martedì 30 novembre 2010

Ansiolitici: meglio saperne di più

Fonte: Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani



Ansiolitici
(detti anche tranquillanti, benzodiazepine o sedativi ipnotici)

Nomi dei farmaci:Atarax, Ativan, Azene, BuSpar, Centrax, Dalmane, Equanil, Halcion, Klonopin, Lexomyl, Lexotam, Lexotanil, Librax, Libritabs, Librium, Miltown, Paxipam, Reapam, Restoril, Rivotril, Rohypnol, Serapax, Serax, Serestra, Solacen, Stesolid, Temesta, Tranxene, Tybatran, Valium, Verstran, Vistarli.

Effetti collaterali: Stati acuti di ipereccitazione, Comportamenti aggressivi, Agitazione, Agranulocitosi (condizione che colpisce i globuli bianchi del sangue, causando suscettibilità alle infezioni) Akathisia, Amnesia, Ansia, Coma, Confusione, Depressione, Disorientamento, Torpore, Eccitabilità, Irrequietezza acuta, Paura, Allucinazioni, Ostilità, Isteria, Insonnia, Irritabilità, Ittero, Letargia, Sventatezza, Problemi di fegato, Riduzione della memoria, Tremori muscolari, Nausea, Nervosismo, Incubi, Psicosi, Rabbia, Sedazione, Depressione grave, Problemi sessuali, Disturbi del sonno, Difetti di pronuncia, Tentativi di suicidio, Amnesia temporanea, Crisi epilettiche e decesso (a causa di un'interruzione improvvisa) Tremori. (1)

Avvertimenti generali e studi sugli ansiolitici:
L'Uso quotidiano di dosi terapeutiche di benzodiazepine è associato con una dipendenza fisica. La dipendenza può verificarsi dopo 14 giorni di uso regolare. (2) La crisi d'astinenza è simile a quella dell'alcol. Essa è " più prolungata e spesso più difficile di quella dell' eroina" afferma il Dottor Conway Hunter, Jr. (3)Le conseguenze tipiche dell' astinenza sono ansia, depressione, sudorazione, crampi, nausea e perfino reazione psicotiche e convulsioni. (4)

1990 - 1996: Le benzodiazepine causano 1810 morti in Inghilterra il che li rende più letali dell'eroina, della cocaina e del metadone, i quali insieme causano nello stesso periodo 1623 morti. (5)

1997: Uno studio su Journal of The American Medical Association (JAMA) rivela che le persone anziane che prendono benzodiazepine per ansia o insonnia sono esposti maggiormente a incidenti automobilistici. Brenda Hemmelgarn, M. N., Sammy Swissa, Ph. D., e colleghi dalla McGill University e dal Royal Victoria Hospital, ( Montreal Quebec), studiano 224.734 automobilisti di età compresa tra 67 e 84 anni, e determinano un' aumento del 45 % di incidenti automobilistici gravi durante I primi 7 giorni di assunzione di una forma di benzodiazepine a rilascio prolungato. (6)
2001: Uno studio inglese riporta che " un aumento di ostilità e aggressività può verificarsi nei pazienti che prendono benzodiazepine. Gli effetti vanno da loquacità e agitazione ad aggressività e azioni antisociali." (7)

Febbraio 2001: C.Heather Ashton – un professore inglese che studiava casi di violenza su bambini, moglie e anziani - ne attribuì la causa alle benzodiazepine. (8)

Marzo 2005: La Commissione Sanità del Parlamento Inglese svela i risultati della sua inchiesta sulle benzodiazepine e riferisce "adesso si sa che gli effetti collaterali del trattamento con benzodiazepine includono una calma eccessiva data dai sedativi, difficoltà di attenzione, amnesia e a volte dipendenze incurabile. L'improvvisa interruzione può portare a gravi crisi d' astinenza che includono convulsioni in alcuni pazienti. Per limitare questi rischi adesso si consiglia un trattamento a breve termine seguito da lunghi periodi di riduzione graduale del farmaco." (9)


Avvertimenti e studi su ansiolitici specifici:

Rohypnol

Nota: Gli Stati Uniti non hanno approvato il Roypnol (flunitrazepam) per uso medico.Di conseguenza esso viene importato di contrabbando negli Stati Uniti dal Messico e dal Sud America.Uno studio fatto in Svezia nel 2000 su 47 adolescenti e delinquenti rivela che il 49% di essi faceva grosso abuso di un ansiolitico, Rohtpnol (conosciuto anche come "l'inibitore della paura" oppure come "droga dello stupro") il quale li rendeva capaci di commettere crimini estremamente violenti. Coloro che ne abusavano non mostravano alcun senso di colpa riguardo i loro crimini: "quando lo pugnalai, sembrava come mettere un coltello nel burro", dicono i referti. "Non ho sentito alcuna emozione quando l'ho pugnalato 5 volte", racconta un adolescente. (10)Questo farmaco è anche conosciuto come "la droga dei club", un termine generico che include un numero imprecisato di droghe sintetiche e illegali, per lo più usate in night club e feste. Queste droghe hanno guadagnato popolarità soprattutto grazie alla falsa convinzione che non sono molto dannose e che non creano così tanta dipendenza come le droghe di uso corrente quali cocaina ed eroina. Questo farmaco induce chimicamente amnesia e spesso causa diminuzione della pressione sanguigna, sonnolenza, disturbi visivi, capogiro, confusione, disturbi gastrointestinali, e ritenzione urinaria. (11)

Xanax
Dicembre 1990: Il Dr. John Steinberg, direttore medico del Programma di dipendenza chimica del Greater Baltimore Medical Center e Presidente del Maryland Society of Addiction Medicine, conferma che i pazienti che prendono una tavoletta di Xanax al giorno per alcune settimane possono diventarne dipendenti. Secondo Steinberg, dopo che un paziente smette di prendere Xanax ci vogliono dai 6 ai 18 mesi perché il suo cervello recuperi. I pazienti che prendono Xanax dovrebbero essere avvisati, egli afferma, che ci può volere molto tempo per superare i sintomi dolorosi di astinenza. (12)Studiosi di farmacologia hanno stabilito che lo Xanax dà più dipendenza dalla maggior parte delle droghe illegali, includendo la cocaina e l'eroina, e una volta che si diventa tossicodipendenti interrompere l'assunzione può essere molto difficoltoso e può diventare un' esperienza perfino letale. (13)Secondo uno studio di 1994 sullo Xanax, "in 8 dei primi 80 pazienti da noi trattati con alprazolam (Xanax) si è osservata rabbia estrema e comportamento ostile. I risultati sono stati di aggressioni tra due pazienti, comportamenti potenzialmente pericolosi verso gli altri da parte di altri due pazienti, scatti verbali di ira dai rimanenti quattro." Lo studio riporta che una donna che non aveva nessuna storia di violenza prima di prendere lo Xanax "cominciò ad urlare al quarto giorno di trattamento di alprazolam e puntò un coltello alla gola della madre per qualche minuto." (14)
In uno studio successivo, oltre la metà dei partecipanti ad un esperimento sullo Xanax manifestarono "cattivo comportamento"che significava violenza o perdità di inibizione del comportamento aggressivo. La violenza includeva " profondi tagli sul collo...tagli ai polsi...tentativi di spezzarsi un braccio...lanciare sedie al bambino...sbattere con violenza braccia e testa...saltare davanti una macchina." (15)


Bibliografia:
(1) Physicians' Desk Reference, http://www.pdrhealth.com/.(2) Tracey McVeigh, "Tranquilizers ‘more lethal than heroin,'" The Observer, 5 Nov. 2000.(3) Matt Clark, Mary Hager, "Valium Abuse: The Yellow Peril," Newsweek, 24 Sept. 1979.(4) Ibid.(5) Op. cit. Tracey McVeigh. (6) "Elderly On Long-Acting Anxiety, Insomnia Drugs Have More Car Crashes," webmaster @ docguide. com.(7) Bezo.org.uk, citing British National Formulary, 2001.(8) Bezo.org.uk, citing, Professor C. Heather Ashton, Benzodiazepines: How They Work and How To Withdraw, Feb. 2001,(9) "The Inluence on the Pharmaceutical Industry," House of Commons, UK, Health Committee, Vol 1, March 2005, p. 65.(10) Anna Maria Dademan, "Flunitrazepam and violence-psychiatric and legal issues," Department of Clinical Neuroscience, Occupational Therapy and Elderly Care, Research Division of Forensic Psychiatry, Karolinska Institute, Sweden, 2000, p. 43.(11) "Club Drugs: An Update," Drug Intelligence Brief, Drug Enforcement Administration, Sept. 2001.(12) Peter Breggin, Toxic Psychiatry, p. 245(13) "Xanax addiction extremely tough to kick," MSNBC News Online, 2001.(14) Jerrold F. Rosenbaum and others, "Emergence of Hostility During Alprazolam [Xanax] Treatment in Borderline Personality Disorder," The American Journal of Psychiatry, Vol. 141, No. 6 (June 1984), pp. 792-293.(15) David L. Gardner and Rex. W. Cowdrey, "Alprazolam-Induced Dyscontrol in Borderline Personality Disorder," The American Journal of Psychiatry, Vol. 142, No. 1 (Jan. 1985), pp. 98-100.

mercoledì 24 novembre 2010

Il Perdono: un atto egoistico?

Il dr. Roy Martina analizza con molta chiarezza e sobrietà il concetto di perdono nel suo libro Equilibrio Emozionale, riservando un capitolo a questa azione così importante per ogni essere umano. Egli considera il perdono come l'ultimo ostacolo sulla via della libertà.
In effetti perdonare non è così facile come si può immaginare. Chi di noi non ha dovuto, nella propria vita, perdonare. In alcuni casi è stato facile, quasi automatico, forse perchè il danno o l'offesa subita era talmente piccola da poterci passare sopra, quasi ridendo dell'accaduto. Ma non è sempre così semplice. Proviamo ad immaginare situazioni in cui soggetti che hanno subito violenza fisica, sessuale, emotiva, si trovano di fronte a questa scelta: perdonare o mantenere questo sentimento ricco d'odio?
Se analizziamo nella sua totalità le argomentazioni presentate dal dr. Martina traspare un concetto di fondo: non perdoniamo perchè siamo dei buoni, perchè ci dicono che dobbiamo farlo, perchè è giusto fare così, o altro ancora; perdoniamo perchè in questo modo facciamo del bene a noi stessi, perchè ci liberiamo di pesi o di una carica di energia talmente negativa e lacerante per la nostra mente e per il nostro fisico che altrimenti il sentimento dell'odio e del rancora potrebbero distruggerci. Perdoniamo per un atto egoistico? Potrebbe essere un'idea veramente interessante e produttiva, soprattutto per noi e poi, in ultima analisi, per altri motivi indipendenti dalla nostra persona, comunque apprezzabili e sicuramente nobili.
Ma vediamo ora di seguire un filo logico affinchè il perdono sia veramente produttivo, ovviamente per noi!
Innanzi tutto per poter progredire e diventare artefici della nostra stessa vita, occorre che ci liberiamo del passato che spesso ci tiene legati a forti sentimenti di inadeguatezza e sensi di colpa. Oltre a perdonare tutti coloro che in un modo o nell'altro hanno contribuito a farci del male, non dimentichiamo di perdonare anche noi stessi. Il dr. Martina sostiene che l'incapacità o la non intenzione a perdonare è il più spietato killer silenzioso del mondo civilizzato occidentale. Può provocare cardiopatie, cancro ed indebolimento del sistema immunitario; non per nulla queste tre condizioni cliniche sono le principali cause di morte prematura nella nostra società.
Un altro fattore che potrebbe essere la ragione del nostro perdono sono i nostri genitori. Dalle condizioni più banali a veri e propri fatti gravissimi quali abusi, riuscire a perdonare un genitore potrebbe comportare la necessità di fare uno sforzo veramente grande. Nella maggior parte dei casi i nostri genitori sono stati determinanti nel nostro processo di crescita ed ora è giunto il momento di riprendere il controllo e di creare l'immagine di noi stessi che corrisponde a quello che vogliamo essere veramente. Molti genitori colpivano o colpiscono i figli con i loro problemi o del fatto di non essere a loro completa disposizione, dopo tutto quello che hanno fatto per loro per tutta la vita. Questa è una semplice teoria che non deve essere accettata, né essere causa di sensi di colpa o di vergogna. In questo caso il perdono potrebbe essere più difficile o complicato, ma comunque necessario.
Per riuscire a perdonare è importante essere completamente onesti con sè stessi. I pensieri sono le emozioni tradotte in incentivi ad agire. I pensieri portano all'azione, alle scelte ed alle decisioni. Onestà emozionale significa assumersi la propria responsabilità senza nascondersi dietro a delle scuse o alla negazione. Come dice il dr. Martina, non possiamo perdonare se non abbiamo affrontato gli avvenimenti in ogni loro aspetto. Se non riusciamo ad ammettere i nostri sentimenti, non potremo neppure perdonare. Dobbiamo renderci conto della profondità delle nostre ferite e dobbiamo capire che soltanto se siamo capaci di un amore impersonale possiamo guarire noi stessi, soprattutto quando alcuni aspetti del panorama complesso non hanno alcun senso. Dobbiamo capire che non perdonando feriamo soltanto noi stessi e compromettiamo il nostro intero essere, quindi odio, risentimento, amarezza, senso di colpa e vergogna, sono le emozioni più distruttive alle quali si possa rimanere attaccati.
In ultimo possiamo aggiungere che il perdono è una decisione e non richiede una procedura: dovrebbe essere immediato e sgorgare dal cuore nel momento in cui riusciamo a comprendere che è necessario per il nostro benessere.

La capacità dei neuroni di riprodursi

Agli inizi del XX secolo un gran numero di ricercatori iniziarono a studiare le vibrazioni mentali, auspicando una conferma a questo interessantissimo fenomeno. Essi studiarono le onde magnetiche e l’elettricità quali mezzi per confermare il frutto delle loro ricerche. Quello che era il pensiero comune si traduceva in questo concetto di fondo: per trasformare in maniera radicale la nostra mente ed emettere nuove vibrazioni, il cervello avrebbe dovuto dar vita a nuovi neuroni, fenomeno questo ritenuto altamente improbabile, se non impossibile. Infatti fino a qualche decennio fa era pensiero comune credere che i neuroni del cervello di una persona ormai adulta non avessero la possibilità di riprodursi; era come dire che ogni essere umano, alla nascita, riceve una sua personale dotazione di neuroni e questi se li porta fino alla morte. In buona sostanza se alcuni d’essi morivano, non vi era alcun ricambio d’essi. Solo nell’ultimo decennio del secolo scorso le neuroscienze hanno spiegato fenomeni che prima erano ritenuti non solo improbabili ma giudicati frutto di ricerche non scientifiche. Le neuroscienze hanno assodato che nei primati le cellule neuronali sono capaci di dividersi. Chiaramente ciò presuppone la necessità di rivedere molte idee sulle capacità della mente umana, forse alcune d’esse erano citate come atto magico, ma che poi in osservanza a quanto scoperto diventano oggi null’altro che ‘capacità funzionali’ del nostro cervello.
Nel 1998 lo svedese Peter S. Eriksson, dell’Università di Goteborg, ha dimostrato per la prima volta il fenomeno della mitosi delle cellule nervose, utilizzando il marcatore BUdR (bromodeossiuridina); queste sue scoperte sono poi state confermate da altri ricercatori quali Elizabeth Gould e Charles Gross dell’Università di Princeton, José M. Garcìa Verdugo dell’Università di Valencia ed il messicano Arturo Alvarez-Buylla dell’Università della California, i quali hanno pubblicato i loro studi su riviste scientifiche come Science e Nature.
Cosa succede dunque nel nostro cervello? La dimostrazione di questi studi dice che i neuroni dell’encefalo umano si riproducono di continuo, a partire da alcune cellule madre a forma di stella chiamate astrociti. Questi nuovi neuroni sviluppano a loro volta delle diramazioni, o assoni, che consentono loro di effettuare scambi di informazione con i neuroni che si trovano vicini, avendo quindi un ruolo attivo nel circuito funzionale del cervello. Tutto ciò porta a credere che il cervello può modificarsi da sé mediante la formazione di nuovi neuroni. Molti ricercatori sono arrivati alla conclusione che essendo il cervello lo strumento della mente, questa può impiegare i nuovi neuroni per trasformarsi e perfezionarsi.

lunedì 22 novembre 2010

Il potere delle Emozioni

Nell'articolo precedente (Emozioni Irrisolte e cancro) si è capito che per raggiungere una condizione ottimale di salute psicofisica è necessario essere in equilibrio con le proprie emozioni, possedere un forte senso di amor proprio e rispetto per sè stessi, inoltre alcuni studi hanno dimostrato che buona parte delle vittime del cancro sono persone che hanno perso ogni opportunità di esprimersi in modo creativo. Vogliamo ora continuare lo studio di questo argomento e capire quanto siano potenti le nostre emozioni sul nostro stato di salute, ed in modo particolare le 'emozioni irrisolte' le quali hanno la capacità e soprattutto la forza di rivoltarsi contro di noi provocando danni a tutti i nostri sistemi biologici, quindi parliamo di organi e tessuti.
Un disturbo psicosomatico (la capacità di uno stato psichico di influenzare il soma, ciò il nostro corpo) viene spesso preso come aspetto secondario nell'analisi di una patologia, partendo dal presupposto che tale condizione sia solo una fantasia o una pura fissazione di alcuni pazienti. Alcuni ricercatori sono arrivati a stimare, come dice il dr. Roy Martina nel suo libro Equilibrio Emozionale, che ben il 90% di tutti i problemi fisici hanno una radice di natura psicologica. Lo sesso Martina, grande esperto di medicina tradizionale cinece, afferma che dove l'energia fluisce, diminuiscono o addirittura scompaiono i blocchi emozionali. Non per nulla la millenaria medicina cinese ed ora i primi risultati della fisica quantistica ci fanno capire che l'energia è la matrice formante della materia; quando è presente nel nostro essere energia derivante da emozioni irrisolte, ne consegue una totale disarmonia, questa disturba i campi elettrici delle cellule e produce una forma di caos biochimico che influisce sull'integrità del sistema rendendo più vulnerabili alla malattia. Ogni forma di disagio, afferma il dr. Martina, rappresenta una turbolenza; una turbolenza è provocata da emozioni irrisolte. Lo stress non nasce da fattori esterni ma dal modo in cui i fattori esterni riescono ad influire sui nostri fattori interni.
Tutto ciò in effetti non è strano, se esaminiamo questo argomento con estrema obiettività ed onestà con noi stessi. Il più delle volte questa volontà manca. E' ovviamente molto più semplice consegnare nelle mani di un terapeuta il nostro corpo, la nostra salute e dirgli: "Tieni, riparami ciò che è rovinato, risolvimi il problema, metti a posto ciò che non funziona!". Anche se il medico o trapeuta con massima professionalità ed attenzione si impegnerà a riportare nelle migliori condizioni possibili il corpo del suo paziente, ciò che manca è la presa di coscienza da parte del malato di esaminare la propia vita, i propri sentimenti, le proprie emozioni.
Ricordiamo in ultimo che l'equilibrio delle emozioni è un fattore essenziale per la longevità. Alcuni studi sull'invecchiamento hanno dimostrato che le caratteristiche emotive che fanno prevedere una maggiore longevità sono ricollegabili al fatto di sentirsi collegati con gli altri, avere uno scopo nella vita e di essere curiosi. Altri studi evidenziano che l'autostima, i legami sociali e la soddisfazione esistenziale sono importanti per il raggiungimento della longevità.

Emozioni irrisolte e cancro

Il dr. Roy Martina, nel suo libro Equilibrio Emozionale, spiega in modo estremamente semplice il concetto secondo cui per raggiungere una condizione ottimale di salute psicofisica è necessario essere in equilibrio con le proprie emozioni, possedere un forte senso di amor proprio e rispetto per sè stessi. Naturalmente queste sono solo alcune delle considerazioni espresse nei suoi vari libri e manuali sulla salute; senza ombra di dubbio, comunque, questi concetti sono alla base della salute dell'essere umano. Ma vi è una relazione fra emozioni irrisolte e patologie tumorali?
Rispondere a questa domanda in modo assoluto non possiamo ancora farlo anche se la ricerca porta avanti degli interessanti lavori in cui i risultati che fino a pochi decenni fa non erano assolutamente auspicabili diventano ora la base per credere che vi sia realmente una relazione fra le nostre emozioni più profonde e l'insorgenza di patologie altamente degenerative e gravi quali i tumori.
E' stato ormai dimostrato che la depressione ha una stretta relazione con la riduzione della risposta del sistema immunitario, inoltre soggetti con meno paure e meno ansietà rispondono in modo più deciso ad attacchi patogeni e quindi con una risposta immunitaria decisamente più forte. Il dr. Richard B. Schekelle, PhD, professore di epidemiologia presso la Scuola per la Salute Pubblica dell'Università del Texas, a Huston, ha scoperto che in un gruppo di soggetti maschi, coloro che manifestavano un elevato livello di depressione sviluppavano due volte di più alcune forme di candro, rispetto ai membri di un gruppo che manifestavano un maggiore controllo.
Nel suo libro sopra citato, il dr. Martina evidenzia un fatto non trascurabile ed estremamente importante: Alcuni studi hanno dimostrato che buona parte delle vittime del cancro sono persone che hanno perso ogni opportunità di esprimersi in modo creativo. Fra le situazioni più comuni che possono portare a questa condizione possiamo citare il pensionamento, specialmente nell'uomo, fenomeno questo che interpreta il soggetto come ormai membro inutile per la società; un'altra condizione la morte del coniuge dopo decenni di convivenza, l'abbandono della casa da parte dei figli, fino ad arrivare a situazioni apparentemente non così significative o importanti come, per alcuni soggetti, l'interruzione improvvisa di un'attività sportiva o di un hobby.
Vi sono altri studi che hanno evidenziato come il fatto di reprimere la rabbia costituisce un fattore a rischio significativo, infatti molte persone non sono capaci di esprimere la propria rabbia od ostilità per difendersi nonostante siano invece pronte a farlo per difendere gli altri o una giusta causa. Se consideriamo il cancro al seno, è stato riscontrato che la percentuale di donne più inclini alla rabbia era maggiore tra quelle affette da tumore maligno che non tra quelle che presentavano forme tumorali benigne. Sempre in relazione ai soggetti femminili si è riscontrato che le donne affette da tumori maligni erano molto dispiaciute per la loro rabbia, anche quando ritenevano di essere nel giusto, mentre donne che avevano forme tumorali benigne tendevano ad arrabiarsi ed a rimanere arrabiate; le donne invece che non avevano alcuna forma tumorale, nè benigno nè maligno, di solito riuscivano ad esternare i loro sentimenti anche con forme di rabbia per poi rilassarsi, loro erano in effetti capaci di riportare la loro attenzione e le loro energie su questioni più piacevoli.
La salute emotiva e psicologica è un efficace strumento di previsione per la mortalità (Health Psycology, 1995, 14:381-7). Uno studio ha evidenziato i seguenti temi comuni: il rapporto con gli altri, un senso di produttività e di valore, la fede in Dio.

domenica 21 novembre 2010

"Fame di stimolo": per la sopravvivenza dell'essere umano

Il dr. Eric Berne, nei primi anni sessanta pubblicò il libro A che gioco giochiamo, poi giunto in Italia e quindi pubblicato inizialmente nel 1967 e con varie ristampe e nuove edizioni fino ad oggi. Questo è divenuto un testo fondamentale della psicologia contemporanea, costruendo l'ipotesi e gli strumenti di un nuovo tipo di analisi terapeutica, l'Analisi Transazionale, utilizzando la rappresentazione della realtà in forma di giochi.
Di questo libro è molto interessante l'analisi che si fa della 'fame di stimoli'. Per capire questo concetto possiamo partire dall'osservazione dei neonati i quali privati di cure manuali, per un certo periodo di tempo, alla lunga tendono a sprofondare un una forma quasi irreversibile di depressione, per sfociare in ultimo in forme di disturbi intercorrenti. Questo fatto ci porta a comprendere che la privazione emotiva, come la chiama il dr. René Spitz, può avere un esito fatale. Questo psicologo austriaco fu il primo a descrivere i comportamenti di quei bambini che per qualche motivo vengono separati dalla persona che si prendeva cura di loro senza trovare un valido sostituto. Tali comportamenti sono, in ordine progressivo: lamentele e richiami (primo mese di separazione) pianto e perdita del peso (secondo mese) rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo dello sviluppo motorio, tendenza a contrarre malattie, assenza di mimica, perdita continua di peso, posizione prona (terzo mese) cessazione del pianto e rare grida, stato letargico (dopo il terzo mese). Queste osservazioni portarono quindi alla formulazione del conceto di 'fame di stimoli', ed indicarono che le forme di stimoli particolarmente desiderate sono quelle generate dall'intimità fisica.
Un fenomeno che è simile lo si può osservare anche negli adulti che sono soggetti a privazione sensoria. Questa condizione può in effetti portare a forme di psicosi o comunque a forme temporanee di disturbi mentali. Nel passato sono stati condotti degli studi su detenuti che erano condannati a periodi particolarmente lunghi di isolamento. Proprio attraverso queste indagini si è capito che l'isolamento è un'arma politica e sociale particolarmente forte e convincente; non per nulla molte dittature neppure troppo lontane hanno utilizzato questo sistema per ridurre all'obbedienza gli avversari politici, ma nella stessa misura si è capito che affinché le masse aderiscano a proposte o richieste in modo tacito o passivo, quasi remissivo, l'organizzazione sociale diventa lo strumento più adatto.
Da un punto di vista fisiologico molto probabilmente la privazione emotiva e sensoria tende ad instaurare dei mutamenti organici. Se il sistema attivatore reticolare del cervelletto non riceve a sufficienza degli stimoli, si può instaurare una degenerazione delle cellule nervose. Si può quindi dedurre che si formi una catena biologica che nasce dalla privazione emotiva e sensoria, ne consegua una forma di apatia e di qui alle modifiche degenerative e come tappa ultima la morte. In questo senso potremmo paragonare la fame di stimoli emotivi alla sopravvivenza dell'organismo umano con una correlazione alla fame di cibo indispensabile alla sopravvivenza.
Con il termine 'carezza' si intende solitamente un intimo contatto fisico; potremo allora avere, in relazione al contatto con un bambino, una carezza fatta con la mano sul viso, si potrebbe anche intendere con un puffetto o un dolce pizzicotto. Ma per estensione, con la parola 'carezza' si può indicare ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un'altra persona; la carezza quindi serve come unità fondamentale dell'azione sociale. Uno scambio di carezze costituisce allora una vera e propria transazione, unità del rapporto sociale.
Tutto ciò evidenzia una verità assoluta: un rapporto sociale qualunque è sempre più vantaggioso della mancanza assoluta di rapporti. In età adulta si passa dalla 'fame di stimoli' alla 'fame di riconoscimento', infatti l'essere umano adulto tende ad accettare un compromesso in cui impara ad accontentarsi di forme di 'toccamento' più sottili, persino simboliche, al punto che un semplice cenno di saluto serve in qualche misura allo scopo, anche se non soddisfa la fame di contatto fisico originaria.

giovedì 18 novembre 2010

Il perdono è uno scalpello che elimina le cicatrici emotive

Il dr. Maxwell Maltz nel suo libro Psicocibernetica tratta le cicatrici emotive, argomento molto profondo e non sempre affrontato da coloro che soffrono di mancanza di fiducia in se stessi. In effetti si tratta proprio di questo: una netta mancanza di fiducia nelle proprie capacità e potenzialità. Di fatto possiamo riscontrare come una cicatrice emotiva porti alla formazione di un'immagine dell'io sfregiata e falsata, di un'immagine di una persona non amata e non accettata dagli altri esseri umani, di un soggetto che non riesce ad inserirsi nella società in cui vive. Le cicatrici emotive non permettono di avere una corretta vita creativa e la non possibilità di realizzare compiutamente se stessi. Quali caratteristiche deve avere un individuo che si 'realizza compiutamente'? Secondo il dr. Arthur W. Combs, professiore di psicologia educativa, queste persone hanno le seguenti caratteristiche: innanzi tutto si considerano individui amati, desiderati, accettati e capaci di poter realizzare, inoltre si accettano senza riserve così come sono, come terzo aspetto hanno la capacità di immedesimarsi negli altri e come ultimo punto hanno assimilato un notevole bagaglio di esperienze. Di contro, una persona con cicatrici emotive non solo vede se stessa come un individuo non accettato, indesiderato ed incapace, ma considera il mondo in cui vive come un luogo ostile; nei suoi rapporti con gli altri c'è ostilità, non vi è collaborazione, cooperazione, ma senso di prevaricazione, voglia di combattere e non per ultimo mantenere sempre atteggiamenti di difesa.
Proprio in relazione a ciò, esistono tre regole per 'immunizzarsi' contro le offese, vere o presunte, che soggetti con cicatrici emotive vivono con particolare intensità. Non dimentichiamo comunque che, come dice il dr. Maltz, il perdono diventa il miglior strumento per scardinare dal nostro essere le cicatrici che ci fanno vivere male. La prima regola è quella in cui l'individuo non si sente minacciato; molta gente è letteralmente 'ferita' dalle contrarietà della vita o dai maltrattamenti che si possono ricevere dalla società. E' risaputo che coloro che si offendono per nulla hanno una bassissima stima di se stessi, come coloro che sentono che il loro valore viene minacciato da una piccola osservazione hanno un 'io' molto debole. Tutti noi quindi abbiamo bisogno di una certa durezza emotiva e di una certa sicurezza nel proprio io per proteggerci da minacce reali o immaginarie. La seconda regola afferma che un atteggiamento responsabile e fiducioso ci rende meno vulnerabili. La persona passiva, che dipende sempre dagli altri, affida il suo intero destino nelle mani degli altri, delle circostanze o del caso. Se è vero che ogni essere umano ha bisogno di amore e di affetto, la persona che fa affidamento su se stessa sente anche il bisogno di dare amore, non si aspetta che l'amore gli venga portato su di un piatto d'argento, nè ha il bisogno impellente di essere amato ed approvato da tutti; si sente sicuro di accettare il fatto che un certo numero di persone lo disapproveranno o non lo ameranno. La terza regola sprona ad eliminare le tensioni. Se ci tagliamo, la ferita guarisce in modo naturale, ma si formerà del tessuto cicatriziale per il fatto che vi è una certa tensione nella ferita. Quando un chirurgo estetico esegue un intervento non si limita ad unire strettamente la pelle per mezzo di suture, ma asporta un piccolissimo lembo di carne al di sotto della pelle in modo che non vi sia tensione. La stessa cosa avviene per la 'ferita emotiva': se non vi è tensione non resta alcuna cicatrice emotiva. Solitamente tendiamo a sentirci feriti nei nostri sentimenti o offenderci quando viviamo uno stato di particolare tensione a causa di paura, depressione, ira o delusione.
Se queste tre regole possono considerarsi degli ottimi antidoti per frenare gli effetti distruttivi della nostra autostima, sulle vecchie cicatrici emotive è necessario intervenire con un sistema più energico e radicale. Qui lo scalpello chiamato perdono è veramente indispensabile. Non per nulla viene chiamato 'scalpello', strumento che se usato scende in profondità e non cura nessuna ferita: la asporta direttamente, la sradica completamente. Il perdono, quando è vero, genuino e completo, e soprattutto dimenticato, può fungere da potente scalpello per eliminare il pus delle vecchie ferite emotive, guarirle ed asportare completamente tutti i tessuti ormai vecchi cicatrizzati. Il dr. Maltz paragona il perdono parziale o comunque forzato, per solo dovere, alla stessa stregua di una operazione chirurgica imperfetta, come se fosse una finta plastica facciale. Anche il perdono inteso come rivincita su altri non è mai un perdono terapeutico.

martedì 16 novembre 2010

I Neurotrasmettitori: glutammato, GABA, dopamina, serotonina, melatonina

I neurotrasmettitori possono essere definiti come dei messaggeri chimici che hanno la funzione di trasmettere informazioni di rilievo a delle cellule nervose e ad altre parti del nostro corpo al fine di coordinare una funzione ben specifica. Per essere un neurotrasmettitore, un agente chimico deve essere presente a livello del terminale nervoso, deve essere rilasciato dal terminale in seguito a un potenziale d'azione e, se fatto interagire sperimentalmente con il recettore, deve produrre sempre lo stesso effetto. Molti agenti chimici si comportano come neurotrasmettitori. Pur essendo tanti, in questo contesto ci possiamo soffermare sui più importanti o comunque su quelli che maggiormente influenzano la nostra vita e più precisamente il glutammato, il GABA, la dopamina, la serotonina e la melatonina. Queste cinque sostanze appartengono ad una grande famiglia di neurotrasmettitori che sono prodotti dal cervello e che secreti nei neuroni, vengono rilasciati nello spazio intersinaptico, cioè quell'area che divide un neurone con un altro; i neurotrasmettitori quindi possono svolgere la loro precisa funzione solo attraverso questo spazio intersinaptico, all'interno del quale sono presenti dei recettori che funzionano come dei sensori, i quali attendono sostanze chimiche appropriate. Per semplificare il concetto, i recettori sono paragonabili a dei buchi della serratura e le sostanze chimiche a delle chiavi: solo una chiave specifica potrà adattarsi ad uno specifico buco della serratura. Queste sostanze chimiche che agiscono come delle chiavi vengono chiamate leganti e ne esistono di tre tipi: neurotrasmettitori, peptidi ed ormoni.
Vediamo ora più da vicino i cinque neurotrasmettitori più importanti. Gli aminoacidi eccitatori rappresentano i più importanti neurotrasmettitori eccitatori del SNC; il glutammato (insieme all'aspartato) è il più diffuso, mentre nell'ambito degli aminoacidi inibitori il GABA (e la glicina) è il principale di questa categoria. Il glutammato a dosi elevate è considerata una eccitotossina e quindi provocare la morte dei neuroni. Introducendo glutammato attraverso l'alimentazione, e parliamo allora dello zucchero sintetico aspartame, del glutammato monosodico, delle proteine vegetali idrolizzate ed altro ancora, i livelli nel sangue (del glutammato) aumentano fino a 20 volte! Succede allora che vengono stimolati tutti i ricettori: ne è una prova il fatto che alcune persone hanno dispepsia o diarrea esplosiva, perché i glutammati stimolano i ricettori dell’esofago e dell’intestino. Vi sono altri soggetti che possono sviluppare colon irritabile, se invece soffrono di reflusso esofageo, questo peggiora. Quando il fenomeno interessa il sistema cardiocircolatorio il problema si complica in quanto potrebbe invece spiegare l’aumento di infarti letali. La cosa comune a tutti questi casi è un basso livello di magnesio. Quando il magnesio è scarso nell'organismo, i ricettori del glutammato diventano ipersensibili e le persone, in particolare gli atleti, possono avere infarti improvvisi. Se mangiano o bevono qualcosa che contiene glutammato (una dissetante diet-coke prima di allenarsi), si produce una iperattività cardiaca e questi potrebbero morire di infarto. L’infarto improvviso è dovuto a due cose: aritmia, molto più diffusa, e gli spasmi delle coronarie. Entrambe le cose potrebbero essere provocate dal glutammato.
Il GABA (l'acido gamma-aminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio nell'encefalo. Il GABA deriva dall'acido glutammico, il quale viene decarbossilato dalla glutammato decarbossilasi. Dopo la comunicazione con i propri recettori, il GABA viene riassorbito attivamente nei terminali assonali e quindi metabolizzato. La glicina, che presenta un'azione simile al GABA, si trova principalmente negli interneuroni del midollo spinale. Egli è responsabile nella regolazione dell'eccitabilità neuronale di tutto il sistema nervoso; negli esseri umani il BAGA è anche direttamente responsabile della regolazione del tono muscolare. Questo neurotrasmettitore è un messaggero presente in più circostanze e l'attivazione o l'antagonismo a livello dei suoi recettori è il meccanismo d'azione di un grande numero di sostanze farmacologiche con potere sedativo, miorilassante ed ipnotico.
La dopamina rappresenta il neurotrasmettitore di alcuni nervi periferici e di molti nervi centrali. La dopamina svolge molte funzioni nel cervello, gioca innanzi tutto un ruolo importante in comportamento , cognizione, movimento volontario, motivazione, punizione e soddisfazione, nell'inibizione della produzione di prolattina (coinvolta nell'allattamento materno e nella gratificazione sessuale), sonno, umore, attenzione, memoria di lavoro e di apprendimento. Agisce sul sistema nervoso simpatico causando l'accelerazione del battito cardiaco e l'innalzamento della pressione sanguigna.
La serotonina è coinvolta in numerose e importanti funzioni biologiche, molte delle quali ancora da chiarire. Come precursore della melatonina, la serotonina regola i ritmi circadiani, sincronizzando il ciclo sonno-veglia con le fluttuazioni endocrine quotidiane. La serotonina interviene nel controllo dell'appetito e del comportamento alimentare, determinando una precoce comparsa del senso di sazietà , una minore assunzione di carboidrati a favore delle proteine e una riduzione, in genere, della quantità di cibo ingerita. Non a caso, molte persone che avvertono un calo dell'umore (ad esempio una depressione pre-mestruale, vedi sindrome pre-mestruale) avvertono un bisogno importante di dolci, ricchi di carboidrati semplici, e cioccolato che contiene e favorisce la produzione di serotonina, perché ricco di zuccheri semplici, oltre che di sostanze psicoattive. Non a caso, dunque, alcuni farmaci anoressizzanti utili nel trattamento dell'obesità, come la fenfluramina, agiscono aumentando il segnale della serotonina. Il sistema serotinonergico è coinvolto anche nel controllo del comportamento sessuale e delle relazioni sociali (bassi livelli di serotonina sembrano collegati ad ipersessualità e comportamenti aggressivi antisociali). Non a caso alcune droghe che aumentano il rilascio di serotonina e/o l'attività dei suoi recettori, come l'ecstasy, inducono euforia, senso di aumentata socialità ed autostima. Oltre che sul comportamento sessuale, la serotonina ha effetti inibitori sulla sensibilità al dolore, sull'appetito e sulla temperatura corporea. Molti antidepressivi (come il prozac) agiscono bloccando il riassorbimento di serotonina, quindi ripristinando e potenziando il suo segnale, che nelle persone depresse è particolarmente scarso; la stessa azione è ricoperta dall'iperico (o Erba di San Giovanni).
La melatonina è un ormone prodotto da una ghiandola posta alla base del cervello, la ghiandola pineale (o epifisi), agisce sull'ipotalamo ed ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia.La melatonina viene sintetizzata o secreta di notte dalla ghiandola pineale; poco dopo la comparsa dell’oscurità le sue concentrazioni nel sangue aumentano rapidamente e raggiungono il massimo tra le 2 e le 4 di notte per poi ridursi gradualmente all’approssimarsi del mattino. L’esposizione alla luce inibisce la produzione della melatonina in misura dose-dipendente. A dosi farmacologiche la melatonina sembra poter risincronizzare l’orologio biologico interno in caso di variazioni indotte da repentini cambi di fuso orario. Dal 1992 furono avviate ricerche per dimostrare anche un altro effetto importante della melatonina, ovvero la forte riduzione dei radicali liberi. Date le proprietà della melatonina di essere sia idrosolubile che liposolubile (proprietà rara in natura), la molecola è in grado di diffondere in ogni parte dell'organismo, superando persino la barriera ematoencefalica del cervello e quella placentare, proteggendo dunque qualsiasi cellula del corpo. Ciò la rende di gran lunga versatile ed è la più potente rispetto agli antiossidanti conosciuti.

venerdì 12 novembre 2010

Lo stress e le esigenze alimentari

Precedentemente sono stati pubblicati alcuni post relativi all'alimentazione correlati alle funzioni cerebrali. Questi articoli sono stati presi direttamente dall'interessantissimo libro scritto dal dr. Dharma Singh Khalsa (medico membro dell'American Academy of Anti-Aging Medicine e della Gerontology Society of America) e da Cameron Stauth (scrittrice e autrice di molti articoli comparsi sul The New York Times Magazine, Prevention, Natural Health) dal titolo Il Cervello Giovane. In questo contesto vogliamo ora approfondire quanto questi autori hanno da dirci in relazione allo stress e quanto questa condizione possa incidere sulle nostre esigenze alimentari.
Si deve innanzi tutto precisare che coloro che sono sottoposti a lunghi periodi di stress immancabilmente avvertono una forte condizione di affaticamento psichico con relativa perdita di memoria. E' proprio a causa dello stress che vengono bruciate molte sostanze nutritive, situazione questa che impone una completa revisione del piano alimentare. Lo stile di vita attuale non permette comunque una corretta rigenerazione degli elementi adatti a supportare le normali attività cerebrali; constatiamo un incremento di cibi con uno scarso apporto di componenti minerali e vitaminiche, indispensabili al fabbisogno delle nostre funzionalità cerebrali.
Di questi componenti è indispensabile citarne uno estremamente importante: il magnesio. Precisiamo che questo non è un oligoelemento, bensì un minerale presente in quantità notevole nel nostro organismo, in modo particolare nelle ossa e nei liquidi intracellulari. questo elemento è da considerarsi indispensabile per tutte le forme di vita, interviene infatti in tutti i processi biologici, incluso il metabolismo del glucosio, la produzione di energia a livello cellulare, la sintesi degli acidi nucleici e delle proteine. Garantisce la stabilità elettrica delle cellule, l'integrità delle membrane cellulari, la contrattilità dei tessuti muscolari e la conduttività delle cellule nervose. Regola il tono dei vasi sanguigni ed agisce in sinergia con il calcio; da ricordare che in alcune reazioni (come la sintesi degli acidi nucleici e delle proteine), calcio e magnesio sono antagonisti perchè il primo inibisce questi processi, mentre il secondo li favorisce. Comunque entrambi sono coinvolti nella produzione dell'adenosintrifosfato (ATP), un composto fondamentale dell'energia biologica. Una abbondante carenza di magnesio ècaratterizzata da sintomi quali perdita dell'appetito, nausea, vomito, diarrea, stati confusionali, tremori, perdita della capacità di coordinare i movimenti e a volte crisi convulsive che possono avere un esito fatale. In relazione allo stress ricordiamo che il corpo lo elimina in modo eccessivo quando il livello di cortisolo sale. Dal momento che il magnesio ha un effetto calmante, la sua carenza aggrava gli effetti di stress, di conseguenza una diminuzione di magnesio non è solo causa dello stress, ma causa di stress: esempio tipico di circolo vizioso. Come si è visto prima, nella cellula il calcio ed il magnesio si controbilanciano, e cioè, con l'aumento dell'uno normalmente si ha la diminuzione dell'altro. Al riguardo alcuni studi sui malati di Alzheimer dicono che il deficit di magnesio, solitamente scarso nei neuroni di questi malati, sia responsabile di una delle più tipiche anomalie di questa demenza: l'accumulo di calcio nelle cellule cerebrali.
Abbiamo anche altre sostanze che vengono letteralmente bruciate quando siamo sotto stress, parliamo di due vitamine molto utili perchè importanti antiossidanti: la vitamina C e la E che hanno la funzione di proteggere la cellula, inclusa ovviamente quella cerebrale, dai radicali liberi. La scoperta della vitamina E risale ai primi decenni del novecento. Per la sua importante funzione nella riproduzione di alcune specie animali fu denominata 'tocoferolo', che in greco significa 'portare in grembo'. Per alcuni anni gli scienziati pensavano non potesse svolgere alcuna funzione, mentre oggi si ha la prova che essa è essenziale per la sopravvivenza di tutti gli organismi aerobi. Il tocoferolo è un importante antiossidante, anzi, fu il primo antiossidante ad essere scoperto nella storia della biologia, ed essendo anche in grado di intervenire nei processi di produzione dell'energia, è di estrema importanza nella salute dell'essere umano. La vitamina E svolge un ruolo fondamentale nel sistema nervoso umano, infatti una carenza di questo elemento provoca varie neuropatie che guariscono o regrediscono con la sua somministrazione.
Lo stress accresce il fabbisogno delle proteine e dei carboidrati. E' proprio lo stress che aumenta il ritmo del metabolismo, quindi il fabbisogno di aminoacidi, cioè i mattoni per la costruzione delle proteine, tra l'altro necessari a moltissime attività del sistema nervoso.
Attraverso la secrezione del cortisolo, lo stress aumenta il fabbisogno dei carboidrati, ciò è provocato dal neuropeptide Y, una sostanza chimica prodotta dal cortisolo stesso e che favorisce appunto l'aumento del desiderio di carboidrati; questa è la causa per cui molti soggetti sottoposti a stress o tensione nervosa tendono ad aumentare il consumo di dolci ed alimenti ricchi di amido.
Quanto abbiamo detto ci fa comprendere quanto sia importante regolare la nostra alimentazione in un periodo della storia umana in cui lo stress coinvolge praticamente un po' tutti. La scelta non solo dei cibi ma di veri e propri stili di vita alimentari permetteranno al nostro organismo di resistere a queste sollecitazioni. Il prezzo da pagare non è basso qualora non dovessimo tenere presente l'effetto dei cibi non sani sul nostro organismo, e non per ultimo il nostro cervello.

giovedì 11 novembre 2010

La dieta della longevità cerebrale

Nell'alimentazione per mantenere un cervello giovane non c'è niente di difficile o di sgradevole. In effetti, non si tratta di una dieta nel senso comune della parola.
La dieta della longevità cerebrale non è una raccolta di menù, ma un insieme di princìpi. Ecco di seguito un elenco completo:
Evitare i grassi in eccesso. Quello che fa bene al cuore, fa bene al cervello: il cervello è carne e sangue, ma il sangue circola male se i grassi si depositano all'interno delle arterie. Inoltre, i grassi possono essere la causa di un vero e proprio processo di putrefazione del cervello.
Mangiare sostanze nutrienti. Il sistema nervoso ha bisogno di una gamma molto ampia di sostanze. Inutile affaticare l'apparato digerente con la digestione, l'assimilazione e l'escrezione di grandi quantità di "pseudo-cibo". Meno cibo, ma migliore.
Evitare l'ipoglicemia. Il glucosio è il carburante del nostro cervello. Se nel sangue il contenuto di questo zucchero scende, pensiero e memoria ne risentono per primi. Se la carenza si aggrava, alcune cellule nervose possono andare perdute in modo definitivo. Prudenza, quindi, con le diete dimagranti troppo rigide: possono causare la perdita di milioni di cellule cerebrali.
Abituarsi ad una dieta relativamente povera di calorie. Non restate affamati, ma tenetevi leggeri. La riduzione delle calorie è una delle poche ricette sicure per la longevità. Comunque, se imparerete ad usare meno grassi ed a scegliere cibi di alto potere nutritivo, tenderete a introdurre naturalmente nell'organismo meno calorie.
Seguire una dieta equilibrata. Non si intende consumare uguali quantità dei 'quattro tipi principali di alimenti'. Questo è appunto il tipo di dieta non equilibrata e troppo ricca di grassi che tanto nuoce alla salute nei paesi industrializzati. L'equilibrio va ricercato tra i cibi a base di farine integrali, verdura, frutta, proteine provenienti non dalla carne ma dai legumi e, fino ad un certo punto, dal pesce, ai quali si potrebbe aggiungere una modesta quantità di formaggi e carni magre (ma solo per coloro che non possono farne a meno).
Ricorrere agli integratori alimentari. Numerosi esperti sostengono che una dieta equilibrata fornisce quantità sufficienti di tutte le sostanze biologicamente indispensabili. La dieta sufficiente a chi è in forma può non fornire tutte le sostanze necessarie ad un lungo periodo di rigenerazione cerebrale.
Consumare cibi veri. Non insaporiti, colorati, gonfiati, imbalsamati, né inquinati dagli antiparassitari o dai diserbanti. Scegliete alimenti che abbiano subìto la minore quantità possibile di trattamenti industriali: il pasto più sano sarà quello che vi preparate da soli, con ingredienti semplici e possibilmente genuini.


Oltre a queste indicazioni di base è utile ricordare che particolarmente utili per soddisfare il fabbisogno proteico cerebrale sono i derivati della soia; infatti sono poveri di grassi e ricchi di aminoacidi, che danno vita ai neurotrasmettitori. La proteina della soia è anche un efficace antidoto contri i radicali liberi, perchè contiene genistein, un potente antiossidante. La soia innalza il livello della frazione 'buona' del colesterolo (HDL), quella legata alle lipoproteine ad alta densità, e riduce i trigliceridi. E' inoltre ricca di due aminoacidi, la glicina e l'arginina, che controllano la secrezione di insulina e contribuiscono a stabilizzare la glicemia.
Un 25% dell'apporto calorico globale dovrebbe provenire da frutta e verdura. I fagioli, in particolare, sono molto nutrienti e ricchi di proteine che si possono cucinare in modi tanto numerosi quanto saporiti. Grazie all'alto potere nutritivo ed alla ricchezza delle proteine, i fagioli sono un ottimo sostituto della carne. Bisognerebbe ricorrere il più possibile a frutta e verdura fresche. Sarebbe importante anche scegliere prodotti 'biologici', coltivati senza l'uso di diserbanti ed insetticidi. Queste sostanze, infatti, possono rivelarsi estremamente dannose per il cervello.
In ultimo si deve ricordare che una dieta prevalentemente vegetariana aumenta la resistenza alle infezioni comuni. Ciò potrebbe dipendere non solo dal fatto che il nostro sistema immunitario disporrà della materia prima biologica che gli è indispensabile, ma anche dall'assimilazione di una serie di princìpi attivi scoperti di recente; particolarmente abbondanti in alcuni vegetali della famiglia delle crocifere (cavolo, broccoli, cavolini di Bruxelles), tali sostanze possiedono potenti proprietà farmacologiche e antivirali.
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Tratto da: Il cervello giovane, Dharma Singh Khalsa e Cameron Stauth

Il Tè Verde e funzioni cognitive

Il tè verde può essere di aiuto per tre ragioni: è un potente antiossidante, è ricco di flavonoidi che riducono il pericolo di ictus, e contiene caffeina, che usata con giudizio produce un utile effetto stimolante sui processi cognitivi. Gli antiossidanti contenuti nel tè verde appartengono alla famiglia dei polifenoli, che comprendono le catechine e le quercetine, capaci di aumentare la capacità antiossidante del sangue anche del 50%. L'aumento si verifica circa mezz'ora dopo l'ingestione della bevanda.
Il tè verde accresce anche l'efficacia degli enzimi epatici disintossicanti. Di conseguenza, contribuisce a far sì che una parte delle sostanze nocive presenti nell'organismo siano inattivate prima che possano danneggiare le cellule, neuroni compresi.
Vale la pena precisare che sebbene di recente i media abbiano attirato l'attenzione sugli effetti salutari del tè verde, il tè nero può risultare quasi altrettanto benefico. Questo tipo di tè, che è quello di uso comune nella maggior parte dei paesi occidentali, non contiene catechine, ma è ricco di altri antiossidanti assenti nel tè verde. Il tè, sia verde che nero, è ricco di flavonoidi, sostanze affini alle vitamine naturalmente presenti nelle foglie di questa specie vegetale, oltre che nella frutta e nella verdura in generale. I flavonoidi tendono ad ostacolare l'aderenza reciproca delle cellule del sangue, un fenomeno che facilita l'ostruzione dei vasi sanguigni. Di conseguenza, essi diminuiscono il rischio di ictus e di demenza multi-infartuale. Uno studio recente, svolto in un arco di quindici anni, ha riscontrato in coloro che avevano assunto una rilevante quantità di flavonoidi un rischio di ictus interiore del 73% a quello del gruppo di controllo. I soggetti di questo studio assumevano circa il 60% dei flavonoidi tramite il tè.
Persino la caffeina presente nel tè può giovare ai processi cognitivi, se assunta in quantità moderate. Anche altre bevande contenenti questa sostanza, come il caffè e la Coca-Cola (con tutte le riserve sulla qualità di questa bevanda - ndr), possono giovare alla memoria ed all'intelligenza.
In effetti nei paesi occidentali la caffeina è il più diffuso prodotto per la stimolazione delle funzioni intellettive. Numerosi test hanno confermato che, in quantità ragionevoli, essa favorisce la concentrazione e la vigilanza. Trattandosi di uno stimolante, la caffeina promuove la liberazione di adrenalina e può temporaneamente migliorare la memoria e l'umore. Il caffè contiene inoltre alcune sostanze affini agli oppiacei: di conseguenza stimola e contemporaneamente rilassa.
D'altra parte un eccessivo consumo di caffeina è fin troppo frequente. Ciò dipende dal fatto che spesso le persone non hanno abbastanza energie fisiche su cui contare. Invece di alimentarsi, fare esercizio e riposare in modo sufficiente per recuperare le forze, molti prendono la scorciatoia della caffeina. Il prezzo a breve termine di questa dipendenza si chiama ansia, irritabilità, insonnia, ma è possibile che si manifestino anche sonnolenza ed affaticamento mentale quali effetti "di rimbalzo". Il prezzo a lungo termine è il logoramento delle ghiandole surrenali ed un corpo esaurito dall'eccesso cronico di stimolazione. Inoltre, è ormai chiaro che l'abuso di caffeina può aumentare il colesterolo comunemente detto 'cattivo' presente nel sangue sotto forma di LDL. La caffeina è anche stata collegata, nelle donne, alla comparsa di cisti al seno.
Le ricerche indicano che possono essere consumati fino a 200 milligrammi al giorno di caffeina senza danni apprezzabili per la salute, ma per prudenza è consigliabile non superare i 100 milligrammi.
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Tratto da:Il cervello giovane, Dharma Singh Khalsa e Cameron Stauth

mercoledì 10 novembre 2010

Raddoppiano in Europa decessi per cocaina

Fonte: Ansa.it
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di Angela Abbrescia
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Consumi di cocaina ancora in aumento con un raddoppio da un anno all'altro dei decessi, cannabis sempre superstar delle preferenze soprattutto fra i giovani, eroina che inverte la fase calante e torna a crescere nei consumi, un milione di persone in cura: e' l'Europa della droga, cosi' come l'ha "fotografata" l'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze nella sua Relazione 2010, che fa riferimento all'anno 2008. L'Italia, in questa "foto di gruppo" che include i 27 Paesi dell'Unione piu' Croazia, Turchia e Norvegia, si classifica tra i primi nel consumo di cocaina e al top tra i Paesi europei occidentali per quello di cannabis. Ma il governo italiano avverte: i dati europei sono vecchi, nel frattempo la situazione da noi e' cambiata e i consumi, in un anno, sono drasticamente scesi, come dimostra la Relazione 2010 al Parlamento (che fa riferimento al 2009). "L'impegno comune di tutti e le campagne di informazione - commenta il sottosegretario Carlo Giovanardi - stanno cominciando ad avere effetti positivi". Affermazioni che non vedono d'accordo i Radicali, che definiscono "scientificamente fasulle" le cifre del rapporto italiano di quest'anno.

COCAINA - Quasi 14 milioni di europei l'hanno provata, 4 milioni l'hanno consumata nell'ultimo anno. E l'Italia resta ai vertici delle classifiche, dopo Spagna e Regno Unito. Trafficanti e spacciatori affinano le tecniche, introducendo cocaina base o idrocloride nei materiali da trasporto come cera d'api, tessuti o fertilizzanti, per poi estrarla nei laboratori clandestini allestiti nell'Ue: nel 2008 ne sono stati scoperti 25 solo in Spagna. Ma non è solo questo a preoccupare l'agenzia europea: nel 2008 i decessi collegati al consumo di "polvere bianca" sono raddoppiati, passando da 500 a mille. E si tratta di un dato sottostimato, avvertono, perche' non e' facile collegare le morti all'uso di cocaina. Nello stesso anno 70.000 europei hanno cominciato a curarsi dalla dipendenza da questa sostanza, il 17% di tutti i nuovi pazienti che si sottopongono a trattamento delle dipendenze. In Europa in un anno sono aumentate di 1 milione sia le persone che hanno provato la cocaina che quelle che l'hanno consumata negli ultimi 12 mesi.

CANNABIS - 4 milioni di persone la usano tutti i giorni, e la stragrande maggioranza, 3 milioni, sono giovani. E se in tanti Paesi Ue il consumo di hashish e marijuana si mantiene stabile o in leggero calo, proprio tra gli europei under 34 gli italiani spiccano per attaccamento allo spinello, in buona compagnia di cechi, estoni e slovacchi. L'altra novita' e' che sempre piu' la coltivazione di "erba" e' a chilometro zero: la criminalita' organizzata ha cominciato a coltivare marijuana vicino ai luoghi di spaccio. Circa 75,5 milioni di europei hanno provato questa sostanza almeno una volta, 23 milioni l'hanno consumata nell'ultimo anno.

EROINA - Resta il problema principale di droga in Europa. In Europa ogni anno oltre un milione di persone si sottopone a qualche forma di cura per problemi di droga e la gran parte di questi sono dipendenti da eroina. I consumatori europei sono circa 1,3 milioni e il "reclutamento" di nuovi consumatori non accenna a diminuire, come dimostra la crescita di eroinomani in trattamento negli ultimi anni.

ECSTASY, AMFETAMINE E NUOVE DROGHE - Nell'ultimo anno 2,5 milioni di giovani europei hanno consumato pasticche e 1,5 milioni hanno preso amfetamine. Cresce il numero di nuove sostanze che compaiono sul mercato: nel 2009 ne sono state segnalate ben 24, tutti derivati sintetici.

Il meccanismo della risata

La risata è stat defdinita come un comportamento istintivo, programmato dai nostri geni, con cui emettiamo suoni, facciamo movimenti ed esprimiamo sentimenti.
Attraverso i due principali sensi, vista ed udito, il cervello rileva uno stimolo risorio, cioè una situazione che spinge al riso, che colpisce una zona del cervello e scatena un meccanismo riflesso; così dal talamo e dall'ipotalamo parte l'impulso del riso che arriva ai nervi facciali, i quali a loro volta stimolano i muscoli risorio e zigomatico. Più l'impulso è forte a più arriva lontano fino al diaframma ed ai muscoli dell'addome.
In quanto fenomeno muscolare, consiste in contrazioni dei muscoli facciali maggiori e minori e di improvvisi rilasciamenti del diaframma, accompagnati da contrazioni della laringe e dell'epiglottide. Si tratta di un processo controllato dalla parte primitiva dell'encefalo che governa le attività riflesse ed il comportamento emotivo.
Ridere comporta dunque un complesso comportamento vocale e motorio, ma pochi studiosi hanno esaminato veramente le risate, come variano, quando, come e perchè si verificano.
Molti anni fa il dr. Provine, neurofisiologo, ha iniziato le sue ricerche in laboratorio facendo vedere ad un soggetto vignette comiche per poterne registrare le risate, ma ha scoperto che pochi ridono da soli di fronte alle vignette e che le sospirate risate da registrare erano difficili da produrre. Allora fece vedere le stesse vignette a gruppi di tre o quattro persone. E ottenne qualche risata in più, ma non quelle belle risate piene e sonore che voleva analizzare. Ipotizzò allora che ridere sia un comportamento sociale che quasi sparisce in persone isolate, specie se sanno di essere osservate.
Il dr. Provine ha osservato gente che rideva con la seguente procedura: registrando chi parlava, chi ascoltava, il sesso del parlante e dell'ascoltatore e le risate di tutti e due. Ha così notato che il riso avviene in episodi. Ogni episodio di riso include un commento che precede il riso e la risata che occorre dopo un secondo. Il dr. Provine ha così registrato 1200 episodi di risate. Essendo un neurofisiologo, ha tra l'altro esplorato i processi neurologici del riso e del linguaggio che convergono nel meccanismo della vocalizzazione ed ha chiarito perchè non si riesce a parlare ed a ridere al tempo stesso.
Noi esseri umani mangiamo, beviamo, respiriamo, vomitiamo, parliamo e deglutiamo usando sempre la cavità orale con funzioni diverse. Le osservazioni del dr. Provine mostrano che la risata interrompe a mezza frase il parlante solo in meno dell'1% delle 1200 registrazioni, cioè molto raramente. Dunque il linguaggio ha priorità ed inibisce i meccanismi che scatenano il riso. Esiste una segregazione temporale tra il linguaggio e la risata che corrisponde all'attivazione alterna fra le regioni del cervello interessate al linguaggio ed alle funzioni cognitive e le regioni interessate alla risata. Come il linguaggio inibisce la risata quando parliamo, così accade quando ascoltiamo: aspettiamo la fine del parlato e poi ridiamo. Questa alternanza spiega l'importanza del ritmo nel raccontare storielle buffe; infatti i comici studiano con particolare cura le pause per consentire a chi ascolta di mettere in moto le altre parti del cervello che scatenano la risata. Registrando coloro che raccontano barzellette o storie buffe, il dr. Provine ha notato che di solito segnalano la pausa critica con gesti, espressioni facciali o intonazione di voce alterata.
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Tratto da: Ridere è una cosa seria, Donata Francescato

Ridere per sentirsi incluso nel gruppo

Se vediamo qualcuno sorridere, di solito pensiamo che sia contento. Invece non è sempre così. Il sorriso è l'indicatore più potente di amichevolezza o di desiderio di connessione positiva con qualcuno, ma non è attendibile come indicatore dello stato emotivo.
Gruner sostiene che sia i bambini che gli adulti sorridono quando vincono o provano piacere, ma anche questo non è sempre vero. In un'indagine in cui il dr. Robert Provine (professore di psicologia e neuroscienze all'Università del Maryland, Baltimore County, ndr) ha osservato gente che giocava a bowling è stato riscontrato che chi fa strike non sorride quando vede cadere i birilli, ma quando si gira a vedere un amico che lo guarda in panchina.
Inoltre dalla ricerca del dr. Provine, come dalla nostra, emerge che una minoranza delle risate avviene dopo l'esposizione a stimoli incongrui o come conseguenza di barzellette o giochi linguistici. La maggior parte delle risate viene emessa quando stiamo con gli altri, ma anche quando vorremmo essere inclusi, sentirci parte di un 'noi'.
Ridere è un'attività sociale che coinvolge i membri di un gruppo, in particolare quando sono in contatto visivo. Ridere, come chiacchierare, ha la funzione di facilitare o mantenere i legami sociali. Provine postula che ridere insieme ad un altro sia l'equivalente umano della cura del corpo reciproca tra animali. Malinowski aveva già descritto questa funzione empatica delle parole, in cui anche solo scambiarsi un saluto conferma legami sociali. Infatti, quando due persone litigano e si tengono il broncio, si dice comunemente: "Quei due non si parlano, non si salutano neanche". Togliere il saluto, salutare per primi o per ultimi fa parte di una complessa etichetta sociale con cui ci manteniamo in rapporto con i nostri conoscenti, con i membri della nostra comunità. Togliere il saluto è un modo efficace per sancire l'esclusione sociale.
Possiamo ipotizzare che ridere è una modalità con cui si crea e si conferma il senso di appartenenza ad una comunità. La risata svolgeremme un ruolo non linguistico nel creare legami sociali, nel solidificare le amicizie e nell'includere nuove persone nel gruppo. Si possono definire 'amici' e 'membri del gruppo'quelli con cui si ride. A volte le risate in gruppo avvengono a spese di un altro gruppo ed in questi casi riaffiorerebbe la valenza ostile del riso. Ma nelle nostre indagini su quando, dove e perchè la gente ride è emerso che le risate di tipo ostile sono relativamente poche.
Sonia Fioravanti e Leonardo Spina sottolineano con forza la valenza sociale del riso e descrivono come il gruppo sociale dei co-ridenti può essere strutturato o crearsi al momento e durare per una risata. In certe situazioni, ad esempio in una festa in cui un gruppo di persone molto diverse stentano a legare tra loro, basta raccontare una barzelletta o fare una battuta perchè si formi dopo la risata generale un senso di coesione e partecipazione.
Il riso agirebbe come lubrificante sociale perchè il messaggio che passa tra i co-ridenti è di non aggressione, complicità ed abolizione o forte attenuazione della gerarchia. La funzione del riso sarebbe di creare un clima di benevolenza e piacevolezza; avrebbe dunque alcune prerogative del sorriso.
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Tratto da: Ridere è una cosa seria, Donata Francescato

martedì 9 novembre 2010

La risata dopo la vittoria

Hobbes 1588-1679 (è stato un filosofo britannico, autore del famoso volume di filosofia politica intitolato Leviatano (1651) ndr) quasi duemila anni dopo concorda con Platone nel ritenere che il riso giunge quando ci percepiamo superiori a qualcun altro, quando nella lotta della vita abbiamo la meglio. Per Hobbes insomma sono i vincenti che hanno la risata facile. Noi ridiamo, sostiene, quando diventiamo improvvisamente consapevoli della nostra eminenza rispetto all'altrui pochezza o della nostra buona salute rispetto ad una nostra passata infermità. La risata sarebbe un'espressione vocale di trionfo, l'equivalente sonoro della danza primordiale di vittoria dei guerrieri che pestano i piedi a ritmi vertiginosi sui petti degli avversari caduti sul campo di battaglia. Secondo i seguaci di Hobbes, incluso Koestler, l'umorismo è sempre usato per scopi aggressivi, per escludere, umiliare, prendere in giro, ridicolizzare gli altri. E avrebbe il risultato di aumentare la presunzione di alcuni a spese dei meno fortunati.
Charles Gruner, un esperto di linguaggio e comunicazione, è un convinto sostenitore di Hobbes e di Koestler ed ha passato una vita cercando di documentare come tutte le forme di umorismo siano centrate sulla competitività e l'aggressività. Ha persino promesso un premio di 1000 dollari a chiunque gli invii una storiella, una barzelletta, una scena comica in cui non ci siano contenuti aggressivi. Finora nessuno ha vinto la sua scommessa. Per Gruner l'umorismo è una gara, uno sport, una guerra in cui noi competiamo con altri, dove ci sono vincitori e vinti. Egli sostiene che noi ridiamo quando vinciamo, quando ci sentiamo superiori ad altri.
Per decenni ha esaminato vari tipi di materiali comici (racconti, commedie, barzellette, vignette, aneddoti) ed è giunto alla conclusione che tutto il materiale umoristico può essere concepito come una successione di gare, in cui si compete, si contano i punti ed alla fine uno vince e l'altro perde. Nelle storielle o nelle barzellette qualcuno è sempre messo alla berlina, degradato, svilito, preso in giro, umiliato da qualcuno che si sente superiore, più intelligente, più furbo. Può essere chi racconta oppure un personaggio della storia, ma c'è sempre un vincitore. Persino negli indovinelli la logica della gara è di mettere in imbarazzo l'altro che non conosce la risposta. Tutto l'humor è basato su forme diverse di aggressività. Gruner sostiene che i comici di professione lo sanno benissimo. Infatti quando a Jay Leno, famoso comico statunitense, venne chiesto in uno show televisivo perchè lui che si faceva beffe di tutti non aveva mai raccontato una barzelletta su sua moglie, rispose: "Per essere divertenti le barzellette devono svilire qualcuno ed io ho troppo rispetto di mia moglie per farlo".
Per Gruner la risata sarà tanto più piena, sonora e trionfante quanto più la vittoria arriderà improvvisa, dopo una gara dall'esito incerto, dopo un grande sforzo. Il concetto di vittoria non si limita all'esperienza da battere qualcuno o riuscire primo in una gara, ma si estende a quella di ottenere quel che si vuole.
Per ogni situazione umoristica c'è un vincitore ed un perdente, un preciso oggetto vinto o perduto, nonchè un contesto di gioco collocato fuori dalla serietà abituale della vita, fuori dalla realtà quotidiana.
Gruner sostiene che proprio le caratteristiche 'non reali' del gioco, il suo essere un altro mondo, permettono di scaricare l'aggressività nascondendola sotto il velo della finzione. A volte in una storiella l'aggressività è talmente ben nascosta che colui che ride non si rende conto che la storia ridicolizza qualcuno.
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Tratto da: Ridere è una cosa seria, Donata Francescato

Ridere per ridurre gli effetti negativi dello stress

Diverse indagini sono state effettuate negli ultimi anni per appurare se l’humor influenzi gli stati umorali.
Già Epitteto (Ierapoli, 50 – Nicopoli d’Epiro, 120, è stato un filosofo greco antico, esponente dello stoicismo vissuto sotto l’Impero Romano - ndr) aveva notato che gli uomini non sono disturbati dagli eventi, ma dal modo in cui li guardano. Il riso negli esseri umani rappresenta una capacità evolutiva sostitutiva della risposta primaria adrenalinica agli stressors che gli uomini devono affrontare rispetto agli animali di altre specie. La capacità di godere dell’umorismo sarebbe un meccanismo che potenzia l’abilità di analizzare campi complessi di informazione e la capacità di trovare significati multipli negli stimoli, in quanto permette di affrontare la fonte dello stress conferendole significati alternativi. Esiste un buon numero di casi esemplari che indicano che l’humor possa essere utilizzato con efficacia anche in situazioni estreme. Ad esempio William Cowan ha studiato l’utilizzo dell’humor da parte dei neri delle piantagioni del Sud negli Stati Uniti prima della guerra civile. Alcuni di loro usavano l’humor per compiacere i padroni bianchi che li volevano sempre allegri e contenti. Tuttavia l’humor veniva usato anche dai neri in occasioni rituali, per prendere in giro i padroni, per affrontare lo stress del lavoro schiavistico ma anche per ritagliarsi degli angoli di potere (Cowan, 2001).
Linda Hendeman ha intervistato 50 soldati che sono stati prigionieri in Vietnam, cercando di appurare se l’humor avesse avuto un ruolo nel mantenere un buon stato di salute mentale. La marina americana ha seguito per circa vent’anni 566 soldati rimpatriati dopo un lungo periodo di detenzione nelle carceri vietnamite, alcuni dei quali sono rimasti reclusi addirittura sette anni, ed ha trovato che pochi di loro avevano avuto disturbi mentali rispetto ai prigionieri di altre guerre, che avevano mostrato un tasso di malattia mentale molto elevato che oscillava dal 50 al 90% di tutti i rimpatriati. Gli intervistati hanno dichiarato che l’umorismo è stato determinante nell’affrontare la prigionia e che, nei periodi di isolamento, era stato uno strumento per comunicare con se stessi.
Un ex prigioniero ha ricordato di aver scoperto il vero valore dell’humor circa dieci mesi dopo la cattura. Era stato messo in cella d’isolamento da alcuni mesi e stava guardando le guardie attraverso un buco nel muro. La guardia ha chiesto qualcosa al collega che ha preso il suo fucile e lo ha dato al compagno, si è tolto la cintura con i proiettili e si è levato il cappotto, poi ha cercato di prendere qualcosa dalle tasche. Dopo alcuni sforzi, la guardia ha estratto una sveglia dalla tasca, ha guardato l’ora e l’ha comunicata al suo commilitone. Il prigioniero guardando questa scena ha pensato: Ma guarda che roba, per dirgli l’ora ha dovuto svestirsi. “Ero stato picchiato ogni giorno per un mese intero, ma questa scena mi ha fatto crepare dal ridere. Quando ho finito di ridere mi sono detto: Pensavo di dover morire oggi, invece mi sono fatto una bella risata. E così mi sono accorto di quanto fosse importante l’humor in quella situazione” (Henderman, 2001).
Non solo questo soldato ma anche molti suoi compagni hanno confermato che l’humor li ha aiutati soprattutto quando costituiva una forma di comunicazione con gli altri prigionieri. Un ex marine ha raccontato che era disposto anche a rischiare le torture pur di raccontare, attraverso il muro della cella, una barzelletta al compagno vicino che aveva bisogno di sollevarsi il morale.
Anche altri autori hanno riferito che i prigionieri nei campi nazisti hanno usato l’humor per resistere all’oppressione della prigionia. Victor Frankl racconta che, quando era racchiuso nel lager, lui ed un amico si erano promessi di raccontare almeno una storiella buffa al giorno su qualcosa che poteva capitare dopo la loro liberazione. Sembra che l’humor in condizioni estreme permetta di esercitare una forma di controllo minimale sulla propria esistenza, in una situazione di quasi totale impotenza. Particolarmente importante per sopravvivere è stato l’essere capaci di inventarsi storielle buffe e di produrre attivamente umorismo. Ad esempio uno di questi veterani, per divertire i suoi compagni durante le ore d’aria, faceva finta di guidare una motocicletta nel cortile della prigione, emettendo suoni simili al motore e simulando cadute e scontri motociclistici.
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Tratto da: Ridere è una cosa seria, Donata Francescato

lunedì 8 novembre 2010

Il 30% dei bambini ha problemi di sonno

Fonte: Ansa.it
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Il sonno dei bambini e' sempre piu' difficoltoso, breve e difficile. Dovrebbero dormire almeno 8 ore per notte ma spesso ne dormono meno, 6-7 ore, perche' vanno a letto sempre piu' tardi. Situazione che si complica con l'adolescenza, quando con discoteche e uso dei computer fino a tardi si finisce per andare a letto molto tardi, alterando i cicli di sonno-veglia, con ripercussioni comportamentali che possono tramutarsi in disturbi psichiatrici.
A lanciare l'allarme e' Maria Pia Villa, direttore del centro del sonno dell'ospedale Sant'Andrea di Roma e coordinatrice del gruppo di studio di medicina del sonno della Societa' italiana di pediatria. ''Quando si dorme male, si va a letto tardi e si sta troppo tempo davanti al pc, si crea una situazione di ipereccitabilita' - spiega la pediatra - ed eccessivo lavoro mentale che non fa bene. Con l'andare in discoteca, da cui si torna alle 3-4 di notte, i cicli di sonno veglia si alterano, con gravi problemi che possono diventare psichiatrici''.
Ma le difficolta' nel sonno iniziano gia' prima dell'adolescenza. Nelle famiglie infatti, lamenta Villa, l'orario del sonno viene sempre piu' spesso ritardato e ''non si preparano i bambini al sonno - continua - Al contrario, magari gli si fanno vedere film paurosi, o li si fa assistere a discussioni. C'e' molta disattenzione su questo''.
Senza considerare poi i problemi che possono rendere difficoltoso il sonno dei piu' piccoli, come l'insonnia, le parasonnie e i disturbi respiratori. Nei primi 2 anni di vita infatti l'insonnia colpisce il 20-30% dei bambini, il 10-15% fino a 3 anni, mentre i problemi di russamento e apnee notturne interessano dal 3 al 27% dei piccoli in eta' prescolare. Ci sono poi le parasonnie, come ad esempio il sonnambulismo, il parlare di notte, svegliarsi con tremore, legati a situazioni di eccitabilita' dei neuroni, che colpiscono con frequenza circa il 2-3% dei bambini, anche se il 20-30% almeno una volta nella vita ha avuto uno di questi episodi.
''L'insonnia e' il problema che emerge maggiormente - spiega - perche' disarticola la vita delle famiglie''. Ma il vero problema, sottovalutato, sono i disturbi respiratori del sonno, che se non curati, possono provocare ''disturbi di attenzione, irritabilita' fino a problemi cardiocircolatori e neurologici in eta' adulta''. I problemi respiratori sono causati generalmente da adenoidi e tonsille ingrossate, o anche da una particolare conformazione della testa, con palato ogivale molto alto, naso piccolo e mandibola stretta, che portano ad un'ostruzione respiratoria nel sonno.
''Quando il bambino russa - continua Villa - dopo fa delle pause respiratorie, che provocano una scarsa ossigenazione, con danni neurologici e cardiovascolari a lungo andare''. Perche' i bambini abbiano un buon sonno, e' bene che i genitori li facciano mangiare ad un orario prefissato, non gli diano troppi liquidi e gli facciano il bagno prima di cena, evitando alimenti piccanti e bevande eccitanti. ''Ci sono poi quelli che chiamiamo gufi e allodole - conclude Villa - cioe' chi si addormenta o si alza tardi e chi si sveglia presto. E' bene rispettare questi loro ritmi nel limite del possibile. Chi per indole si alzerebbe tardi ma deve farlo presto, puo' ad esempio recuperare con il sonnellino pomeridiano''.

sabato 6 novembre 2010

Ridere per influenzare il sistema immunitario

Se ridere influenza positivamente il sistema immunitario è ancora oggetto di dispute tra vari studiosi.
Lennart Levi è stato tra i pionieri di questo tipo d'indagine. Nel 1965 esaminò i livelli di adrenalina e noradrenalina di 20 impiegate prima, durante e dopo la proiezione di diversi film: commedie, drammi di guerra, documentari naturalistici. Levi scoprì che sia le commedie che i film drammatici producevano un aumento di adrenalina e noradrenalina. Negli anni ottanta diversi ricercatori hanno appurato che alle situazioni di stress corrispondono bassi livelli di immunoglobulina IgA e maggiore tendenza ad ammalarsi. Altri ricercatori (Stone e Neal, 1994) hanno riscontrato forti correlazioni tra lo stress sul lavoro o in altre circostanze negative della vita quotidiana e bassi livelli di IgA.
Pertanto alcuni esperti di umorismo hanno tentato di vedere se c'è un rapporto diretto fra predisposizione all'umorismo ed elevati livelli di IgA. Nel 1985 fu trovata una correlazione positiva tra misure dell'humor ed alta concentrazione di immunoglobulina e riscontrato poi che vedere un film comico aumentava il livello di immunoglobulina. In altri esperimenti si è appurato che persone che avevano bassi punteggi di apprezzamento dell'humor avevano, con lo stesso livello di eventi stressanti, un più basso tasso di immunoglobulina. Altre indagini condotte negli anni novanta sull'effetto di video comici sulle cellule T e le cellule killer hanno dato invece risultati contrastanti. Alcuni autori sostengono che ridere aumenta il numero di cellule T, così chiamate perchè prodotte nel timo, ghiandola posta al di sotto dell'attaccatura anteriore del collo. Queste cellule sono importanti perchè sono in grado di distinguere le strutture proprie dell'organismo da quelle estranee da distruggere. Osservando 10 pazienti che erano stati sottoposti alla visione di un film divertente per un'ora, si riscontrò un aumento dell'interferone-gamma, non solamente dopo la visione, ma anche il giorno dopo. Altre indagini al contrario hanno riscontrato una diminuzione delle cellule T e killer dopo la visione di un film comico (Lefcourt, Davidsohn-Katz e Kueneman, 1990; Kamei, Kumano e Masumura, 1997). Gli studi sugli effetti positivi dell'humor sul sistema immunitario, che sono stati largamente pubblicizzati dai mass media erano inoltre basati su un basso numero di soggetti, hanno usato metodologie diverse e non hanno usato gruppi di controllo adeguati.
Per quanto riguarda gli effetti della risata sul sistema immunitario non si possono pertanto trarre conclusioni certe. Occorre ancora effettuare indagini che permettano di operare una differenziazione tra effetti della propensione al comico nelle sue differenti forme (comicità attiva o passiva) ed effetti delle risate sui livelli ormonali
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Tratto da: Ridere è una cosa seria, Donata Francescato

Il riso fa buon sangue

Shakespeare nella Bisbetica domata (Pr.,2) sostiene che il riso dona salute: “E predisponi il tuo spirito all’ilarità ed all’allegria che sbarrano la via a mille danni e allungano la vita”. Sul riso scommetteva anche un medico tedesco dell’800 che lo riteneva particolarmente importante per la digestione. Gottlieb Hufland era convinto che i nobili che mangiavano alla presenza di buffoni e giullari sapessero il fatto loro. Infatti i compagni allegri e gioiosi a tavola, secondo lui, avrebbero fatto buon sangue, leggero e sano. Quelle che per secoli erano credenze popolari, negli ultimi due decenni sono state sbandierate come verità scientifiche.
Sorrisi e salute. La via dell’eterna giovinezza recita il titolo di un recente libro di due medici romani, esperti di alimentazione ed ortopedia. Nella prefazione del libro si afferma perentoriamente: “Gli studi scientifici del 900 hanno ormai raggiunto importanti risultati nel rapporto intercorrente tra riso e salute, specialmente nel settore della psiconeuroimmunologia. Constatato che lo stress (provocato da stati emotivi quali impazienza, collera, ansia) genera mutazioni fisiologiche dannose, è stato dimostrato che la risata è in grado di funzionare come antidoto allo stress, che presenta una connessione tra affaticamento, aumento della pressione sanguigna, tensione muscolare e così via. Ridendo aumentano infatti i livelli di cortisolo, si favorisce l’aumento e l’attivazione delle cellule killer e delle cellule T che stimolano le endorfine antidolorifiche. Il buonumore è un farmaco davvero miracoloso, sia a livello spirituale che fisico”.
Nel libro Terapia del ridere vi si dice: “Una grassa risata, suffragata da pensieri positivi, migliora l’equilibrio fra simpatico e parasimpatico, provoca la distensione della muscolatura volontaria ed involontaria, ferma lo stato d’ansia, rallenta il battito cardiaco e riossigena completamente l’organismo, sveglia la mente e le emozioni, fino a che la persona è in grado di ritrovare la voglia di vivere”. Ridere ed essere ottimisti porta a “rendere di più nel lavoro, nello sport, nello studio. Ci si ammala di meno (effetto preminente sul sistema immunitario), si invecchia meglio e si ha un’aspettativa di vita senz’altro più lunga” (Fioravanti e Spina, 1999, p.30).
E ancora un medico francese, Pierre Vachet, sostiene che il riso crea un calore interno generalizzato che ossigenando tute le cellule del corpo può perfino accelerare la rigenerazione dei tessuti e stabilizzare molte funzioni corporee, oltre a regolare il battito cardiaco ed ottenere un abbassamento del tasso di colesterolo.

Tratto da: Ridere è una cosa seria, Donata Francescato

mercoledì 3 novembre 2010

Influenza stagionale 2010

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La discussione sulla vaccinazione contro l'influenzale stagionale (che conterrà, oltre all' H3N2 A/Perth e B/Brisbane, il famoso A/H1N1) riprende dall'insuccesso della campagna vaccinale dello scorso anno contro l'influenza pandemica, rifiutata da pazienti e medici. e dai dubbi e le polemiche sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione. In queste settimane abbiamo appreso che la Finlandia ha bloccato la somministrazione del vaccino H1N1 nel timore di una relazione tra il vaccino e l'aumento dei casi di narcolessia (il 300% negli ultimi sei mesi tra bambini e giovani).

Anche in Svezia l'Agenzia Nazionale per i farmaci, dopo aver ricevuto numerose segnalazioni di casi di narcolessia che si sospettano legati alle vaccinazioni, ha informato l'Agenzia Europea per la Medicina (EMA). Un Comitato di vigilanza indagherà sul possibile rapporto causale, dopo analoghe segnalazioni provenienti da altri paesi europei, quali Norvegia, Francia e Germania. La pandemia ha di sicuro mietuto una vittima: la credibilità della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha subito un serio contraccolpo, dopo la pubblicazione del Rapporto approvato dalla Commissione Salute dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa. Le accuse sono l' aver scatenato un allarme eccessivo sotto le pressioni delle case farmaceutiche, inducendo i governi a far fronte a una pandemia niente affatto pericolosa con l'acquisto di dosi massicce di vaccini e di antivirali, e l'esistenza di conflitti di interesse dei membri della commissione di esperti sulla pandemia.

Eppure, in questi giorni, come i negozi fanno scorte di merci da vendere nel periodo di Natale, allo stesso modo, le farmacie, i distretti socio-sanitari iniziano ad immagazzinare i vaccini contro l'influenza stagionale. Insieme a questi, inevitabilmente, arriva la propaganda. E' tutto così prevedibile: prima c'è l'annuncio che "tutti dovrebbero vaccinarsi". Lo "scoop" successivo è la notizia di quanto "sia cattivo" il virus influenzale dell'anno. Si fornisce qualche numero sugli ammalati (quante persone a letto con l'influenza?) e qualche previsione catastrofica sulle vittime. Immancabilmente seguirà qualche comunicazione ufficiale da parte delle autorità sanitarie o delle varie associazioni di medici e specialisti per invitare tutti a vaccinarsi. La pubblicità commerciale, diretta o occulta si attenuerà solo quando le scorte dei vaccini inizieranno a diminuire. Ma finché i vaccini restano in magazzino, la propaganda rimarrà aggressiva, ed il marketing sempre più diffuso.

Ma fino a che punto il vaccino contro l'influenza, per il quale ad ogni autunno assistiamo a questa mobilitazione, mette al riparo dalla minaccia ricorrente di finire a letto con la febbre? La prima cosa da ricordare è che l'influenza è impossibile da distinguere da altre forme virali in base ai soli sintomi clinici. Si usa il termine di Influenza-Like Illness per definire le malattie simil-influenzali, di cui la vera influenza, quella verso la quale esiste il vaccino, rappresenta circa il 10% del totale, secondo alcuni studi addirittura solo il 6%. Questa confusione è un motivo di distorsione nella valutazione dell'impatto sociale, della morbilità e della letalità della influenza, che può essere diagnosticata con certezza solo attraverso esami di laboratorio. E' su questo equivoco che si genera molto della propaganda: si trascura di ricordare che il vaccino può immunizzare unicamente dai virus contro cui è mirato, e che si presuppone circoleranno, ma non ha azione alcuna nei confronti della miriade di agenti infettivi (circa 500 tra tipi e sottotipi) responsabili delle sindromi influenzali che rappresentano la fetta più grande delle patologie dell'autunno e dell'inverno. Incoraggiando una falsa speranza (se ti vaccini, quest'inverno non ti ammalerai) l'industria riesce a gonfiare i consumi del farmaco.
Senza preoccuparsi di indagare sulle peculiarità di queste malattie: perché si diffondono in inverno? Forse perché questi virus sono più attivi con le temperature rigide e muoiono con l'esposizione al sole? O perché in inverno le possibilità di contagio sono maggiori, dal momento che si vive di più in ambienti chiusi? O perché in queste stagioni c'è una minore esposizione alla luce solare ed una ridotta sintesi di vitamina D?

Altro aspetto critico è la scelta dei tipi di virus contenuti nel vaccino. Il virus influenzale presenta grande variabilità antigenica ed è soggetto a continue mutazioni. Ogni anno appare una versione differente da quella precedente. Per questo ogni anno l'Organizzazione Mondiale della Sanità ed i Centers for Disease control and prevention americani effettuano delle previsioni sui tipi influenzali che circoleranno e decidono quali ceppi inserire nella vaccinazione contro l'influenza stagionale. Solo se c'è corrispondenza esatta tra virus circolante e virus contenuto nel vaccino ci può essere azione, altrimenti l'effetto sarà nullo. Quando si scelgono determinati ceppi si formula una previsione, una scommessa, che non sempre risulta vincente: basta una mutazione imprevista ed il vaccino è fuori gioco. Al di là della propaganda dei produttori, gli studi finora condotti sono stati raccolti in 7 revisioni sistematiche che sintetizzano le prove disponibili per quantità e qualità metodologica.

Le prove scientifiche dimostrano che: - i vaccini nei bambini al di sotto dei 2 anni sono efficaci come il placebo, cioè niente; - non vi sono prove che i vaccini riducano la mortalità né tra i bambini e che tra gli adulti; - l'assenza dal lavoro degli adulti occupati è ridotta di circa due ore solamente; - non vi è correlazione fra incidenza dell'influenza e riduzione della mortalità e copertura vaccinale negli anziani istituzionalizzati. E' dimostrano che durante due epidemie (1968 e 1997) il vaccino in uso conteneva un virus differente da quello che circolò realmente, e pertanto inefficace verso l'influenza stagionale. Eppure in quegli anni la mortalità attribuita all'influenza non aumentò. Nel 2004 la produzione di vaccini in USA fu insufficiente, ed il tasso di copertura fu soltanto del 40%, ma anche in quello il dato della mortalità non aumentò. Il tasso di mortalità tra gli anziani nella stagione invernale non è cambiato dal 1989, quando solo il 15% degli statunitensi e canadesi over 65 anni veniva vaccinato, ai giorni d'oggi che vede in questa fetta di popolazione una copertura superiore al 65%. Questi sono i dati reali, che smentiscono il dogma dell'efficacia dei vaccini antinfluenzali, un paradigma a cui prestar fede senza alcuna possibilità di critica. In realtà le prove di efficacia di cui si dispone sono deboli e le aspettative dei benefici non sono realistiche. La storia della medicina è ricca di trattamenti entrati nella pratica e nella dottrina pur privi di certezze di sicurezza ed efficacia. Il vaccino antinfluenzale è un esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica. La campagna vaccinale non si basa su evidenze scientifiche, ma sull'intreccio tra l'industria che produce i vaccini, ed istituzioni che adottano scelte e comportamenti spesso all'ombra di conflitti di interesse.

Dottor Eugenio Serravalle, specializzato in Pediatria Preventiva, Puericultura e Patologia neonatale all'Università degli studi di Pavia.
Autore dei seguenti libri: "Vaccinare contro il tetano?", "Vaccinare contro il Papilloma virus?", "Bambini super-vaccinati", "Tutto quello che serve occorre sapere prima di vaccinare il proprio bambino".

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