sabato 30 aprile 2011

Cavour: differenti ipotesi del decesso

Il prof. Venerino Poletti, pneumologo ed anatomopatologo romagnolo, è autore di varie diagnosi post mortem di alcuni personaggi storici come ad esempio Mazzini e Garibaldi. Di questi, secondo il medico ravennate, si parla di ascesso polmonare per quanto riguarda Giuseppe Mazzini, mentre per Giuseppe Garibaldi si ipotizza una paralisi della faringe la quale lo ha soffocato.
In relazione a Camillo Benso, Conte di Cavour, vi sono più ipotesi legate alla sua morte. Nel libro di Rosario Romeo, Vita di Cavour, Laterza edizioni, 2004, p.524, si legge: "che Cavour, già malarico cronico per una infezione contratta nelle risaie di Leri del parassitico identificato nel 1880 da Leveran, fu vittima di una perniciosa comitata delirante con febbre di tipo terzanario". Secondo quanto indicato nella maggior parte delle biografie di Cavour, la sua malattia mortale ha aspetti clinici che fanno pensare alla malaria maligna. Secondo il prof. Poletti vi sono invece dei dati clinici che contraddicono questa ipotesi. Secondo questo pneumologo Cavour soffriva di una malaria cronica, condizione questa che porta a sviluppare delle forme immunitarie. La morte coglie Camillo Benso con forze ancora conservate, infatti pare che fino ad un'ora prima della morte egli parlava e si alzava dal letto, come riportato dal nipote. La malattia mortale è stata acuta, con dolori addominali, febbre, delirio fluttuante, problemi di coagulazione, ittero, mentre la causa finale della morte è stata forse un edema polmonare acuto o un evento acuto cardiaco come un infarto. Questi segni fanno pensare, afferma Poletti, ad una malattia ad esordio acuto che si può ritrovare anatomicamente in una lesione, in parte reversibile, dei piccoli vasi associata a problemi di coagulazione. Questa malattia, da un punto di vista morfologico, si caratterizza con lesioni dei piccoli vasi sanguigni e per riduzione del numero delle piastrine del sangue periferico (trombocitopenia), conosciuta oggi come Porpora Trombotica Trombocitopenica, scoperta nel 1924 da Moskowitz (Morbo di Moskowitz). Le cause che scatenano questa malattia sono i farmaci e le infezioni. Ma quello che orienta per il Morbo di Moskowitz, in relazione alla morte di Cavour, è la presenza di delirio fluttuante, segni di alterata coagulazione associati a capacità respiratoria conservata fino alla morte.
Il prof. Poletti ci ricorda che questa limitata descrizione clinica e le poche considerazioni sui meccanismi patogenetici della Porpora Trombotica Trombocitopenica siano sufficienti per ricondurla alla morte di Cavour, e non la malaria. Inoltre egli sottolinea il fatto che a questa conclusione si arriva sulla base di considerazioni cliniche descritte 150 anni fa e da persone non competenti di medicina, si aggiunga il fatto che non è stato eseguito un esame autoptico (a quei tempi quasi mai praticato) e non si possono confrontare esami di laboratorio, elementi questi fondamentali per sostenere o confutare una diagnosi.

(Informazioni tratte dalla rivista mensile BBCHistory, Aprile 2011 p.10)

Consumo di carne e antibiotico-resistenza

Tratto da AgireOra

Due nuovi studi confermano la pericolosita' dell'utilizzo di antibiotici negli allevamenti.


[COMUNICATO STAMPA]

NUOVI STUDI IN EUROPA E U.S.A. RILANCIANO
L'ALLARME PER L'USO DI ANTIBIOTICI NEGLI ALLEVAMENTI:
GRAVE PERICOLO PER LA SALUTE PUBBLICA.
CAUSA PRIMA: TROPPI ANIMALI ALLEVATI,
CONSUMI DI CARNE TROPPO ELEVATI.

28 aprile 2011

Due recentissime pubblicazioni, una targata USA e un'altra relativa invece all'Europa, ci dimostrano per l'ennesima volta quanto sia preoccupante l'uso e l'abuso di antibiotici negli allevamenti intensivi, prassi ormai consolidata e in continuo aumento. I due nuovi studi confermano la pericolosità di un uso così estensivo di antibiotici, non a scopo curativo ma "preventivo" o di mero promotore dell'accrescimento più veloce degli animali: il problema di base è che in questo modo si sviluppano ceppi di batteri resistenti a uno o più antibiotici, e dunque quando è necessario curare una reale malattia infettiva, che sia negli animali o nell'uomo, gli antibiotici non sono più efficaci, con grave pericolo per la salute e con un significativo aumento del numero di decessi.
Lo studio europeo è stato pubblicato dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nell'aprile 2011 e si intitola "L'antibiotico resistenza da una prospettiva di sicurezza alimentare in Europa". Già nell'introduzione il dossier spiega come gli antibiotici abbiano rivoluzionato il trattamento delle malattie infettive, ma che il loro uso e abuso ha causato lo sviluppo e la diffusione dell'antibiotico-resistenza. Questo è diventato oggi un problema significativo: ogni anno, nella sola Unione Europea, oltre 25.000 persone muoiono per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, vale a dire ceppi di batteri che nel corso del tempo si sono "adattati" in modo tale da risultare immuni all'effetto di uno o più antibiotici.
Staphylococcus aureus
Il dossier dell'OMS sottolinea che questo è anche un problema di sicurezza alimentare: l'uso di antibiotici negli animali d'allevamento - per la cura e la prevenzione di malattie o per la promozione della crescita - contribuisce in modo sostanziale alla comparsa di batteri resistenti e consente ai batteri portatori dei geni responsabili di tale antibiotico-resistenza di diffondersi dagli animali agli umani attraverso la catena alimentare.
Lo studio statunitense è stato pubblicato sempre nell'aprile sulla rivista scientifica "Clinical Infectious Diseases" e si intitola "La resistenza multipla dello Staphylococcus aureus nella carne in USA". In esso i ricercatori spiegano come circa la metà di tutti i prodotti carnei (compreso il pollame) venduti negli Stati Uniti siano contaminati da un tipo di batterio, chiamato Staphylococcus aureus, che risulta tra le maggiori cause di infezioni nel mondo. Tale batterio ultimamente è stato oggetto di studio a causa della crescente mortalità associata all'antibiotico resistenza, in particolare resistenza multipla, in quanto un nuovo ceppo, l'ST398, è resistente a diversi antibiotici e colonizza le persone che lavorano nel settore degli allevamenti. Vari studi hanno già dimostrato un'alta prevalenza di ceppi di tale batterio con resistenza multipla in allevamenti in Europa, Canada e USA.
Il nuovo studio ha valutato la presenza di S. aureus antibiotico-resistente in vari campioni di carni di 80 marche diverse in 26 negozi a Chicago, Washington, D.C., Los Angeles, Fort Lauderdale, Flagstaff. I batteri si trovavano soprattutto nella carne di tacchino, di maiale, di pollo e di manzo. Nei prodotti infetti, oltre la metà, il 52%, presentava il ceppo antibiotico-resistente del batterio, rivelando così una situazione decisamente preoccupante. In precedenza erano già state svolte indagini da parte del sistema di monitoraggio nazionale sulla resistenza antimicrobica, che aveva indicato come la carne fosse spesso contaminata da ceppi resistenti a diversi farmaci dei batteri Campylobacter, Salmonella, Enterococcus ed Escherichia coli.
Questo scenario è abbastanza grave da far capire, al pubblico e alle istituzioni di ogni livello, quanto sia necessario cambiare modello alimentare, e diminuire in modo drastico il consumo di carne e altri alimenti di origine animale: l'uso massiccio di antibiotici è infatti sempre più necessario negli allevamenti, perché gli animali sono tenuti in condizioni di tale affollamento e di sofferenza fisica e psicologica che non sarebbero in grado di sopravvivere senza farmaci e sostanze chimiche di vario genere. Non è realisticamente possibile mantenere gli attuali ritmi di produzione e allo stesso tempo cambiare le condizioni di allevamento in modo da non rendere più necessari antibiotici ed altri farmaci.
Solo il passaggio a un'alimentazione a base vegetale, iniziando fin da subito con una drastica diminuzione dei consumi di carne, pesce, latte e uova, può eliminare questo problema, che sta costando la vita a un numero sempre maggiore di persone e che, se non risolto in tempo, può portare a catastrofi di portata ben maggiore.
Questa è una responsabilità non solo delle istituzioni, ma anche dei singoli cittadini: ciascuno sceglie "cosa mangiare" e le scelte alimentari sono l'arma più potente che abbiamo come singoli per salvaguardare la salute nostra, della collettività, del pianeta e degli animali.

Fonti:

Waters AE, Contente-Cuomo T, Buchhagen J, et al. Multidrug-resistant Staphylococcus aureus in US meat and poultry. Clin Infect Dis. Published ahead of print April 15, 2011:doi:10.1093/cid/cir181.

Dossier Organizzazione Mondiale della Sanità: Tackling antibiotic resistance from a food safety perspective in Europe, aprile 2011

Comunicazione a cura di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana SSNV e
NEIC, Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione

venerdì 29 aprile 2011

Fiori di Bach: una scoperta graduale di sè

Caravaggio - Narciso alla fonte
Una prerogativa della floriterapia è quella di portare colui che assume questi rimedi a scoprire una parte nascosta di sè. Anche se il dr. Bach affermava che è possibile curarsi da soli con i rimedi floreali, indubbiamente questo processo non è semplice come affidarsi ad un terapeuta il quale, attraverso un interrogatorio, individua il rimedio più adatto per la risoluzione o l'affrontare una determinata condizione esistenziale. Curarsi con la floriterapia richiede una certa dose di autoconsapevolezza ed una buona capacità di autocritica, qualità queste difficili da sviluppare, in particolar modo nel mondo moderno in cui tutto viene delegato ad altri. L'autoconsapevolezza è spesso dolorosa per il fatto che impone la presa di coscienza dei nostri tratti negativi e molte volte delle nostre scelte sbagliate dalle quali non sempre possiamo tornare indietro, oppure perchè riconoscerne l'errore significherebbe ammettere un cattivo giudizio.
In molti casi l'origine dei nostri malesseri o problemi emotivi ed affettivi si deve ricercare in quella parte nascosta della psiche chiamata inconscio. Ed è per questo motivo che una sofferenza emotiva non sempre è motivata da un'apparente causa logica o razionale. Quante volte, ad esempio, ci sentiamo tristi o afflitti senza un'apparente motivazione, oppure ci sentiamo trementamente soli pur trovandoci in mezzo a tanta gente? La componente inconscia ha la capacità di condizionare profondamente i nostri stati d'animo, portandoci a manifestare disagi non sempre definibili e chiari.
In quali contesti allora i fiori di Bach ci possono aiutare. Premettiamo innanzi tutto che questi rimedi non andranno mai a cambiare il nostro carattere. Esso è infatti l'identificazione della personalità di ogni individuo sulla base del vissuto dello stesso, è l'insieme più o meno consapevole delle scelte sulla base del proprio comportamento. Sulla base di ciò, la floriterapia andrà allora a lavorare sugli stati d'animo del momento, come uno stato d'ansia, una paura conosciuta o meno, una forma di depressione. In relazione a ciò spesso succede che dopo aver iniziato ad assumere un rimedio floreale si vedono i primi risultati come la scomparsa dello stato d'animo negativo, ma di contro potrebbero emergere altre situazioni emotive, ciò in funzione del fatto che uno stato d'animo superficiale potrebbe nasconderne altri, più profondi o complessi, magari legati alla nostra infanzia, ad eventuali traumi o esperienze vissute. Ecco allora che quando decidiamo di intraprendere un percorso di autoguarigione con la floriterapia facciamo in effetti un profondo lavoro di autoanalisi.
Il vero lavoro terapeutico è quello in cui gradatamente si vanno a modificare gli stati d'animo negativi, si va a fondo nel capire noi stessi e si determinano le nostre reali difficoltà. Ne consegue che uno o più rimedi andranno a lavorare sulla nostra personalità, apportando un riequilibrio. Quanto è grande o profondo questo riequilibrio? Il risultato è sempre soggettivo e non può mai essere paragonato ad un altro soggetto con le stesse manifestazioni comportamentali su cui lavorare.

mercoledì 27 aprile 2011

Una mela al giorno tiene lontano il colesterolo cattivo

Ecco una valida ragione per mangiare una mela al giorno a beneficio del cuore: le donne che hanno mangiato mele essicate ogni giorno per un anno hanno abbassato il loro colesterolo cattivo (LDL) del 23%, secondo uno studio finanziato dal Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, e presentato questa settimana alla conferenza Experimental Biology 2011 a Washington, DC.
I ricercatori hanno diviso 160 donne tra i 45 ed i 65 anni in due gruppi: un gruppo ha consumato circa 0,80 etti di mele essicate al giorno, mentre l'altro gruppo ha mangiato prugne secche. Le donne che hanno mangiato mele non solo hanno visto una diminuzione del loro colesterolo LDL dal 14 al 23%, ma hanno anche abbassato il danneggiamento della perossidazione lipidica del 33% ed un abbassamento della proteina C-reattiva del 32%, con relativo aumento del colesterolo buono del 4%; inoltre hanno perso in media 1,5 kg.
La ricerca quindi giustifica senz'altro il corretto consumo di mele, prodotto naturale buono, puro e semplice. Ma se si sta cercando di abbassare il colesterolo e prevenire le malattie cardiache, allora una mela al giorno potrebbe aiutare in tal senso. E non ci fermiamo alle mele. Infatti mangiare una gran quantità di frutta e verdura, tenendo in considerazione la varietà dei colori, può proteggere il cuore abbassando il colesterolo LDL ed i livelli di pressione sanguigna, limitando l'infiammazione delle arterie, scongiurare il diabete e naturalmente perdere peso.

Fonte: VegSource, An apple a day keeps bad cholesterol away, 25 aprile 2011

Tradotto da Ezio Rittà

martedì 26 aprile 2011

Zucchero e malattie mentali: un legame sorprendente

Un noto psichiatra e ricercatore britannico, Malcolm Peet, ha condotto uno studio per analizzare il rapporto fra la dieta e le malattie mentali. Già una prima parte dello studio ha dato un esito sorprendere: pare vi sia un forte legame tra il consumo di zucchero e il rischio sia di depressione che di schizofrenia .
In effetti, ci sono due potenziali meccanismi attraverso i quali l'assunzione di zucchero raffinato sia in grado di esercitare un effetto tossico sulla salute mentale.
In primo luogo, lo zucchero sopprime di fatto l'attività di un ormone della crescita chiave nel cervello denominata BDNF (attivo nell'ippocampo e nella corteccia cerebrale, regioni chiave nei processi di apprendimento, memoria e pensiero; il BDNF promuove la differenziazione di nuovi neuroni e delle loro parti costituenti, cioè assoni, dendriti e sinapsi - ndt), . Questo ormone promuove la salute ed il buon funzionamento dei neuroni nel cervello e gioca un ruolo vitale nella funzione della memoria innescando la crescita di nuove connessioni tra i neuroni. I livelli di BDNF sono criticamente bassi sia in caso di depressione che di schizofrenia, il che spiega perché entrambe le sindromi spesso portano ad un danno nelle regioni cerebrali (in effetti la depressione cronica determina un danno cerebrale). Ci sono anche prove svolte su animali in cui una bassa quantità di BDNF può innescare la depressione .
In secondo luogo, il consumo di zucchero innesca una cascata di reazioni chimiche nel corpo che promuovono l'infiammazione cronica. In determinate circostanze, come quando il corpo umano ha bisogno di guarire da una ferita, una minima quantità di infiammazione può essere una buona cosa, dato che può aumentare l'attività immunitaria e il flusso di sangue alla ferita. Ma nel lungo periodo, l'infiammazione è un grosso problema. Si interrompe il normale funzionamento del sistema immunitario e va in collisione con il cervello.
L'infiammazione è associata ad un aumentato rischio di malattie cardiache, diabete, artrite e persino alcune forme di cancro; è anche legato a un maggiore rischio di depressione e schizofrenia. E ancora, mangiare zucchero raffinato scatena l'infiammazione.

Fonte: VegSource, Dietary Sugar and Mental Illness: A Surprising Link, 26 aprile 2011

Traduzione di Ezio Rittà

sabato 23 aprile 2011

Studio: Il cibo è la causa di ADHD - Modificare la dieta e si può curare il bambino

Iperattività. Agitazione. Disattenzione. Impulsività. Se un bambino ha una o più di queste caratteristiche su base regolare, si può dire che lui, o lei, ha un disturbo da deficit di attenzione / iperattività (ADHD). In questa condizione si trova circa il 10 per cento dei bambini negli Stati Uniti.
Bambini con ADHD possono essere irrequieti e difficili da gestire. Molti di essi sono trattati con farmaci, ma un nuovo studio dice che il cibo può essere la chiave. Pubblicato sulla rivista The Lancet, lo studio suggerisce che con una dieta molto restrittiva, i bambini con ADHD potrebbero sperimentare una significativa riduzione dei sintomi. L'autore principale di studio è il Dr. Lidy Pelsser del Centro di Ricerca ADHD nei Paesi Bassi. The Lancet menziona che il disordine è innescato in molti casi da fattori esterni, e questi possono essere trattati mediante modifiche al proprio ambiente.
"L'ADHD è solo l'insieme di sintomi, non è una malattia", dice il ricercatore olandese All Things Considered weekend host Guy Raz.
"Il nostro modo di pensare - e trattare - questi comportamenti è sbagliato", dice il dr. Pelsser. "E' necessario un cambiamento di paradigma. Se a un bambino viene diagnosticato l'ADHD, dovremmo dire, 'Ok, abbiamo dei sintomi, ora andiamo alla ricerca di una causa.' "
Il dr. Pelsser confronta ADHD con l'eczema. "La pelle è colpita, ma un sacco di gente manifesta eczema a causa di una allergia al lattosio o perché stanno mangiando ananas o fragole."
Secondo Pelsser, il 64 per cento dei bambini con diagnosi di ADHD stanno in realtà vivendo una ipersensibilità agli alimenti. I ricercatori sono partiti nella ricerca con bambini con una dieta molto elaborata, quindi hanno iniziato a limitare nel tempo gli alimenti'.
"In sole cinque settimane,"dice il dr. Pelsser . "Se la causa è la dieta, allora cominciamo a scoprire quali cibi sono la causa dei problemi."
Insegnanti e medici che hanno lavorato con i bambini nello studio riportato cambiamenti nel comportamento. "In realtà, essi sono rimasti stupiti", dice il dr. Pelsser.
"Dopo la dieta, erano solo dei bambini normali, con un comportamento normale," dice il ricercatore. "Non erano più distratti o smemorati, e la collera risultava placata".

Fonte: VegSource, Study: Food is the cause of ADHD, 12 marzo 2011

Traduzione di Ezio Rittà

venerdì 22 aprile 2011

Star of Bethlehem: il fiore del trauma

Ornithogalum umbellatum
Il suo nome scientifico è Ornithogalum umbellatum, della famiglia delle Liliaceae. Star of Bethlehem è il nome inglese di questa pianta, mentre i nomi popolari sono: Latte di uccello, Stella di Betlemme, Cipollone bianco, Latte di gallina.
La particolarità del nome è da attribuirsi inizialmente al fatto che lo si trova in abbondanza in Siria e in Palestina; oltre a ciò la sua corolla a sei petali disegna una geometria perfetta che ricorda la stella di Davide.
In floriterapia questo fiore rappresenta l'equilibrio e l'armonia, condizione mancante dopo un trauma, uno schok, un blocco psicologico.
Questo fiore fu inizialmente sperimentato dal dr. Bach per la cura di soggetti che soffrivano di problemi affettivi, complessi di inferiorità le cui radici si potevano ricercare nel loro passato. Infatti, sia che si conosca oppure no l'origine della condizione di disagio nato dal trauma, Star of Bethlehem può risultare il rimedio più adatto.
Chi ha bisogno di questo rimedio risulta essere una persona apatica e indifferente; questa condizione nasce spesso da un forte dolore che origina dalla propria infanzia: la persona ha forse ricevuto una risposta negativa alle sue richieste d'affetto, traumatizzandolo al punto da indurlo ad evitare il rischio di chiedere, per non sentirsi dire lo stesso 'no' che in passato lo aveva addolorato.
Star of Bethlehem riesce a smuovere l'energia bloccata permettendo alle emozioni di fluire liberamente dentro di noi, infatti solo riuscendo a vivere il dolore senza reprimerlo questo ci lascerà.
A livello emotivo si possono presentare apatia, difficoltà a provare dei sentimenti e delle sensazioni, difficoltà a lasciarsi andare, malinconia, angoscia, difficoltà ad elaborare un lutto, malattie psicosomatiche.
Star of Bethlehem fa parte dei rimedi che compongono il Rescue Remedy, un prodotto di soccorso dei Fiori di Bach per situazioni di emergenza, quando non c'è il tempo per scegliere e preparare una miscela mirata. Questo composto di vari fiori è particolarmente indicato, nella soluzione in pomata, in casi di traumatismi fisici, da applicare su aree del corpo che abbiano ricevuto un colpo, sia recentemente che anche di vecchia data, ad esempio una cicatrice che risale ad interventi chirurgici vecchi.

Antidepressivi scioccanti: farmaci popolari legati all'attacco di cuore


Placche di Ateromi
 Tratto da: Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani

Una nuova ricerca collega i farmaci all'aumentato rischio di malattie cardiovascolari


In uno studio, primo nel suo genere, che ha coinvolto più di 500 gemelli maschi di mezza età, i ricercatori hanno trovato che coloro che hanno preso antidepressivi di qualsiasi tipo hanno presentato maggiori probabilità di avere un ispessimento dei rivestimenti interni delle arterie del collo rispetto al loro gemello che non aveva preso antidepressivi.
Secondo una dichiarazione scritta pubblicata sull’American College of Cardiology, a questo maggiore spessore sono associati l'infarto e l'ictus. Precedenti ricerche hanno collegato il rischio di malattia cardiovascolare alla depressione, ma non agli antidepressivi.
"C'è una chiara associazione tra questo ispessimento della carotide e l'assunzione di antidepressivi e questa tendenza è ancora più forte quando osserviamo le persone che stanno assumendo questi farmaci e sono più depresse” - ha detto nell'istruzione il capo ricercatore Dr. Amit Shah della Emory University, Atlanta. "Il fatto che non abbiamo visto un'associazione tra la depressione stessa e un ispessimento dell'arteria carotidea, rafforza la tesi che sia più probabile che gli antidepressivi più che la depressione stessa, stiano alla base di tale associazione."
Il Dr. Shah ha affermato che la connessione tra la salute del cuore e gli antidepressivi è poco conosciuta, aggiungendo che i farmaci possono aumentare i livelli di messaggeri chimici, come la serotonina e la norepineprina – che, a loro volta, potrebbero causare lo stringersi dei vasi sanguigni e l'aumentare della pressione sanguigna, il che rappresenta un fattore di rischio per l'arteriosclerosi.
In una conferenza stampa tenuta dopo che erano stati annunciati i risultati dello studio, il Dr. Shah ha detto che l'uso degli antidepressivi invecchia le arterie carotidee di circa quattro anni. La Dr.ssa Janet Wright, vicepresidente senior per la scienza e la qualità presso l’American College of Cardiology, ha detto di essere stata sorpresa dalla scoperta fatta, ma non era preoccupata del fatto che l'uso degli antidepressivi potesse contribuire in modo significativo all'infarto e all'ictus a livello nazionale.

Fonte: CBS News – 4 aprile 2011

giovedì 21 aprile 2011

10 ragioni per eliminare latte e formaggi

Tratto da: AgireOra

Da VegSource, ecco un breve riepilogo del perche' i latticini vanno evitati!

1. Il prodotti caseari distruggono le ossa. I paesi del mondo in cui si beve più latte hanno PIU' osteoporosi e fratture del bacino. Di pari passo con l'aumento del consumo di latte/latticini e di calcio aumentano anche i fattori di rischio per l'osteoporosi e le fratture ossee. Gli alti livelli di sodio e proteine animali procurano all'organismo acidosi metabolica (in pratica il sangue diventa acido). Per compensare questo, l'organismo estrae i minerali dalle ossa (tra cui il calcio, appunto) – per sfruttare il loro grande effetto alcalinizzante – e poi li elimina nell'urina. In sintesi: più latte e latticini si assumono, più si hanno perdite ossee.
2. Ci sono eccellenti fonti vegetali di calcio che non provocano acidosi metabolica; anzi, sono alcalinizzanti e aiutano la salute delle ossa. I broccoli, il cavolo, gli altri ortaggi a foglia verde, i semi di sesamo, il tahini, il tofu con aggiunta di calcio e i latti vegetali e succhi di frutta fortificati hanno quantità adeguate di calcio che soddisfano il fabbisogno giornaliero.
3. Il fattore in assoluto più importante per la salute delle ossa è il movimento. Per aumentare e mantenere la densità ossea, è necessario porre sotto tensione le ossa regolarmente. Per aumentare la massa e prevenire l'osteoporosi introducete allenamenti di resistenza e qualche attività come il camminare o lo jogging. Questo fattore è di gran lunga più importante di qualsiasi componente nutrizionale.
4. La caseina - la principale proteina del latte - provoca dipendenza psicologica. Avete notato che più formaggio si mangia, più se ne desidera? Nel cervello, quando si beve latte o si mangiano formaggi, si formano le casomorfine. Si tratta di sostanze simil-oppiacee che producono euforia, e fanno sentire il bisogno di ingerire altro latte/formaggi. L'unico modo per interrompere questo ciclo di dipendenza è smettere completamente.
5. La caseina è un potente cancerogeno. Il dott T. Colin Campbell, autore di The China Study, in decenni di ricerche ha scoperto che la caseina è un potente promotore del cancro.
6. I prodotti caseari producono alti livelli di grassi saturi e colesterolo, note cause l'aterosclerosi. Questa conduce alla cardiopatia.
7. Anche la vitamina D ha un importante ruolo nella salute delle ossa. Indipendentemente dalla quantità di calcio che si consuma, per assorbirlo serve la vitamina D. Inoltre, il 70-97% della popolazione ha livelli di vitamina D insufficienti o carenti. Domandate al vostro medico un esame della 25-idrossivitamina D, e se il livello risulta essere al di sotto di 35-50 ng/mL, aggiungete una dose giornaliera di luce solare (basta qualche minuto nelle ore centrali della giornata senza filtri solari). Se questo non migliora i vostri livelli di vitamina D, c'è bisogno di un integratore.
8. Noi siamo l'unica specie che beve le secrezioni della lattazione di un'altra specie NONCHE' l'unica specie che continua a bere latte dopo lo svezzamento.
9. Oltre ad essere in sé poco salutari e a favorire malattie, i prodotti caseari sono pieni di pesticidi, antibiotici, ormoni (anche se provenienti da allevamento biologico), steroidi, metalli pesanti e altre tossine somministrate ai bovini per aumentare la produzione di latte.
10. Il 70% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio. Il fatto che la maggior parte degli esseri umani reagisca con dolorosi sintomi gastrointestinali al consumo di prodotti caseari, dimostra che l'organismo umano non è fatto per il consumo di latte e latticini. Attualmente medici e dietisti spingono per l'uso dell'enzima lattasi e di altri medicinali che alleviano i sintomi per assicurare "adeguata" assunzione di prodotti caseari. Ma se dobbiamo forzare il nostro corpo ad accettare qualcosa che non vuole, non è forse segno che c'è qualcosa di sbagliato?

Fonte

VegSource, 10 Reasons to Ditch Dairy, 20 novembre 2010

Traduzione di Teresa Sassani

mercoledì 20 aprile 2011

L'80% degli antibiotici negli USA va agli animali d'allevamento

Tratto da: AgireOra

Il Center for a Livable Future ha pubblicato nuovi dati che dimostrano come l'80% degli antibiotici venduti negli USA sia usato in modo non terapeutico sugli animali d'allevamento. E nel resto del mondo la situazione non e' molto diversa.
Nel 2009, la Union of Concerned Scientists ha stimato che nei due anni precedenti sono state usate negli allevamenti circa 23mila tonnellate di antibiotici, il che significa circa il 70% di tutti gli antibiotici venduti negli USA.

Da Wired:

La proporzione degli antibiotici venduti ogni anno negli Stati Uniti che va agli animali risulta essere non il 70, ma l'80 per cento. Questa e' la dichiarazione di Ralph Loglisci di CLF, che ha ottenuto la conferma dei dati dalla FDA:
In conformità a un emendamento del 2008 all'Animal Drug User Fee Act, per la prima volta la FDA la scorsa settimana ha diffuso la quantità annuale di medicinali antimicrobici venduti e distribuiti per l'uso su animali allevati per l'alimentazione umana. Il totale complessivo per il 2009 è di 13,1 milioni di chilogrammi. Ho contattato la FDA per avere una stima del volume di antibiotici venduti per uso umano nel 2009. Questo è quanto mi ha detto un portavoce:
"Il nostro ufficio Sorveglianza ed Epidemiologia ha completato da poco un'analisi sulla base delle statistiche fornite da IMS Health. I dati di vendita in chilogrammi di farmaci antibatterici selezionati sono stati ottenuti in base all'uso di medicinali antibatterici umani nel mercato USA. Nell'anno 2009 sono stati venduti circa 3,3 milioni di chilogrammi di farmaci antibatterici. L'OSE afferma che tutti i dati in quest'analisi sono stati resi disponibili al pubblico da IMS Health, IMS National Sales Perspectives".
Per quanto ne so, questa è la prima volta che la FDA ha reso pubblici i dati sulle stime dell'uso umano.
Negli allevamenti, gli antibiotici vengono dati di routine ad animali sani per scopi non terapeutici, o prima che si ammalino veramente, per compensare la condizione di sporcizia estrema in cui vivono e per promuoverne la crescita. Il problema è che gli animali che ricevono regolarmente piccole dosi di antibiotici sono come delle coltivazioni ambulanti di batteri, che possono produrre anche ceppi batterici antibiotico-resistenti.
Il problema che ne consegue è che questi ceppi batterici antibiotico-resistenti si possono propagare ad altri animali, e anche alle persone che mangiano e maneggiano carne e prodotti lattiero-caseari insieme a frutta e verdura, oppure che utilizzano acqua la cui fonte e' stata contaminata dagli escrementi animali sparsi sul terreno.
La nostra industria zootecnica sta creando una situazione contro cui la nostra medicina non ha la minima chance di vincere, e siamo tutti in pericolo, che mangiamo o meno la carne.
Nel 2009, la deputata Louise Slaughter ha presentato il disegno di legge Preservation of Antibiotics for Medical Treatment Act (PAMTA), che dovrebbe imporre di eliminare, in modo graduale, l'uso di antibiotici negli allevamenti, tranne nei casi in cui sono usati effettivamente per curare animali malati, e contemporaneamente fornire i contributi per le istituzioni che affiancheranno i produttori in questo processo.
Conclude la Slaughter: "Questo rapporto illustra l'uso indiscriminato di antibiotici nell'allevamento di animali e caldeggia l'istituzione di alcuni limiti di buon senso nell'uso di antibiotici. Stiamo immettendo ogni anno milioni di chili di antibiotici non necessari nelle forniture alimentari. E' una cosa che non può continuare e la mia speranza è che questi nuovi dati dalla FDA incoraggino altri membri del Congresso ad unirsi a me nel nuovo anno quando ripresenterò il disegno di legge. Inoltre, la FDA deve intervenire rapidamente per emanare nuove norme restrittive sull'uso di antibiotici in agricoltura".

Fonte:


Traduzione a cura di Teresa Sassani

martedì 19 aprile 2011

La scelta vegetariana per il cuore

David Letterman intervista Bill Clinton

Lo speciale tv di Barbara Walters del 25 febbraio 2011 ha ospitato sei celebrità, con tutti i loro pensieri e le loro emozioni sull'intervento a cuore aperto cui sono stati sottoposti. Barbara Walters, Robin Williams e Charlie Rose hanno subito interventi sulle valvole, mentre al presidente Clinton, a Regis Philbin e a David Letterman sono stati impiantati bypass per la malattia coronarica (NdT David Letterman è un conduttore televisivo, comico e produttore notissimo negli USA, conduttore in particolare di un famoso talk show).
In pochi avrebbero potuto sostenere che lo stadio di malattia di queste celebrità non richiedesse l'intervento chirurgico. L'elemento rivelatore dello show è stata la dichiarazione di David Letterman che egli senza dubbio si aspetta, per il futuro, una seconda operazione di bypass. La sobria rassegnazione ad un'inevitabile ricaduta è invece quello cui dobbiamo opporci con forza.
Diciamocelo francamente: la malattia coronarica è una malattia causata dal cibo e potrebbe non esistere. Se i provetti chirurghi di cui si è parlato nello speciale televisivo avessero aperto i loro ambulatori nella Cina rurale, in Papua Nuova Guinea, nell'Africa centrale o tra gli indiani Tarahumara del nord del Messico, avrebbero dovuto cercarsi un secondo lavoro per vivere. Perché tutte quelle sale d'attesa vuote? Queste culture hanno una dieta a base vegetale, nessuna coronaropatia né alcuna necessità di bypass o stent.
La chiave della nostra salute vascolare è nello strato più interno che riveste i nostri vasi sanguigni, formato da cellule endoteliali. Queste cellule producono molecole di ossido nitrico, che rende più fluido il flusso sanguigno, dilata i vasi quando ce n'è bisogno, inibisce l'infiammazione della parete del vaso sanguigno e, cosa più importante, previene la formazione di trombi o placche.

Dunque, come è possibile che l'ossido nitrico non funzioni?

Ogni volta che mangiamo i cibi piu' diffusi nella dieta occidentale, cioè oli, latte e latticini, carne, pesce, pollame e caffeina, danneggiamo le nostre cellule endoteliali e compromettiamo i livelli protettivi di ossido nitrico. Le autopsie su giovani ventenni morti per incidenti, omicidi o suicidi confermano che la malattia coronarica ora è molto diffusa (anche se solo allo stadio iniziale). Il continuo danneggiamento delle cellule endoteliali provocato dal cibo porta a occlusioni da placca, angina, infarto miocardico, ictus, e quindi rende necessari gli stent e la chirurgia vascolare. I cardiologi concordano sul fatto che queste procedure sono solo un rimedio temporaneo e non sono in grado di incidere sulle cause della malattia.
E il colesterolo? Il colesterolo è uno spettatore innocente, nelle popolazioni che hanno una dieta a base vegetale, sono dotate di un endotelio sano e intatto e di copiose quantità di ossido nitrico. Quando invece i livelli di ossido nitrico precipitano, con l'introduzione della dieta occidentale, i tessuti endoteliali si alterano e consentono al colesterolo di penetrare nella parete vascolare, creando accumulo di placca e occlusioni, e compromettendo il flusso sanguigno.
Abbassare il colesterolo aiuta, ma la chiave è evitare di mangiare i cibi che danneggiano ulteriormente l'endotelio. Questo è stato il focus nel nostro lavoro di consulenza ai pazienti fin dal 1985. Ed è per questo che siamo riusciti a curare con successo questa malattia con l'intervento sulla dieta, in centinaia di pazienti, con la tecnica descritta nel mio libro "Prevent and Reverse Heart Disease" (Prevenire e risolvere la cardiopatia). Con questo approccio nutrizionale l'endotelio può rapidamente recuperare la sua produzione di ossido nitrico, bloccare la progressione della malattia e spesso ottenere una significativa regressione della malattia. Il risultato è che i pazienti raramente devono ricorrere a stent o bypass.

Nota per David Letterman: il tuo destino dipende dalla tua forchetta.

Perché i medici non presentano ai propri pazienti l'opzione della dieta a base vegetale?

1. Nessuno ha mai insegnato loro i principi della nutrizione e non hanno familiarità con l'efficacia dell'approccio a base vegetale.
2. Non hanno tempo per fornire consulenza nutrizionale al paziente.
3. Spesso non hanno la competenza per indurre il paziente a compiere i necessari cambiamenti comportamentali.
4. Le assicurazioni che pagano questo tipo di consulenze sono rare.
5. Lo status quo offre notevoli vantaggi economici.

La cura per l'epidemia della malattia coronarica non è una pillola, una procedura o un'operazione. La cura sta nel dare al pubblico la necessaria conoscenza nutrizionale e nel rendere ogni individuo responsabile della protezione della propria salute e della vittoria su questa malattia originata dal cibo.
Fin dai tempi di Ippocrate c'è sempre stato un patto di fiducia tra il medico e il paziente. Informare i pazienti sulle cause della loro malattia è una parte cruciale di tale fiducia. Ma nel caso della coronaropatia, questa conversazione non sta affatto avvenendo. Gli interventi di stent e bypass possono senz'altro salvare la vita nelle emergenze, ma troppo spesso si impiegano queste procedure invasive al primo segno di malattia, con tutta la morbilità e mortalità associate.
Ogni anno negli Stati Uniti eseguiamo 1,2 milioni di stent, con una mortalità dell'1% e un tasso di infarti del miocardio durante l'operazione del 4%. Questo si traduce in 12.000 morti e 48.000 infarti del miocardio ogni anno. Eseguiamo 500.000 interventi di bypass con un tasso di mortalità del 3% e un simile tasso di ictus cerebrale durante l'intervento. In totale, si tratta di 15.000 morti e 15.000 ictus cerebrali ogni anno. In un decennio, queste procedure portano a 270.000 morti, 480.000 infarti del miocardio e 150.000 ictus cerebrali.
Più di quarant'anni fa, alcuni brillanti pionieri definirono la modalità operativa del trattamento cardiologico. A quel tempo questo era tutto quello che avevamo. Ma oggi, con la comprensione di che cosa provoca questa malattia, abbiamo la potente opzione di arrestrare e prevenire questa epidemia. Ma questo non potrà mai avvenire fintantoche' la terapia sintomatica rappresenta una fonte di enormi profitti economici. Il cambiamento sarebbe disastroso anche per istituzioni molto potenti. La USDA (United States Department of Agriculture - Ministero dell'Agricoltura Usa), che sovvenziona l'industria zootecnica, costruisce una piramide alimentare per il pubblico ogni cinque anni, zeppa di suggerimenti nutrizionali che, invece di prevenire, promuovono ulteriormente la malattia. L'industria da 5 miliardi di dollari degli stent e quella da 25 miliardi della statina di certo non sono ansiose di veder sparire quest'epidemia. Sono pochi i cardiochirurghi che desiderano avere meno pazienti.
Lo speciale tv di Barbara Walters sulla cardiochirurgia delle celebrità è stato toccante, ma provate un po' a immaginare uno speciale di un'ora in prima serata dedicato a spiegare al pubblico che la malattia coronarica - il nostro killer numero uno - potrebbe non esistere e che il nostro destino è nelle nostre mani. Magari potrebbe ospitarlo proprio David Letterman nel suo talk show.

Dott. Caldwell B. Esselstyn, Jr.,
Direttore del Programma di prevenzione e inversione della malattia cardiovascolare,
Cleveland Clinic Wellness Institute


Fonte:

Traduzione a cura di Teresa Sassani

lunedì 18 aprile 2011

Donare il proprio corpo alla scienza

Fonte: Ansa.it

ROMA - Disporre che il proprio corpo, dopo la morte, finisca sul tavolo operatorio delle facolta' di medicina, per preparare i buoni chirurghi del futuro, prima di essere restituito ai familiari, in condizioni ''civili e rispettose della dignita' ''. E' la nuova normativa (4 i progetti di legge presentati finora) su cui sta lavorando la commissione Affari Sociali della Camera, per regolamentare e promuovere la donazione della propria salma alla scienza, visto che la pratica della ''dissezione di cadavere'' e' attualmente in disuso, nonostante all'unanimita' le societa' scientifiche ritengano che sia ''insostituibile''.
L'ipotesi al vaglio e' quella della ''donazione volontaria'' e che ha come linea guida, sottolinea il relatore, Gero Grassi, ''il rispetto totale e la dignita' del corpo, anche se morto''. I vincoli, infatti, saranno quelli ''dell'integrita' della salma'' e della sua ''riconsegna'' alle famiglie, una volta terminati gli studi.
Se al momento, infatti, l'uso del corpo post mortem e' disciplinato dal regolamento di polizia mortuaria, mancano pero' norme specifiche per manifestare la propria volonta' al riguardo, cosi' come si puo' fare, invece, per la donazione di organi.
Sara', insomma, un nuovo testamento, che non dovrebbe trovare, pero', intoppi nel suo cammino parlamentare, visto che le proposte arrivate all'attenzione dei deputati sono firmate da quasi tutti i gruppi e che si e' registrata, nelle prime sedute sull'argomento, una volonta' 'bipartisan' di andare incontro alle esigenze del mondo scientifico. Le societa' sentite dalla commissione in un primo giro di audizioni informali, si sono dette favorevoli all'ipotesi legislative, sottolineando come lo studio su cadavere sia ''una possibilita' di apprendimento, di formazione e di perfezionamento del tutto insostituibile''.
La proposta del relatore ''la donazione del corpo post-mortem a fini di studio e di ricerca scientifica'', prevede la stesura di un testamento olografo (senza necessita' di andare dal notaio) in cui si dichiara la propria volonta'; che i centri vengano identificati dal ministero della Salute, insieme al Miur e d'intesa con la Confernza Stato-Regioni (e si pensa a ''4 o 5 centri in Italia''); che la restituzione della salma avvenga entro ''un anno'', in ''condizioni dignitose'' (anche se sul punto e' aperta la discussione), con lo spese di trasporto a carico della struttura che le riceve; che siano promosse campagne informative per sensibilizzare i cittadini.
Al vaglio ce ne sono altre tre, simili, depositate da Matteo Brigandi' (Lega), Ivano Miglioli, sempre Pd, e Domenico Di Virgilio (Pdl). Quest'ultima, spiega lo stesso esponente del Pdl, contempla anche la donazione alla scienza ''delle salme che non sono reclamate da nessuno, trascorso un congruo periodo di tempo''. Questi 'morti abbandonati', attualmente sono ''all'incirca un migliaio'' sottolinea Grassi, e non possono essere utilizzati perche' ''a disposizione dell'autorita' giudiziaria''.

Di Silvia Gasparetto

domenica 17 aprile 2011

L'inganno dello "Squilibrio Chimico"


Non esiste alcun esame scientifico che possa identificare uno squilibrio chimico nel cervello come causa dei sintomi attribuiti ai vari "disturbi" elencati nel DSM.
Dalla culla fino alla tomba siamo bombardati con delle informazioni che c'inducono a farci una "pera chimica". Ma guardiamo da vicino ad alcuni aspetti molto importanti di questa nuova filosofia psicoattiva e imperniata sull'uso di farmaci.
Gli psichiatri affermano che la gente "ha bisogno" di un farmaco per combattere il loro "squilibrio chimico" nel cervello che sta causando il "disturbo mentale". Tuttavia, il concetto che uno squilibrio chimico del cervello costituisca la causa di una malattia mentale è falso. Anche se viene propagato da un forte marketing pubblico, è soltanto un pio desiderio psichiatrico. Così come con tutti i modelli di malattia psichiatrica, è stato accuratamente discreditato da ricercatori.
Il diabete è uno squilibrio biochimico. Tuttavia - come dice Joseph Glenmullen, psichiatra di Harvard - "l'analisi inequivocabile dello squilibrio biochimico è un elevato tasso di glucosio nel sangue. In casi gravi, il trattamento prevede iniezioni d'insulina che restaura l'equilibrio del glucosio. I sintomi scompaiono e una nuova analisi evidenza un tasso di glucosio normale. Niente di simile ad uno squilibrio di sodio o glucosio esiste per la depressione o qualsiasi altra sindrome psichiatrica".
Nel 1996, lo psichiatra David Kaiser disse: "...la psichiatria moderna deve ancora provare in modo convincente la causa genetica/biologica di qualsiasi malattia mentale... ai pazienti vengono diagnosticati ‘squilibri chimici' nonostante non esista alcuna analisi per sostenere tale affermazione. Non c'è una concezione reale di cosa sarebbe un equilibrio chimico corretto".
Oggigiorno le immagini radiografiche del cervello, che dovrebbero dimostrare l'origine fisica delle malattie mentali, in realtà non provano un bel niente. È infatti verosimile che i farmaci psicotropi prescritti causino i cambiamenti visti nel cervello. Steven Hyman, Direttore dell'Istituto Nazionale della Salute Mentale, ammette che l'uso indiscriminato di queste indagini radiologiche del cervello produce "immagini del cervello carine ma banali.".
Elliot Valenstein, Dottorato di Ricerca., autore di Blaming the Brain, è inequivocabile: "Non esistono analisi che possano valutare lo stato chimico del cervello di una persona in vita. Nessun segno biochimico, anatomico o funzionale è stato trovato che possa in modo affidabile contraddistinguere i cervelli di pazienti con disturbi mentali".
Secondo Valenstein, "le teorie sono mantenute non soltanto perché non c'è nient'altro che possa sostituirle, ma anche perché sono utili nel promuovere i trattamenti farmacologici".

giovedì 14 aprile 2011

Tutte le classi di psicofarmaci sono ugualmente pericolose per i residenti delle case di riposo


Secondo un articolo de CMAJ (Canadian Medical Association Journal), farmaci antipsicotici convenzionali, antidepressivi e benzodiazepine, spesso somministrate ai residenti delle case di riposo, non sono più sicure degli antipsicotici atipici e possono anzi comportare rischi maggiori.
I farmaci psicotropi sono spesso utilizzati per gestire i sintomi comportamentali negli anziani, in particolare le persone con malattie di demenza, tanto che ai due terzi di tali pazienti nelle case di riposo vengono prescritti questi farmaci. Tuttavia, la loro efficacia per questa indicazione non è chiara e, soprattutto per gli antipsicotici, sono state sollevate serie preoccupazioni circa la loro sicurezza.
I farmaci psicoattivi o psicotropi agiscono sul sistema nervoso centrale e sono prescritti per la gestione di disturbi mentali ed emotivi. Essi comprendono, tra gli altri, gli antipsicotici di prima e seconda generazione (conosciuti anche come antipsicotici atipici e convenzionali), gli antidepressivi, le benzodiazepine e altri sedativi. Nonostante la loro diffusione, nessuno di questi trattamenti è stato approvato dalle autorità statunitensi o canadesi per la gestione dei sintomi comportamentali associati alla demenza senile.
Un team di ricercatori di Brigham e dell'ospedale femminile di Boston, nel Massachusetts, ha intrapreso uno studio per valutare la sicurezza comparativa delle varie classi di farmaci psicotropi, concentrandosi su pazienti nelle case di riposo a causa dell'ampio uso di questi farmaci in questo contesto e la complessità delle malattie di questi pazienti.
Dei 10.900 pazienti di questo studio, 1.942 avevano assunto un antipsicotico atipico, 1.902 un antipsicotico convenzionale, 2.169 un antidepressivo e 4.887 una benzodiazepina.
"Abbiamo osservato che i rischi di morte erano più elevati tra coloro che assumevano farmaci antipsicotici convenzionali, antidepressivi e benzodiazepine. Abbiamo anche osservato che i rischi di frattura del femore erano più elevati con farmaci antipsicotici convenzionali, antidepressivi e benzodiazepine usati per l'ansia, tutti confrontati con gli antipsicotici atipici.”
Essi concludono che i medici dovrebbero valutare meglio l'aumento dei rischi a dispetto dei potenziali benefici quando considerano la prescrizione di tali farmaci nelle case di riposo.

Fonte: MedicalNews Today 28 marzo 2011

martedì 12 aprile 2011

La Floriterapia: un aiuto per chi aiuta

In floriterapia i rimedi agiscono a livello energetico, non avendo nessuna relazione con il valore o la componente riconosciuta dalla scienza erboristica del fiore corrispondente, anche se alcune volte combacia con il significato terapeutico previsto dalla floriterapia stessa. Come la maggior parte delle persone sanno, in occidente la floriterapia si è fatta conoscere grazie al grande lavoro del dr. Edward Bach il quale ha trasmesso le linee guida per la loro preparazione.
I rimedi floreali, quindi fiori di Bach, californiani o altri, non possono essere considerati farmaci in quanto la loro funzione non è finalizzata alla soppressione di un sintomo, anche se alcune volte questo avviene. L’azione della floriterapia pare scaturire dall’informazione energetica del rimedio utilizzato in termini di vibrazione e frequenza. Su questa base si comprende che tutto il processo che porta al riequilibrio non si finalizza all’aspetto fisico organico, quanto all’armonizzazione dei campi bioenergetici della persona che accusa un malessere.
Nel suo libro I Fiori della mente la dr.ssa Maria Antonietta Bàlzola, psichiatra e psicoterapeuta, grande esperta di floriterapia, espone in modo chiaro ed autoritario il metodo terapeutico dei Fiori di Bach. Nel suo elaborato troviamo un capitolo dedicato a coloro che svolgono la funzione di terapeuti e a quanto la floriterapia possa essere d’aiuto anche a loro. Anche se la tematica è rivolta primariamente a psicoterapeuti, i consigli che vengono dati possono essere d’aiuto a tutti coloro che sono impegnati nel mondo sanitario ed hanno quindi rapporti con pazienti presi da loro in cura.
Esaminiamo ora alcune situazioni che potrebbero crearsi e vediamo quali rimedi floriterapici possono aiutare lo stesso terapeuta a fare un lavoro di riequilibrio emozionale.
La dr.ssa Bàlzola dice che a volte siamo talmente oberati dal nostro lavoro da cedere alla stanchezza ed al pessimismo; nel caso della stanchezza sarà utile Olive, mentre per il pessimismo Gentian. Quando l’eccessiva responsabilità ci porta a sovraccaricarci, il rimedio d’aiuto sarà Elm, nella stessa misura Oak sarà indicato nel caso in cui viviamo il nostro lavoro con un eccessivo senso del dovere. Il rimedio Pine può essere usato nei casi in cui nasca in noi un senso di colpa, forse per non essere riusciti ad aiutare completamente un paziente, oppure Impatiens qualora vogliamo vedere i risultati delle nostre terapie in tempi brevi, dimenticando che la persona che abbiamo in cura ha i suoi tempi. Capita spesso che i terapeuti, specialmente nel mondo delle medicine alternative, siano persone sensibili, forse influenzabili dalle sofferenze altrui, specialmente all’inizio della loro carriera. Walnut è utile per difendersi dalle influenze esterne, Centaury per imparare a dire di no al paziente quando ci viene chiesto troppo, Cerato per riuscire a rimettersi in contatto con il proprio intuito. Se tendiamo a preoccuparci troppo e non lasciare libero il paziente di fare le proprie scelte, forse anche di sbagliare, può essere utile Red Chestnut. Se siamo troppo autoritari imponendo ad altri le nostre idee, Vine sarà di aiuto. Il rimedio Crab Apple è forse quello che tutti i terapeuti hanno bisogno: dopo una giornata di lavoro ci sono state raccontate esperienze di sofferenza e dolore, pensiamo quindi alla quantità di emozioni che abbiamo ricevuto e che queste ci hanno coinvolto emotivamente, per quanto forti di carattere possiamo sembrare. Se addirittura preoccupazioni e pensieri legati al lavoro continuano a rimanere vivi nella nostra mente, senza riuscire a staccare per così dire la spina, White Chestnut potrà aiutarci.
La dr.ssa Bàlzola estrapola nel suo libro un suggerimento molto profondo, sicuramente adatto non solo a coloro che lavorano con i Fiori di Bach, ma a tutti coloro che sono vicini ai malati. Essa dice che “Se consideriamo la malattia come espressione del processo di cambiamento, così come la intendeva Bach, allora non si tratterà più di combatterla, ma di vederne gli aspetti trasformativi, lasciando che da essa emergano l’energia necessaria e la direzione da seguire”.

lunedì 11 aprile 2011

Cervello piloti di F1 si può modellare

Lewis Hamilton
Fonte: Ansa.it

PISA - Campioni di Formula 1 si diventa, non si nasce. Anche se una certa predisposizione dovra' pur esserci. Ma il cervello si puo' addestrare, perfino modificare nella sua conformazione neuronale: e' questo l'esito di una ricerca scientifica che ha come base lo sport. E l'addestramento e la costante sollecitazione a prestazioni ad alto livello ad avere reso il cervello dei piloti di Formula 1 diverso da quello della gente comune. Lo studio del dottorando pisano Giorgio Bernardi, dell'unita' operativa di Biochimica clinica del Dipartimento di Medicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell'universita' di Pisa, pero' regala alla medicina informazioni utili anche per la cura di chiunque, perche' dimostra la 'plasticita'' del cervello, ovvero la sua capacita' di migliorare in seguito all'addestramento. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, Bernardi ha studiato i meccanismi cerebrali che sottendono l'elaborazione dell'informazione visuo-motoria nel cervello di piloti di Formula 1 e dei soggetti semplici e ne ha dimostrato le differenze.

''Questi risultati - ha sottolineato il responsabile del Dipartimento, Pietro Pietrini - hanno importanti implicazioni anche per lo sviluppo di strategie riabilitative in pazienti con ictus o altri danni cerebrali. Sotto il profilo medico questa ricerca ha dunque una grande rilevanza''. Lo studio, condotto in collaborazione con il Dipartimento di Medicina interna dell'Azienda ospedaliero universitaria pisana e con Formula Medicine di Viareggio, ha sottoposto, presso la Fondazione Monasterio a Pisa, a risonanza magnetica i piloti della Forumula 1 durante la quale essi dovevano rispondere a precisi compiti di integrazione visuo-motoria. ''Abbiamo simulato una griglia di partenza - ha concluso Pietrini - e in presenza del semaforo rosso i piloti dovevano ripetutamente schiacciare un pulsante, cosi' come in un altro test visuo-spaziale su oggetti in movimento chiedevamo altre sollecitazioni. E cio' che si evidenzia e' come l'addestramento dei piloti fornisca risultati assai diversi rispetto a quelli dei soggetti normali. In questo modo per la prima volta e' stato possibile misurare come diversi gruppi di neuroni parlano tra di loro. L'addestramento dei piloti, la loro abitudine ad elevate prestazioni, ha un effetto plastico sul cervello, lo modifica in qualche modo e cio' dimostra che proprio l'addestramento puo' risultare molto utile in caso di terapie riabilitative conseguenti a danni cerebrali''.

di Gabriele Masiero

domenica 10 aprile 2011

Midollo Spinale, Stress e Osteopatia Craniosacrale

L’intervento manipolativo è indubbiamente indicato nelle condi-zioni di stress, in modo particolare il trattamento craniosacrale. L’intervento manipolativo craniosacrale apporta un profondo rilascio di tutta la struttura intracranica. Soprattutto l’intervento sulle disfunzioni della base cranica apporta grandi benefici a soggetti che soffrono di stress. Con questa asserzione non intendiamo certo affermare che il solo intervento manipolativo possa risolvere o eliminare condizioni legate allo stress. Come abbiamo visto la causa può essere data da modelli di vita o situazioni che permangono nel tempo e che fino a quando questi esistono, risultano essere la causa primaria dello stress. Ma qual è allora l’utilità del trattamento craniosacrale sullo stress e sul riequilibrio delle funzionalità del sistema nervoso autonomo? Per dare risposta a questa domanda dobbiamo rivedere le componenti anatomiche delle meningi.
Partiamo del midollo spinale cervicale. Questo serve da conduttore principale degli impulsi nervosi tra il cervello ed il midollo spinale al di sotto del collo; in ultimo lo stesso midollo spinale ha la funzione di collegare il cervello al sistema nervoso periferico. La parte più caudale del cervello è il bulbo, struttura in continuità con il midollo spinale cervicale a livello del forame magno.
Dal midollo spinale fuoriescono 8 coppie di radici dosali e ven-trali (i nervi spinali sono in totale 31 paia: 8 cervicali, 12 toracici, 5 lombari, 5 sacrali ed 1 coccigeo; la maggior parte degli assoni che compongono le radici ventrali originano dalle cellule della sostanza grigia anteriore e laterale del midollo spinale, mentre quelli che compongono le radici dorsali originano dai gangli spinali dorsali), che si uniscono temporaneamente per formare un tronco comune a livello del forame intervertebrale.
La radice dorsale trasporta l’impulso sensoriale dalla periferia al midollo spinale, la radice ventrale invia i comandi motori dal sistema nervoso centrale ai vari distretti del corpo; inoltre le stesse fibre motorie ventrali, dopo essere uscite dal forame intervertebrale entrano in contatto con il sistema nervoso simpatico. Il nervo spinale C1, dopo essere uscito dal canale vertebrale tra occipite ed atlante, passa sopra l’arco dell’atlante e sotto l’arteria vertebrale e si preoccupa di innervare il muscolo obliquo superiore, inferiore e grande retto posteriore del capo, piccolo retto posteriore e semispinale del capo; in misura minore, questo nervo spinale C1 dà origine ad una branca sensoriale che innerva una parte del cuoio capelluto. La compressione dei condili occipitali o una alterazione della struttura occipito atlantoidea causata da ipertonicità della muscolatura suboccipitale può causare una disfunzione del nervo spinale C1 con conseguente cefalea, localizzata maggiormente nella zona frontale. Posture errate, tipiche di coloro che rimangono ore al computer, o atteggiamenti posturali conseguenti a sollecitazioni emozionali possono determinare una alterazione strutturale della zona cervicale appena considerata; in questo caso lo stress emotivo continuativo può provocare seri danni alla struttura articolare. Tecniche, ad esempio, come il rilassamento della base cranica o CV4 sono molto efficaci. Quando si presentano soggetti con sindromi da stress accumulato da molto tempo, il trattamento craniosacrale è il più indicato, considerando l’accumulo di tensione protratto nel tempo.
Il piccolo ed il grande nervo occipitale, che provengono entrambi dalle radici nervose di C2, hanno funzione motoria (piccolo n. occipitale) e sensoriale (grande n. occipitale); inoltre il piccolo nervo occipitale dà il suo contributo alla formazione del plesso cervicale, i cinque segmenti inferiori del midollo spinale cervicale, invece, contribuiscono alla formazione del plesso brachiale con funzione di innervazione dell’estremità superiore. Anche in questo caso il trattamento craniosacrale è utile per distendere le tensioni che si manifestano in quest’area. Saranno indicati, oltre al già citato rilassamento della base cranica e CV4 anche il rilascio strutturale dello stretto toracico, accompagnato dalla distensione delle aponeurosi del tratto cervicale anteriore.
Per comprendere bene l’azione del trattamento craniosacrale sulle radici nervose è utile approfondire l’aspetto anatomico dei tre strati della meninge.
Iniziamo con la pia madre, la più interna delle tre. Questa riveste più da vicino l’intero sistema nervoso centrale con funzione di trasporto dei vasi sanguigni utili al nutrimento ed all’eliminazione degli scarti metabolici del tessuto nervoso. È composta da collagene e fibre elastiche rivestite da cellule squamose piatte. Dal sistema nervoso centrale provengono degli astrociti i quali entrando nella pia madre collegano la stessa al tessuto nervoso, con la funzione di selezionare il trasporto degli ioni e delle molecole dentro e fuori il sistema nervoso centrale; tutto ciò fa presumere che sia parte della barriera emato-encefalica.
Nel momento in cui la radice nervosa si stacca dal midollo spinale ed inizia la sua corsa fuori da questa struttura, o comunque quando vi rientra, sarà la pia madre a formare una specie di guaina protettiva che segue il nervo fino al forame intervertebrale; nel momento in cui esce definitivamente da questo forame, avviene una fusione della pia madre con il perineo del nervo. Delle sottili trabecole fanno da ponte fra la pia madre e l’aracnoide, la seconda del gruppo delle tre meningi. Lo spazio che si forma fra questi due strati meningei è chiamato spazio subaracnoideo, pieno di liquor. Da notare che nel tratto cervicale, la pia madre è più spessa e meno vascolarizzata rispetto all’area craniale.
Degno di nota citare i legamenti denticolati, disposti frontalmente che vanno dalla parete laterale alla faccia laterale del midollo spinale a destra e a sinistra; essi prendono questo nome perché sono come i denti di un pettine. Questi legamenti, che sono dipendenze della dura madre e dell’aracnoide, fissano lateralmente il midollo spinale, inoltre rappresentano una barriera per cui le radici posteriori sono separate fisicamente da quelle anteriori fissando tali radici nel luogo in cui stanno impedendo loro di spostarsi verso il centro. Ci sono 21 coppie di legamenti denticolati; la coppia superiore, o meglio la prima cranialmente, si inserisce nella dura madre a livello del forame magno dopo essere passata tra l’arteria ed il nervo ipoglosso, la coppia inferiore, l’ultima in direzione caudale, esce a livello della giunzione T12.

Sistema Nervoso Ortosimpatico e Parasimpatico: la condizione di stress

Vogliamo ora considerare alcuni fattori legati alla regolazione centrale delle funzioni viscerali. Questi livelli di integrazione sono suddivisi secondo una scala di influenza qui sotto sintetizzata.
  • Midollo spinale: integra i riflessi semplici come la contrazione della vescica piena;
  • Midollo allungato: integra riflessi più complessi quali la regola-zione del respiro e della pressione sanguigna;
  • Mesencefalo: controllo e regolazione delle risposte pupillari alla luce;
  • Ipotalamo: regolazione chimica e termica dell’intero organi-smo;
  • Ipotalamo e sistema limbico: regolazione del comportamento emozionale ed istintivo.
Riepilogando l’elenco sopra presentato possiamo dire che i centri bulbari per il controllo riflesso autonomico dei polmoni, del cuore e della circolazione sono definiti ‘centri vitali’ in quanto una eventuale lesione in queste zone può portare alla morte. La deglutizione, come anche la tosse, e lo starnuto sono risposte riflesse integrate nel bulbo. Anche il vomito è un altro esempio di riflessi viscerali integrati nel bulbo.
L’ipotalamo è parte dell’area anteriore del diencefalo situata sotto il solco ipotalamico e davanti ai nuclei interpeduncolari. Troviamo delle connessioni nervose e vascolari fra l’ipotalamo ed il lobo posteriore ed anteriore ipofisario, tali da determinare uno stretto rapporto ipotalamo-ipofisario. Esistono inoltre molte connessioni tra l’ipotalamo ed il sistema libico, come anche connessioni tra ipotalamo e i nuclei del tegmento mesencefalico, ponte e rombencefalo.
La stimolazione dell’ipotalamo anteriore determina talora la con-trazione della vescica urinaria, risposta quindi di tipo parasimpatico, anche se comunque non abbiamo molti dati per credere che esista un centro parasimpatico ben localizzato. La stimolazione, invece, delle regioni laterali dell’ipotalamo provoca un aumento della pressione sanguigna, midriasi, piloerezione ed altre manifestazioni tipicamente date da una scarica simpatica. La stimolazione della porzione dorsale ipotalamica provoca vasodilatazione nei muscoli con associata vasocostrizione nella cute ed in altre parti del corpo, ciò al fine di mantenere costante la pressione sanguigna. La stimolazione della zona dorsomediale della regione ipotalamina posteriore fa aumentare la secrezione di adrenalina e noradrenalina da parte delle surreni; si ricordi che un aumento della secrezione da parte della midollare surrenale è un fenomeno tipico in casi di rabbia e paura, e ciò avviene quando viene attivato il sistema vasodilatatore simpatico colinergico.
Quanto detto fin ora ci porta ad esaminare più da vicino la condizione chiamata stress. Lo stress è definito come fattore o condizione di fattori fisici, chimici e psicologici che alterano l’omeostasi o il benessere di un organismo e che producono, come conseguenza, una risposta di difesa. Nel momento in cui il corpo umano incontra delle difficoltà si instaura una condizione in cui l’intero essere entra in crisi. Questo ci porta a comprendere che ogni organo o sistema ha un suo grado ideale di funzionamento; il buon funzionamento del sistema ortosimpatico e parasimpatico faranno sì che si abbiano scambi metabolici a livelli ottimali, come anche mantenimento della temperatura corporea al fine di conservare il ciclo biologico in equilibrio. Se uno stimolo interviene a modificare questo equilibrio ottimale, si avrà una perturbazione la quale andrà a creare uno stress, a sua volta i dispositivi adattativi dell’organismo cercheranno di riportare equilibrio in tutte le funzionalità organiche e sistemiche. I passaggi che l’organismo umano attua in relazione agli avvenimenti sono così suddivisi: avremo una prima fase in cui si percepisce il segnale, alla quale segue la funzione di allarme o percezione di una minaccia; qui vengono raccolte tutte le energie a disposizione per far fronte al pericolo. Ne segue la fase di resistenza in cui si va a conservare l’omeostasi perturbata, in buona sostanza, a livello biologico e comportamentale, si attivano i meccanismi capaci di garantire la conservazione; infine, se vi è una prolungata sollecitazione psicofisica, si manifesta una fase di esaurimento, questo fenomeno si esplicita quando l’evento stressante è stato troppo intenso o quando l’individuo è sottoposto a prolungate situazioni di rischio.
Quanto detto ci ricorda che lo stress può assumere due differenti condizioni: il primo è definibile stress positivo (eustress), condizione in cui l’organismo addirittura migliora le proprie funzionalità, portandolo ad essere più attivo ed attento, aumentando così la capacità di concentrazione e di percezione, in sintesi si ha un miglioramento psico-fisico, l’individuo dà il meglio di sé stesso con un rapido recupero delle forze dopo aver affrontato la situazione con successo. Quando invece la risposta è inadeguata, si ha un disadattamento (distress), che è lo stress negativo, quello che porta l’individuo alla malattia e diventa causa di disfunzione. In relazione a questa seconda condizione si deve ricordare che esiste una grande variabilità individuale, tale da provocare una vera condizione di stress negativo; non si parlerà allora di situazioni estreme uguali per tutti come una grande tragedia, una catastrofe esistenziale che coinvolge interamente la vita di un individuo o una situazione di natura sociale come può essere l’isolamento dai propri simili. Parliamo invece dell’atteggiamento nei confronti della vita, del modo di pensare, dell’autostima, dell’importanza che viene data agli avvenimenti e da altre variabili che possono condizionare l’esistenza. Gli studi compiuti nel campo delle neuroscienze dimostrano che il pensiero ha la capacità di influenzare la vita biologica dell’essere umano; se un tempo il concetto psicosomatico non risultava appoggiare su basi concrete, oggi sempre più dimostrazioni confermano questo fatto: la mente umana può realmente o aiutare la componente fisica arrivando a guarirla, come danneggiarla scatenando malessere e malattie.
In sintesi possiamo quindi affermare che di fronte ad un avveni-mento, questo può risultare insignificante, non causando alcuna reazione da parte dell’organismo, oppure tale da scatenare delle reazioni di stimolo positive o reazioni di difesa talmente forti da coinvolgere il sistema endocrino, il sistema nervoso vegetativo ed il sistema immunitario, i quali rappresentano i tre principali sistemi di risposta allo stress.

(Tratto dal libro Il Trattamento Osteopatico in Geriatria, Ed. Lampi di Stampa)

Sistema Nervoso Ortosimpatico e Parasimpatico: considerazioni di base

Il sistema nervoso autonomo (o vegetativo) ha la funzione di controllare l’ambiente interno dell’organismo; si intende l’attività cardiaca, tutte le variazioni del flusso ematico in rapporto alle necessità del momento, la secrezione ghiandolare, l’attività peristaltica e via dicendo. Le risposte non razionali, emotive, vengono anch’esse mediate da questa parte del sistema nervoso.
Il sistema nervoso autonomo è notoriamente diviso in due sezioni: l’ortosimpatico ed il parasimpatico. Queste hanno essenzialmente la responsabilità di controllare le funzioni viscerali, o per meglio dire involontarie, del corpo umano. A sua volta queste due componenti sono singolarmente composte da una porzione sensitiva, o afferente, ed una motoria, o efferente.
Queste due componenti del sistema nervoso vegetativo scatenano negli organi bersaglio degli effetti in parte contrastanti. In buona sostanza l’ortosimpatico svolge una funzione di stimolazione e reazione; due sono i termini che sintetizzano questa reazione: combatti o fuggi. In ugual misura il parasimpatico svolge una funzione contraria, infatti ha la proprietà di coordinare il riposo e le fasi digestive.
Per quanto riguarda l’organizzazione anatomica delle efferenze autonomiche, le vie efferenti del sistema nervoso autonomo si compongono di neuroni pregangliari e di neuroni postgangliari; i corpi cellulari dei neuroni pregangliari si trovano nella colonna grigia intermedio-laterale (efferente viscerale) del midollo spinale, gli assoni dei postgangliari vanno a terminare sugli effettori viscerali. La trasmissione a livello delle giunzioni sinaptiche fra i neuroni pregangliari e postgangliari, e fra i neuroni postgangliari ed effettori autonomici è mediata da sostanze chimiche, e più precisamente da acetilcolina e noradrenalina (in minima parte anche da dopamina). In sistesi ricordiamo che:
Sistema Nervoso Centrale (SNC)
Coordinazione, integrazione e processo di tutte le informazioni di senso e di moto; è sede delle emozioni, della memoria e dell’apprendimento
Sistema Nervoso Periferico (SNP)
Vie Afferenti: invia informazioni di senso al SNC
Vie Efferenti: invia comandi di moto agli organi
L’acetilcolina è fondamentalmente racchiusa in piccole vescicole sinaptiche chiare, molto concentrata nei bottoni terminali dei neuroni colinergici. L’arrivo di un impulso ad un bottone sinaptico aumenta la permeabilità della membrana al Ca++, e l’afflusso di questo che ne risulta provoca la liberazione di acetilcolina nella fessura sinaptica mediante un processo di esocitosi.
La noradrenalina è il trasmettitore delle terminazioni simpatiche postgangliari. Questa sostanza è immagazzinata nei bottoni sinaptici dei neuroni che la secernono (vescicole granulate). La noradrenalina ed il suo metil-derivato, che è l’adrenalina, vengono secrete dalla midollare surrenalica, anche se comunque neuroni che secernono noradrenalina, dopamina ed adrenalina sono anche presenti nel cervello. In ultimo ricordiamo che i neuroni che secernono noradrenalina sono chiamati neuroni noradrenergici.
Da quanto abbiamo potuto osservare, il sistema nervoso autonomo è distinto in colinergico e noradrenergico, in pratica sono neuroni colinergici:
  • Tutti i neuroni pregangliari, sia parasimpatici che simpatici;
  • I neuroni postgangliari parasimpatici;
  • I neuroni postgangliari simpatici che innervano le ghian-dole sudoripare; 
  • I neuroni postgangliari simpatici che terminano sui vasi sanguigni dei muscoli con funzione di vasodilatazione.
Tutti gli altri neuroni simpatici postgangliari sono neuroni noradrenergici.
Al fine della risposta degli organi effettori agli impulsi dei nervi autonomici, è necessario sapere che la muscolatura delle pareti degli organi cavi è normalmente innervata sia da fibre noradrenergiche e colinergiche; avremo allora una fase eccitatoria sulla muscolatura liscia in un caso, ed una fase inibitoria nell’altro caso. Questo processo, comunque, non deve essere interpretato come unico ed assoluto: se prendiamo l’area degli sfinteri, questa riceve impulsi eccitatori sia dalle fibre noradrenergiche che da quelle colinergiche, con la sola differenza che le fibre noradrenergiche agiscono sui muscoli costrittori degli sfinteri, mentre le fibre colinergiche sui muscoli dilatatori. Questo esempio ci ricorda, quindi, che non esiste una regola ferrea in relazione a quale sia il sistema che stimola e quale quello che inibisce.
La liberazione di noradrenalina ha la funzione di aumentare l’attività simpatica del sistema nervoso autonomo, quindi la scarica noradrenergica entra in azione nel momento in cui si presenta una situazione di emergenza. Questa condizione determina una midriasi pupillare, aumento del battito cardiaco e pressione arteriosa con relativo miglioramento dell’irrorazione ematica ai muscoli ed organi vitali, per contro restringimento dei vasi sanguigni della cute con netta riduzione del sanguinamento delle ferite. Questa liberazione di noradrenalina andrà ad abbassare la soglia della formazione reticolare rinforzando lo stato di vigilanza ed innalzando la concentrazione di glucosio ed acidi grassi nel sangue, aumentando in questo modo l’energia.
L’azione colinergica favorisce la digestione e l’assorbimento inte-stinale, ciò dovuto al fatto che aumenta la secrezione gastrica e la motilità intestinale con rilascio dello sfintere pilorico. È a causa di ciò che viene chiamata anabolica la componente colinergica del sistema nervoso autonomo, in contrasto con la fase catabolica, di pertinenza noradrenergica.

(Tratto dal libro Il Trattamento Osteopatico in Geriatria Ed. Lampi di Stampa)

sabato 9 aprile 2011

Il mito della modestia

Quante volte da bambini ci è stato insegnato che la modestia è una qualità che deve essere coltivata con molta attenzione e che l’essere modesti ci permetterà di essere riconosciuti come persone migliori e adatte ad avere buoni rapporti con gli altri. Non possiamo certo smentire queste giuste osservazioni ed insegnamenti, frutto di una cultura patriarcale finalizzata all’osservanza di un comportamento educato e molte volte indice di sudditanza nei confronti di coloro che rappresentano l’autorità nei suoi vari generi.
Non possiamo però escludere sfaccettature legate a questo termine, indicatori di comportamenti che non sempre giocano a nostro favore. Il Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti definisce il termine ‘modestia’ come la qualità di chi è consapevole dei propri limiti, che non mostra presunzione, che non ostenta le proprie qualità, definizione questa oseremmo dire più che corretta ed equilibrata; indica però come sinonimo il termine ‘pudore’, atteggiamento pudico e schivo e ‘ritegno’, espressione con cui ci si scusa quando si devono mettere in evidenza il proprio valore o i propri meriti. Probabilmente con questa definizione si danno delle indicazioni non perfettamente corrette in relazione alla nostra meritata autostima; vediamo il perché.
Se si parte dal presupposto che dobbiamo chiedere scusa quando mettiamo in evidenza un nostro valore o un nostro merito, allora si ipotizza che tutti sono migliori e più meritevoli di noi, cosa questa impossibile; oltre a ciò questo atteggiamento porta ad evitare di impegnarsi per ottenere dei risultati sempre migliori e competitivi, indispensabili per la nostra crescita personale, indipendentemente dal successo ed il merito che altri possono avere, buon per loro.
Se si vogliono raggiungere degli obiettivi in campo professionale, è importante imparare a tessere le proprie lodi, ben diverso dall’inutile esibizionismo o nel collocarsi su di un gradino superiore agli altri: si tratta semplicemente di farsi valere per quello che realmente si è. Ognuno di noi ha le proprie qualità e se si vuole progredire in ogni campo della vita, bisogna essere consapevoli di quali siano. Questo chiaramente non significa che bisogna occultare i propri difetti o far finta che essi non esistono, bisogna invece ricordarsi dei propri punti deboli e lavorarci sopra, altrimenti andremo ad ingannare unicamente noi stessi.
Comprendiamo allora che saper propagandare in maniera efficace e non aggressiva i risultati ottenuti è, oltre ad aumentare la nostra autostima, una capacità che può essere appresa. Non c’è niente di sbagliato nel riconoscere di fare bene il proprio lavoro o di avere un certo successo in alcune aree della vita, anche perché il successo ottenuto è quasi sempre frutto del duro lavoro, della tenacia dimostrata e della conoscenza del proprio valore messo in pratica.
Quando osserviamo le persone che predicano la modestia, probabilmente ci accorgiamo che queste appartengono a due categorie: quelle che non hanno mai ottenuto alcun risultato, oppure quelle che sono un po’ troppo preoccupate che la nostra realizzazione o successo possa intaccare la loro. Dalla falsa modestia si passa con molta facilità alla gelosia e all’invidia.
È allora essenziale essere consapevoli della propria qualità e dei propri punti di forza perché essi formano la base della stima in se stessi, e più solidamente è costruita questa base, meglio sarà in grado di reggere quando ci rivolgeranno dei rimproveri.

venerdì 8 aprile 2011

Il diritto all'autostima

Il successo è un concetto relativo che dipende dalla prospettiva con cui si guarda la vita. È ormai consuetudine vedere uomini e donne del mondo dello spettacolo, della finanza, della politica come persone che hanno raggiunto a tutti i livelli il grande e agognato ‘successo’. Un’analisi più attenta, però, ci dice che vi sono moltissime persone che ricoprono posizioni di rilievo e che professionalmente hanno ottenuto grandi riconoscimenti le quali hanno l’abitudine di criticarsi aspramente, dimostrandosi particolarmente insicure.
Questo ragionamento potrebbe risultare strano, visto ciò che hanno ottenuto in fatto di posizione e stato sociale. Una cosa comunque è certa: se non ci si accetta e non si ha una buona opinione di sé, tutti i risultati ottenuti, tutte le apparenze sociali e tutto il denaro o fortune accumulate non hanno alcun valore. In buona sostanza tutto ciò che si è ottenuto non varrà nulla fino a quando non si accetterà il fatto che i risultati ottenuti saranno meritati. Questo ragionamento è avvalorato dalle molte tragedie che hanno colpito tanti divi del cinema. Chiediamoci: perché fra di loro c’è un così alto numero di suicidi? Come è possibile che persone così belle fisicamente, con molto denaro, amati dal pubblico fino a diventare degli idoli si siano abbassati a dipendere da farmaci, alcool e droghe? Possiamo rispondere a tutte queste domande con un’unica verità: se non ci si piace, la scelta più facile consiste nel dimenticare forzatamente di esistere, allora tutte le forme di dipendenza come stupefacenti, psicofarmaci, alcool, cibo nascondono l’odio che abbiamo verso noi stessi. È come considerarsi come dell’immondizia, quindi ci si tratta come tale!
Questo comportamento autodistruttivo è indice di odio verso sé stessi e può risalire a varie motivazioni. Ma in generale il non piacersi riflette sempre il giudizio di un’altra persona, di norma uno dei genitori che ci hanno disprezzato o non stimato sin dai primi anni di vita. Quindi è proprio negli anni della formazione, quando ci si crea una propria immagine personale, che il giudizio degli altri assume una valenza pesante; se le persone che ci sono più vicine ci rifiutano o arrivano al punto da ignorarci costantemente, possiamo interpretare questo atteggiamento come un giudizio su di noi, sulla nostra persona, concludendo che non ci amano perché non siamo amabili.
Questo concetto ci porta ad un altro aspetto della vita sociale, e cioè finché non ci si piace, non si potrà amare nessun altro, inoltre finché non si è in pace con sé stessi, non si sarà tranquilli in nessun luogo, indipendentemente da dove si va o ci si trova.
Il non piacersi comporta entrare in un circolo vizioso in cui dipendiamo sempre dagli altri. Infatti quando qualcuno che consideriamo superiore a noi ci viene in aiuto lodandoci, smettiamo temporaneamente di torturarci, ma sebbene non ci fidiamo degli altri, dipendiamo interamente dalla sua opinione positiva su di noi perché è quell’opinione che ci concede l’unica pausa da quel continuo disprezzo per noi stessi. Se da una parte ci sentiamo offesi dagli altri perché detengono la chiave della nostra autostima, dall’altra sappiamo che le loro lodi sono vitali per la nostra sopravvivenza emotiva.
Dal momento quindi che l’autostima è un nostro sacrosanto diritto, vi sono vari modi per imparare a trattarsi meglio. Innanzi tutto è indispensabile cercare di ritrovare il momento in cui trova origine la mancanza di autostima. Potrebbe essere il modo in cui siamo stati educati, dalle prepotenze subite a scuola, un fallimento accaduto in passato. Alcune volte un errore commesso in passato ha avuto un impatto così forte da rovinare l’intera vita, non riuscendo a perdonarci una debolezza, una colpa o un fallimento. Molte volte è sufficiente essere consapevoli dell’origine del trauma per liberarsi del giudizio negativo su di sé. Un secondo aspetto è non criticarsi troppo, non spingersi oltre le proprie capacità fisiche, non pretendere troppo dal proprio corpo, non distruggerlo con troppe bevande alcoliche o troppo cibo. Perché non trattarsi con rispetto, alla stessa maniera in cui ci comporteremmo con una persona che si ama?
Indipendentemente da ciò che facciamo nella vita, dai risultati ottenuti nel nostro lavoro, dal successo che possiamo avere, è essenziale armonizzare i progetti e le attività con i propri bisogni; quando ignoriamo i nostri desideri, destabilizziamo completamente il nostro equilibrio interiore, ostacolando così il nostro sviluppo personale. Essere in armonia con sé stessi è il primo requisito per la crescita personale di ogni essere umano, e rappresenta la base su cui costruire la nostra personalità.
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