sabato 10 luglio 2010

Bambini e psicofarmaci

Può aver senso far assumere psicofarmaci a dei bambini che manfestano disagi di natura psicologica? Non è forse meglio attuare strategie psicopedagogiche che vadano ad potenziare condizioni intrinseche del bambino quali l'autostima? L'articolo che segue, pubblicato sul sito www.tecnicadellascuola.it , ben illustra questa possibilità.
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Bambini distratti e poco attenti? Si agisca sull’autostima
di A.G.
A sostenerlo è la Nottingham University: al termine di uno studio specifico ha concluso che i sistemi pedagogici funzionerebbero né più né meno degli psicofarmaci, ma senza rischi ed effetti collaterali. Largo quindi a strategie alternative come la ‘ricompensa a breve termine’.
L’iperattività giovanile? Meglio governarla migliorando l’autostima, piuttosto che inibirla attraverso i farmaci. A sostenerlo, dopo aver svolto uno studio specifico sui bambini distratti e troppo agitati, nella vita di tutti i giorni e quindi anche sui banchi scolastici, è la Nottingham University: secondo l’università britannica i sistemi pedagogici funzionerebbero né più né meno degli psicofarmaci, ma senza rischi ed effetti collaterali.
La ricerca, pubblicata di recente su Biological Psichiatry, confermerebbe quanto parte della comunità scientifica sostiene ormai da anni riguardo il comportamento troppo vivace dei bambini: i risultati hanno in pratica dimostrato la pari efficacia, in termini di normalizzazione del comportamento, fra il trattamento psicofarmacologico e l'utilizzo di stimoli e ricompense per "premiare" la corretta esecuzione di compiti. Riscontri positivi e ‘contenitivi’ nel miglioramento delle performance comportamentali si possono ottenere – sostiene il rapporto inglese - non solo con l'utilizzo di farmaci, causa di potenziali effetti collaterali anche gravi, ma con strategie pedagogiche quali, ad esempio, quella della ‘ricompensa a breve termine’.
In Italia i risultati della ricerca sono stati accolti positivamente da diversi studiosi. Secondo Paolo Roberti di Sarsina, dirigente di psichiatria dell'Asl di Bologna, "l'elemento psicopedagogico alla base di questo semplice ma efficace esperimento è quello della esperienza continua e gratificata per apprendere su di se, con il risultato evidente di un contenimento degli eccessi. Va ricordato che la psicopedagogia Steineriana - in uso in tutto il mondo da ormai un secolo - è basata proprio sull'apprendimento attraverso l'esperienza, e in questa ottica la ricompensa - intesa nel significato profondo di appagamento dell'io - è uno strumento chiave."
Dello stesso parere è Claudio Ajmone, psicoterapeuta ed esperto italiano di Adhd, per il quale la sindrome da deficit di attenzione non può essere mai associata ad una malattia: "Resto dell'idea che tutto è possibile quando si sperimenta su una malattia inesistente. Il nulla si può curare in infiniti modi con infiniti buoni risultati...". Commento analogo anche da parte di Luca Poma, portavoce nazionale dell'associazione nazionale
Giù le Mani dai Bambini, secondo cui "la scienza ci dimostra per l'ennesima volta che esistono risposte al disagio dei bambini valide ed efficaci e soprattutto prive di effetti collaterali, quindi ci chiediamo che senso abbia continuare a utilizzare potenti psicofarmaci su bambini piccoli, a volte con il rischio di conseguenze anche fatali, quando la psicopedagogia offre alternative valide". Per i fautori di questo genere di trattamento sarebbe quindi ora che le istituzioni sanitarie italiane revisionassero gli attuali protocolli diagnostico-terapeutici.
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