domenica 30 gennaio 2011

Omega3, non solo pesce




L’assunzione di omega 3 e’ piu’ efficiente se questi provengono dai vegetali, lo dimostra un nuovo studio.

Una buona notizia per vegetariani e vegani – e per i nostri mari – giunge da una recente ricerca medico-scientifica condotta alla fine dell’anno scorso in Gran Bretagna e i cui risultati sono stati resi noti in un articolo apparso di recente sull’American Journal of Clinical Nutrition.
Vegetariani e vegani provvederebbero autonomamente alle proprie necessità di acidi grassi essenziali omega-3 a lunga catena (presenti nel pesce) ricavandoli dagli acidi grassi omega-3 vegetali, quindi senza dover introdurre nella propria dieta la carne di pesce. Tali grassi sono importanti per il buon funzionamento dei meccanismi metabolici.
E’ già noto da tempo come gli omega-3 si possano ricavare molto più facilmente da fonti vegetali, come noci, semi di lino e olio di semi di lino, piuttosto che dal pesce (che ne contiene decisamente meno di quanto si crede), ma questo nuovo studio rende ancora più evidente come la fonte privilegiata di questi acidi grassi essenziali sia proprio quella vegetale.
Il Dr Welch e la sua equipe hanno analizzato dapprima 14.422 uomini e donne dai 39 ai 78 anni all’interno dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition) e successivamente hanno selezionato 4.902 soggetti nei quali erano stati misurati i livelli plasmatici dei PUFAs (polyunsantured fatty acids: acidi polinsaturi, cioè omega-3 e omega-6).
L’acido alfa-linolenico ALA (precursore degli acidi grassi omega-3 a lunga catena) una volta introdotto nel nostro organismo con l’alimentazione, viene metabolizzato e trasformato in EPA e DHA, entrambi votati a alle fondamentali funzioni organiche quali la formazione delle membrane cellulari, lo sviluppo e il funzionamento del cervello e del sistema nervoso periferico, la produzione di eicosanoidi che regolano la pressione arteriosa, la risposta immunitaria ed infiammatoria.
Lo studio ha mostrato come, a fronte di una minore introduzione di omega-3 attraverso la dieta tipica dei vegetariani/vegani, se paragonata a chi consuma pesce in quantità (con una percentuale che va dal 57% all’80 % di differenza), i livelli di EPA e DHA sono risultati essere pressoché uguali nei due gruppi di campioni studiati.

Ci sarebbe dunque – spiegano i ricercatori – una “efficienza di conversione” in acidi grassi omega-3 a lunga catena significativamente maggiore nei vegetariani/vegani rispetto a coloro che consumano pesce.

E’ un dato importante che, oltre al significato etico, getta una luce positiva anche sul futuro delle specie marine selvatiche che, pericolosamente depauperate, sono destinate ad estinguersi.
L’EPIC rappresenta il più vasto studio di popolazione condotto sui livelli di ALA e sulla conversione in EPA e DHA e, se questi risultati saranno supportati da ulteriori studi, cambieranno le raccomandazioni per la Salute pubblica, il che avrà un effetto positivo anche sulla preservazione delle specie marine.

Fonte:
Ailsa A Welch, Subodha Shakya-Shrestha, Marleen AH Lentjes, Nicholas J Wareham, Kay-Tee Khaw, “Dietary intake and status of n-3 polyunsaturated fatty acids in a population of fish-eating and non-fish-eating meat-eaters, vegetarians, and vegans and the precursor-product ratio of alpha-linolenic acid to long-chain n-3 polyunsaturated fatty acids: results from the EPIC-Norfolk cohort”, American Journal of Clinical Nutrition November 2010, Volume 92, Number 5, Pages 1040-1051, doi:10.3945/ajcn.2010.29457

(24/01/2011)

Comunicazione a cura di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana

venerdì 28 gennaio 2011

Il metodo Coué

"Emile Coué nasce a Troyes (in Bretagna in Francia) nel 1857. In qualità di farmacista, si accorge del potere benefico della suggestione accompagnando la vendita dei suoi farmaci con le parole-formula in grado di moltiplicare l'effetto dei suoi preparati: "Vedrà, le farà molto bene", e "Andrà sempre meglio". Il suo metodo è oggi noto in tutto il mondo ed il suo libro ha superato le 60 edizioni".
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Sono queste le parole di quarta di copertina che brevemente illustrano il libro Il Metodo Coué scritto dallo stesso Emile Coué, farmacista francese che diede vita a questa forma di autosuggestione cosciente estremamente semplice e facile da applicare. Figlio di un ferroviere, studiò inizialmente chimica ma poi per praticità divenne un farmacista. La sua esperienza nel comunicare con il pubblico lo portò a capire che non era sempre la medicina a curare, quanto la fede nell'efficacia della medicina stessa. Nel 1925 si recò negli Stati Uniti e dopo aver presentato il risultato dei suoi studi e ricerche divenne famosissimo vendendo moltissime copie del suo libro (Self-Mastery Through Conscious Autosuggestion). Dopo la sua visita in America, ritornò in Francia per continuare le sue ricerche.
Attraverso le parole del dr. Jean Thuillier, scrittore e psichiatra francese, che introducono il metodo Coué nel libro sopra citato, possiamo capire la grande semplicità del metodo. Infatti sono significative le parole qui sotto citate in cui si riassume la totalità del metodo.
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"Tutte le mattine, al risveglio, prima di alzarvi e tutte le sere, appena vi siete messi a letto, chiudete gli occhi e, senza sforzarvi di concentrare la vostra attenzione su ciò che state per dire, pronunciate per venti volte la seguente frase, muovendo appena le labbra, ma in tono abbastanza alto da poter sentire la vostra voce, contando meccanicamente i venti nodi di una cordicella: Ogni giorno, da ogni punto di vista, miglioro"
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Una tecnica quindi molto semplice e facile da applicare, definita da Thuillier una "psicoterapia da poveri", comunque accessibile a tutti.
Emile Coué era un uomo di media statura, piuttosto robusto, che diffondeva attorno a sé un'energia intrisa di tranquillità. Le sue parole erano convinte e convincenti, era persuasivo ed autoritario.
"Non sono un guaritore, diceva. E' in voi stessi che trovate la chiave per la vostra guarigione". Scoprì anche quello che oggi chiamiamo abitualmente effetto placebo, cioè l'azione di un farmaco privo di principi attivi. "Vedrà, le farà certamente bene" era la frase che ripeteva regolarmente e con tono sicuro ai suoi clienti, nella farmacia Couè di Troyes e, quando questi ritornavano pronti a giurare sull'effettivo miglioramento della loro salute, si affrettava a dire: "Vedrà, non è che l'inizio, migliorerà di giorno in giorno".
Dotato di uno spiccato spirito di osservazione, Coué constatò che molti pazienti, se condizionati dai suoi discorsi, guarivano assumendo soltanto dei prodotti farmacologici privi di efficacia. "Sono le mie parole che fanno pendere l'ago della bilancia verso la guarigione. Suggestiono i miei clienti" confidò ad un neurologo, il dr. Coquelet, che, come risposta, gli fece leggere un libro all'epoca molto discusso: De la Suggestion et de ses applications en thérapeutique pubblicato da Doin. L'autore, Hippolyte Bernheim, ex-docente associato a Strasburgo, esercitava la professione di medico a Nancy fin dalla guerra del 1870. Il dottore descriveva, nella sua opera, l'incontro con un certo Liebault, un modesto medico che si dichiarava anche guaritore e che esercitava alla periferia di Nancy. Bernheim era incuriosito dalla grande popolarità di quest'uomo.
Liebault praticava l'ipnosi e la suggestione ed il professor Bernheim, per rendere omaggio al suo collega, aveva voluto dare una base teorica alla suggestione, prendendo spunto dalle sue esperienze personali.
Emile Coué lesse tutto d'un fiato il libro di Bernhein e, dato che alcuni concetti gli sembravano degni di essere approfonditi, decise di recarsi a Nancy, non lo trovò ma incontrò invece Liebault, il quale era molto felice di raccontare le proprie esperienze. Coué fu colpito da Liebault anche se il suo metodo non lo convinceva del tutto, in quanto privava l'individuo del libero arbitrio e lo trasformava in un automa.
Inizialmente Emile Coué seguì l'esempio di Liebault nell'attività pratica, ma si servì delle idee sulla suggestione di Bernheim per costruire la sua teoria. Egli sarebbe stato per tutta la vita un osservatore di grandissima capacità, un ricercatore più "empirico" che teorico.
Coué aveva notato che i farmaci, che distribuiva ai suoi clienti, provocavano effetti diversi in accordo all'immaginazione dei malati e che tale facoltà poteva essere la causa stessa della malattia.
Coué aveva osservato i risultati ottenuti sotto ipnosi e si era reso conto che la suggestione, anche da sola, senza il sostegno dell'ipnosi, portava agli stessi esiti. Tutto era possibile alla suggestione, se questa era ben diretta. Inoltre, il farmacista aveva notato che alcuni soggetti resistevano sia all'ipnosi che alla suggestione, mentre obbedivano all'ipnotizzatore solo coloro che "guidavano" la suggestione stessa. L'atteggiamento di accettazione da parte di questi ultimi era determinato dall'autosuggestione, che Couè definiva come: "L'insediamento di un'idea in sé stessa attraverso sé stessa". Comprese quindi che per essere efficace, la suggestione doveva trasformarsi in autosuggestione. La seconda scoperta di Couè fu di dimostrare che, senza bisogno di alcun sforzo, era possibile educare e disciplinare l'autosuggestione attraverso la ripetizione meccanica di formule ben studiate, tra cui la più famosa: Ogni giorno, da ogni punto di vista, miglioro! Attraverso la rupetizione automatica, mattina e sera, di tali frasi, si sarebbe sviluppato un lento lavoro inconscio e la proposizione ripetuta sarebbe diventata realtà.

mercoledì 26 gennaio 2011

Come "riprodurre" i modelli di successo che sono in noi

Se analizziamo attentamente la nostra vita, indipendentemente dall'età che abbiamo, dobbiamo ammettere con tutta onestà che vi sono stati dei momenti in cui abbiamo avuto successo. Da notare che con il termine successo non intendiamo necessariamente raggiungere traguardi eclatanti. Ci ricordiamo forse della vittoria di una corsa o qualche piccola attività sportiva quando eravamo molto giovani, oppure l'aver conquistato il cuore di una giovane coetanea, e via dicendo. In età adulta il senso di successo potrebbe rappresentare il raggiungimento di un traguardo nella propria professione, l'assolvere nei tempi e nei modi un incarico datoci dal nostro superiore e tante altre situazioni, vuoi importanti o anche di minima importanza. In effetti, non è importante quello che abbiamo fatto, quanto la sensazione di successo che ha accompagnato l'azione. La cosa veramente importante è "l'esperienza del momento" in cui abbiamo ottenuto il successo nell'eseguire ciò che volevamo, nel raggiungere ciò che avevamo prestabilito, in buona sostanza, qualcosa che ci ha conferito un certo senso di soddisfazione.
Come riprodurre, allora, i modelli di successo? La tecnica migliore è quella di ritornare indietro con la memoria e cercare di rivivere queste esperienze legate al successo; riviverle interamente e nei minimi dettagli nella nostra immaginazione, in pratica con gli occhi della mente si deve cercare di 'vedere' non soltanto l'avvenimento che focalizza l'esperienza, ma tutti quei particolari che potrebbero essere insignificanti all'occhio non attento e che comunque hanno accompagnato lo svolgersi dell'avvenimento che ci aveva portato al successo. Ad esempio ci si potrebbe chiedere: quali erano i suoni presenti nel manifestarsi dell'avvenimento? quale era l'ambiente in cui si svolgevano i fatti? quali erano i profumi che si potevano sentire? come era il clima, freddo o caldo? che periodo dell'anno era e l'avvenimento si svolgeva di giorno, di sera, di mattina o di notte? Come si può notare, le domande potrebbero continuare ancora, andando a ricercare tutti i particolari collegati all'avvenimento legato al successo; una cosa comunque è chiara: più dettagliatamente riusciamo a ricavare dei particolari, meglio è in quanto potremo rivivere l'esperienza nel modo più reale possibile.
Questa tecnica è molto utile in quanto se noi riusciamo a ricordare con sufficienti particolari ciò che è accaduto nel passato quando abbiamo ottenuto il successo, avremo la possibilità di provare gli stessi sentimenti che abbiamo provato allora; se inoltre riusciremo a ricordare i sentimenti che abbiamo provato in quei momenti così unici ed importanti per il nostro successo, essi verranno riattivati nel presente. Tutto ciò porterà fiducia in noi stessi.
Una volta fatto tutto ciò, riconoscendo le sensazioni e le emozioni positive provate nel passato, portiamo il pensiero a ciò che vogliamo influenzare come il tenere una conferenza o un discorso in pubblico, una gara sportiva o qualunque altra cosa in cui vogliamo avere successo adesso.
Usiamo la nostra immaginazione creativa per 'vedere' come agiremmo o come ci sentiremmo se avessimo già raggiunto il successo.

Sensazioni di Vittoria

Continuiamo il nostro studio sul comportamento umano facendoci aiutare dal dr. Maltz. In questo articolo andremo ad analizzare un meccanismo curioso del nostro cervello: questi, insieme al sistema nervoso, non possono distinguere la differenza che passa tra una esperienza reale ed una vividamente immaginata. Il nostro automatico meccanismo creativo agisce e reagisce sempre appropriatamente all'ambiente, alle circostanze ed alla situazione, ed i soli dati che riguardano questi tre fattori consistono in ciò che noi crediamo sia vero riguardo ad essi. Questa interessante affermazione è riportata nel libro Psicocibernetica di Maxwell Maltz.
Questa considerazione ci porta a dedurre che se noi siamo inclini a pensare continuamente al fallimento, immaginandolo ripetutamente con particolari così vividi da farlo diventare 'reale' per il nostro sistema nervoso, proveremo gli stessi sentimenti che ad esso si accompagnano. In riguardo a ciò pensiamo a quale stress psicofisico induciamo il nostro corpo e la nostra mente a sopportare. Pensiamo inoltre ad errori che quasi tutti noi commettiamo, involontariamente: la preoccupazione per gli eventuali risultati sfavorevoli e quella sensazione di ansietà, inadeguatezza e forse anche umiliazione per avvenimenti o situazioni che potrebbero venirsi a creare (ma che non sono in effetti avvenuti); ci ripetiamo in continuazione l'immagine del fallimento e purtroppo lo sommiamo a situazioni già avvenute in passato di natura nefasta, indebolendo ulteriormente l'immagine di noi stessi.
Però, se teniamo sempre a mente il nostro scopo positivo e se ce lo immaginiamo così vividamente bello da farlo diventare 'reale', se vi pensiamo in termini di un fatto compiuto, proveremo quelle "sensazioni di vittoria": fiducia in noi stessi, coraggio e la certezza che il risultato non potrà che essere positivo.
La 'sensazione di vittoria', in sé stessa, non ci farà agire con successo, sarà piuttosto la natura di un segnale o di un sintomo che ci fa mettere in moto i nostri ingranaggi per il successo. Apparentemente può eliminare ogni ostacolo ed ogni difficoltà, può adoperare errori e sbagli in modo tale da renderli utili al successo.
La scienza della Cibernetica, afferma il dr. Maltz, getta una nuova luce sul modo di operare di questa sensazione. Acquisire una determinata abilità è questione di pratica, di esercizio fatto di tentativi ed anche di errori, finchè non venga registrato nella memoria un certo numero di azioni di successo. Gli studiosi ed esperti di cibernetica hanno costruito ciò che essi chiamano 'topo elettronico', che può imparare la giusta strada attraverso un labirinto. L'obiettivo della pratica è fare prove in continuazione, correggendo continuamente gli errori, finchè non venga registrato un successo. Quando si esegue un'azione che porta ad un successo, essa non solo viene registrata dal principio alla fine in quella che viene chiamata memoria cosciente, ma anche nei nervi e nei muscoli. Il linguaggio popolare è intuitivo e descrittivo, e quando diciamo: "Me lo sento nelle ossa che ce la faro!", non siamo lontani dal vero.
In più occasioni abbiamo già citato il dr. Dispenza il quale nel suo libro Evolvi il tuo Cervello ben illustra i 'cablaggi neuronali'. Questo ci riconduce alla maggior parte dei ricercatori i quali affermano, ognuno a modo loro, che quando noi immaginiamo, ricordiamo o pensiamo ai nostri momenti di successo (ciò avviene anche per i fallimenti), i neuroni della corteccia cerebrale scaricano una corrente elettrica; nella stessa misura, quando impariamo o esperimentiamo qualcosa, si stabilisce nel tessuto del cervello una rosa di neuroni che formano una 'catena'. Quando riattiviamo un'azione di successo dal passato, riattiviamo anche il tono, la 'sensazione di vittoria' ad essa accompagnata, e viceversa, se riaffermiamo quella sensazione di vittoria, evocheremo anche le azioni di successo che le hanno accompagnate.

martedì 25 gennaio 2011

Pugilato-ombra: tecnica sportiva e molto più!

Rimaniamo in compania del dr. Maltz, più volte citato e commentato in questi articoli, attraverso un libro di inestimabile ricchezza di contenuti: Psicocibernetica. In questo post tratteremo l'argomento "pugilato-ombra". Cerchiamo di scoprire il significato di questo termine, in quale occasione nacque e grazie a chi questa tecnica è stata utilizzata in tantissime strategie nel campo dello sviluppo personale.
Fu Jim Corbett a rendere famoso il termine 'pugilato-ombra'. Ma conosciamo un po' meglio questo stravagante pugile, nato nel 1866 e deceduto nel 1933. Le cronache dell'epoca lo avevano battezzato con il soprannome di 'Gentleman Jim', identificandolo come un personaggio su misura, ed attribuendogli una educazione da college che in realtà Corbett non aveva. Fu campione di pesi massimi dal 1892 al 1897, inoltre la International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto fra i più grandi pugili di ogni tempo. Al termine della sua carriera pugilistica si dedicò con maggiore frequenza alla recitazione, inoltre tenne anche delle conferenze sul pugilato e scrisse anche una sua autobiografia. Comunque, Corbett è considerato uno dei maggiori innovatori del pugilato moderno, a cui diede un approccio più scientifico di quello fino ad allora adottato come ad esempio il perfezionamento dell'uso del "diretto" per studiare e tenere a bada l'avversario.
Il 9 luglio del 1892, a New Orleans, Corbett sfidò il campione del mondo, John L. Sullivan, e forte della tecnica da lui sperimentata, lo mise KO al 21° round. Gli venne chiesto, in questa occasione, come facesse a controllare il momento esatto in cui lanciare il suo colpo di sinistro con cui mandò alle corde Sullivan. Corbett rispose di essersi esercitato col pugno sinistro a colpire la sua immagine allo specchio più di diecimila volte per prepararsi all'incontro.
Il dr. Maltz esprime con molta chiarezza il significato di 'pugilato-ombra'. Egli afferma che questa tecnica è il far pratica senza essere sotto pressione ed è talmente semplice ed i suoi risultati sono così sorprendenti che molte persone tendono a considerarla come una sorta di magia.
In effetti moltissimi sportivi adottano questa tecnica, non necessariamente chiamata in questo modo, ma concettualmente uguale. Ad esempio molti atleti si esercitano in privato, con la minima tensione possibile: ecco il segreto! Molte volte essi stessi, o i loro allenatori, rifiutano la presenza della stampa durante queste esercitazioni proprio per difendersi dalla tensione; ogni cosa è sistemata in modo tale che essi possano allenarsi a fare pratica in pieno rilassamento e senza essere sotto pressione, nei limiti del possibile. Il risultato è che questi atleti affrontano le gare come se apparentemente fossero privi di sistema nervoso. Secondo Maltz diventano dei 'ghiaccioli umani', immuni dalla pressione, senza preoccuparsi di come sarà il loro rendimento, ma basandosi sulla 'memoria dei muscoli' per eseguire le varie mosse che hanno imparato.
Per estensione possiamo dire quindi che la tecnica del 'pugilato-ombra' apre la possibilità dell'espressione di sé stessi. Il termine esprimere significa letteralmente 'spingere fuori' ed anche 'esercitare, esporre'. Di contro il termine inibire significa 'soffocare e restringere'. In base a queste definizioni possiamo affermare che esprimere sé stessi vuol dire portare all'esterno o esporre alla luce tutto il nostro potere, il nostro talento e la nostra abilità.
Praticando quindi il 'pugilato-ombra', noi ci esercitiamo ad esprimere il nostro 'io' senza la presenza di fattori inibitori. Imparare le mosse corrette, ci ricorda il dr. Maltz, ci consente di creare una 'mappa mentale' custodita nella memoria, una mappa vasta, generale, flessibile. Di conseguenza, quando dobbiamo affrontare una crisi in cui sia presente una reale minaccia o fattori inibitori, abbiamo già imparato ad agire con calma e correttamente. E' come se ci fosse un 'riporto' nei muscoli, nei nervi e nel cervello che si trasporta nella nuova situazione. Avendo inoltre imparato in una condizione di rilassamento e senza essere sottoposti a pressioni, saremo in grado di rispondere a situazioni nuove, potremo inoltre improvvisare ed agire spontaneamente.
Il fatto di esserci esercitati con il metodo del 'pugilato-ombra', permettiamo di produrre in noi stessi un'immagine mentale positiva, in cui ci vediamo agire correttamente e con successo. Sarà allora il ricordo di questa immagine positiva, vincente, sicura di sé a renderci capaci di affrontare prove o situazioni che altrimenti metterebbero a dura prova le nostre capacità e la nostra sicurezza.

sabato 22 gennaio 2011

Essere sotto pressione ritarda la capacità di apprendere

Riprendiamo la considerazione su come convertire una crisi in una opportunità per crescere esaminando, sempre con l'aiuto del dr. Maltz, il concetto di apprendimento quando si è sotto pressione. Egli ci ricorda una verità assoluta: per quanto possiamo imparare velocemente, non possiamo mai imparare bene in condizioni di 'crisi'. Al riguardo nel suo libro Psicocibernetica, egli fa un esempio molto interessante e illuminante. Gettate in alto mare un uomo che non sa nuotare, e la crisi stessa in cui viene a trovarsi potrà dargli la capacità di nuotare (a modo suo e ben inteso, se riuscirà!) fino a portarsi in salvo. Infatti egli cercherà di imparare a nuotare molto velocemente e come potrà, ma non imparerà mai così bene al punto di sviluppare una tecnica del nuoto tale da poter diventare un campione. L'improvviso sforzo sovrumano che egli farà per portarsi in salvo si fisserà in modo così indelebile che gli renderà difficile apprendere un vero stile del nuoto; forse in futuro ce la farà, ma con grosse difficoltà in quanto dovrà resettare ciò che ha imparato in un momento di crisi e trasformarlo in una vera e propria tecnica.
Per comprendere ciò possiamo analizzare il lavoro del dr. Edward C.Tolman, psicologo ed esperto presso l'Università della California. Egli ha studiato il comportamento degli animali, comprendendo che tanto negli animali quanto negli uomini si formano delle 'mappe intuitive' dell'ambiente nella fase di apprendimento; questo concetto oggi è ulteriormente confermato dalle neuroscienze sul concetto della neuroplasticità attraverso la creazione di veri e propri 'cablaggi neuronali', in più occasioni citati dal dr. Joe Dispenza nel suo libro Evolvi il tuo Cervello. Continuando il lavoro di Tolman, se il motivo che produce queste mappe non è molto grave, se la situazione non è troppo critica, queste saranno vaste e generali. Se invece l'animale è troppo sotto pressione, la mappa intuitiva è stretta e particolareggiata; egli impara a risolvere il problema solo in un modo, e se in futuro gli sarà bloccata questa via di soluzione, l'animale diventerà frustrato e non riuscirà a discernere rotte o alternative differenti. In pratica esso crea un'unica risposta netta e ben delineata, preconcetta, e tende a perdere la capacità di reagire spontaneamente ad una nuova situazione. Non può improvvisare, può solo seguire un piano prestabilito.
Un ulteriore studio condotto dal dr. Tolman evidenzia il fatto che se alle cavie si permetteva di imparare e di far pratica in condizioni non critiche, esse potevano in seguito agire meglio nel corso di una crisi. Altri topi, invece, costretti a muoversi in un'area in condizioni critiche come senza cibo e senza acqua, non reagivano altrettanto bene. Essi erano sotto pressione e le loro mappe cerebrali si restringevano. L'unica via corretta che conduceva allo scopo (sfamarsi e abbeverarsi) si fissava in loro, e se veniva bloccata, divenivano ansiosi e trovavano una gran difficoltà ad impararne una nuova. Questi studi delineano, quindi, questa condizione: più è intensa la situazione di crisi in cui si deve imparare, meno si impara.
Ma passiamo ora al comportamento che ci interessa maggiormente, cioè quello umano e capire come poterlo ottimizzare. In molte aziende, specialmente negli Stati Uniti, periodicamente vengono svolte delle simulazioni in ambito della sicurezza. Si simula un incendio, e quindi si vanno a delineare le azioni da seguire in caso di incendio, come anche di terremoto o altre condizioni particolarmente stressanti come atti terroristici. Vediamo il perchè di tutto questo.
Si è capito che coloro che devono imparare a venir fuori da un edificio incendiato impiegheranno per trovare la via di fuga tre volte il tempo necessario in condizioni in cui non sia presente il fuoco; alcuni d'essi non imparano affatto. L'eccessiva pressione emotiva interferisce con il processo della ragione. Il meccanismo automatico di reazione è ostacolato dallo sforzo troppo cosciente, dal tentativo troppo ansioso. Coloro che cercano in qualche modo di uscire dall'edificio hanno imparato una risposta fissa e particolare. Se venissero posti in un edificio diverso, o in condizioni differenti, essi reagirebbero male la seconda volta come la prima.
Se queste stesse persone si allenassero in una "corsa a vuoto" dopo un allarme, quando non vi è un reale incendio, essi si allenerebbero ad uscire ad uno ad uno dall'edificio con calma, efficienza e correttezza. Poichè non esiste minaccia, non vi è neppure una sproporzionata reazione negativa che impedisca di pensare con chiarezza ed agire correttamente. Dopo che viene fatta questa pratica per un certo numero di volte, si può essere sicuri che queste persone agiranno allo stesso modo quando effettivamente scoppierà un incendio. I loro muscoli, i loro nervi, il loro cervello, hanno registrato una "mappa" vasta generale e flessibile. L'atteggiamento di calma e l'abitudine a pensare con chiarezza, si "trasporteranno" dalla situazione di allenamento a quella effettiva. Essi avranno imparato qualcosa sul come uscire da qualsiasi edificio o sul come affrontare situazioni differenti. Non sono legati ad una rigida risposta, ma saranno in grado di improvvisare, di reagire spontaneamente a qualsiasi condizione possa verificarsi.

Top Ten dei farmaci, con obbligo di ricetta, che più inducono a compiere atti di violenza

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L’Institute for Safe Medication Practices (Istituto per le pratiche sicure del farmaco; abbreviato in ISMP) ha recentemente pubblicato sulla rivista PLoS One, uno studio dove sono evidenziati i farmaci con obbligo di ricetta, che inducono i consumatori a compiere atti di violenza. Nella top-ten dei medicinali più pericolosi, vi sono gli antidepressivi Pristiq (desvenlafaxine), Paxil (paroxetine) e Prozac (fluoxetine).
Questa ricerca mette in luce gli effetti negativi di alcuni antidepressivi e di antipsicotici popolari, che non solo provocano problemi di salute, ma rappresentano anche una minaccia per la società. L’ISMP dopo aver analizzato le informazioni del database del FDA Adverse Event Reporting System (sistema di rapporto degli eventi avversi, abbreviato in AERS), giunge alla conclusione che molti farmaci noti, sono perfino collegabili ad omicidi.
La maggior parte di quelli presenti nella top ten sono antidepressivi, ma possiamo individuare anche uno per il trattamento contro l’insonnia, uno contro la malaria e un ultimo per smettere di fumare.

Come riporta il Time, la top ten è la seguente:

10. Desvenlafaxine (Pristiq) – Un antidepressivo che agisce sulla serotonina e la noradrenalina. Il farmaco e 7.9 volte più propenso, rispetto altri, ad esser associabile con episodi di violenza.

9. Venlafaxine (Effexor) – Un antidepressivo che tratta i disordini di ansia. É 8.3 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza.

8. Fluvoxamine L(uvox) – Appartiene al gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), 8.4 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza.

7. Triazolom (Halcion) –Appartenente alla classe delle benzodiazepine usato per il trattamento dell’insonnia, 8.7 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza,

6. Atomoxetine (Stratter) – Usato nei casi di ADHD, disturbo da deficit di attenzione e iperattività,
9 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza.

5.Mefoquine (Lariam) Utilizzato per curare la malaria, 9.5 volte, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza,

4. Anfetamine – Classe di farmaci usati in casi di ADHD, 9.6 volte più propensi, rispetto altri, ad essere associabili ad episodi di violenza.

3. Paroxetine: (Paxil) – Appartenente al gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, (SSRI),10.3 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza. Crea molto dipendenza e problemi nello sviluppo fetale durante la gravidanza.

2. Fluxetine (Prozac) – Un diffuso antidepressivo della classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, (SSRI), 10.9 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile

1. Varenicline (Chantix) . Utilizzato per smettere di fumare; scioccante il fatto che sia 18 volte più propenso, rispetto altri farmaci, ad essere associabile ad episodi di violenza

venerdì 21 gennaio 2011

Convertire un momento di crisi in una opportunità

Dal suo libro Psicocibernetica, scritto dal medico chirurgo dr. Maxwell Maltz, possiamo trovare l'analisi di un argomento che in un modo o nell'altro ci accomuna tutti: la gestione dello stress.
Vi sono studenti che rendono molto nello studio giornaliero, ma quando devono sostenere un esame o una verifica, diventano completamente ottusi; al contrario, vi sono studenti che non brillano particolarmente nello studio giornaliero, ma che riescono a meravigliare gli insegnanti quando sono sottoposti ad importanti esami. Nella stessa misura vi sono atleti che quando sono sotto pressione rendono particolarmente bene, infatti la situazione stressante sembra dare loro più forza, più potenza e più astuzia; in altri casi invece durante gli allenamenti, alcuni sportivi, raggiungono traguardi sempre maggiori, ma nel momento in cui devono affrontare la gara, diminuiscono drasticamente le loro prestazioni per lungo tempo coltivate.
Il dr. Maltz dice che la differenza tra questi diversi tipi di individui non consiste in una qualità innata che alcuni posseggono mentre altri no; è più che altro una questione di come essi hanno imparato a reagire in presenza di situazione critiche. Egli sostiene che una 'crisi' è una situazione in cui possiamo crollare, perdere le nostre capacità, annullare le nostre forze di reazione oppure darci potere, saggezza o altre qualità che solitamente non riusciamo a manifestare. Saggiamente egli cita tre suggerimenti su come gestire correttamente un momento di crisi:
  1. innanzi tutto è buono acquistare delle abilità in condizioni in cui siamo sotto pressione e cercare di farne pratica. Possiamo aggiungere che proprio nel momento in cui non siamo sotto pressione o comunque non viviamo momenti difficili, questo è il momento adatto per valutare quali strategie potremme attuare per far fronte a momenti particolarmente difficili. Acquistiamo quindi delle abilità lavorando ad esempio sulla nostra personalità. Aumentiamo soprattutto la stima di noi stessi, valutiamoci nella giusta misura, analizzando i nostri punti di forza, riconoscendo che questi potranno venirci in aiuto nei momenti bui;
  2. dobbiamo inparare a reagire alla crisi con un atteggiamento aggressivo piuttosto che difensivo, rispondere non tanto alla minaccia che la situazione presenta, quanto alla sfida; dobbiamo tenere sempre in mente il nostro fine positivo. Se analizziamo il consiglio di Maltz dobbiamo riconoscere che questo è l'atteggiamento di coloro che riescono sempre ad uscire da una situazione difficile. Cosa significa il termine aggressivo: nell'etologia in generale col termine aggressività s'intende l'impulso istintivo ad aggredire animali di altre specie o della propria al fine di attentare alla loro esistenza. Nel nostro contesto un atteggiamento simile significa non certo divenire aggressivi nei confronti di altri esseri umani, ma desiderosi di eliminare completamente lo stato di crisi, non solo quindi difendersi da essa, ma volerla completamente togliere dalla nostra esistenza; accettare ciò come una sfida, la possibilità che possiamo avere di riprendere in mano la nostra esistenza e non lasciarla in balia dei problemi e della sofferenza;
  3. in ultimo dobbiamo imparare a valutare le cosiddette situazioni critiche nella loro vera luce, non dobbiamo in pratica fare di un granello una montagna, né reagire ad ogni piccola sfida come una questione di vita o di morte. In buona sostanza, cercare di ridimensionare ciò che ci succede nella vita, attuando strategie aggiuntive quali una buona dose di ironia per la vita e imparare a saper ridere di noi stessi.

Convertire quindi un momento di crisi in una opportunità: opportunità di imparare cose nuove, conoscere meglio noi stessi, capire quali sono i nostri limiti come anche i nostri punti deboli. Un modo di crescere, quindi? Indubbiamente. Il più delle volte scopriamo di essere cresciuti solo nel momento in cui superiamo problemi e situazioni difficili.

Presa di coscienza sugli orrori della psichiatria durante l'olocausto

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Psichiatria nel Nazionalsocialismo – Commemorazione e responsabilità
Richiesta di perdono a tutte le vittime e ai loro familiari

Estratto del discorso del prof. Dr Frank Schneider, presidente dell’associazione psichiatrica tedesca (DGPPN) al congresso dell’associazione, tenuto il 26 novembre 2010 a Berlino.

Signore e signori,

nel periodo del nazionalsocialismo gli psichiatri hanno condannato persone, hanno tradito i pazienti che avevano riposto in loro fiducia, e hanno loro mentito, hanno fatto ostracismo nei confronti dei parenti, hanno permesso che i pazienti fossero forzatamente sterilizzati e uccisi, e hanno allo stesso modo essi stessi personalmente ucciso. Un’ingiustificabile ricerca venne fatta sui pazienti, una ricerca che li danneggiò e addirittura li uccise.

Proviamo vergogna anche perché noi, l’Associazione psichiatrica tedesca, non siamo stati dalla parte delle nostre vittime nemmeno negli anni che seguirono il 1945. E ancor peggio: abbiamo avuto la nostra parte nelle ulteriori e nuove ingiustizie e discriminazioni. Ancora non sappiamo spiegare perché un’ammissione come questa sia possibile solo ora.

Ma non è tutto: indipendentemente dai risultati della ricerca, che ci saranno veramente noti solo nei prossimi anni, io devo – per quanto in ritardo – chiedere perdono a tutte le vittime e ai loro familiari per le ingiustizie e la sofferenza subite, che sono state loro inflitte dalle Associazioni psichiatriche tedesche e dai loro membri.

Nel luglio 1933, solo poco dopo l’ascesa di Hitler, fu passata la Legge sulla prevenzione della prole malata di malattie ereditarie. Lo psichiatra Ernst Rudin, presidente dell’Associazione psichiatrica dal 1935 al 1945, e poi direttore dell’Istituto Tedesco di Ricerca, fu il coautore del commento ufficiale di questa legge.

Tutti i medici furono obbligati a riportare questi cosiddetti “malati ereditari” alle autorità. Sulla base di questa legge più di 350.000 persone furono selezionate dai medici e forzatamente sterilizzate. Più di 6.000 persone morirono durante questi interventi. Nella sua veste di presidente dell’allora associazione psichiatrica, Ernst Rudin nei suoi discorsi d’inaugurazione del nostro congresso ha più volte parlato in favore di queste sterilizzazioni.

Ma non ci furono solo sterilizzazioni forzate: ci furono anche assassinii… fu uno psichiatra, Alfred Erich Hoche, nel suo libro del 1920 sull’approvazione dello sterminio della “vita indegna di vivere”, insieme al giurista Karl Binding, a coniare il termine “esistenza zavorra” e fu ancora lui che preparò un catalogo delle presunte malattie mentali incurabili, che chiamò “condizioni di morte mentale”. Nel 1930 questo diventò nel mensile nazionalsocialista la richiesta: “Morte alla vita indegna di vivere!”.

Nel settembre del 1939 Hitler ordinava la cosiddetta eutanasia, e incaricò di questo progetto Werner Heyde - ordinario di psichiatria e neurologia a Wurzburg. Almeno 250 - 300 mila persone mentalmente e fisicamente malate furono vittime di questa azione e delle seguenti fasi di uccisione dei malati, che si protrassero per qualche settimana oltre la fine della guerra. Tra i cinquanta esperti che ogni settimana ricevevano rapporti dalla clinica e decidevano sulla vita o morte, ve ne erano tre che sono divenuti presidenti della nostra associazione dopo la guerra, due dei quali ne sono poi diventati membri onorari. Sebbene il titolo di membro onorario decada solo alla morte, noi oggi condanniamo queste onorificenze e le cancelliamo formalmente.
Con pulmini grigi, il simbolo dello sterminio, i pazienti venivano prelevati dai centri mentali e di cura e portati alle 6 istituzioni psichiatriche, in cui erano state costruite le camere a gas. Le istituzioni mentali divennero istituzioni di sterminio. La cura divenne lo sterminio e gli psichiatri supervedevano il trasporto e l’uccisione dei pazienti che riponevano in loro la propria fiducia.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani giornalmente si sta adoperando affinché i diritti umani e la dignità, siano restituiti a tutti gli individui, investigando e denunciando le violazioni psichiatriche dei diritti umani.

Chiunque ritiene di aver subito danni causati da trattamenti psichiatrici può mettersi in contatto con il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani

Chantix, prescrizione di farmaci ed atti di violenza

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Per anni, ci sono stati controversi dibattiti sui collegamenti tra alcune prescrizioni mediche, in particolare gli antidepressivi, e il comportamento suicida. Ora, l'attenzione è volta a comportamenti violenti diretti verso gli altri. E un nuovo studio sta collegando 31 farmaci ampiamente prescritti– in particolare, il Chantix, la pillola anti-fumo – con 1.527 gravi atti di violenza, come abuso fisico, aggressione e omicidio.
Lo studio, che è stato pubblicato su PLoS One, ha individuato 484 farmaci che stavano alla base di 780.169 segnalazioni di effetti collaterali gravi di tutti i tipi, compresi 1.937 casi di violenza che rispondono ai criteri stabiliti dai ricercatori. Ci sono stati 387 segnalazioni di omicidio, 404 aggressioni fisiche, 27 casi di abuso fisico, 896 casi di ideazioni omicide e 223 descritti come sintomi correlati a violenza.
I ricercatori scrivono che “atti di violenza verso gli altri sono effetti collaterali reali e gravi associati a un gruppo relativamente ristretto di farmaci. (Il Chantix), che aumenta la disponibilità di dopamina e antidepressivi che agiscono sulla serotonina erano i farmaci più fortemente e costantemente coinvolti". E’ interessante notare che questa constatazione appare solo dopo che l’infame caso dello Zoloft è giunto al termine, caso che vedeva coinvolto un ragazzo di 12 anni che ha ucciso i suoi nonni, come conseguenza dell’assunzione dell’antidepressivo, lo Zoloft appunto, il farmaco che gli avvocati accusarono come responsabile del fatto citandolo a giudizio.
Gli autori, tuttavia, citano alcune limitazioni. La presentazione di una segnalazione di effetti collaterali relativi a un singolo non stabilisce di per sé una causalità, ma fa sospettare l’esistenza di una relazione; tanto più che le caratteristiche e i dettagli variano in ogni segnalazione. D'altro canto, aggiungono, dato che pensieri o azioni violente non sono generalmente attribuiti alla terapia farmacologica o registrate nella cartella clinica, è probabile che molti pazienti omettano di citare l’insorgere di episodi di violenza nel modulo di segnalazione degli effetti collaterali. I casi di violenza segnalati non forniscono una stima attendibile di quanto spesso essi si verifichino.
In conclusione, essi consigliano studi prospettici per "stabilire l'incidenza, confermare le differenze tra i farmaci e identificare ulteriori caratteristiche comuni".

Fonte articolo:
http://www.pharmalot.com/2010/12/Chantix-prescription-Drugs-and-Violent-...
Pharmalot, 16 dicembre 2010
di Ed Silverman

Nota del CCHR (Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Internazionale): nel lontano 1991, l’FDA ha tenuto udienze sugli antidepressivi come causa dell’ideazione di suicidio e violenza, soprattutto in seguito alle richieste di indagine fatte dal CCHR. Il CCHR ha testimoniato con dozzine di vittime e medici esperti. La commissione della FDA, in gran parte finanziata dalle case farmaceutiche, ha rifiutato di emettere avvertimenti nonostante le prove presentate. Ci son voluti altri 13 anni perché la FDA finalmente ammettesse che gli antidepressivi causano ideazioni suicide e pubblicasse avvertimenti sugli effetti collaterali mortali di questi farmaci. La FDA non ha ancora mai pienamente indagato le prove schiaccianti del collegamento tra antidepressivi e altri farmaci psichiatrici con atti di violenza e l'omicidio.

Guarda questo video, prodotto da CCHR, sulle udienze del 1991 della FDA sugli antidepressivi che causano suicidi e violenze:
http://www.youtube.com/cchrint#p/c/B9EA75455D155D89/6/FxJomeak4V4

Guarda anche questa relazione speciale del Fox National News di Douglas Kennedy sui farmaci mortali:
http://www.youtube.com/watch?v=9S-7aNPf33A

Gli antidepressivi aumentano il pericolo di attacchi di cuore


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Come rivela una nuova ricerca gli antidepressivi aumentano il pericolo di attacchi di cuore: l’inquietante costo di questa dipendenza moderna.
Brutte notizie in arrivo per le decine di milioni di europei che prendono le pillole della felicità. Alcuni ricercatori londinesi hanno appena annunciato che gli antidepressivi aumentano il rischio di attacchi cardiaci letali.
Questa ricerca è solo l’ultimo campanello d’allarme per un mondo stregato dalle pillole della felicità. Non sarebbe ora di leggere i bugiardini e risvegliarci dal nostro torpore farmaceutico?
Una montagna di studi dimostra che i farmaci antidepressivi sono largamente inefficaci. Ma soprattutto, possono rovinare la vita creando dipendenza cronica e una disperazione talmente logorante che può portare all’auto-abbandono e alla morte. L’ultimo studio proviene da Londra: il dottor Mark Hamer, ricercatore dello University College ha rilevato che gli antidepressivi triciclici comportano rischi cardiovascolari molto maggiori rispetto ai più moderni (i cosiddetti SSRI), sebbene questi ultimi siano essi stessi noti per i loro effetti negativi sul sistema cardiovascolare e per numerosi altri effetti quali emorragie allo stomaco. E ancora, i sintomi di astinenza possono essere così gravi che i pazienti possono finire per diventarne dipendenti.
Il dr Hamer dice che i suoi risultati non riguardano solo la gente con depressione, perché gli antidepressivi sono prescritti anche a persone con mal di schiena, mal di testa, ansia e problemi di sonno. In Europa le prescrizioni di antidepressivi sono centinaia di milioni ogni anno - sostiene il dr. Hamer, aggiungendo che si tratta di uno dei più grandi scandali medici della nostra epoca.
La cosa più preoccupante di questi farmaci non sono i loro effetti collaterali, ma loro diffusa inefficacia: semplicemente non funzionano per la maggior parte delle persone con depressione da lieve a moderata.
Due anni fa, i ricercatori a Hull University hanno concluso che le pillole portano vantaggio solo a persone che sono più seriamente, clinicamente depresse. Ma che dire degli altri? Molte persone sono inutilmente messe sotto psicofarmaci perché la naturale sensazione di infelicità è considerata una malattia, piuttosto che una parte normale della vita da cui trarre esperienza e insegnamento.
Uno studio americano su 8.000 persone trattate per la depressione ha dimostrato che un quarto di queste non erano clinicamente malate, ma avevano appena subito un evento di vita normale come un lutto. Viviamo in un mondo che ci dice che quando ci sentiamo giù di corda abbiamo bisogno di una pillola per recuperare, con grande beneficio per le case farmaceutiche.
Molti pazienti affermano poi di non poterne fare più a meno e giurano di trarne beneficio. Ma uno studio pubblicato nel 2008 dal prof. Kirsch Irving dell'Università di Hull, che ha rivisto gli studi per l’approvazione di quattro antidepressivi comuni, ha rivelato come gli effetti positivi dei farmaci non erano statisticamente distinguibili da quelli dovuti all’effetto placebo – l’auto-guarigione prodotta dai pazienti cui, al posto dell’antidepressivo, veniva data una pillola di zucchero. Alcuni studi addirittura dimostravano che un rigoroso regime alimentare e dell’esercizio fisico producono gli stessi risultati degli antidepressivi. Similmente, quando veniamo convinti che abbiamo bisogno di farmaci per uscire da una crisi emotiva, smettiamo di fare le cose per aiutare noi stessi, e ci affidiamo alla pillola. Questo atteggiamento passivo causa anche una maggiore propensione al fumo e alla vita sedentaria, il che peggiora la depressione. È un circolo vizioso e un vortice che risucchia sempre più le persone più vulnerabili.

Il Daily Mail, 13 dicembre 2010
da John Nash
Per saperne di più: http://www.dailymail.co.uk/health/article-1338340/Will-wake-deadly-risks...

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani si auspica che vengano avviate inchieste che accertino se nel processo di autorizzazione di certi psicofarmaci siano stati sottovalutati i rischi correlati e chi ne sia responsabile, e consiglia ai cittadini di avvalersi del proprio diritto al consenso informato sugli effetti collaterali prima di sottoporsi a trattamenti con psicofarmaci.

lunedì 17 gennaio 2011

Che amici scegli? I tuoi geni ti condizionano

Fonte: Ansa.it
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ROMA - Gli amici non li scegli solo sulla base di interessi in comune, ma anche, senza saperlo, perché hanno un corredo genetico simile al tuo: infatti nelle reti sociali le persone unite da vincoli di amicizia condividono tra loro dei geni, come se misteriosamente qualche forza dentro di loro li portasse ad avvicinarsi di preferenza a persone geneticamente simili.
E' quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista dell'Accademia Nazionale delle Scienze Usa, 'Pnas'.
Il lavoro, basato sul confronto di alcuni geni nel Dna di persone unite da vincoli di amicizia, è stato coordinato da James Fowler dell'università di San Diego e Nicholas Christakis della Harvard University di Boston, un duo di scienziati che negli ultimi anni ha svelato tantissimi segreti sulle amicizie, le regole (invisibili) che esse seguono e l'influenza che hanno gli amici sui nostri comportamenti e sulla salute. Il loro nuovo lavoro suggerisce che i geni in qualche maniera misteriosa ci condizionano nella scelta delle amicizie, dando forma alla nostra rete sociale. Un esempio? Persone che hanno nel Dna una certa mutazione a carico del gene 'Drd2' tendono ad essere amiche con persone portatrici della stessa mutazione.

giovedì 13 gennaio 2011

Il potere dei Valori

Nel suo libro Come ottenere il meglio da sé e dagli altri, Anthony Robbins riporta una frase molto conosciuta citata dal conosciutissimo Martin Luther King che dice: "Se l'uomo non ha scoperto qualcosa per cui è disposto a morire, non è degno di vivere". E' sicuramente una affermazione particolarmente forte e che ci porta a riflettere profondamente sulle nostre credenze ma soprattutto sui nostri valori.
Lo stesso autore in questo libro ricorda che ogni sistema complesso, sia esso un macchinario, un computre o un essere umano, deve sempre essere coerente, cioè le sue parti devono poter funzionare insieme, ogni azione che questo sistema compie deve essere di sostegno ad ogni altra azione se si vuole che il sistema operi al meglio; se le parti di una macchina tendono alla divergenza, il sistema perderà sincronia tendendo di conseguenza a rompersi. Quando detto è valido anche per gli esseri umani: si può imparare a produrre i comportamenti più efficaci, ma se questi non sorreggono i nostri bisogni ed i nostri desideri più profondi, se essi sono in contresto con altre cose per noi importanti, saremo alle prese con un conflitto interiore, mancheremo della coerenza necessaria per ottenere un successo su ampia scala. Se una persona ottiene una cosa, ma se poi in realtà ne desidera un'altra, non sarà del tutto felice o soddisfatta. Un esempio ci è dato da persone che raggiungono il successo nello spettacolo o nel mondo della finanza divenendo veramente molto ricche, ma sono in realtà, nel loro profondo, delle persone sostanzialmente molto infelici. Se qualcuno raggiunge un obiettivo, ma nel farlo viene meno alle proprie convinzioni circa ciò che è bene e ciò che è male, la conseguenza non potrà che essere un profondo turbamento interiore.
Per cambiare, crescere e stare bene interiormente, è necessario assumere piena consapevolezza delle regole che facciamo nostre in relazione a noi stessi ed in quelli altrui ed ancora in base alle quali misuriamo o giudichiamo il vero 'successo' o il più spietato 'fallimento'. In relazione a ciò, quindi, potremmo anche avere tutto ciò che ci identifica come persone di successo, ma sentirci infelici, poveri e non meritevoli dei risultati ottenuti. Tutto ciò ci conduce a quell'elemento decisivo per la nostra felicità che si chiama 'valori'.
Cosa sono allora i valori? Si tratta semplicemente delle nostre convinzioni personali, private, individuali, relative a ciò che è per noi estremamente importante nella vita. I nostri valori sono quelle cose verso le quali in sostanza tutti sentiamo il bisogno di tendere, ma se non lo facciamo non ci sentiamo bene, non ci sentiamo soddisfatti. Il sentimento di congruenza, cioè di pienezza e unità personale, proviene dalla convinzione che il nostro attuale comportamento o scelte intraprese per il raggiungimento di un obiettivo, corrispondono pienamente ai nostri valori.
Da dove provengono questi indicatori, così potenti da segnare profondamente il comportamento di un essere umano, capaci di definire ciò che è bene e ciò che è male, giusto o sbagliato?
Dal momento che i valori sono credenze specifiche dotate di una forte carica emozionale e tra loro interconnesse, non possono provenire che dalle credenze: l'ambiene in cui si vive influisce su di noi sin dal primo giorno di vita. Sia il padre che la madre svolgono il ruolo più importante della programmazione di gran parte dei nostri valori originali. I genitori hanno dato espressione ai propri valori, dicendoci ciò che volevano o non volevano che noi facessimo e credessimo. Se accettavamo i loro valori, eravamo ricompensati, venivamo riconosciuti come figli buoni, se li respingevamo invece ci mettevamo nei pasticci, eravamo cattivi bambini, infine se ci si ostinava a respingere i valori del padre o della madre, si subiva una punizione. In effetti, gran parte dei nostri valori, sono il frutto di una programmazione, effettuata con il ricorso della tecnica di punizione-ricompensa. Con il passare degli anni, il gruppo di coetanei è diventato un'altra fonte di valori; i ragazzi che si sono incontrati avevano probabilmente valori differenti dai nostri, ciò ha dato vita ad attuare una miscellanea in cui valori degli altri sono divenuti nostri, e viceversa (aspetto questo tipico dell'età giovanile). Durante tutta la nostra vita avvengono questi fenomeni in cui emuliamo qualcuno o siamo noi ad essere emulati, prendendoci come esempio.
Deduciamo quindi che i valori costituiscono il più potente strumento di motivazione di cui siamo in possesso. Se vogliamo mutare una cattiva abitudine, possiamo farlo molto rapidamente a patto che colleghiamo con altri valori la solidità del cambiamento. Proprio per il fatto che i valori hanno un'importanza così elevata, essi comportano un'incredibile carica emozionale. Non c'è maniera più sicura di unire insieme delle persone di quella di fare appello ai loro supremi valori. Non c'è maniera più traumatica di allontanare tra loro le persone di promuovere comportamenti tali da mettere in conflitto i supremi valori. La comunanza di valori costituisce la base fondamentale dei rapporti personali. Se due persone hanno valori corrispondenti, il loro rapporto può effettivamente durare per sempre, se i loro valori diventano differenti, ci sono scarse probabilità che il loro rapporto duri nel tempo.

lunedì 10 gennaio 2011

Il tuo cellulare potrebbe ucciderti?


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Secondo il Prof Girish Kumar del Dipartimento di Ingegneria Elettrica dell'Istituto IIT di Bombay, che ha effettuato una vasta ricerca sulla radiazione emessa dai cellulari, ci sono rischi molto seri pr chi usa questi telefoni, come aumento del rischio di cancro, tumori cerebrali e molte altre patologie, soprattutto per i bambini.
Secondo il prof. Kumar, che ha appena consegnato un rapporto sull'argomento al Dipartimento delle Telecomunicazioni, i principali pericoli riscontrati dagli studi scientifici negli utenti dei cellulari e in coloro che abitano vicino ai ripetitori sono i seguenti.
Un aumento del 400% di tumori cerebrali tra gli adolescenti che usano i cellulari. I bambini sono i più vulnerabili alla radiazione dei cellulari perché risentono di una maggiore penetrazione della radiazione all'interno del cranio in quanto il suo spessore osseo è inferiore rispetto agli adulti.
L'uso eccessivo di cellulari può causare il cancro in chiunque. In particolare, l'uso per oltre 30 minuti al giorno per 10 anni aumenta il rischio di tumore cerebrale e di neuroma acustico.
La radiazione dei cellulari causa un danno irreversibile alla fertilità maschile. Alcuni studi hanno scoperto una diminuzione del 30% della conta spermatica nei forti utenti di cellulari.
Le frequenze del cellulare possono causare un danno al DNA delle cellule del corpo. La radiazione causa la formazione di radicali liberi nelle cellule del corpo ed è noto che questi radicali sono cancerogeni.
Le frequenze dei cellulari interferiscono con il funzionamento di altri strumenti salvavita, come i pace-makers e possono, perciò, causare una morte istantanea.
L'esposizione alla radiazione dei cellulari può attivare una risposta di stress nelle cellule degli esseri umani e degli animali, con la produzione di proteine dello stress. Questa è una prova sufficiente che il corpo riconosce la radiazione dei cellulari come un pericolo potenziale.
I campi elettromagnetici emessi dai cellulari e dai ripetitori danneggiano il sistema immunitario e stimolano delle risposte infiammatorie/allergiche, tra cui rash cutanei, prurito, sensazione di pizzicorio e lesioni.
Le persone che usano i cellulari per più di 30 minuti al giorno per oltre 4 anni sono a forte rischio di sviluppare una perdita dell'udito. La radiazione del cellulare può causare gli acufeni (noti anche come fischi alle orecchie) e di danneggiare le cellule ciliate dell'orecchio interno. Una volta danneggiate, queste cellule nervose non si rigenerano più.
L'uso frequente dei cellulari può anche danneggiare la vista in molti modi. Le frequenze dei cellulari (900, 1800 MHz e 2450 MHz) danneggiano le cellule epiteliali e aumentano la temperatura interna dell'occhio.
Le emissioni dei cellulari indeboliscono le ossa e possono causare una riduzione della melatonina (un antiossidante che promuove le difese immunitarie).
Un aumento del rischio del cancro alle ghiandole salivari è correlato all'uso dei telefoni cellulari.
L'esposizione ai campi elettromagnetici di cellulari e dei ripetitori può promuovere disturbi del sonno e patologie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer o il morbo di Parkinson.
A causa del continuo disturbo di fondo causato dai campi elettromagnetici, gli uccelli e le api sono disorientati e non possono ritornare ai loro alveari e ai loro nidi. Il disturbo di fondo influenza negativamente sugli animali, sulle piante e sull'ambiente.
Fonte: Priya Adhyaru Majithia, Agenzia Daily News and Analysis, 2 gennaio 2011.

giovedì 6 gennaio 2011

L'eccessiva 'prudenza' porta all'inibizione ed all'ansietà

Ciò che segue è tratto dal libro Psicocibernetica del dr. Maxwell Maltz, chirurgo plastico che per anni ha studiato il comportamento umano nelle sue varie forme. In questo blog vengono spesso riportate parti di questo interessantissimo libro, che sotto certi aspetti potrebbe essere considerato un utilissimo manuale per ottenere un'immagine corretta di sé stessi.
Avete mai provato ad infilare un ago? Se la risposta è sì e se non siete pratici, avete forse notato che potete tenere il filo dritto e fermo come una roccia fino a quando toccate la cruna dell'ago e tentate di far passare il filo attraverso la piccolissima fenditura. Ogni volta che tentate di fare questo, la vostra mano trema impercettibilmente ed il filo, allora, non passa.
Si verifica spesso la stessa cosa quando tentate di versare un liquido nella bocca di una bottiglia dal collo molto stretto. Riuscite a tenere la mano perfettamente stabile fin quando tentate di raggiungere lo scopo, poi per qualche misteriosa ragione cominciate a tremare.
Nell'ambiente medico questo fenomeno viene chiamato tremito dello scopo. Accade questo a tersone normali quando cercano, impegnandosi troppo o con 'troppa prudenza', di non fare errori portando a termine un determinato scopo. In determinate condizioni patologiche, come per esempio quando si è offesi in certe zone del cervello, questo 'tremito dello scopo' diventa molto pronunciato. Ad esempio, un paziente può tenere ben ferma la mano finché non cerca di raggiungere uno scopo, ma se appena prova ad inserire la chiave nella serratura della porta di casa, la sua mano comincia ad andare sù e giù. Egli può essere in grado di tenere ferma una penna in mano finché non cerca di fare la propria firma, allora la sua mano trema in modo incontrollabile. Se egli se ne vergogna e diventa ancora più prudente per non fare errori in presenza di estranei, può non esserne più capace.
Queste persone possono essere aiutate, e spesso notevolmente, allenandole per mezzo di una tecnica di rilassamento, per cui imparano a rilassarsi da uno sforzo eccessivo, dall'essere troppo tese allo scopo e dall'essere troppo impegnate ad evitare errori e fallimenti.
L'essere troppo prudenti o troppo ansiosi per evitare di commettere errori è una forma di reazione negativa sproporzionata. Come nel caso del balbuziente che pensa in anticipo ai possibili errori e cerca troppo consapevolmente di non farli, il risultato è l'inibizione ed una deformazione del comportamento. La prudenza o l'ansietà sproporzionate sono gemelle. Entrambe hanno a che fare con l'eccessiva preoccupazione di un eventuale fallimento o di eseguire la cosa sbagliata, e con uno sforzo troppo cosciente per agire nel modo giusto.
Disse Henry Ward Beecher: "Non mi piacciono queste persone fredde, esatte, perfette che, per non dire cose sbagliate non parlano affatto o che per non fare cose sbagliate non agiscono affatto".

lunedì 3 gennaio 2011

Perdonare a noi stessi così come perdoniamo agli altri

Riprendiamo le argomentazioni del dr. Maxwell Maltz dal suo libro Psicocibernetica in cui viene trattato un argomento di indubbia utilità per il nostro benessere emotivo: il perdono. In relazione ad un suo intervento sulla necessità di eliminare le cicatrici emotive, il dr. Maltz ricorda la necessità di saper perdonare a noi stessi, così come si perdona gli errori altrui. Il più delle volte le ferite emotive non provengono dagli altri ma vengono inflitte da noi stessi. Pensiamo ad esempio alle colpe eccessive che ci addossiamo ed inevitabilmente ci feriscono profondamente; altre volte rischiamo di auto condannarci con il rimpianto ed il rimorso, dando così vita a vere e proprie malattie psicosomatiche. In riferimento al rimorso ed il rimpianto, questi sono dei segni molto chiari del vivere nel passato, infatti la colpa eccessiva è un tentativo di giustificare nel passato qualcosa di errato o anche di presunto tale da noi commesso.
Diventa allora importante e determinante fare in modo che le emozioni siano usate correttamente ed adeguatamente aiutandoci a rispondere o a reagire ad una qualche realtà nell'ambiente presente. E dal momento che non ci è possibile vivere nel passato, non possiamo neppure emozionalmente reagire al passato: esso può essere semplicemente cancellato, chiuso, dimenticato nella misura in cui le reazioni emotive ne fanno parte. In pratica non abbiamo bisogno di prendere una 'posizione emotiva' in una maniera o nell'altra per quel che riguarda le deviazioni che avrebbero potuto mutare il nostro cammino nel passato. L'unica cosa importante è il nostro presente ed i nostri scopi attuali.
Abbiamo bisogno di riconoscere i nostri errori come sbagli poichè altrimenti non ci sarebbe possibile correggere la nostra direzione; è vano ed inutile, quindi, odiare o condannare noi stessi per i nostri sbagli. Uno degli errori che facilmente commettiamo è quello di confondere il nostro comportamento con il nostro io, in pratica, concludere che poichè abbiamo agito in una determinata maniera, veniamo catalogati come un certo tipo di persone. Tutto sarà più chiaro se possiamo renderci conto che gli errori riguardano qualcosa che noi facciamo, che si riferiscono a delle azioni, e per essere realistici dovremmo usare verbi di azione piuttosto che descriverli con nomi che denotano uno stato. Un esempio può chiarire questo concetto. Dire "Ho fallito..." (forma verbale) non è altro che riconoscere un errore e ciò aiuta a raggiungere il successo in futuro. Viceversa dire "Sono un fallimento!" (sostantivo) non descrive ciò che noi abbiamo fatto, ma ciò che noi pensiamo che l'errore abbia fatto di noi. Questo comportamento non aiuta ad imparare, tende piuttosto a fissare l'errore e a renderlo permanente.
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