mercoledì 27 ottobre 2010

L’effetto placebo: così inganna la nostra mente

Fonte: INN Istituto Nazionale di Neuroscienze
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Fabrizio Benedetti, docente di fisiologia all’Università di Torino e consultant al National Institute of Health a Bethesda (USA) e alla Mind-Brain-Behavior Initiative della Harvard University, dedica gran parte della sua attività alle ricerche sull’effetto placebo. Di che cosa si tratta? Lo scopriamo insieme a lui e per chi desiderasse approfondire l’argomento il professor Benedetti parlerà di effetto placebo domenica 20 aprile alle ore 18:00 presso il molo IV di Trieste in occasione di FEST 2008, la seconda edizione della Fiera Internazionale dell’editoria scientifica.
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Professor Fabrizio Benedetti quali sono le origini del termine placebo e che cosa significa esattamente?
Placebo deriva dal verbo latino placere, che letteralmente significa "io piacerò". In ambito medico si riferisce a qualsiasi sostanza inerte, ossia priva di capacità terapeutiche intrinseche, capace di migliorare le condizioni cliniche del paziente e quindi avere su di lui un effetto piacevole. Gli esempi più conosciuti di sostanza placebo sono la zolletta di zucchero e il bicchiere d’acqua fresca. Grazie al placebo è possibile testare l’efficacia di un nuovo farmaco. Ciò avviene all’interno di trial clinici così organizzati: i pazienti sanno che possono ricevere il trattamento farmacologico o la sostanza placebo con una probabilità del 50 per cento e, prima della fine dello studio, né i medici né i pazienti sanno chi ha assunto il vero farmaco. Il nuovo trattamento farmacologico è considerato efficace se ha sui pazienti un effetto migliore del placebo.
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È possibile estendere il concetto di placebo anche a trattamenti diversi da quelli farmacologici?
Certo. Esistono “strumenti placebo” e “interventi chirurgici placebo”. Nel primo caso, si tratta di strumenti lasciati spenti e quindi non realmente utilizzati, come una macchina a ultrasuoni, nel secondo caso, il medico anestetizza il paziente, accede alla parte malata, per esempio aprendo il cranio o il torace, ma non interviene su di essa.
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Che cosa si intende per “effetto placebo”?
Per effetto placebo si intende tutto ciò che accade nel paziente dopo aver assunto un placebo.
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Poiché una zolletta di zucchero o un bicchiere d’acqua non possono improvvisamente acquisire poteri terapeutici, l’effetto placebo è un inganno della nostra mente?
Direi proprio di sì e dipende dal contesto psicologico e relazionale in cui il paziente si trova. In questo contesto il medico curante gioca un ruolo fondamentale perché è in grado di convincere il paziente che il farmaco che sta per assumere lo farà stare meglio. Numerosi trial clinici dimostrano che uno stato emotivo tranquillo e fiducioso è accompagnato da una maggior efficacia dei trattamenti farmacologici. L’effetto placebo, quindi, è un fenomeno psico-biologico in cui l’innescarsi di un nuovo stato emotivo determina precisi cambiamenti all’interno del nostro cervello.
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Quali sono i meccanismi fisiologici più noti?
Sono due: i meccanismi tipicamente cognitivi e quelli totalmente inconsci.Nei primi la coscienza gioca un ruolo fondamentale poiché la risposta a un trattamento dipende dalle aspettative che il medico riesce a creare nel paziente. Non è un caso che nei malati di morbo di Alzheimer, i cui processi cognitivi sono compromessi, l’effetto placebo è molto ridotto.Nei meccanismi inconsci, come la secrezione ormonale o l’attività del sistema immunitario, l’effetto placebo si innesca dopo una fase di “condizionamento” in cui il paziente impara ad associare il trattamento (per esempio l’assunzione di una compressa tonda e bianca contenente il principio attivo) alla scomparsa di un sintomo, quale il dolore fisico. Se dopo la fase di condizionamento il medico somministra al paziente un trattamento identico ai precedenti ma privo di principio attivo l’effetto terapeutico non cambia.
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Lei ha parlato di chirurgia placebo, una modalità di intervento piuttosto invasiva nei confronti del paziente. Ci può dire qualcosa in più al riguardo?
La chirurgia placebo è entrata a far parte della pratica clinica negli anni Cinquanta, dopo la pubblicazione di due studi americani sull’angina pectoris, un dolore toracico provocato da una insufficiente irrorazione del muscolo cardiaco. In alcuni casi i chirurghi operarono il malato secondo la prassi di quegli anni, in altri fecero l’anestesia, aprirono il torace e lo richiusero senza intervenire sui vasi sanguigni. La chirurgia placebo dimostrò che non era l’intervento in sé a migliorare la circolazione cardiaca, ma la fiducia che il paziente vi riponeva.Oggi la chirurgia placebo coinvolge molti ambiti, ma ha un occhio di riguardo per la neurochirurgia, in particolare per la stimolazione cerebrale profonda e l’impianto di cellule fetali dopaminergiche per il trattamento della malattia di Parkinson. Ad ogni modo, qualunque sia l’ambito, i protocolli di questi studi devono essere valutati e approvati dai comitati di bioetica.
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Professor Benedetti, in base alla sua esperienza diretta, quali applicazioni cliniche possono avere gli studi sull’effetto placebo?
La mia esperienza mi porta a considerare principalmente tre tipi di applicazione. La prima riguarda la metodologia dei trial clinici e consiste nel capire in che modo e in che misura l’effetto placebo può interferire sulla reale efficacia terapeutica del farmaco. A oggi, questo è ancora un punto irrisolto.La seconda applicazione riguarda il ruolo e le potenzialità della relazione medico–paziente. Fino a che punto la sola idea di prendere una compressa è in grado di migliorare lo stato di salute del malato? A tale proposito, la letteratura scientifica dimostra che se un medico somministra all’insaputa del paziente un farmaco, l’effetto terapeutico di quest’ultimo può ridursi a zero perché non si attiva alcun effetto placebo. In terzo luogo, sfruttando i meccanismi del condizionamento è possibile ridurre l’assunzione di farmaci che hanno effetti collaterali gravi, come la morfina. Si procede somministrando la sostanza per qualche giorno e poi se ne riduce drasticamente il dosaggio sostituendola con un placebo, senza che il paziente ne risenta.
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Lei si è studiato gli effetti dei meccanismi di condizionamento con la morfina negli sportivi. Ce ne può parlare?
La morfina agisce attivando i recettori oppioidi delle cellule cerebrali, bloccando la percezione del dolore a livello periferico e non facendo sentire lo sforzo fisico. I miei colleghi e io abbiamo realizzato un modello sperimentale che simulava una competizione sportiva e analizzato quali effetti poteva avere sugli atleti un condizionamento con la morfina. Lo studio è stato pubblicato nell’ottobre del 2007 su The Journal of Neuroscience ed è stato ripreso anche dal settimanale inglese The Economist. I dati che abbiamo raccolto dimostrano che l’atleta che si sottopone a un periodo di condizionamento con la morfina (due somministrazioni a distanza di una settimana l’una dall’altra) e il giorno della gara, a sua insaputa, riceve al suo posto una sostanza placebo, mantiene le stesse prestazioni delle settimane precedenti.
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Entro il 2008 Oxford University Press pubblicherà un suo libro. Ci può accennare di cosa si tratta?
Nel libro descrivo la mia sfida di oggi e del prossimo futuro: capire in quali situazioni, patologiche e non, e in che fasi della loro evoluzione si verificano effetti placebo. Studi sul condizionamento, come quello appena citato, ne sono un esempio concreto.
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Elisa Frisaldi

martedì 26 ottobre 2010

Falsità dello studio che collega A.D.H.D. a depressione/suicidio

Fonte: Disinformazione.it
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A cura del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus
Un rapido sguardo alla studio che afferma che l'"ADHD nei bambini è collegato alla depressione e a un maggiore rischio di suicidio" ha rivelato i suoi ovvi e lampanti difetti, e siamo costretti a chiederci perché i siti medici quali WebMD o Medical News Today non fossero in grado di vedere ciò che ci è bastato poco a scoprire: cosa è stato omesso da questo "studio". Lo studio, pubblicato nell’Archives of General Psychiatry, sostiene che "i bambini che vengono diagnosticati con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) hanno una maggiore probabilità di sviluppare la depressione e/o il tentativo di suicidio durante la loro adolescenza, o dai 5 ai 13 anni dopo la diagnosi ...".
Perché nessuno dei siti Web medici o della stampa si sia chiesto quali farmaci i bambini di questo studio stessero già prendendo e quale effetto questi possano avere sullo sviluppo di depressione o di suicidio? Lasciamo la risposta al lettore. Ma questo è il fatto: la FDA ha documentato che i farmaci stimolanti come Ritalin, Concerta, Adderal, ecc., tipicamente prescritti ai bambini diagnosticati con ADHD, hanno vari effetti collaterali tra cui allucinazioni, pensiero delirante, mania, psicosi, aggressione, violenza, ostilità, tossicodipendenza e suicidio e depressione.
Lo studio stesso rivela che i bambini diagnosticati con ADHD e che sono stati oggetto di questo “studio” erano di Pittsburgh e Chicago, aggiungendo che il 100% dei bambini di Chicago e il 42% di quelli di Pittsburgh provenivano da cliniche psichiatriche. Ciò significa che con altissima probabilità questi bambini stavano già assumendo psicofarmaci o come minimo che ne abbiano assunti a un certo momento per trattare la loro diagnosi di ADHD.
Inoltre, riguardo a quei bambini con "ADHD" che nello studio i ricercatori sostengono abbiano "sviluppato depressione," non solo dovremmo sapere se fossero già in cura con farmaci stimolanti che provocano questi effetti collaterali ma, se sono stati successivamente prescritti loro antidepressivi per "curare" la depressione, considerando che negli USA recano dei riquadri in neretto (come sulle scatole di sigarette in Italia) perché comportano il rischio di suicidio. Stupisce constatare come nessuno di quelli che pubblicano e promuovono il contenuto di questo studio si sia dato il disturbo di porsi queste semplici domande prima di accettarlo come oro colato, a maggior ragione considerando come questi dati possano influenzare il pubblico in generale verso scelte che andranno poi a incidere sulla loro vita o quella dei loro figli.
Giova anche ricordare un’altra storia non detta: gli autori di questo studio, il Dr. Andrea Chronis-Tuscano e il Dr. William E. Pelham hanno ricevuto non solo i fondi per questo studio, ma persino gli onorari per questa ‘ricerca’, da Eli Lilly, Janssen Pharmaceuticals e McNeil - tre aziende produttrici di farmaci per A.D.H.D.

mercoledì 20 ottobre 2010

L’Intestino: il nostro secondo cervello

Si emoziona, gioisce, soffre, in buona sostanza il nostro intestino è ‘intelligente’. Sono questi primariamente i concetti esposti dal dr. Michael D. Gershon della Colunbia University Medical Center, biologo cellulare il quale ha condotto studi evidenziando la presenza nel nostro corpo di un secondo cervello, o meglio dire, la presenza dell’esistenza di due cervelli: quello da tutti conosciuto, presente nella nostra scatola cranica, e quello invece posizionato nel nostro ventre, ben più grande e ancora poco conosciuto. Questo ricercatore ha condotto studi per più di trent’anni, ha scritto un libro ‘The Second Brain’, ha in pratica concluso che la nostra pancia ‘sente’, cioè metabolizza sensazioni ed emozioni, può smistare informazioni utili al nostro stato emotivo, reagisce alle sollecitazioni dell’ambiente in cui viviamo. Secondo questo ricercatore l’intestino è definibile lo strumento che va a regolare le nostre condizioni di stress, di tensione nervosa, di ansia. Le basi scientifiche di quanto detto si basano sul fatto che l’intestino accoglie circa 1/10 di quelle cellule nervose che sono anche presenti nello stesso cervello, le quali lavorano in modo autonomo. Queste permettono di fissare i ricordi collegati alle nostre emozioni, inoltre possono indicare la gioia ed il dolore. Un altro fattore non trascurabile indica che ben il 95% della serotonina viene prodotto dalle cellule presenti nell’intestino. Tutto ciò comporta l’intervento di questo organo sulla vita emozionale dell’essere umano, per non dimenticare le grandi funzioni immunitarie.
Ulteriori ricerche parlano di correlazione tra l’intestino e l’intuizione, ciò dato dal fatto che le circa 10 milioni di cellule identiche a quelle cerebrali svolgono funzioni che possono influenzare il nostro cervello, infatti si calcola che il 90% dello scambio di informazioni tra intestino e cervello procede partendo dallo stesso intestino per andare al cervello, mentre solo il rimanente 10% nella direzione opposta; questa condizione ci fa pensare ad un fatto: quante informazioni l’intestino comunica al nostro cervello? Molto probabilmente molte più di quante possiamo pensare, ma soprattutto identifica l’intestino come un organo veramente troppo importante per il nostro benessere non solo fisico ma in particolar modo emotivo e comportamentale.
Quanto detto fin ora dovrebbe farci riflettere profondamente: se l’intestino è intossicato da una cattiva alimentazione, allora l’intero organismo non viene nutrito nel modo corretto ma probabilmente viene avvelenato, ne consegue che il sistema immunitario tende ad ammalarsi o comunque perde la sua potenzialità nel difenderci da ogni attacco patogeno, e non per ultimo un intestino intossicato influirà inevitabilmente sui nostri stati d’animo. Abbiamo visto che le nostre emozioni nascono in prevalenza dall’intestino e meno dalla nostra testa, quindi molte forme depressive hanno realmente una base legata ad un cattivo funzionamento dell’intestino, direttamente correlato alla nostra alimentazione. A tal riguardo non è stano osservare come molte cure naturopatiche inizino sempre con una revisione radicale dell’alimentazione, da una pulizia a fondo dell’intestino; questo processo iniziale molte volte porta ad un immediato miglioramento delle condizioni emotive del paziente, ad una maggiore gioia di vivere ed una conseguente assenza di forme depressive. Il dr. Emeran Mayer dell’Università della California ha capito che una parte dei messaggi dell’intestino arriva nel sistema limbico, area deputata all’elaborazione dei segnali negativi. Se il cervello percepisce tensione e paura, allora chiama a raccolta le cellule intestinali che a loro volta producono sostanze irritanti come l’istamina; questa proteina a sua volta attiva cellule nervose del tubo digerente che fanno contrarre le cellule muscolari, da qui nasce la condizione di diarrea e la manifestazione dei crampi. Il segnale d’allarme va poi al cervello che nuovamente lo ritrasmette verso il basso. Questo continuo processo permane all’infinito e così se l’ansia non diminuisce si avrà una netta cronicizzazione dei sintomi. Si calcola che circa il 40% dei pazienti con colon irritabile soffra anche di depressione ed ansia.
Cosa fare dunque? È evidente che la materia è molto vasta e per alcuni versi anche complessa. Sicuramente l’alimentazione è il primo gradino di un processo di trasformazione nella vita degli individui. Sempre più ricerche scientifiche riconoscono nella dieta vegetariana molteplici vantaggi nella vita del’essere umano. La ‘pulizia’ intestinale attraverso idrocolonterapia o semplicemente con lavaggi periodici con enteroclisma di acqua e camomilla o altri prodotti permettono una riattivazione delle potenzialità intestinali. Non per ultimo deve essere considerato l’aspetto emotivo e comportamentale: una giusta e corretta visione della vita, del futuro, di sé stessi aiuteranno non poco il ristabilimento dell’intero essere.

mercoledì 13 ottobre 2010

Il suono crea struttura (la scienza della Cimatica)

Nel diciottesimo secolo Ernst Chladni (1756-1827), fisico tedesco nato a Lipsia, applicò ad un violino una lamina sottile di metallo su cui distribuì una piccola quantità di sabbia sottilissima. Facendo scorrere l'archetto sulle corde scoprì che quando sosteneva a lungo uno stesso suono la sabbia si muoveva formando motivi geometrici di cerchi interconnessi e concentrici mentre quando modificava l'altezza del suono le particelle di sabbia si muovevano creando altre forme organiche: spirali, raggiere, griglie esagonali. In questo modo il professor Chladni giunse a due conclusioni importanti: dimostrò che il suono influisce davvero sulla materia fisica e stabilì le basi di una nuova scienza, la cimatica, ovvero lo studio degli effetti delle onde sonore sulla materia fisica.
Gli esperimenti di Ernst Chladni rimasero un'interessante curiosità fino al ventesimo secolo, quando Hans Jenny, uno scienziato svizzero, iniziò una serie di esperimenti a cui si sarebbe poi dedicato tutta la vita. Usando oscillatori di suono elettronici, placche di metallo, microfoni e sofisticati apparecchi fotografici, Jenny sperimentò suoni sinusoidali puri (suoni privi di armonia) di diverse frequenze, registrazioni di musica classica europea e suoni vocali, cantati e parlati. Fotografando i motivi creati da materiali come sabbia, limatura di ferro, acqua, mercurio ed altri liquidi, scoprì che le forme, nel loro costituirsi, si ripetevano in modo prevedibile e ricordavano le strutture di crescita degli organismi viventi: cromosomi, cellule, molecole, tessuti ossei, anelli annuali di alberi e cristalli. Egli dimostrò che la musica produce una struttura visibile simile all'armatura di un tessuto. Scoprì che pronunciando la sillaba "O" al microfono, la sabbia sulla placca di metallo si distribuiva a forma di "O". Pronunciando sillabe di antichi linguaggi, sanscrito ed ebraico, la sabbia assumeva la forma dei simboli scritti corrispondenti a quei suoni mentre dalle nostre lingue moderne non si otteneva lo stesso risultato. Jenny era convinto che la crescita biologica fosse il risultato della vibrazione e che la natura della vibrazione determinasse le strutture risultanti. Pensava che ogni cellula, come risultato di una vibrazione, generasse la sua stessa frequenza mentre un certo numero di cellule di uguale frequenza si combinassero per generare una frequenza nuova in armonia con la prima. Quindi l'organo costituito di queste cellule avrebbe prodotto la sua stessa frequenza ed anche il corpo, come aggregato di ogni sua struttura, avrebbe fatto risuonare la sua stessa frequenza. Le frequenze risultanti sarebbero state il prodotto degli armonici, probabilmente di serie di armonici naturali, in modo che tutte le parti dell'insieme sarebbero state tra loro compatibili.
Jenny riteneva che la chiave per guarire il corpo con determinati suoni si potesse trovare nel comprendere come la frequenza agisce sui geni, le cellule ed altre strutture del corpo. Soltanto così si sarebbero potute determinare con precisione le frequenze corrispondenti ad ogni singolo essere umano ed iniziare ad applicare frequenze curative da fonti esterne con una buona probabilità di ottenere risultati positivi senza rischi per il paziente. Egli suggerisce due metodi di sviluppo per la scienza della cimatica. Nel primo caso consiglia di intraprendere studi di biochimica, bioelettronica, biodinamica e biostruttura al fine di comprendere la relazione tra corpo e frequenza, un metodo che richiede l'uso in laboratorio di apparecchiature altamente sofisticate e complesse. Il secondo metodo implica un esame attento della laringe e dell'orecchio umano per scoprire la causa originaria della vibrazione.
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Tratto da: Musica per guarire - Randall McClellan

Obesità infantile cresce a ritmi vertiginosi, i Paesi in via di sviluppo i più colpiti

Fonte: ANSA

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ROMA - L'obesità infantile sta diventando una sorta di "epidemia" che a livello globale cresce a ritmi vertiginosi, +50% negli ultimi vent'anni (dal 4% del 1990 al 6% del 2010), soprattutto nei paesi in via di sviluppo.
Ma anche l'Italia, complici stili di vita tutt'altro che salutari, caratterizzati da poco sport e molta tv, si trova costretta ad affrontare l'emergenza obesità, se è vero che in base agli ultimi dati che arrivano dall'Organizzazione Mondiale della Sanità più di 1 bambino su 5 tra gli 8 e i 9 anni è obeso (21%) e quasi 1 su 2 è in sovrappeso (45,6%), con una percentuale più elevata nei bambini (48,8%) che nelle bambine (42,2%).
Dati allarmanti, che sono stati presentati questa mattina da Francesco Branca, Regional Adviser in Nutrition per la Regione Europea dell'Oms, nel corso del Convegno di presentazione dei risultati del progetto "Sistema di indagini sui rischi comportamentali in età 6-17 anni", realizzato dall'Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con i Miur, l'Inran, le Regioni e le aziende sanitarie.
"Gli ultimi dati disponibili di uno studio multicentrico proposto dall'Oms ed eseguito in maniera omogenea da 13 paesi europei, in prevalenza del Nord - precisa Branca - ci dicono che in Italia c'é ancora molto da fare e che il Paese si trova in una situazione simile a Paesi come Grecia e Malta, che rappresentano gli estremi in negativo per quanto riguarda l'obesità in Europa". D'altronde basterebbe leggere i risultati dell'indagine che il ministero della Salute ha commissionato all'Iss per capire che il problema obesità è strettamente legato alle cattive abitudini alimentari e agli scorretti stili di vita dei nostri ragazzi. Secondo l'indagine, infatti, il 9% dei bambini italiani tra gli 8 e i 9 anni non fa colazione e ben il 30% non la fa adeguata. Inoltre 1 bambino su 4 non mangia quotidianamente frutta e verdura, mentre il 50% consuma bevande gassate o zuccherate nell'arco di una giornata. E brutte notizie arrivano anche sul versante dell'attività fisica.
Mentre 1 bambino su 2 ha l'adorata televisione in camera, solo il 20% dei bambini pratica sport più di una volta la settimana. Senza contare che circa il 70% dei bambini non ha l'abitudine di andare a scuola a piedi e solo 1 su 4 (26,8%) gioca più di 2 ore al giorno all'aria aperta nei giorni feriali.
"In Italia si fanno già tante iniziative ma non si fa ancora abbastanza. Servono interventi non solo a livello locale ma a livello nazionale e in più settori, perché non è sufficiente intervenire sulla scuola o sull'educazione" per risolvere il problema, spiega l'esperto dell'Oms, che prova ad indicare una serie di prorità: "intanto intervenire sulla disponibilità e sull'offerta di alimenti e anche sui prezzi, visto che i gruppi più colpiti sono quelli più vulnerabili a livello socio-economico. E poi - conclude Branca - credo che ci sia bisogno di intervenire anche sull'offerta e la pubblicità di alimenti rivolti ai bambini e, infine, sulla qualità dell'offerta della ristorazione privata, considerato che la maggior parte degli italiani mangiano spesso fuori casa".

martedì 12 ottobre 2010

L'utilizzo della musica per il mantenimento prolungato della salute

La musica in se stessa non può assicurare uno stato perfetto di salute se esso viene ostacolato da altri aspetti del nostro stile di vita ma, se ad essa si accompagnano una dieta appropriata, un sonno adeguato, un lavoro appagante, una vita attiva della mente, rapporti validi, svaghi ed aspirazioni spirituali, il nostro essere sarà invaso da un senso di completezza che difficilmente si incrinerà a causa di una malattia.
L'effetto esercitato dalla musica sulla salute è cumulativo rispetto a periodi di tempo prolungati. Quindi il genere di musica che ascoltiamo, l'ora del giorno in cui l'ascoltiamo, l'ambiente che ci creiamo intorno prima, durante e dopo l'ascolto e quello che facciamo quando la ascoltiamo, determinano i benefici che riceviamo. Rivolgendo quindi un'attenzione particolare a questi aspetti, la musica equilibrerà le energie fisiche, mentali ed emotive per mezzo della risonanza. Attraverso la risonanza, le forze vibrazionali generate nello spazio dalla musica possono imporre forme simili nel nostro campo elettromagnetico risultanti in una resilienza posta al centro dell'immobilità dell'equilibrio.
In questa condizione, niente può turbare a lungo il nostro equilibrio, anzi, emettiamo un suono simile a quello di un diapason ben intonato che, attraverso la risonanza, si rafforza e sconfigge le emozioni e le strutture di pensiero negative che hanno origine nell'avere paura degli altri.
E' quindi necessario scegliere con cura la musica che vogliamo ascoltare o eseguire e dedicare sempre un po' della nostra giornata a questa attività ascoltando la stessa musica per almeno un mese al fine di avvertirne l'effetto cumulativo. Evitando la musica caotica o repressiva, la scelta dovrebbe ricadere su un genere di musica che infonde energia e su di un altro che riduce lo stress. Durante la giornata è consigliabile prestare attenzione alla musica che si ascolta nel posto di lavoro, nei ristoranti o nei luoghi in cui la gente si incontra, ed evitare ambienti in cui la musica risulta nociva al nostro stato d'essere. La musica che si ascolta la mattina riveste un'importanza particolare perchè può permeare la mente e risuonare durante tutta la giornata. Con il trascorrere del tempo queste attenzioni ci porteranno ad un'esistenza più equilibrata, consentendoci di mantenere un atteggiamento di personale spazialità interiore che influenzerà i processi di pensiero, le caratteristiche dei movimenti fisici, la qualità della voce, la stabilità emotiva ed i rapporti interpersonali. Queste manifestazioni di tranquillità personale modificheranno il nostro rapporto con l'ambiente e, attraverso la risonanza, avranno un effetto positivo su chi ci circonda.
Infine, il valore di una determinata composizione dipende dal livello di consapevolezza, spirituale e tecnica, e dalle motivazioni del suo compositore o esecutore. La creazione di musica a scopi curativi deve essere sempre subordinata ad un servizio, mai a profitti materiali o alla globalizzazione dell'ego. Chi guarisce nel suono deve innanzitutto aspirare a dimorare nel Suono Interiore, riconoscerlo come la fonte di tutto il creato manifestato e via che conduce al processo di guarigione. Egli/Ella deve operare nella vibrazione elevata della purezza spirituale al fine di manifestare il potere guaritore della musica con chiarezza, compassione e distacco.
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Tratto da: Musica per guarire - Randall McClellan

Musica ed inconscio

La musica coinvolge la mente conscia tramite il fascino che esercita. L'abbandono alla musica è accompagnato dalla dissoluzione graduale del discorso interiore e dalla liberazione dell'immaginario visuale. E' un livello di concentrazione che implica il nostro coinvolgimento nella musica a livello intellettuale ed estetico. Più sarà elevato il nostro livello di coinvolgimento, minore sarà la consapevolezza della nostra personalità individuale. Quando il coinvolgimento sarà prossimo alla fase di immersione totale avremo raggiunto il livello transpersonale della mente che trascende la coscienza durante il quale, allo stato di concentrazione, focalizzata si sostituisce uno stato di coscienza espansa. L'immaginario visuale può essere lasciato da parte mentre cominciamo a fare esperienza della musica come onde di figurazioni alternate che creano movimento.
Trascendendo la coscienza della propria individualità e condizione emotiva, si raggiunge il livello filosofico dell'ascolto e trascendendo quest'ultimo, si accede ad un livello in cui tutti i suoni vengono percepiti come parti complementari dell'infinità assoluta. A questo livello ogni espressione musicale, suono, gesto e silenzio, comunica l'essenza dell'eternità e della gioia profonda. Oltre a questo si apre l'infinità del silenzio assoluto dove persino la musica si disperde.
Sotto il livello superficiale della mente si estende la regione vasta e pressochè inesplorata dell'inconscio. Comunemente si ritiene che l'inconscio sia il patrimonio di memorie, emozioni, paure e sensazioni dimenticate che influenzano le nostre azioni quotidiane e le risposte emotive, i pensieri, le abitudini, i bisogni ed i giudizi da cui hanno origine le nostre mitologie personali. In base ad alcune teorie esistono due tipi di inconscio: l'inconscio personale che trova il suo riferimento nella storia personale dell'individuo, e l'inconscio collettivo. L'inconscio collettivo è essenzialmente patrimonio non verbale di esperienza umana comune, una sorta di memoria che va oltre le identità razziali, ideologiche e nazionali. La musica può restituire queste memorie dimenticate alla consapevolezza attuale poichè incoraggia l'attività mentale inconscia e rallenta i processi di pensiero cognitivo. Il coinvolgimento della musica sarà allora il livello sociale e sensibile delle emozioni personali-collettive e l'esperienza della sensazione diretta.
Molti studiosi di estetica della musica si sono sforzati di capire perchè siamo attratti da certi stili di musica e da determinati compositori ed hanno elaborato diverse teorie. Una di queste stabilisce l'esistenza di una comunicazione diretta, trasmessa attraverso la musica, tra la mente inconscia del compositore e quella dell'ascoltatore. In base a questa teoria siamo attratti dalla musica di compositori le cui memorie inconsce trasmettono esperienze e sensazioni di vita emozionali simili o rapportabili alle nostre. Se questo è plausibile, possiamo allora affermare che spesso le nostre esperienze musicali non sono semplicemente e soltanto il risultato di considerazioni puramente intellettuali ed estetiche. A livello di inconscio collettivo, questa teoria può spiegare la partecipazione comunitaria del pubblico ad una manifestazione musicale come un concerto, ad esempio, così come l'importanza della musica in rituali religiosi e nazionali. Da questo punto di vista, la musica ha un effetto molto più incisivo delle sole parole ed il musicista ha un potere di influenza sugli altri di gran lunga maggiore rispetto a molti leader politici o ideologie nazionali.
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Tratto da: Musica per guarire - Randall McClellan

La musica e la mente

Mentre è possibile valutare l’influenza della musica sui nostri corpi fisici, investigare gli umori e le risposte emotive che suscita e consultare una vasta letteratura riguardante le influenze della musica sulla vita spirituale ed estetica, rimane ancora difficile comprendere gli effetti provocati dalla musica sulla nostra mente. L’uomo non è limitato ai tre trilioni di cellule che costituiscono il suo cervello, né è confinato entro limiti compresi nello spazio del suo cranio. Il mondo che percepiamo con i sensi costituisce una parte della nostra mente ed essa abbraccia persino tutto ciò di cui ha preso coscienza, dall’esistenza del singolo atomo di una cellula del corpo all’immensità dell’universo stesso, che è quindi a nostra disposizione. La mente è limitata soltanto dalle costrizioni che noi stessi le imponiamo e che possono essere definite dal sistema di valori della nostra tradizione culturale e da condizioni personali derivate dalle limitazioni che poniamo alle nostre percezioni sensoriali, a livello qualitativo e quantitativo.
Il livello mentale che ci è più familiare è quello del pensiero cognitivo o lineare. Questo livello di attività mentale, grandemente influenzato dalla stimolazione sensoriale, dalla risposta emotiva e dall’apprensione per la sopravvivenza ed il benessere personali, può dominare i nostri processi mentali con un fluire pressoché interminabile di discorsi interiori, un accumulo di pensieri di cui ci inebriamo. Eppure si tratta soltanto di un aspetto della nostra capacità mentale anche se il nostro sistema educativo vi ha posto particolare attenzione rendendolo così il più familiare. Ma oltre a questo, possediamo una facoltà di pensiero intuitivo, olistico e simbolico associato all’emisfero destro del nostro cervello e da cui hanno origine i concetti artistici e la facoltà intuitiva. I processi intuitivi e cognitivi del nostro pensiero sono interconnessi attraverso sistemi di trasmissione racchiusi nel nostro cervello e, in teoria, sono entrambi prontamente accessibili.
Ogni tipo di coinvolgimento in una attività musicale, si tratti di composizione, esecuzione o ascolto, rende complici entrambi gli emisferi bilanciando così i due aspetti dei nostri processi mentali. È un beneficio riconosciuto principalmente alla creazione ed all’esecuzione di musica, così come possiamo riscontrare in molte documentazioni relative alla musicoterapia. Tuttavia rimane molto più difficile indagare ciò che di fatto avviene nella mente quando l’individuo è completamente assorto nell’atto di ascoltare musica in quanto si tratta di un processo altamente personale ed interiore che non si presta facilmente ad un monitoraggio esterno. Finora sappiamo soltanto di poter affermare che due persone non potranno mai udire una determinata composizione musicale nello stesso modo e che una stessa persona non riceverà la stessa impressione dalla versione registrata di una stessa composizione musicale ascoltata in occasioni diverse. Se così non fosse, ci stancheremmo dei nostri dischi molto rapidamente.
Ascoltando un brano musicale si può notare che il flusso costante di discorso interiore si placa mentre seguiamo lo svolgimento lineare della successione melodica. Mano a mano che diventiamo consapevoli dei diversi altri aspetti della composizione (il movimento armonico, lo sviluppo ritmico, il controcanto, i passaggi di tessitura), continuiamo a porre in relazione le successioni melodiche alla musica che le sostiene, separando le diverse componenti dalla matrice generale e reintegrando ogni singola parte nelle figurazioni strutturali emergenti. Queste informazioni vengono poi immagazzinate nella memoria e ponendosi sempre in relazione con la percezione di ogni nuova informazione musicale, la influenzano. Ogni nuova informazione influenza a sua volta la memoria mutando quindi la percezione di ogni evento musicale. L’ascolto della musica richiede necessariamente un bilanciamento di entrambi gli aspetti del nostro processo mentale che è immediato, non verbale ed automatico.
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Tratto da: Musica per guarire - Randall McClellan

lunedì 11 ottobre 2010

Il dottor Mozart

Alfred Tomatis (1920-2001) è stato un medico e psicologo francese conosciuto per aver dato vita alla disciplina dell’audiopsicofonologia, avente come oggetto lo studio e l’applicazione della rieducazione dell’orecchio, fatta allo scopo di stimolare la capacità di ascolto degli individui.
Come medico otorinolaringoiatra, negli anni 50 ha studiato il fenomeno della sordità degli aviatori ed i disturbi della emissione vocale nei cantanti. Questo gli fece capire che esisteva una correlazione fra lo sviluppo psicologico della personalità e l’esperienza dell’ascolto, facendo appunto nascere la disciplina dell’audiopsicofonologia. Secondo il dr. Tomatis l’atto dell’ascolto riguarderebbe un processo che coinvolge nella sua totalità tutto il nostro organismo nella globalità psicocorporea, da intendersi come atto volontario dell’essere umano diretto a ritrovare ciò che vuole realmente sentire. Oltre a ciò egli considerava l’ascolto come direttamente collegato allo sviluppo psicocorporeo (sviluppo dell’immagine corporea e del Sé) ed all’acquisizione del linguaggio.
Esaminando il libro di Don Campbell, L’Effetto Mozart, curarsi con la musica, si parla molto di questo personaggio. In questo testo si dice che Tomatis venne considerato l’Einstein del suono, lo Sherlock Holmes dell’indagine sonora, per alcuni pazienti, invece, era considerato “il Dottor Mozart”. Pare che nella sua carriera abbia esaminato qualcosa come 100.000 pazienti con difetti dell’ascolto e difficoltà vocali ed uditive, così come anche disturbi dell’apprendimento.
Nella sua sede principale di ricerca a Parigi ha avuto la possibilità di lavorare con molte figure legate al suono come musicisti professionali, nonché con bambini con difficoltà psicologiche e di apprendimento e con pazienti con gravi lesioni al cervello. La sua concezione totale dell’orecchio dà vita a nuovi paradigmi per l’istruzione, la riabilitazione e la cura.
È stato in effetti il primo a concepire la fisiologia dell’ascolto come diversa da quella dell’udito, dichiarando la nozione della dominanza dell’orecchio destro nel controllo del linguaggio e della musicalità, sviluppando di conseguenza le tecniche per migliorare la funzione. Sua la scoperta che la voce può solo riprodurre ciò che l’orecchio riesce a sentire, teoria questa dalle considerevoli applicazioni pratiche, in un primo momento ridicolizzata ma poi completamente accettata e ribattezzata “Effetto Tomatis” dall’Accademia Francese di Medicina. Egli ha creato un nuovo modello dello sviluppo dell’orecchio riscontrando come funziona il sistema vestibolare, ovvero la capacità di equilibrare e regolare il movimento del muscolo interno.
Anche se comunque è conosciuto per aver dato vita alla disciplina dell’audiopsicofonologia, il dr. Tomatis ha dato il suo più grande contributo riconoscendo che il feto percepisce dei suoni nel grembo materno. Egli infatti si occupò di embriologia e scoprì che la voce della madre funge da cordone ombelicale sonico per il bambino che si sta sviluppando e da primaria fonte di nutrimento. Questo ha portato all’elaborazione di una tecnica chiamata “parto sonico” in cui suoni uterini simulati vengono somministrati per curare difetti di ascolto e disturbi emotivi. In contrasto con l’opinione medica del tempo, il dr. Tomatis dichiarò che il feto è in grado di ascoltare e malgrado il disprezzo dei suoi colleghi, che lo trattavano come una sorta di rinnegato, continuò per la propria strada e scoprì che l’orecchio comincia a svilupparsi alla decima settimana di gravidanza ed è completamente funzionante all’età intrauterina di quattro mesi e mezzo.
Il dr. Tomatis osservava inoltre che dopo la nascita il neonato molte volte non si rilassa fino a quando la madre non gli parla. Egli affermava che il neonato reagisce al suono di una particolare voce, proprio quella che conosceva nello stato fetale.

sabato 9 ottobre 2010

Il potere della musica di Mozart

Il potere della musica di Mozart si è imposto all'attenzione pubblica in buona parte grazie ad una ricerca innovativa condotta presso l'Università della California all'inizio degli anni 90. Al Centro di Neurobiologia dell'Apprendimento e della Memoria di Irvine, un gruppo di studio si mise ad osservare alcuni effetti della musica di Mozart su studenti universitari e bambini. Il dottor Frances H. Rauscher ed i suoi collaboratori hanno condotto uno studio in cui 36 studenti del dipartimento di Psicologia hanno totalizzato da 8 a 10 punti in più nel test del QI spaziale dopo aver ascoltato 10 minuti della Sonata per due pianoforti in Do maggiore K 448. Nonostante l'effetto sia durato solo dai 10 ai 15 minuti, il gruppo di Rauscher ha concluso che il rapporto fra musica e "ragionamento spaziale" è così forte che il semplice ascolto di musica può fare la differenza.
Forse la musica di Mozart "riscalda il cervello", ha detto il fisico teoretico Gordon Shaw ad uno dei ricercatori dopo la divulgazione dei risultati. "Sospettiamo che la musica complessa faciliti certe complesse operazioni neuronali coinvolte nelle attività alte del cervello, come la matematica e gli scacchi. La musica semplice e ripetitiva, invece, potrebbe avere l'effetto opposto".
In uno studio successivo, gli scienziati hanno analizzato le basi neurologiche di questo potenziamento. L'intelligenza spaziale venne sottoposta a un'ulteriore prova: su uno schermo furono proiettate 16 figure astratte simili a pezzi di carta ripiegati, ciascuna per un minuto. L'esercizio intendeva verificare se i 79 studenti fossero in grado di dire che forma avrebbero assunto i pezzi di carta una volta aperti. Per 5 giorni un gruppo ascoltò la sonata di Mozart, un altro rimase in silenzio ed un terzo ascoltò musica di Philip Glass, una storia registrata su nastro ed un brano da discoteca.
I ricercatori riferirono che tutti e tre i gruppi migliorarono il loro punteggio fra il primo ed il secondo giorno, ma la capacità del gruppo di Mozart di riconoscere le forme aumentò del 62% contro il 14% del gruppo senza musica e l'11% del gruppo misto. Il gruppo di Mozart continuò a realizzare il punteggio più alto anche nei giorni successivi, mentre gli altri non presentarono differenze significative. Per spiegare questo effetto, gli scienziati hanno ipotizzato che l'ascolto di Mozart aiuti ad organizzare i circuiti neuronali di alimentazione nella corteccia cerebrale, soprattutto rafforzando i processi creativi dell'emisfero destro associati al ragionamento spazio-temporale. L'ascolto della musica, hanno concluso, agisce come "esercizio" per facilitare le operazioni di simmetria associate alla più alta funzione del cervello. In parole povere, può migliorare la concentrazione, aumentare la capacità di avere guizzi intuitivi e, fatto non trascurabile, migliorare il numero di colpi in una partita di golf!.

Tratto da: L'Effetto Mozart: curarsi con la musica - Don Campbell

Intelligenza musicale

Nei primi anni 80, Howard Gardner di Harvard scrisse Frames of Mind, uno dei libri che hanno maggiormente influito sui metodi didattici usati attualmente. In esso egli introduce la nozione che abbiamo intelligenze multiple. Oltre all’intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale e cinesica, crede che esistano anche l’intelligenza interpersonale, intrapersonale e musicale. Cita ricerche che dimostrano che bambini di due mesi sono in grado di imitare la tonalità, il volume ed il profilo melodico delle canzoni della madre, ed a quattro mesi possono anche accompagnarne la struttura ritmica. La scienza ha scoperto che i bambini sono predisposti a questi aspetti della musica – molto più di quanto non lo siano alle proprietà essenziali del discorso – e che si impegnano in giochi sonori dalle proprietà creative.
Per esaminare l’istruzione musicale tradizionale in Africa, Gardner studia gli ‘anang’ della Nigeria, nella cui società bambini di appena una settimana vengono avvicinati alla musica ed alla danza dalle madri, mentre i padri fabbricano per loro piccoli tamburi. Quando i bambini raggiungono i due anni di età, si uniscono a gruppi in cui imparano a cantare, ballare e suonare. A cinque anni un giovane anang sa cantare centinaia di canzoni, suonare diversi strumenti a percussione ed eseguire dozzine di complicati passi di danza. In alcune culture si riconoscono grandi differenze individuali. Fra gli ‘ewe’ del Ghana, ad esempio, gli individui meno dotati vengono fatti sdraiare mentre un maestro di musica si inginocchia e batte sequenze ritmiche sul loro corpo, così che queste vi penetrino (e penetrino anche, si pensa, nella loro anima).
Quando Frames of Mind ha contribuito a far considerare l’intelligenza musicale un elemento importante dell’istruzione, centinaia di libri hanno trattato questo argomento. Nel libro Introduction to the Musical Brain, si appoggia con fervore la convinzione che più stimoli un bambino riceve attraverso la musica, il movimento e le arti, più intelligente sarà. Naturalmente gli stimoli devono essere seguiti da movimenti di calma e riflessione, altrimenti i benefici possono andare perduti. Come sanno molti genitori di adolescenti, una robusta dieta di musica non rende necessariamente più intelligenti i ragazzi.
La musica induce un’atmosfera positiva e rilassante in molte aule e favorisce la memoria a lungo termine. In alcuni casi copre i rumori provenienti da industrie o dal traffico e la si può usare con successo per suscitare interesse, alleviare la tensione prima degli esami e come supporto per alcune materie. In una relazione comprensiva di centinaia di studi basati sul metodo empirico, condotti fra il 1972 ed il 1992, tre insegnanti associati al Progetto Futuro della musica hanno scoperto che l’istruzione musicale contribuisce alla lettura, al linguaggio (incluse le lingue straniere), alla matematica ed al rendimento scolastico complessivo. I ricercatori rilevano anche che la musica aumenta la creatività, migliora l’autostima dello studente, sviluppa abilità relazionali, ed accresce lo sviluppo dell’abilità percettiva motoria e quello psicomotorio.
Nel 1997, durante il dibattito sul futuro dell’educazione artistica nelle scuole pubbliche, Gardner ha ampliato le sue teorie precedenti ed ha affermato che l’intelligenza musicale influisce sullo sviluppo emotivo, spirituale e culturale più di altre intelligenze. Ha detto che la musica aiuta a strutturare il pensiero ed il lavoro delle persone, soccorrendole nell’apprendimento delle abilità matematiche, linguistiche e spaziali. Ha dichiarato che i legislatori e le commissioni scolastiche che tagliano la musica nell’istruzione elementare sono arroganti ed ignorano come si siano sviluppati la mente ed il cervello umani.
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Tratto da: L’Effetto Mozart: curarsi con la musica – Don Campbell

martedì 5 ottobre 2010

Suono e medicina: gli albori negli Stati Uniti

La medicina americana ha provato l’uso terapeutico della musica per la prima volta nell’800 e nei primi anni del 900. Fin dal lontano 1804 Edwin Atlee, seguace del filosofo Jean-Jacques Rousseau, il medico Benjamin Rush, firmatario della Dichiarazione di Indipendenza, ed altri illustri inglesi, scrissero An Inaugural Essay on the Influence of Music in the Cure of Diseases, in cui si cercava di dimostrare che la musica “ha una potente influenza sulla mente, e di conseguenza sul corpo”. Fra il 1870 ed il 1880, un’insolita serie di concerti terapeutici fece il suo debutto a Blackwell’s Island, il manicomio di New York. Le sedute, in cui figurano la banda del Nono Regimento, alcuni vocalisti della New York Musicians Guild ed il famoso pianista John Nelson Pattison, furono patrocinate con molta ostentazione dal responsabile delle iniziative di carità di New York e furono seguite da medici ed ufficiali civili. Negli anni 90, George Alder Blumer, il riformatore della medicina mentale, assunse degli immigrati perché suonassero musica dal vivo ai pazienti dell’ospedale di Utica, dando così vita al primo programma musicale stabile in una struttura medica americana. Nel 1899, il neurologo James L. Corning condusse su alcuni pazienti la prima ricerca controllata sull’uso terapeutico della musica. In un articolo intitolato The Use of Musical Vibrations Before and During Sleep, riferì che la musica di Wagner e di altri compositori romantici poteva ridurre i pensieri ossessivi ed accentuare le fantasticherie ad occhi aperti e le emozioni.
Il primo accenno alla musicoterapia compare in una lettera pubblicata sul bollettino della Associazione Medici Americani nel 1914 dal dottor Evan O’Neill Kane. Questi dichiarava di usare un fonografo per “calmare e distrarre i pazienti” durante gli interventi chirurgici. Qualche anno dopo, Eva Vescelius, fondatrice della Società Terapeutica Nazionale di New York predisse: “Quando il valore terapeutico della musica sarà compreso ed apprezzato, essa sarà ritenuta necessaria per il trattamento della malattia, come l’aria, l’acqua ed il cibo”. Previde un’epoca in cui ogni ospedale, carcere o manicomio avrebbero ospitato un reparto di musica grazie ad appositi finanziamenti. Nel 1918 la Columbia University organizzò un primo corso di musicoterapia, tenuta da Margaret Anderton, una musicista inglese che aveva lavorato con i soldati feriti nella prima guerra mondiale; nel 1929 il Duke University Hospital fu la prima struttura di questo tipo ad offrire musica registrata ai pazienti via radio o per mezzo di altoparlanti collocati sulle pareti dei reparti riservati a bambini e neonati. Negli anni 30 e 40 dilagò dilagò l’utilizzo della musica e del suono per rendere sopportabile o diminuire il dolore nei trattamenti dentistici e chirurgici. L’Università di Chicago finanziò molte ricerche su larga scala, che comprendevano l’uso della musica come anestetico prima dell’operazione di ulcera peptica, una patologia che non reagiva perfettamente ai farmaci tradizionali.
La moderna musicoterapia si sviluppò nella seconda metà degli anni 40 come estensione dell’uso della musica per curare l’esaurimento da combattimento dei soldati che avevano partecipato alla seconda guerra mondiale. Anche se il responsabile sanitario dell’esercito, il comandante del reparto medico e chirurgico della Marina ed il comandante dei servizi medici dell’Associazione dei Veterani decretarono che la musica non poteva essere considerata una terapia al pari della penicillina, del chinino o delle radiazioni, essa comunque doveva figurare nella riserva di medicinali dell’esercito. E. Thayer Gaston, che insegnava nel dipartimento di Educazione Musicale dell’Università del Kansas, fondò i primi centri per l’insegnamento di musicoterapia negli Stati Uniti all’Università del Kansas ed alla Menninger Clinic di Topeka. Nel periodo postbellico, gli ospedali, le cliniche e le case di cura invitavano i musicisti locali a suonare. I pazienti della Memphis Home for Incurables sono stati sicuramente sfortunati, quanto alla salute, ma sono stati i primi nel paese a sentire il giovane Elvis Presley esibirsi con la sua chitarra.
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Tratto da: L’Effetto Mozart, curarsi con la musica – Don Campbell

Effetto Mozart: lo straordinario potere della musica

Krissy era nata prematura in un ospedale di Chicago, con un peso di circa sette etti. Dal momento che la sua sopravvivenza era a rischio, i medici la tenevano in vita artificialmente. A parte qualche carezza sul capo, la sola stimolazione positiva le veniva dalle continue infusioni di Mozart che la madre chiedeva alle infermiere di trasmettere nel reparto maternità. Krissy aveva veramente poche speranze, e la madre è convinta che la musica le abbia salvato la vita.
All’età di un anno Krissy non riusciva a sedersi e cominciò a camminare solo a due. Aveva scarse capacità motorie ed era ansiosa, introversa ed incapace di comunicare. Nonostante tutto, all’età di tre anni i suoi test rivelavano capacità di ragionamento astratto di gran lunga superiore alla media. Una sera i genitori la portarono ad un breve concerto di musica da camera. In seguito, per giorni e giorni Krissy giocò con il tubo vuoto di un rotolo di carta da cucina, che si sistemava sotto il mento e suonava usando un bastoncino come archetto. Piacevolmente sorpresa, la madre la iscrisse ai corsi di violino Suzuki a Chicago, con Vicki Vorrieter, dove la bambina di quattro anni riuscì subito a riprodurre a memoria brani di gran lunga superiori alle sue attitudini fisiche. Nei due anni seguenti, la forza e la coordinazione dei movimenti sullo strumento cominciarono a corrispondere alle sue capacità mentali. Con il sostegno e l’incoraggiamento dei genitori, degli insegnanti e dei compagni, che erano educati allo spirito di gruppo, Krissy smise di torcersi le mani dalla paura e cominciò a socializzare. Unendo coraggio e grazia, la ragazzina che alla nascita pesava meno del suo violino ora si poteva esprimere e poteva essere completamente se stessa.
Negli ultimi anni si sono scoperte molte storie come quella di Krissy. Gli effetti della musica – di Mozart e dei suoi contemporanei soprattutto – su creatività, apprendimento, salute e guarigione sono stati via via più apprezzati. Vediamo alcuni esempi:
• In alcuni monasteri della Bretagna, i monaci fanno ascoltare musica ai loro animali perché hanno scoperto che le mucche trattate con Mozart producono più latte;
• Nello Stato di Washington, gli ufficiali del dipartimento per l’Immigrazione suonano Mozart e musica barocca durante le lezioni di inglese per i nuovi arrivati da Cambogia, Laos ed altri paesi asiatici perché sostengono che questo accelera l’apprendimento;
• Il “pane di Beethoven” fatto lievitare per 72 ore al suono della Sinfonia n.6 viene offerto come una specialità in una panetteria di Nagoya;
• Al Saint Agnes Hospital di Baltimora, i malati nei reparti di terapia intensiva ascoltano musica classica. “Mezz’ora di musica produce lo stesso effetto di dieci milligrammi di Valium” afferma il dottor Raymond Bahr, primario dell’unità coronarica;
• A Edmonton, in Canada, vengono trasmessi quartetti per archi nelle piazze cittadine per calmare il ritmo frenetico dei pedoni e, come risultato, è diminuito lo spaccio di stupefacenti;
• A Tokio, i fabbricanti di noodles (spaghetti di riso e soia serviti in brodo o saltati in padella) vendono “udon musicali” (gli udon sono larghe strisce di pasta fatta con la farina di frumento) fatti con Le Quattro Stagioni di Vivaldi ed il cinguettio di uccelli in sottofondo;
• Nel Giappone settentrionale, le distillerie Ohara affermano che Mozart dà il miglior sakè. La densità del fermento usato per distillare il tradizionale liquore di riso – indice di qualità – aumenta di dieci volte, se sottoposto all’influsso della musica del grande compositore.
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Tratto dal libro: L'Effetto Mozart, curarsi con la musica - Don Campbell

lunedì 4 ottobre 2010

Glutammato e recettori: danni neuronali

Tratto da: "Eccitotossine: i sapori pericolosi per la salute" di Marcello Pamio, pag. 40
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Il glutammato o acido glutammico, da un punto di vista nutrizionale è un amminoacido definito “non essenziale”, poiché può essere sintetizzato dall'organismo stesso, dal punto di vista biochimico svolge un ruolo fondamentale nel metabolismo cellulare. Negli alimenti, l'acido glutammico può essere presente in due forme: quella “legata” (ad altri aminoacidi) che contribuisce alla costruzione delle proteine, ed è quella più consistente, e quella “libera” come singolo aminoacido, quasi irrisoria. Alcuni recenti studi hanno dimostrato che il glutammato presente nei cibi è la principale fonte di energia dell'intestino e che la sensazione di fame vorace è determinata proprio dalla presenza di questo aminoacido.
Del glutammato ingerito, solo una piccola percentuale viene assorbita dal corpo, il resto deve essere in qualche modo eliminato, con un dispendio energetico non indifferente! Ma non sempre si riesce a sbarazzarsi completamente del glutammato superfluo…
Introducendo con l’alimentazione una eccitotossina come il glutammato o l’aspartato, i loro livelli nel sangue aumentano da 20 fino a 40 volte. Questo eccesso, oltre a stimolare tutti i recettori del corpo può creare serie problematiche alla salute. Per capire questo meccanismo dobbiamo sapere che tutti i nostri organi (cervello, cuore, intestino, fegato, ecc.), hanno dei recettori specifici per il glutammato, perfino la barriera emato-encefalica del cervello.
Polmoni, ovaie, apparati di riproduzione e anche lo stesso sperma, le ghiandole adrenaliniche, le ossa e il pancreas sono controllate dai recettori del glutammato. Si possono immaginare i recettori come delle speciali “serrature”, e le “chiavi” in grado di aprirle sarebbero alcune sostanze chimiche come appunto il glutammato e l’aspartato. La barriera emato-encefalica, la cui funzione vitale è quella di proteggere il cervello da elementi nocivi esterni, è da sempre considerata una barriera insuperabile: una serratura inespugnabile.Ma questo purtroppo non corrisponde al vero, perché tale barriera possiede recettori (serrature) all’interno e anche all’esterno della stessa, e quando arriva la chiave (glutammato e/o aspartato), queste “serrature chimiche” si aprono, schiudendo pericolosamente la porta a qualsivoglia sostanza tossica come i metalli pesanti, e non solo.
Continue aperture di questa barriera sono associate a patologie degenerative come i morbi di Parkinson, Huntington e Alzheimer (demenza senile), o comportamentali come il deficit di attenzione (A.D.D.), l’iperattività (A.D.H.D.), la sclerosi laterale, ecc. I problemi non finiscono qua: assumendo con l’alimentazione un eccesso di glutammato, questo viene trasportato dal sangue in tutto il corpo, andando a stimolare tutti gli organi che hanno proprio quei recettori. Capita che alcune persone dopo l’ingestione di queste sostanze hanno forti scariche di diarrea, proprio perché il glutammato stimola in questo caso i recettori che si trovano nell’esofago e nell’intestino. Altre persone invece, possono sviluppare la sindrome del colon irritabile e, se soffrono di reflusso esofageo, questo può peggiorare di molto.
Quando il fenomeno interessa il sistema cardiocircolatorio e in particolare il cuore, si possono scatenare infarti anche letali. Tutto l’intero sistema di conduzione del cuore è pieno di ogni sorta di recettori del glutammato! Questa potrebbe essere una spiegazione del perché gli infarti sono in crescita esponenziale, sia tra persone giovani che tra sportivi. La medicina ufficiale, come sempre non è in grado di spiegare questa vera e propria pandemia, mentre il neurochirurgo americano Russell Blaylock, ha le idee molto chiare in proposito. La sua esperienza lo ha convinto a denunciare pubblicamente che quello che accomuna tutti questi casi, e cioè gli infarti tra giovani e sportivi, è un basso livello di magnesio nelle cellule e un alto livello di eccitotossine. Quando il magnesio nel sangue è basso, i recettori del glutammato diventano ipersensibili e quindi le persone - specie gli atleti che non sopperiscono tale carenza dovuta ad un eccessivo sforzo fisico mediante una alimentazione sana - possono avere infarti improvvisi anche letali. Riferendosi agli sportivi, il dottor Blaylock dice che: “se mangiano o bevono qualcosa che contiene glutammato (una diet-coke prima di allenarsi per esempio), si produce una iperattività cardiaca e potrebbero morire di infarto. L’infarto improvviso è dovuto a due cose: aritmia, molto più diffusa, e spasmi delle coronarie. Entrambe le cose potrebbero essere provocate dal glutammato”.[1]
I medici non conoscono i recettori del glutammato lungo tutto il condotto elettrico del cuore e nel suo muscolo. Vi sono nel mondo occidentale milioni di persone che soffrendo di aritmia hanno cambiato il proprio stile di vita, ma nessuno dice loro di evitare glutammato e aspartame, che sono la maggior fonte di sovraccarico cardiaco! Nessuno glielo dice perché soprattutto i medici non prendono in considerazione questo serio problema. Tutto quello appena detto per il glutammato vale anche per l’aspartato, che si trova principalmente nello zucchero chiamato aspartame, contenuto purtroppo in oltre 6000 prodotti alimentari diversi.
Il glutammato, come abbiamo visto prima, è presente in molti alimenti proteici come carni, salumi, uova, pesce, verdure, cereali, formaggi stagionati, ma anche in prodotti come glutammato monosodico (M.S.G. il comune dado per brodi), estratto di lievito, proteine vegetali idrolizzate, sodio caseinato, calcio caseinato, salse, cibi surgelati, prodotti da forno, piatti pronti, snack, maionese, ecc. Spesso è presente nell’estratto di malto, brodo, condimenti e salse, mentre non è mai contenuto negli enzimi. Un altro tassello importante per comprendere meglio il quadro generale sono le scoperte fatte nel 1989 dal dottor R.C. Henneberry e colleghi, i quali hanno dimostrato che se i neuroni sono deficitari di energia, diventano ipersensibili agli effetti tossici del glutammato e delle altre eccitotossine[2].
Usando neuroni dei cervelletto e cervello, i ricercatori hanno constatato che, quando i livelli di magnesio e glucosio erano correttamente presenti, il glutammato anche a livelli alti non causava la morte cellulare.Viceversa, quando il magnesio era scarso, anche piccolissime dosi di eccitotossine, erano in grado di uccidere i neuroni. Questa scoperta, fatta oltre vent’anni fa, è estremamente importante per cercare di evitare i danni delle tossine. La cosa importante da ricordare è che il magnesio offre una considerabile protezione contro le eccitotossine, e questa protezione si riduce ulteriormente quando il livello di energia del cervello è basso.
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[1] Intervista al dottor Russell Blaylock di Mike Adams
[2] “Neurotoxicity at the N-Methyl-D-Aspartate Receptor in Energy-Compromised Neurons”, Dottor Henneberry, Novelli, Cox and Lysko. Ann. NY Acad. Sci 568 (1989):225-233
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