispensabile per tutte le forme di vita, interviene infatti in tutti i processi biologici, incluso il metabolismo del glucosio, la produzione di energia a livello cellulare, la sintesi degli acidi nucleici e delle proteine. Garantisce la stabilità elettrica delle cellule, l'integrità delle membrane cellulari, la contrattilità dei tessuti muscolari e la conduttività delle cellule nervose. Regola il tono dei vasi sanguigni ed agisce in sinergia con il calcio; da ricordare che in alcune reazioni (come la sintesi degli acidi nucleici e delle proteine), calcio e magnesio sono antagonisti perchè il primo inibisce questi processi, mentre il secondo li favorisce. Comunque entrambi sono coinvolti nella produzione dell'adenosintrifosfato (ATP), un composto fondamentale dell'energia biologica. Una abbondante carenza di magnesio ècaratterizzata da sintomi quali perdita dell'appetito, nausea, vomito, diarrea, stati confusionali, tremori, perdita della capacità di coordinare i movimenti e a volte crisi convulsive che possono avere un esito fatale. In relazione allo stress ricordiamo che il corpo lo elimina in modo eccessivo quando il livello di cortisolo sale. Dal momento che il magnesio ha un effetto calmante, la sua carenza aggrava gli effetti di stress, di conseguenza una diminuzione di magnesio non è solo causa dello stress, ma causa di stress: esempio tipico di circolo vizioso. Come si è visto prima, nella cellula il calcio ed il magnesio si controbilanciano, e cioè, con l'aumento dell'uno normalmente si ha la diminuzione dell'altro. Al riguardo alcuni studi sui malati di Alzheimer dicono che il deficit di magnesio, solitamente scarso nei neuroni di questi malati, sia responsabile di una delle più tipiche anomalie di questa demenza: l'accumulo di calcio nelle cellule cerebrali.
Abbiamo anche altre sostanze che vengono letteralmente bruciate quando siamo sotto stress, parliamo di due vitamine molto utili perchè importanti antiossidanti: la vitamina C e la E che hanno la funzione di proteggere la cellula, inclusa ovviamente quella cerebrale, dai radicali liberi. La scoperta della vitamina E risale ai primi decenni del novecento. Per la sua importante funzione nella riproduzione di alcune specie animali fu denominata 'tocoferolo', che in greco significa 'portare in grembo'. Per alcuni anni gli scienziati pensavano non potesse svolgere alcuna funzione, mentre oggi si ha la prova che essa è essenziale per la sopravvivenza di tutti gli organismi aerobi. Il tocoferolo è un importante antiossidante, anzi, fu il primo antiossidante ad essere scoperto nella storia della biologia, ed essendo anche in grado di intervenire nei processi di produzione dell'energia, è di estrema importanza nella salute dell'essere umano. La vitamina E svolge un ruolo fondamentale nel sistema nervoso umano, infatti una carenza di questo elemento provoca varie neuropatie che guariscono o regrediscono con la sua somministrazione.
Lo stress accresce il fabbisogno delle proteine e dei carboidrati. E' proprio lo stress che aumenta il ritmo del metabolismo, quindi il fabbisogno di aminoacidi, cioè i mattoni per la costruzione delle proteine, tra l'altro necessari a moltissime attività del sistema nervoso.
Attraverso la secrezione del cortisolo, lo stress aumenta il fabbisogno dei carboidrati, ciò è provocato dal neuropeptide Y, una sostanza chimica prodotta dal cortisolo stesso e che favorisce appunto l'aumento del desiderio di carboidrati; questa è la causa per cui molti soggetti sottoposti a stress o tensione nervosa tendono ad aumentare il consumo di dolci ed alimenti ricchi di amido.
Quanto abbiamo detto ci fa comprendere quanto sia importante regolare la nostra alimentazione in un periodo della storia umana in cui lo stress coinvolge praticamente un po' tutti. La scelta non solo dei cibi ma di veri e propri stili di vita alimentari permetteranno al nostro organismo di resistere a queste sollecitazioni. Il prezzo da pagare non è basso qualora non dovessimo tenere presente l'effetto dei cibi non sani sul nostro organismo, e non per ultimo il nostro cervello.

giovedì 11 novembre 2010

La dieta della longevità cerebrale

Nell'alimentazione per mantenere un cervello giovane non c'è niente di difficile o di sgradevole. In effetti, non si tratta di una dieta nel senso comune della parola.
La dieta della longevità cerebrale non è una raccolta di menù, ma un insieme di princìpi. Ecco di seguito un elenco completo:
Evitare i grassi in eccesso. Quello che fa bene al cuore, fa bene al cervello: il cervello è carne e sangue, ma il sangue circola male se i grassi si depositano all'interno delle arterie. Inoltre, i grassi possono essere la causa di un vero e proprio processo di putrefazione del cervello.
Mangiare sostanze nutrienti. Il sistema nervoso ha bisogno di una gamma molto ampia di sostanze. Inutile affaticare l'apparato digerente con la digestione, l'assimilazione e l'escrezione di grandi quantità di "pseudo-cibo". Meno cibo, ma migliore.
Evitare l'ipoglicemia. Il glucosio è il carburante del nostro cervello. Se nel sangue il contenuto di questo zucchero scende, pensiero e memoria ne risentono per primi. Se la carenza si aggrava, alcune cellule nervose possono andare perdute in modo definitivo. Prudenza, quindi, con le diete dimagranti troppo rigide: possono causare la perdita di milioni di cellule cerebrali.
Abituarsi ad una dieta relativamente povera di calorie. Non restate affamati, ma tenetevi leggeri. La riduzione delle calorie è una delle poche ricette sicure per la longevità. Comunque, se imparerete ad usare meno grassi ed a scegliere cibi di alto potere nutritivo, tenderete a introdurre naturalmente nell'organismo meno calorie.
Seguire una dieta equilibrata. Non si intende consumare uguali quantità dei 'quattro tipi principali di alimenti'. Questo è appunto il tipo di dieta non equilibrata e troppo ricca di grassi che tanto nuoce alla salute nei paesi industrializzati. L'equilibrio va ricercato tra i cibi a base di farine integrali, verdura, frutta, proteine provenienti non dalla carne ma dai legumi e, fino ad un certo punto, dal pesce, ai quali si potrebbe aggiungere una modesta quantità di formaggi e carni magre (ma solo per coloro che non possono farne a meno).
Ricorrere agli integratori alimentari. Numerosi esperti sostengono che una dieta equilibrata fornisce quantità sufficienti di tutte le sostanze biologicamente indispensabili. La dieta sufficiente a chi è in forma può non fornire tutte le sostanze necessarie ad un lungo periodo di rigenerazione cerebrale.
Consumare cibi veri. Non insaporiti, colorati, gonfiati, imbalsamati, né inquinati dagli antiparassitari o dai diserbanti. Scegliete alimenti che abbiano subìto la minore quantità possibile di trattamenti industriali: il pasto più sano sarà quello che vi preparate da soli, con ingredienti semplici e possibilmente genuini.


Oltre a queste indicazioni di base è utile ricordare che particolarmente utili per soddisfare il fabbisogno proteico cerebrale sono i derivati della soia; infatti sono poveri di grassi e ricchi di aminoacidi, che danno vita ai neurotrasmettitori. La proteina della soia è anche un efficace antidoto contri i radicali liberi, perchè contiene genistein, un potente antiossidante. La soia innalza il livello della frazione 'buona' del colesterolo (HDL), quella legata alle lipoproteine ad alta densità, e riduce i trigliceridi. E' inoltre ricca di due aminoacidi, la glicina e l'arginina, che controllano la secrezione di insulina e contribuiscono a stabilizzare la glicemia.
Un 25% dell'apporto calorico globale dovrebbe provenire da frutta e verdura. I fagioli, in particolare, sono molto nutrienti e ricchi di proteine che si possono cucinare in modi tanto numerosi quanto saporiti. Grazie all'alto potere nutritivo ed alla ricchezza delle proteine, i fagioli sono un ottimo sostituto della carne. Bisognerebbe ricorrere il più possibile a frutta e verdura fresche. Sarebbe importante anche scegliere prodotti 'biologici', coltivati senza l'uso di diserbanti ed insetticidi. Queste sostanze, infatti, possono rivelarsi estremamente dannose per il cervello.
In ultimo si deve ricordare che una dieta prevalentemente vegetariana aumenta la resistenza alle infezioni comuni. Ciò potrebbe dipendere non solo dal fatto che il nostro sistema immunitario disporrà della materia prima biologica che gli è indispensabile, ma anche dall'assimilazione di una serie di princìpi attivi scoperti di recente; particolarmente abbondanti in alcuni vegetali della famiglia delle crocifere (cavolo, broccoli, cavolini di Bruxelles), tali sostanze possiedono potenti proprietà farmacologiche e antivirali.
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Tratto da: Il cervello giovane, Dharma Singh Khalsa e Cameron Stauth

mercoledì 20 ottobre 2010

L’Intestino: il nostro secondo cervello

Si emoziona, gioisce, soffre, in buona sostanza il nostro intestino è ‘intelligente’. Sono questi primariamente i concetti esposti dal dr. Michael D. Gershon della Colunbia University Medical Center, biologo cellulare il quale ha condotto studi evidenziando la presenza nel nostro corpo di un secondo cervello, o meglio dire, la presenza dell’esistenza di due cervelli: quello da tutti conosciuto, presente nella nostra scatola cranica, e quello invece posizionato nel nostro ventre, ben più grande e ancora poco conosciuto. Questo ricercatore ha condotto studi per più di trent’anni, ha scritto un libro ‘The Second Brain’, ha in pratica concluso che la nostra pancia ‘sente’, cioè metabolizza sensazioni ed emozioni, può smistare informazioni utili al nostro stato emotivo, reagisce alle sollecitazioni dell’ambiente in cui viviamo. Secondo questo ricercatore l’intestino è definibile lo strumento che va a regolare le nostre condizioni di stress, di tensione nervosa, di ansia. Le basi scientifiche di quanto detto si basano sul fatto che l’intestino accoglie circa 1/10 di quelle cellule nervose che sono anche presenti nello stesso cervello, le quali lavorano in modo autonomo. Queste permettono di fissare i ricordi collegati alle nostre emozioni, inoltre possono indicare la gioia ed il dolore. Un altro fattore non trascurabile indica che ben il 95% della serotonina viene prodotto dalle cellule presenti nell’intestino. Tutto ciò comporta l’intervento di questo organo sulla vita emozionale dell’essere umano, per non dimenticare le grandi funzioni immunitarie.
Ulteriori ricerche parlano di correlazione tra l’intestino e l’intuizione, ciò dato dal fatto che le circa 10 milioni di cellule identiche a quelle cerebrali svolgono funzioni che possono influenzare il nostro cervello, infatti si calcola che il 90% dello scambio di informazioni tra intestino e cervello procede partendo dallo stesso intestino per andare al cervello, mentre solo il rimanente 10% nella direzione opposta; questa condizione ci fa pensare ad un fatto: quante informazioni l’intestino comunica al nostro cervello? Molto probabilmente molte più di quante possiamo pensare, ma soprattutto identifica l’intestino come un organo veramente troppo importante per il nostro benessere non solo fisico ma in particolar modo emotivo e comportamentale.
Quanto detto fin ora dovrebbe farci riflettere profondamente: se l’intestino è intossicato da una cattiva alimentazione, allora l’intero organismo non viene nutrito nel modo corretto ma probabilmente viene avvelenato, ne consegue che il sistema immunitario tende ad ammalarsi o comunque perde la sua potenzialità nel difenderci da ogni attacco patogeno, e non per ultimo un intestino intossicato influirà inevitabilmente sui nostri stati d’animo. Abbiamo visto che le nostre emozioni nascono in prevalenza dall’intestino e meno dalla nostra testa, quindi molte forme depressive hanno realmente una base legata ad un cattivo funzionamento dell’intestino, direttamente correlato alla nostra alimentazione. A tal riguardo non è stano osservare come molte cure naturopatiche inizino sempre con una revisione radicale dell’alimentazione, da una pulizia a fondo dell’intestino; questo processo iniziale molte volte porta ad un immediato miglioramento delle condizioni emotive del paziente, ad una maggiore gioia di vivere ed una conseguente assenza di forme depressive. Il dr. Emeran Mayer dell’Università della California ha capito che una parte dei messaggi dell’intestino arriva nel sistema limbico, area deputata all’elaborazione dei segnali negativi. Se il cervello percepisce tensione e paura, allora chiama a raccolta le cellule intestinali che a loro volta producono sostanze irritanti come l’istamina; questa proteina a sua volta attiva cellule nervose del tubo digerente che fanno contrarre le cellule muscolari, da qui nasce la condizione di diarrea e la manifestazione dei crampi. Il segnale d’allarme va poi al cervello che nuovamente lo ritrasmette verso il basso. Questo continuo processo permane all’infinito e così se l’ansia non diminuisce si avrà una netta cronicizzazione dei sintomi. Si calcola che circa il 40% dei pazienti con colon irritabile soffra anche di depressione ed ansia.
Cosa fare dunque? È evidente che la materia è molto vasta e per alcuni versi anche complessa. Sicuramente l’alimentazione è il primo gradino di un processo di trasformazione nella vita degli individui. Sempre più ricerche scientifiche riconoscono nella dieta vegetariana molteplici vantaggi nella vita del’essere umano. La ‘pulizia’ intestinale attraverso idrocolonterapia o semplicemente con lavaggi periodici con enteroclisma di acqua e camomilla o altri prodotti permettono una riattivazione delle potenzialità intestinali. Non per ultimo deve essere considerato l’aspetto emotivo e comportamentale: una giusta e corretta visione della vita, del futuro, di sé stessi aiuteranno non poco il ristabilimento dell’intero essere.

sabato 7 agosto 2010

Dormire, cibo ed attività motoria aiuta il cervello

Fonte: Ansa.it
Dormire un paio d'ore in più nel week end, ma anche fare una corsetta, o mangiare cibi ricchi di magnesio. La lista dei metodi per tenere in forma il cervello è sempre più lunga: il Daily Telegraph ne ha raccolti ben 10, per tenere in forma la mente e prevenire i danni dovuti all'età. L'ultima ricerca in ordine di tempo è quella dell'università della Pennsylvania, secondo cui con due ore di sonno in più nel fine settimana il cervello si 'ricarica', e produce migliori performance una volta tornati al lavoro.
I ricercatori sono giunti a questa conclusione studiando 159 trentenni in salute che erano costretti a dormire 4 ore a notte per 5 giorni e a cui poi era consentito di dormirne fino a 10. "Le ore di sonno addizionali nel fine settimana hanno un grosso beneficio per il cervello - spiega David Dinges, autore dello studio - e permettono di ritornare a livelli normali di efficienza". Anche il sonnellino pomeridiano è stato 'riabilitato' dagli scienziati: secondo uno studio dell'università della California infatti basta un'ora per aumentare le capacità di immagazzinare nuove informazioni.
Ma oltre al sonno sono molte altre le attività che aumentano le performance cognitive: fra quelle segnalate dal quotidiano ci sono mangiare cibi ricchi di magnesio o cioccolata, prendere il sole, e persino giocare a Tetris.

domenica 18 aprile 2010

Neuroni Specchio

Il giorno 8 aprile 2010 l’ANSA dava questa comunicazione:


Provata esistenza neuroni specchio - Consentono di essere coinvolti dalle emozioni viste negli altri


“E' stata dimostrata l'esistenza nell'uomo dei neuroni specchio, che consentono di 'specchiarci' negli altri provando la stessa gioia o dolore. La loro presenza era stata scoperta nelle scimmie ma, grazie al team dell'italiano Marco Iacoboni, dell'Universita' di Los Angeles, arriva la prova definitiva che esistono anche negli umani. Lo studio, pubblicato su Current Biology, ha registrato l'attivita' di queste cellule nel cervello di pazienti cui per altri motivi erano stati impiantati elettrodi.”


Il neurone specchio è un neurone caratteristico che si attiva sia quando si porta a termine un'azione e sia quando la si guarda attentamente mentre è compiuta da altre persone.
C’è da dire che la sua scoperta è del tutto casuale, come tra l’altro succede spesso nel mondo scientifico. Il tutto risale agi anni '80 e '90 quando il dr. Giacomo Rizzolatti stava lavorando con i suoi colleghi, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese all'Università di Parma. Questi ricercatori avevano posto degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare dei neuroni deputati al controllo dei movimenti dell’arto superiore, movimenti come il raccogliere degli oggetti o il maneggiarli. Durante questi esperimenti era registrato il modo di agire dei singoli neuroni nel cervello della scimmia, mentre questa accedeva direttamente al cibo, al fine di misurare la risposta dei neuroni a determinati movimenti. Il dr. Rizzolatti vide che, mentre un suo collega prendeva un oggetto destinato alla sperimentazione, alcuni neuroni dell'animale reagivano, semplicemente alla vista dei movimenti dello sperimentatore. L’azione di questi neuroni risultava anomala in quanto si riteneva che quelle cellule nervose si attivassero solo con la funzione motoria. Inizialmente si pensava ad un errore delle apparecchiature o ad un difetto nella misurazione, ma dopo aver ripetuto più volte l’esperimento si delineava la concretezza del fenomeno.
In ultimo, e sulla base di quanto scoperto ora, l'osservazione fatta sulla scimmia e sull'uomo implica anche studi sulla possibile evoluzione dei rispettivi sistemi specchio. Nell'uomo, ad esempio, è presente un complesso sistema di espressione delle emozioni che in tutte le altre specie è assente, per cui la ricerca si estende anche al campo della conoscenza dei meccanismi sociali e comportamentali.

mercoledì 27 gennaio 2010

Il "Programma Automatico" del nostro cervello

Le neuroscienze ci dicono che i pensieri producono reazioni chimiche nel cervello. Questa premessa ci porta a desumere che i nostri pensieri abbiano una qualche conseguenza sul nostro corpo fisico, cambiando il nostro stato interiore. Se tutti i nostri pensieri attivano reazioni chimiche che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento, i nostri pensieri ripetitivi ed inconsci fanno nascere modelli di comportamento automatici che diventano involontari. Questi schemi di comportamento diventano le nostre abitudini, i nostri vizi, le nostre manie, ma diventano soprattutto e molte volte purtroppo delle connessioni neurologiche cablate nel cervello. Questo cablaggio a livello neuronale può essere inteso come un ‘programma automatico’, molto simile ad un software che svolge, in modo ripetitivo, le stesse funzioni ogni volta che viene lanciato. Le connessioni cablate non richiedono un grande sforzo per essere attivate, anzi, potremmo dire che la maggior parte delle nostre azioni o decisione sono controllate proprio da esse.

L'invecchiamento mentale non esiste

Fino a circa vent'anni si credeva e quindi veniva insegnato a livello accademico ed universitario che i percorsi neuronali del cervello umano erano fissi, in pratica si pensava che raggiunta una certa età, praticamente l’età adulta, le cellule cerebrali raggiungessero uno schema organizzativo definitivo, o meglio un insieme di circuiti neuronali stabili, inamovibili. Oltre a ciò si credeva che con l'invecchiamento questa organizzazione neuronale andasse a perdersi. Cosa ancor più tragica, si credeva che la sorte dell'uomo dovesse ricalcare quello dei propri genitori, attraverso un fermo e rigido programma, ereditando geneticamente i loro schemi neuronali. Il lavoro dei neuroscienziati, oggi, sconfessa questi postulati. La notizia, decisamente più incoraggiante, è che ogni individuo, indipendentemente dall’età, continua per tutta la vita ad operare cambiamenti a livello neuronale; ciò significa che ogni qualvolta un essere umano ha un pensiero, in differenti parti del suo cervello il flusso di corrente elettrica aumenta di intensità e rilascia una quantità di sostanze neurochimiche; ciò è confermato dall'impiego di risonanze magnetiche funzionali effettuate sul cervello le quali mostrano collegamenti e scollegamenti neuronali durante le fasi di esperienze esistenziali e semplici forme di pensiero. È bene precisare che ogni essere umano crea delle ‘mappe mentali’ ad esempio di una situazione emotiva o cognitiva. Tutto ciò ha un nome: neuroplasticità. Questo fenomeno implica lo sviluppo di nuove reti o circuiti neuronali in relazione alle cose che impariamo, alle esperienze che facciamo ed ai pensieri su cui ci concentriamo, indipendentemente dall'età dell'individuo, quindi con nuove esperienze o nuove conoscenze si avrà inevitabilmente una nuova 'mente'. Il nostro cervello è molto più plastico di quanto crediamo, o di quanto ci abbiano fatto credere.
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