Molto probabilmente non conosciamo in modo completo questo elemento indispensabile alla vita di ogni forma vivente. La vera conoscenza dell'elemento acqua si sta rivelando rivoluzionaria in funzione della sua capacità di raccogliere informazioni, una vera e propria 'memoria'. Sotto certi aspetti riusciamo a dare spiegazioni dell'efficacia di metodiche quali l'omeopatia.
Mente Attiva
Articoli, studi, recensioni dal mondo delle Neuroscienze, del Comportamento Umano e della Medicina Naturale
lunedì 13 febbraio 2012
I segreti dell'acqua
Molto probabilmente non conosciamo in modo completo questo elemento indispensabile alla vita di ogni forma vivente. La vera conoscenza dell'elemento acqua si sta rivelando rivoluzionaria in funzione della sua capacità di raccogliere informazioni, una vera e propria 'memoria'. Sotto certi aspetti riusciamo a dare spiegazioni dell'efficacia di metodiche quali l'omeopatia.
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mercoledì 8 febbraio 2012
Energy drink, ecco i veri effetti sulla nostra salute
Fonte: pianeta donna Yourself
I cosiddetti energy drink, o bevande stimolanti che dir si voglia, sono stati oggetto di uno studio approfondito da parte della Nova Southeastern University (NSU) della Florida (Stati Uniti), rivelando come tali bevande non sono certo un toccasana per la nostra salute: moltiplicano gli effetti della caffeina e non aiutano affatto a perdere peso.
Gli autori dello studio, i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista “The Physician and Sportsmedicine”, hanno esaminato tutti i dati raccolti finora sugli effetti di queste bevande energetiche, il cui ingrediente principale è la caffeina. Contengono anche altre sostanze, come la taurina, il guaranà, il ginseng e la niacina, in un mix che può quindi variare a seconda del produttore dell’energy drink di turno, ma i cui effetti principali sono da attribuirsi, stando ai dati raccolti dalla farmacologa Stephanie Ballard e dal suo team, soprattutto alla caffeina.
“La caffeina – ha spiegato la ricercatrice della NSU – può realmente migliorare un po’ le performance aerobiche, [ma] gli effetti sulle attività sportive anaerobiche sono invece più variabili. La World Anti-Doping Agency l’ha tolta dall’elenco delle sostanze dopanti nel 2004, ma tuttora esistono programmi di monitoraggio per identificare un uso scorretto di caffeina negli atleti. Ad esempio, la National Collegiate Athletic Association ha stabilito che il limite oltre il quale si parla di doping è una quantità di caffeina nelle urine pari a 15 microgrammi per millilitro”. Quantità che si ottiene con 8 caffè ti tipo americano, ognuno dei quali contiene circa 100 mg di caffeina (un espresso ne contiene invece circa 80 mg).
Gli autori dello studio, i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista “The Physician and Sportsmedicine”, hanno esaminato tutti i dati raccolti finora sugli effetti di queste bevande energetiche, il cui ingrediente principale è la caffeina. Contengono anche altre sostanze, come la taurina, il guaranà, il ginseng e la niacina, in un mix che può quindi variare a seconda del produttore dell’energy drink di turno, ma i cui effetti principali sono da attribuirsi, stando ai dati raccolti dalla farmacologa Stephanie Ballard e dal suo team, soprattutto alla caffeina.
“La caffeina – ha spiegato la ricercatrice della NSU – può realmente migliorare un po’ le performance aerobiche, [ma] gli effetti sulle attività sportive anaerobiche sono invece più variabili. La World Anti-Doping Agency l’ha tolta dall’elenco delle sostanze dopanti nel 2004, ma tuttora esistono programmi di monitoraggio per identificare un uso scorretto di caffeina negli atleti. Ad esempio, la National Collegiate Athletic Association ha stabilito che il limite oltre il quale si parla di doping è una quantità di caffeina nelle urine pari a 15 microgrammi per millilitro”. Quantità che si ottiene con 8 caffè ti tipo americano, ognuno dei quali contiene circa 100 mg di caffeina (un espresso ne contiene invece circa 80 mg).
E’ quindi emerso che una sola lattina di alcuni degli energy drink analizzati dagli scienziati della NSU conteneva oltre 500 milligrammi di caffeina. Insomma, bevendo gli energy drink non ci vuole poi molto ad esagerare con quella sostanza, mettendo la nostra salute a rischio sia per quanto riguarda gli effetti collaterali più noti, come insonnia, nervosismo e aritmie, e sia in materia di malattie cardiovascolari, problemi gastrointestinali e osteoporosi.
“In quantità limitata – ha spiegato ancora la Ballard – la caffeina non dà grossi effetti indesiderati: un uomo sano di 70 chili, ad esempio, non ha problemi bevendo il corrispettivo di 4 caffè al giorno. Il problema è che con gli energy drink è assai probabile sforare le dosi consentite, anche perché è facile berne 2-3 lattine senza farci troppo caso. Gli energy drink contengono sostanze attive che possono dare effetti indesiderati; però si trovano in un’area regolatoria ‘grigia’ rispetto ad altri prodotti come i soft drink, per i quali esistono precisi limiti per la quantità di caffeina consentita”.
A parte le prestazioni atletiche, sono poi molte le persone che vanno in palestra e bevono gli energy drink, convinti che contribuiscano a far perdere più peso. Si tratta di un altro errore, secondo la Ballard: “Le evidenze sperimentali sono contrastanti su questo tema: esistono dati che sembrano suggerire una maggior riduzione delle riserve di grasso se si bevono energy drink in concomitanza dell’attività fisica; ma l’effetto, anche se presente, sparisce dopo poco, non appena l’organismo si abitua alla caffeina”. Ma non c’è soltanto questa negli energy drink, bensì anche tutta una serie di zuccheri aggiunti. “Perciò – ha concluso la ricercatrice – a dispetto del loro impiego per perdere peso, è assai più probabile che questi drink, proprio come le bevande zuccherate, stiano contribuendo all’epidemia di obesità dei giorni nostri. Chi davvero è attento alla salute non dovrebbe berne in grosse quantità, sia per i contenuti in zucchero che per gli effetti potenzialmente dannosi dell’eccesso di caffeina”.
“In quantità limitata – ha spiegato ancora la Ballard – la caffeina non dà grossi effetti indesiderati: un uomo sano di 70 chili, ad esempio, non ha problemi bevendo il corrispettivo di 4 caffè al giorno. Il problema è che con gli energy drink è assai probabile sforare le dosi consentite, anche perché è facile berne 2-3 lattine senza farci troppo caso. Gli energy drink contengono sostanze attive che possono dare effetti indesiderati; però si trovano in un’area regolatoria ‘grigia’ rispetto ad altri prodotti come i soft drink, per i quali esistono precisi limiti per la quantità di caffeina consentita”.
A parte le prestazioni atletiche, sono poi molte le persone che vanno in palestra e bevono gli energy drink, convinti che contribuiscano a far perdere più peso. Si tratta di un altro errore, secondo la Ballard: “Le evidenze sperimentali sono contrastanti su questo tema: esistono dati che sembrano suggerire una maggior riduzione delle riserve di grasso se si bevono energy drink in concomitanza dell’attività fisica; ma l’effetto, anche se presente, sparisce dopo poco, non appena l’organismo si abitua alla caffeina”. Ma non c’è soltanto questa negli energy drink, bensì anche tutta una serie di zuccheri aggiunti. “Perciò – ha concluso la ricercatrice – a dispetto del loro impiego per perdere peso, è assai più probabile che questi drink, proprio come le bevande zuccherate, stiano contribuendo all’epidemia di obesità dei giorni nostri. Chi davvero è attento alla salute non dovrebbe berne in grosse quantità, sia per i contenuti in zucchero che per gli effetti potenzialmente dannosi dell’eccesso di caffeina”.
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lunedì 6 febbraio 2012
DSM-V: conoscerlo per difendersi
Il primo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistic Manual for mental disorders - DSM-I) che comprendeva 112 disturbi (in inglese disorders), fu introdotto per la prima volta nel 1952 dall'Associazione Psichiatrica Americana (APA) perfezionando i precedenti Statistical Manual for the Use of Institutions for the Insane del 1917 che comprendeva 22 disturbi e il Medical 203, manuale interno all'esercito americano, che dai tempi della II Guerra Mondiale è terreno d'elezione per pratiche e sperimentazioni psichiatriche.
Serviva a standardizzare le "malattie" mentali, riclassificate come disturbi (in inglese forse più propriamente disorders, cioè disordini), dando una guida a medici, istituzioni e assicurazioni sanitarie su cosa diagnosticare e che cure prescrivere. Ha quindi un'importanza legale ed economica notevole, oltreché sanitaria.
In seguito l'APA lavorò all'interno della Organizzazione Mondiale della Sanità, creando il capitolo V dell'International Classification of Diseases (ICD-10 – manuale che classifica tutte le malattie scoperte esistenti) dedicato ai disturbi mentali in modo che ci fosse coerenza e scambiabilità tra i due testi, cosa che portò alla pubblicazione del DSM-II nel 1968, che comprendeva i 163 disturbi del ICD-10. Accanto al disturbo di mettersi le dita nel naso, fecero la prima comparsa gli estremamente proficui disordini dell'attenzione e iperattività, il famigerato ADHD.
Nel 1980 il DSM-III elencava 253 disturbi, al netto del disturbo dell'omosessualità (tolto dopo le manifestazioni degli attivisti gay), che culminarono a 374 disturbi nel DSM-IV. Accanto alla divulgazione a livello mondiale del modello americano, è sotto gli occhi di tutti il boom di psicofarmaci che colpisce tutte le età, soprattutto, bambini, donne, anziani.
Benché la medicina non si possa considerare una scienza esatta né che sia indenne da conflitti d'interesse e motivazioni di profitto, è indubbio che abbia contribuito notevolmente al benessere della popolazione umana in generale: c'è una definizione di sanità, c'è una definizione oggettiva di malattia, c'è una cura per quasi tutto, ci sono guarigioni clinicamente accertate, molte malattie sono quasi scomparse del tutto.
Il trend della medicina è di miglioramento di numerose malattie e un aumento di salute.
Ben diversa è la situazione della psichiatria: non c'è una definizione di sanità mentale, né accertamenti clinici oggettivi delle malattie che possono quindi comparire o scomparire ad arbitrio del medico. Se dovessimo figurativamente applicare l'operazione matematica di limite d'una funzione al trend verso cui tende la psichiatria, otterremmo 100% di persone malate e 100% in cura psichiatrica, cominciando dai neonati e dalle mamme, con gli effetti collaterali che ciò comporta: problemi apparato cardiovascolare e gastrointestinale, astenia, sedazione, rallentamento psicomotorio, sonnolenza o, viceversa, ansia, irrequietezza psicomotoria, irritabilità, pensieri o comportamenti suicidi, comportamenti violenti, dipendenza, ed è questo che paventiamo causerà l'imminente pubblicazione del DSM –V.
Mai come in questo caso è l'abito, il camice bianco, che fa il monaco.
Essendo medicina e psichiatria frammischiate a livello scolastico, legale, industriale e politico, quest'ultima usando impropriamente termini presi a prestito dall'altra (malattia, sindrome, diagnosi, cura) ma con significati pratici profondamente diversi, usandoli come un cavallo di Troia, è penetrata profondamente nel tessuto sociale, condizionando scuola, esercito, fabbriche, ospedali.
In questi giorni ricorre la memoria dell'Olocausto: è sempre utile ricordare il ruolo di primo piano che la psichiatria ha avuto nel terrore nazista, nei governi totalitari di tutto il mondo. Nei cosiddetti regimi democratici, attraverso la pubblicità commerciale, gruppi di sostegno, parole di "aiuto" e compassione, la psichiatria è ancora più subdola. In effetti attraverso il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e la penetrazione nelle aule dei tribunali, nessuno è al sicuro dall'arbitrio psichiatrico, che può condannare o assolvere, bypassando persino le Costituzioni.
Attraverso fatti e documentazioni, per portare a conoscenza la cittadinanza della realtà sulle fondamenta di questo manuale, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani ha preparato un documentario di denuncia per stroncare sul nascere la nuova temibile arma che la psichiatria si è data per rendere mentalmente malata l'intera popolazione.
Un estratto del video è visibile al seguente link: http://www.ccdu.it/videos/diagnostic-statistical-manual.html
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lunedì 30 gennaio 2012
Vere malattie e "disturbi" mentali
Un crescente numero di esperti e ricercatori sostiene che i disturbi psichiatrici non siano vere malattie. Non esistono analisi di laboratorio, metodi radiografici o test dello squilibrio chimico che possano confermare il legame tra un qualsiasi disturbo mentale e una condizione fisica. Con questo non si vuole sostenere che la gente non si deprima o che non possa sperimentare problemi emotivi o mentali, ma la psichiatria ha ri-etichettato queste emozioni e questi comportamenti come “disturbi” in modo da poter prescrivere dei farmaci. Si tratta di un’operazione di marketing estremamente innovativa, ma niente a che fare con la scienza. “La psichiatria non ha ancora fornito prove convincenti a sostegno dell’origine genetica o biologica di un singolo disturbo mentale. Molti pazienti sono stati diagnosticati con ‘squilibri chimici’ nonostante non esista alcun test a supporto di questa ipotesi e non si abbia la più pallida idea di quale dovrebbe essere il corretto equilibrio chimico” Dr David Kaiser, psichiatra.
Tramite il marketing e il martellamento mediatico, questi concetti sono ormai diventati luoghi comuni. “Non esiste alcuno squilibrio biologico. A volte vengono dei pazienti e mi dicono di avere uno squilibrio biologico. Allora dico loro di darmi il referto di analisi. Non c'è nessun test.” Dr. Ron Leifer, psichiatra.
Un’altra voce al di fuori del coro è di Thomas Szasz, professore emerito di psichiatria presso la Facoltà di Medicina a Syracuse - New York: “Non esiste alcun esame del sangue o altro test biologico che possa stabilire l’esistenza di una malattia mentale come si fa invece per le vere malattie. Se un tale test esistesse ... la condizione non sarebbe più classificata come mentale ma verrebbe riclassificata come fisica”.
Eppure gli addetti ai lavori sanno bene che si tratta di una bufala. Dice il neurologo infantile Fred Baughman: “Tutti gli psichiatri che sono stati intervistati con una telecamera o un microfono si fanno piccoli e ammettono che non esiste alcun disturbo dovuto a squilibri biochimici, o esami o test che li rivelino; ma nella pratica quotidiana se ne dimenticano, trascurano il diritto del paziente al consenso informato e non esitano ad avvelenarli in nome del ‘trattamento’ - un comportamento a dir poco criminale”.
Perché la comunità psichiatrica rimane ostinatamente ancorata a una teoria così screditata? Il Dr Elliot Valenstein, autore del libro ‘Blaming the brain’ (Incolpare il cervello) azzarda una spiegazione : “Continuano ad aggrapparsi a queste teorie, non solo perché non hanno niente con cui sostituirle, ma soprattutto perché servono a giustificare il trattamento con pillole”.
“La teoria che i ricoverati in manicomio sono difettosi dal punto di visto genetico è parte di una visione più ampia che ritiene biologicamente ben riusciti quelli che hanno potere e successo, biologicamente inferiori tutti gli altri. ... Lo stesso pensiero è applicato anche ai popoli da Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina, che ha fondato e diretto un istituto per lo studio dei problemi umani nella Francia occupata dai soldati di Hitler sotto il governo dei collaborazionisti Dr. Giorgio Antonucci, Psicoterapeuta e autore del libro “Diario dal Manicomio”.
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, ma richiedere accurate analisi mediche.
Tramite il marketing e il martellamento mediatico, questi concetti sono ormai diventati luoghi comuni. “Non esiste alcuno squilibrio biologico. A volte vengono dei pazienti e mi dicono di avere uno squilibrio biologico. Allora dico loro di darmi il referto di analisi. Non c'è nessun test.” Dr. Ron Leifer, psichiatra.
Un’altra voce al di fuori del coro è di Thomas Szasz, professore emerito di psichiatria presso la Facoltà di Medicina a Syracuse - New York: “Non esiste alcun esame del sangue o altro test biologico che possa stabilire l’esistenza di una malattia mentale come si fa invece per le vere malattie. Se un tale test esistesse ... la condizione non sarebbe più classificata come mentale ma verrebbe riclassificata come fisica”.
Eppure gli addetti ai lavori sanno bene che si tratta di una bufala. Dice il neurologo infantile Fred Baughman: “Tutti gli psichiatri che sono stati intervistati con una telecamera o un microfono si fanno piccoli e ammettono che non esiste alcun disturbo dovuto a squilibri biochimici, o esami o test che li rivelino; ma nella pratica quotidiana se ne dimenticano, trascurano il diritto del paziente al consenso informato e non esitano ad avvelenarli in nome del ‘trattamento’ - un comportamento a dir poco criminale”.
Perché la comunità psichiatrica rimane ostinatamente ancorata a una teoria così screditata? Il Dr Elliot Valenstein, autore del libro ‘Blaming the brain’ (Incolpare il cervello) azzarda una spiegazione : “Continuano ad aggrapparsi a queste teorie, non solo perché non hanno niente con cui sostituirle, ma soprattutto perché servono a giustificare il trattamento con pillole”.
“La teoria che i ricoverati in manicomio sono difettosi dal punto di visto genetico è parte di una visione più ampia che ritiene biologicamente ben riusciti quelli che hanno potere e successo, biologicamente inferiori tutti gli altri. ... Lo stesso pensiero è applicato anche ai popoli da Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina, che ha fondato e diretto un istituto per lo studio dei problemi umani nella Francia occupata dai soldati di Hitler sotto il governo dei collaborazionisti Dr. Giorgio Antonucci, Psicoterapeuta e autore del libro “Diario dal Manicomio”.
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani raccomanda di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per se stessi che per i propri figli, ma richiedere accurate analisi mediche.
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sabato 28 gennaio 2012
Il seitan, alimento complementare alla carne
Il seitan è un ottimo alimento proteico che si integra in particolar modo nella alimentazione vegetariana, divenendo in questo modo un ottimo sostituto della carne. Si tenga presente che il suo contenuto proteico è molto elevato ed anche l'indice di utilizzo della sua proteina è notevole raggiungento un valore di circa 70%. E' importante sapere che alla fine della sua lavorazione, che vedremo più avanti, la sua composizione proteica è completa di tutti gli amminoacidi essenziali, anche di quelli che il corpo umano non riesce a sintetizzare, cone la lisina (questo amminoacido con la vitamina C formano la L-carnitina, biochimico che permette al tessuto muscolare di assumere più facilmente ossigeno, migliorando la tolleranza allo stress, il metabolismo dei grassi e la tolleranza alla fatica) che è assente nel grano ma che lo stesso seitan assorbe durante la cottura dalla salsa di soia.
Il seitan si ottiene dalla farina integrale di grano mescolata con acqua ed impastata. L'impasto ottenuto viene sottoposto ad un procedimento di sciacquatura ed impastatura al fine di eliminare l'amido e parte della crusca, fino ad ottenere il glutine. Dopo la bollitura in acqua, l'impasto glutinoso prende il nome di Kofu dove può essere sottoposto a lavorazioni di altro tipo. Il kofu diventa seitan facendolo bollire in un brodo di alghe kombu e salsa di soia tamari. Durante la bollitura il seitan si arricchisce dei minerali forniti dalle alghe, di cui esse sono ricchissime. Il risultato finale è un alimento ottimo e versatile dalle caratteristiche nutritive complete, totalmente privo di colesterolo ed adatto a tutte le diete.
Ma torniamo al Kofu. Questo prodotto fu introdotto per la prima volta in Giappone dalla Cina da alcuni monaci buddisti, divenendo molto popolare nei templi Zen. E' molto buono nelle minestre, negli stufati e mescolato alle verdure saltate; le fettine di kofu somigliano alla carne, con la stessa consistenza ed addirittura simile alla carne.
In conclusione, il seitan è un ottimo alimento, soprattutto per il fatto che non contiene colesterolo ed ha una sola controindicazione: l'intolleranza alimentare al glutine. Comunque sia, la ricerca scientifica nel settore vegano ci ricorda che la giusta e corretta copertura alimentare avviene con una equilibrata assunzione di alimenti, anche senza carne.
Il seitan si ottiene dalla farina integrale di grano mescolata con acqua ed impastata. L'impasto ottenuto viene sottoposto ad un procedimento di sciacquatura ed impastatura al fine di eliminare l'amido e parte della crusca, fino ad ottenere il glutine. Dopo la bollitura in acqua, l'impasto glutinoso prende il nome di Kofu dove può essere sottoposto a lavorazioni di altro tipo. Il kofu diventa seitan facendolo bollire in un brodo di alghe kombu e salsa di soia tamari. Durante la bollitura il seitan si arricchisce dei minerali forniti dalle alghe, di cui esse sono ricchissime. Il risultato finale è un alimento ottimo e versatile dalle caratteristiche nutritive complete, totalmente privo di colesterolo ed adatto a tutte le diete.
Ma torniamo al Kofu. Questo prodotto fu introdotto per la prima volta in Giappone dalla Cina da alcuni monaci buddisti, divenendo molto popolare nei templi Zen. E' molto buono nelle minestre, negli stufati e mescolato alle verdure saltate; le fettine di kofu somigliano alla carne, con la stessa consistenza ed addirittura simile alla carne.
In conclusione, il seitan è un ottimo alimento, soprattutto per il fatto che non contiene colesterolo ed ha una sola controindicazione: l'intolleranza alimentare al glutine. Comunque sia, la ricerca scientifica nel settore vegano ci ricorda che la giusta e corretta copertura alimentare avviene con una equilibrata assunzione di alimenti, anche senza carne.
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domenica 22 gennaio 2012
Leucemia infantile e centrali nucleari
Fonte: Promiseland
Un articolo comparso sul quotidiano Le Monde di venerdì 13 gennaio dava notizia di uno studio francese che ha rilevato un’incidenza doppia della leucemia (cancro del sangue) tra i bambini che abitano vicino ad una centrale nucleare.
È difficilmente contestabile, un campanello d’allarme inquietante: i bambini che abitano vicino (meno di cinque chilometri) ad una della diciannove centrali nucleari francesi hanno il doppio delle probabilità di ammalarsi di leucemia.
Questa è la conclusione di uno studio pubblicato sul sito dell’International Journal of Cancer e riportato da varie altre testate, preso anche in considerazione nello studio sulla pericolosità delle centrali nucleari in genere.
Lo studio è stato condotto da Jacqueline Clavel, direttrice dell’unità 754 dell’Iserm (istituto nazionale della salute e della ricerca medica) e anche se non mette in evidenza i fattori scatenanti stabilisce appunto che il dato rilevato è che le leucemie hanno un’incidenza doppia nei bambini che abitano a meno di cinque chilometri da una centrale nucleare.
La leucemia acuta rappresenta il 30% dei casi di tumore nei bambini, una percentuale che ha fatto ritenere opportuna la creazione , nel 1990, di un registro nazionale delle emopatie del bambino, secondo il quale, nella fascia di età da 0 a 14 anni, in questi anni, il numero di nuovi casi/anno è rimasto stabile a circa 470. L’incidenza di tale malattia nella fascia 15-19 anni, invece, è di 80 casi/anno.
I fattori di rischio responsabili non sono ancora stati chiaramente identificati, la genetica è messa in causa solo nel 5% dei casi di leucemia acuta, mentre tra i fattori ambientali l’indice accusatorio è puntato sulle radiazioni.
Non è la prima volta che vengono svolti studi del genere in Europa, su bambini ed adolescenti che vivono in prossimità di centrali nucleari.
In novembre 2011 è stato stilato un rapporto congiunto dall’Autorità di sicurezza nucleare, dalla Direzione generale della sanità e dalla Direzione generale della prevenzione dei rischi francesi, in cui le conclusioni affermano che le prove statistiche dei diversi studi non permettono di giudicare con certezza la situazione.
Certi studi presi in esame mettono ben in evidenza delle relazioni tra i casi di bambini che abitano nelle vicinanze di tre siti nucleari (Sellafield in Inghilterra, Dounreay in Scozia e Krümmel in Germania), mentre altri studi non mostrano tali evidenze.
Jacqueline Clavel e la sua équipe, con gli studiosi dell’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) hanno lavorato basandosi sul registro nazionale delle malattie ematiche dei bambini, prendendo in esame il periodo 2002-2077. Lo studio comparativo ha messo a confronto 2753 bambini di meno di quindici anni di età che si sono ammalati di leucemia in quegli anni, con altri trentamila bambini (5000 all’anno) della stessa età. Allo stesso tempo sono stati esaminati i casi di leucemia sviluppatisi tra i bambini che vivevano a meno di cinque chilometri da una centrale nucleare e i casi sviluppatisi tra i bambini che vivevano altrove.
I risultati sono chiari: i bambini che vivono a meno di cinque chilometri da una centrale hanno il doppio delle probabilità di ammalarsi di quelli che vivono più lontani. Con dei picchi ancora maggiori se la fascia di età presa in esame scende al di sotto dei cinque anni di età.
Secondo il Professore William Dab i risultati di questa ricerca hanno il valore di un segnale d’allarme sanitario.
È stata scartata anche l’ipotesi che la dispersione nell’atmosfera possa essere la causa dell’aumento di leucemie, essendo questi rilasci mille volte inferiori rispetto alla radioattività naturalmente presente nell’ambiente, sono altri quindi i fattori da identificare.
I parametri presi in considerazione per portare a compimento questo studio sono stati ritenuti molto validi da epidemiologi competenti: l’ampiezza dei soggetti presi in considerazione e la qualità dei dati esaminati conferiscono autorevolezza allo studio e il suo valore certo come segnale d’allarme sanitario da tenere in considerazione e sorvegliare con la più grande attenzione, tanto più che si trova in linea con gli studi tedeschi al riguardo, ha dichiarato il Professor William Dab del Conservatorio nazionale di arti e mestieri.
Jacqueline Clavel si auspica che altri ricercatori europei seguiranno l’esempio e saranno incitati a svolgere studi sull’incidenza delle dosi di radiazioni in base al luogo di residenza. L’epidemiologa dichiara anche: “Il nostro studio mostra un’associazione tra leucemia e vicinanza con una centrale nucleare. Ma finché non avremo individuato i fattori in causa non potremo trarne delle conclusioni utili per la prevenzione.”
venerdì 20 gennaio 2012
Le straordinarie proprietà del limone
Il
limone fa parte della famiglia delle Rutacee, cui appartengono anche arance,
mandarini, bergamotti, cedri, pompelmi.Le
varietà principali di limoni sono:
·
Il Femminello, tipico della Sicilia, dal frutto di forma oblunga, la polpa
succosa e molti semi. Esiste però anche il Femminello apireno, molto pregiato,
poiché è quasi privo di semi; dai Femminelli Santa Teresa provengono i migliori
verdelli;
·
Il Monachello, resiste poco alla conservazione ed è utilizzato, principalmente,
per la produzione di verdelli;
·
L’Interdonato, dal frutto grosso, ma poco succoso, utilizzato per la produzione
del primofiore.
I
limoni giungono a maturazione in tre diversi periodi dell’anno, la prima
fruttificazione, chiamata invernale o primofiore, giunge a maturazione in
Ottobre; la seconda fruttificazione avviene a Marzo (i limoni di questo tipo –
conosciuti anche come bianchetti – sono di minor pregio commerciale); nel corso
della terza fruttificazione, tra Giugno e Luglio, maturano i limoni verdelli,
così chiamati per il colore della buccia, che è particolarmente compatta e
aderente alla polpa.
Il limone è ricco di oli essenziali, il principale dei quali è il limonene, concentrato prevalentemente nella scorza. Gli oli essenziali del limone hanno un elevato potere antibiotico e disinfettante. Applicati sulla pelle, svolgono anche un’azione revulsiva (richiama il sangue in superficie) e per tale motivo risultano utili in caso di reumatismi, inoltre, sono cicatrizzanti.
Il limone è ricco di oli essenziali, il principale dei quali è il limonene, concentrato prevalentemente nella scorza. Gli oli essenziali del limone hanno un elevato potere antibiotico e disinfettante. Applicati sulla pelle, svolgono anche un’azione revulsiva (richiama il sangue in superficie) e per tale motivo risultano utili in caso di reumatismi, inoltre, sono cicatrizzanti.
Il
limone (assieme al pomodoro) è il vegetale con il più alto contenuto di acido
citrico, una sostanza essenziale per il ricambio energetico delle cellule.
Contiene inoltre citrati di sodio e di potassio, che hanno un notevole potere
depurativo.Dal
limone lo scienziato ungherese Albert Szent-Gyorgy riuscì per primo a isolare la
vitamina C, di cui il frutto è particolarmente ricco.
Anche
in questo caso, come spesso accade, non è tanto la presenza di questo o di
quell’elemento a essere efficace, quanto piuttosto l’armonico contributo di
diverse sostanze che interagiscono tra loro (è proprio grazie alla relazione con
altre sostanze che la vitamina C contenuta nel limone cura lo scorbuto: la
stessa vitamina, ottenuta in laboratorio, risulta inefficace).
Discreto
è l’apporto di vitamine del gruppo B e della vitamina P. Nella scorza si trova
un’altissima quantità di flavonoidi.
·
Riduce i livelli di colesterolo e contrasta l’arteriosclerosi: grazie all’azione
fluidificante dei citrati di sodio e di potassio, il sangue circola più
liberamente nelle arterie e passa facilmente attraverso le pareti dei capillari,
apportando alle cellule una maggiore quantità di sostanze nutritive. Se bevuto
abitualmente e in quantità significative, il succo di limone aumenta i livelli
di colesterolo HDL, il cosiddetto ‘colesterolo buono’ e abbassa il livello di
colesterolo LDL, ‘quello cattivo’. Riduce inoltre i livelli di omocisteina messa
in relazione con alti rischi d’infarto.
·
Combatte reumatismi, artrite e gotta: il limone contiene oligoelementi che
sciolgono i cristalli di acido urico. L’acido citrico, inoltre, ha un effetto
depurativo.
·
Allevia i sintomi di mal di gola, raffreddore e influenza: per le loro proprietà
antivirali e antibatteriche gli oli essenziali del limone sono efficaci nel
contrastare le malattie infettive. Per stroncare un raffreddore sul nascere, ai
primi sintomi, quando la gola inizia a pizzicare, si consiglia di mangiare un
limone intero, buccia e semi compresi (di produzione biologica); in caso di mal
di gola, si consiglia di fare gargarismi con il succo di limone. Se il naso è
otturato, instillate alcune gocce di succo di limone direttamente nel naso.
·
Aiuta a digerire i grassi: il limone si è dimostrato utile a chi ha tendenza a
formare calcoli alla cistifellea. Uno dei sintomi più frequenti è la difficoltà
a digerire i grassi, dovuta alla presenza di piccoli calcoli. A digiuno o
lontano dai pasti, bevete il succo di almeno tre limoni nell’arco della
giornata.
·
Cura le affezioni della pelle: per le sue proprietà antivirali e antisettiche,
il succo di limone favorisce la guarigione in caso di verruche, foruncoli,
vescicole, afte, pustole, ferite e piaghe. Si consiglia di mettere sulla zona
interessata qualche goccia di limone, due o tre volte il giorno.
·
Disinfetta: in caso di punture d’insetti (zanzare, pulci o altro) strofinate
sulla zona interessata una fettina di limone.
Nello
svezzamento: come tutti gli agrumi, il limone può essere introdotto
nell’alimentazione del bambino all’ottavo mese. Una o due gocce di questo frutto
possono però essere offerte anche nei mesi precedenti, in caso di singhiozzo. Si
fa tuttavia eccezione a tali indicazioni se in famiglia vi sono predisposizioni
alle allergie: in questi casi per offrire gli agrumi è bene aspettare dopo
l’anno, anche qualora il bambino abbia il singhiozzo e comunque, sentire prima
il proprio pediatra.
Grazie
alle sue mucillagini, il succo di limone ammorbidisce la pelle e la nutre con
gli oligoelementi di cui è ricco. Inoltre, grazie al suo contenuto di vitamina
C, di acidi citrico e malico, la tonifica, riduce la secrezione di sebo e
mantiene la giusta acidità.
1.
Tonico per pelli grasse: massaggiate il viso due volte il giorno (la mattina e
la sera), con un batuffolo di ovatta imbevuto di succo di limone (avendo
l’accortezza di evitare gli occhi). Lasciate seccare e poi ripetete
l’operazione. Alla fine lavate il viso con acqua fredda.
2.
Maschera per pelli grasse: sbattete un tuorlo d’uovo con due cucchiai di miele
liquido, aggiungete due cucchiai di olio extra vergine d’oliva, amalgamate bene
aggiungendo – se necessario – altro olio e infine due/tre cucchiai di succo di
limone. Ungete il viso con questa crema e lasciatela seccare. Poi, lavatevi con
acqua tiepida.
3.
Per ottenere denti bianchi: ogni giorno – per una settimana – affondate i denti
in un grosso spicchio di limone (completo di buccia), assicurandovi che
penetrino nella polpa e nella parte bianca, quindi passate lo spicchio avanti e
indietro per tutta la dentatura.
4.
Per rafforzare le unghie fragili: spremete il succo di due/tre limoni in 50 ml
di olio di avocado (si trova in erboristeria), miscelate bene e ogni sera ungete
le unghie con questo miscuglio. Per evitare, di macchiare la biancheria,
indossate guanti di cotone bianco.
Il
limone deve avere buccia soda, sottile, liscia, senza macchie e di colore
brillante. Per verificare che sia fresco controllate che la rosetta a cui è
attaccato il picciolo sia di colore verde. Una buccia rugosa e spessa, macchie
verdi, deformità, ammaccature e cicatrici, dovute a grandine o ad attacchi di
parassiti, sono da considerarsi difetti. Utilizzate limoni maturi, più ricchi di
aroma.
Al momento dell’acquisto accertatevi che i frutti non siano trattati in superficie con una sostanza che impedisce lo sviluppo delle muffe, detta ‘difenile’ o ‘bifenile’. Nel corso di esperimenti di laboratorio condotti su animali, il difenile non si è dimostrato nocivo, ma altera il sapore del frutto. Qualora vogliate utilizzare la scorza, soprattutto se a scopi curativi, si consiglia di acquistare limoni non trattati.
Al momento dell’acquisto accertatevi che i frutti non siano trattati in superficie con una sostanza che impedisce lo sviluppo delle muffe, detta ‘difenile’ o ‘bifenile’. Nel corso di esperimenti di laboratorio condotti su animali, il difenile non si è dimostrato nocivo, ma altera il sapore del frutto. Qualora vogliate utilizzare la scorza, soprattutto se a scopi curativi, si consiglia di acquistare limoni non trattati.
Per
conservare i limoni maturi la temperatura ideale è di 0 – 4°C, mentre i limoni
verdi possono essere mantenuti a una temperatura di 11 – 14°C. E’ consigliabile,
quindi, tenere i limoni maturi in frigorifero, mentre i limoni verdi possono
rimanere in un ambiente fresco.
Attenzione: chi soffre d’irritazione allo stomaco o dei postumi di un’ulcera può risultare insofferente al limone. In questi casi bisogna iniziare ad assumere il limone gradualmente. Alcuni sopportano meglio il succo di mezzo limone diluito in acqua fredda, preso prima dei pasti. Altri preferiscono assumerlo dopo il pasto, disciolto in acqua calda addolcita con un po’ di miele.
Inoltre, è del tutto priva di fondamento la credenza, piuttosto diffusa, che il limone possa togliere calcio alle ossa (rendendole fragili), al contrario, l’acido citrico contenuto nel frutto favorisce l’assimilazione del calcio da parte dell’intestino.
Attenzione: chi soffre d’irritazione allo stomaco o dei postumi di un’ulcera può risultare insofferente al limone. In questi casi bisogna iniziare ad assumere il limone gradualmente. Alcuni sopportano meglio il succo di mezzo limone diluito in acqua fredda, preso prima dei pasti. Altri preferiscono assumerlo dopo il pasto, disciolto in acqua calda addolcita con un po’ di miele.
Inoltre, è del tutto priva di fondamento la credenza, piuttosto diffusa, che il limone possa togliere calcio alle ossa (rendendole fragili), al contrario, l’acido citrico contenuto nel frutto favorisce l’assimilazione del calcio da parte dell’intestino.
È
buona abitudine grattugiare un po’ di scorza di limone sulle verdure e sulle
insalate, oltre a dare sapore al piatto, la scorza è particolarmente ricca di
limonene; è anche possibile sostituire il limone all’aceto di vino nel condire
le insalate. Il limone ha un aroma meno aggressivo dell’aceto, si adatta a
vivande delicate come pesci, crostacei o verdure di gusto non accentuato. Il
succo di limone ha la capacità di ‘cuocere’ le carni, ammorbidendone le fibre e
rendendole più digeribili.
·
La scorza grattugiata del limone conferisce un aroma gradevole a dolci, gelati,
paste frolle e lievitate, creme, carni e salse (grattugiarne solo la parte
gialla e non quella bianca che è amara).
·
Per evitare che i carciofi puliti anneriscano, immergeteli in acqua acidulata
con succo di limone.
·
Aggiungete una fettina di scorza di limone al caffè (secondo la tradizione
popolare, aiuta la digestione di un pasto ‘pesante’).
·
Per eliminare l’odore del cavolfiore, durante la bollitura, mettete mezzo limone
nell’acqua di cottura.
·
Nella preparazione delle marmellate, durante la cottura della frutta, aggiungete
succo di limone. Impedisce che le marmellate inacidiscono (nonostante il limone
abbia un sapore acidulo).
Autore:
Giancarlo Fornei / Fonte: cucinanaturale.blogspot.com
Etichette:
alimentazione
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