mercoledì 30 marzo 2011

Mix di antiossidanti prima di esposizione a radiazioni può evitare lesioni del DNA

Fonte: gaianews.it (http://gaianews.it/salute/mix-di-antiossidanti-prima-di-esposizione-a-radiazioni-puo-evitare-lesioni-del-dna/id=9113)

Una formulazione unica di antiossidanti da assumere per via orale, prima di essere esposti a radiazioni ionizzanti, minimizza i danni delle cellule, secondo quanto rilevato da alcuni ricercatori durante il 36-simo incontro della Society of Interventional Radiology a Chicago. In quello che i ricercatori dicono essere la prima sperimentazione clinica nel suo genere, si è osservata una riduzione del 50 per cento di lesioni del DNA dopo la somministrazione della formula prima di scansioni CT.
“Nel nostro piccolo studio iniziale, abbiamo trovato che la pre-somministrazione ai pazienti di una formulazione di antiossidante ha comportato una notevole riduzione di danno del DNA,” ha detto Kieran J. Murphy, professore e vice presidente della FSIR. “Questa nuova formulazione potrebbe svolgere un ruolo importante nella protezione di adulti e bambini che effettuano uno screening che usa radiazioni”, ha aggiunto.
“La pre-somministrazione di questa formula prima di un esame di imaging medicale può essere uno dei più importanti strumenti per fornire radioprotezione e particolarmente importanti per i pazienti che subiscono una TAC”, ha detto Murphy. I dati dello studio supportano la teoria di un effetto protettivo nel corso dell’esposizione, ha spiegato.
“Attualmente vi è una grande polemica su come determinare il rischio di cancro associato agli esami di imaging medicale. Sebbene le tecniche di imaging, come la TAC e le mammografie, forniscono informazioni fondamentali e spesso salva-vita per medici e pazienti, funzionano irradiando le persone con raggi X, e vi è qualche evidenza che questi raggi possono, a lungo andare, provocare il cancro “, ha spiegato Murphy. Inoltre, questo mix di antiossidanti potrebbe essere importante anche per i radiologi e i tecnici di laboratorio che hanno un’esposizione professionale ai raggi X.
Il piccolo studio ha mostrato che, anche se molti antiossidanti sono scarsamente assorbiti dal corpo, una miscela particolare è stata efficace nel proteggere contro il tipo specifico di infortunio causato da esami di imaging medicale. Le persone sono costituite al 70 per cento di acqua, e i raggi X si scontrano con le molecole d’acqua producendo radicali liberi (gruppi di atomi con un numero spaiato di elettroni che sono pericolosi quando reagiscono con i componenti cellulari, causando danni e anche la morte delle cellule). Inoltre può avvenire anche la ionizzazione diretta del DNA e di altri bersagli cellulari, ha osservato Murphy. Il team di ricerca ha cercato di scoprire se una speciale combinazione di antiossidanti aveva la capacità di neutralizzare i radicali liberi prima che possano fare danni.
“Il nostro intento era quello di sviluppare una formula efficace di antiossidanti da prendere per via orale prima dell’esposizione, in grado di proteggere il DNA di un paziente contro le lesioni da parte dei radicali liberi generati dalle radiazioni”, ha detto Murphy.
Dal sangue prelevato da due volontari dello studio, sono state osservate con un microscopio 3D le lesioni del DNA attraverso un marker (una proteina ​​fluorescente). Gli esperimenti hanno mostrato chiaramente una riduzione della riparazione del DNA nel gruppo di trattamento, il che significa che c’erano meno lesioni del DNA a seguito della pre-somministrazione della miscela antiossidante, ha detto Murphy.
I ricercatori ammettono che si tratta di un piccolo studio e che molta più ricerca deve essere fatta. Tuttavia, questi primi risultati mostrano delle buone prospettive per la protezione da esposizione ai raggi X.

Allergie e intolleranze provocano disagio sociale nei bambini

Fonte: gaianews.it

I bambini che soffrono di allergie alimentari possono essere tagliati fuori dall’attività sociale e vivere in uno stato di isolamento rispetto agli altri bambini. E’ quanto emerge dallo studio ”Food Allergy and Anaphylaxis Meeting dell’European Academy of Allergy and Clinical Immunology”, in corso a Venezia fino al 19 febbraio. Non andrebbero – secondo lo studio – sottovalutate le conseguenze delle allergie alimentari dal punto di vista non solo sanitario, ma psicologico e relazionale, dsotrattutto in una fase in cui i bambini iniziano a entrare in relazione con gli altri.
La ricerca è stata svolta dal Centro dedicato allo Studio e alla Cura delle Allergie e delle Intolleranze Alimentari, operativo nella Regione Veneto presso l’azienda ospedaliera dell’Università di Padova, su 107 bambini e sulle loro mamme. L’indagine ha cercato di capire l’atteggiamento verso il cibo dei bimbi allergici e anche il loro comportamento alimentare, per avere una prospettiva sull’influenza della patologia sulla loro qualita’ di vita in generale; i pazienti coinvolti sono stati suddivisi in due gruppi in base all’eta’ (zero-cinque anni e sei-undici anni) per poi sottoporre alle mamme un questionario dettagliato.
”Le risposte evidenziano che questi piccoli spesso presentano gravi difficoltà a venire a patti con la malattia, che influenza pesantemente le scelte di ogni giorno – commenta Maria Antonella Muraro, presidente del Congresso e responsabile della ricerca -. Il 17 per cento dei bambini, indipendentemente dall’età, non va mai alle festicciole per paura di venire in contatto con tracce di cibi proibiti; fra quelli che comunque vengono accompagnati alle feste o alle merende fra amici, il 24 per cento è costretto a portare da casa qualcosa da mangiare, per essere certo di non incappare in uno shock anafilattico. Questi comportamenti riflettono anche le grosse paure dei genitori dei bimbi allergici, che si sono dimostrati essere a maggiore rischio di ansia e difficoltà emotive. Tale atmosfera di continuo allarme mina la possibilità dei piccoli pazienti di crescere e vivere serenamente le normali esperienze di vita, al pari dei loro coetanei”.
Inoltre il fenomeno delle reazioni allergiche, secondo la Murano, appaiono in continuo aumento, probabilmente a causa di cambiamenti nutrizionali, di esposizioni ambientali a fattori come per esempio il fumo di sigaretta. “La mancata esposizione fin da piccolissimi a particolari fattori batterici – spiega – pare ridurre le possibilità che il nostro sistema immunitario riconosca che cosa è innocuo e cosa non lo è, scatenando una risposta anche nei confronti di proteine presenti nei cibi e generalmente tollerate dal nostro organismo”.
Preoccupa soprattutto l’enorme aumento delle allergie nei bambini in più tenera età. Infatti, la fascia più colpita è quella da zero a 5 anni, con ben 1,2 milioni di allergie riscontrate. Poi un “solo” milione sono gli allergici fra 5 e 10 anni e altri 800 mila quelli fra 10 e 18 anni. Negli ultimi dieci anni il numero dei bambini allergici è raddoppiato, mentre i ricoveri per shock anafilattico nella fascia fra 0 e 14 anni sono aumentati di sette volte e le visite ambulatoriali pediatriche per allergie alimentari sono triplicate. In Italia l’allergia piu’ frequente nei piccoli e’ quella al latte vaccino: non lo tollerano oltre 100mila bimbi fra zero e cinque anni, costretti a ricorrere a latti speciali molto costosi.
E poi c’è il problema delle intolleranze alimentari, con 80 mila bambini con meno di 5 anni che in Italia non tollerano le uova, 50 mila non possono mangiare noci, nocciole e arachidi, 40 mila altri alimenti fra cui frutta, verdura e crostacei, ha dichiarato la dott.ssa Murano.

sabato 26 marzo 2011

Consumo di carne ed attrazione sessuale: vince il vegetariano!

Fonte: Promiseland

Due ricercatori dell’Università di Praga studiano gli effetti del consumo di carne sull’attrazione sessuale suscitata dall’odore. Con risultati che non ci stupiscono più di tanto…

Per stavolta, un articolo un po’ più leggero. L’amore, come sostengono in molti, è una questione chimica. Una serie di reazioni suscitate anche dall’odore del proprio partner, o dalla persona che ci fa emozionare. Un odore specifico, individuale, come del resto è specifico il nostro aspetto. Il senso dell’olfatto si stabilisce prestissimo: i neonati sono in grado di distinguere il seno delle proprie madri dall’odore a poche settimane dal parto. Allo stesso modo, anche l’odore individuale si stabilisce fin dai primissimi giorni: le madri sono in grado di distinguere i propri figli dall’odore dopo due giorni dal parto. Anche i padri, ma quando il figlio ha da tre settimane in poi. L’odore del corpo svolge un ruolo significativo nella scelta e nel riconoscimento del partner sessuale una volta che il rapporto è stato stabilito.
L’odore del nostro corpo è in parte determinato geneticamente. Tuttavia, la componente genetica non è l’unica. Molti sono i fattori psicofisiologici ed ambientali che lo influenzano. Per esempio è noto che il corpo femminile produce odori diversi a seconda della fase del ciclo, con un picco di attrattiva, come “richiamo” per l’altro sesso, durante il periodo dell’ovulazione. Ma tra le influenze esterne, sono le abitudini alimentari ad avere un impatto cruciale sulla composizione dell’odore corporeo. Tuttavia si sa molto poco circa gli effetti dei singoli componenti alimentari sull’odore. Alcuni popoli mettono in relazione la gradevolezza dell’odore del corpo con il consumo di carne. Per esempio gli Indiani Hindu, che generalmente sono vegetariani, sostengono che coloro che mangiano carne emanano un odore sgradevole. Per la conoscenza che avevamo finora, tuattavia, questo effetto non era ancora stato testato in modo “scientifico”, sotto condizioni “monitorate”.
E questo era proprio lo scopo dello studio. Due ricercatori dell’Universitaà di Praga, J. Havlicek e P. Lenochova del Dipartimento di Antropologia dell’Università di Charles, hanno testato l’effetto del consumo della carne (rossa in modo particolare) sulla gradevolezza dell’odore corporeo. L’articolo, non recentissimo devo dire (2006), è stato pubblicato dall’Oxford Journal e sul sito di PubMed, U.S. National Library of Medicine, National Institutes of Health.
Diciassette studenti di sesso maschile della Chales University, Praga, hanno accettato di prendere parte allo studio. La loro età media era di 22,5 anni, 75,5 kg di peso corporeo e 182 cm di altezza del corpo. Tutti loro erano non fumatori, non avevano malattie dermatologiche o di altri tipi e per la cronaca non si radono le ascelle. Sempre per onor di cronaca, ai donatori sono stati dati 2000 CZK (circa EUR 45) come compensazione per il loro tempo e disagi potenziali causati dalla dieta prescritta.
Le “valutatrici” sono trentadue studentesse di età media 23.3 anni. Nessuna delle donne assume contraccettivi orali e tutte hanno un ciclo mestruale normale. Durante la fase di valutazione è stato tenuto conto della maggiore sensibilità ed “infuenzabilità” della percezione degli odori da parte della donna durante la fase fertile, e i rilevamenti sono stati suddivisi in due sessioni a distanza tra loro di alcuni giorni. Gli uomini (i “donatori”) sono stati suddivisi in due gruppi, A e B.I “donatori” nel gruppo A hanno assunto carne per la prima sessione, mentre quelli appartenenti al gruppo B no. Le condizioni sono state invertite per la seconda sessione. I “donatori” hanno seguito la dieta indicata per due settimane. Inoltre hanno tenuto un diario in cui registravano gli alimenti consumati durante il giorno, gli alcolici assunti, il livello di stress, la stanchezza e l’umore generale. Inoltre, hanno dovuto astenersi dall’uso di profumi, deodoranti e dopobarba; dall’uso di aglio, cipolla, peperoncino, pepe, formaggio, latte e pesce;dall’uso di droghe e dal fumo. Questa la fase generale valida per entrambi i gruppi. A partire dalla terza settimana la carne è stata somministrata solo al gruppo A.
A questo punto, è inziato il lavoro delle “valutatrici”. Gli “stimoli” sono stati valutati per intensità, piacevolezza, attrattiva sessuale e mascolinità. Gli odori provenienti dai ragazzi con dieta non a base di carne sono stati giudicati più piacevoli, attraenti e meno intensi. Nessuna differenza è stata rilevata in termini di mascolinità.
La dieta prescritta ai “donatori” era identica e differiva solo dal consumo o meno di carne. Teoricamente, la dieta fornita può aver influenzato anche l’umore dei donatori, che a sua volta ha impatto sul loro odore. Gli studiosi precisano che l’affidabilità dei risultati è supportata anche dal fatto che la media dei “voti” tra le due sedute non è stata significativamente differente e che non è stato rilevato alcun cambiamento nel “rating” di mascolinità. I due studiosi affermano inoltre che la maggiore attrattiva di un odore piuttosto che di un altro è dovuto al fatto che il consumo di carne modifica la composizione di alcuni prodotti chimici presenti nel sudore, e che pertanto sia le modifiche di natura qualitativa (carne o meno) che quantitativa (differenti livelli di energia sulla base del differente apporto di proteine) siano responsabili dell’effetto osservato. Pare inoltre che non sia possibile stabilire per quanto tempo la componente dovuta al consumo di carne rimane percepibile. In modo particolare, la differenza di odore sarebbe da attribuire alla presenza di grassi saturi della carne.
Uno dei cambiamenti che prima si notano nel passaggio da una dieta onnivora ad una vegan/vegetariana è relativo proprio all’odore del proprio corpo, che diventa meno intenso e più gradevole. Questo studio lo dimostra in modo scientifico e spiega perchè i vegani sono così irresistibilimente attraenti.. !

(per consultare l'articolo in lingua originale nella sua interezza: The Effect of Meat Consumption on Body Odor Attractiveness)

domenica 20 marzo 2011

Winston Churchill, esempio di grande capacità di comunicazione

E' sempre di grande interesse leggere parti del libro Tutti Comunicano, pochi si Connettono, scritto da John Maxwell. Una verità assoluta, fra le tante, è quella in cui i connettori hanno il difficile compito di semplificare sempre ed in assoluto il loro messaggio. In un capitolo dedicato a questo argomento viene citato un personaggio storico di notevole peso: Winston Churchill. Di lui siamo a conoscenza del fatto che è stato probabilmente il più grande comunicatore del XX secolo. Di lui è risaputa la capacità di leader eccellente, oratore ispirato ed abile scrittore, non per nulla ottenne nel 1953 il premio Nobel per la Letteratura.
Di lui si conosce la sua determinazione ad essere una persona semplice quando parlava in pubblico. Vi sono due frasi che dimostrano questo concetto. la prima dice: "Tutte le grandi idee sono semplici, e molte si possono esprimere in una sola parola: libertà, giustizia, onore, dovere, pietà, speranza". La seconda dice: "In linea generale, le parole brevi sono le migliori, e le vecchie parole sono le migliori di tutte".
Quanto detto ci insegna una grande verità: se vogliamo migliorare la nostra comunicazione, e quindi riuscire a connettersi con le persone, non dobbiamo pensare di impressionare con la brillantezza intellettuale o molte informazioni. La soluzione ottimale  è quella di puntare alla chiarezza delle idee ed alla loro esposizione con semplicità.
Per avvalorare quanto detto è interessante conoscere un'altra particolarità di Churchill. All'inizio della sua carriera, questo uomo politico aveva l'abitudine di imparare i suoi discorsi interamente a memoria; dopo averli scritti, li leggeva in continuazione fino ad impararli a memoria e riportarli ai suoi colleghi. Successe che durante una seduta parlamentare, ebbe un improvviso blocco mnemonico, arrivando al punto da non saper terminare il discorso iniziato. Questo fatto lo convinse a non scrivere più in modo così minuzioso i suoi discorsi, ma attraverso la semplicità presentarli ai suoi ascoltatori.
Effettivamente, Winston Churchill fu un uomo che imparò a vivere in modo semplice, nonostante essere stato un uomo di grande peso politico, con responsabilità e doveri non certo minimi nel periodo storico in cui visse.
La nostra determinazione, quindi, ad essere o imparare a manifestare semplicità nella nostra vita, indipendentemente dalla funzione sociale che siamo chiamati ad assolvere. Puntiamo quindi alla chiarezza ed alla semplicità. Facendo questo ci faremo ascoltare dagli altri, entreremo in sintonia con i nostri ascoltatori ed avremo il privilegio di lasciare un piccolo grande dono: il potere della semplicità.

venerdì 18 marzo 2011

Alcune riflessioni sulla VitaminaB12

Fonte: Promiseland.it

Le persone informate ormai non credono più che la carne sia indispensabile per fornire le proteine necessarie o che il latte sia la fonte privilegiata di calcio.


Con la capitolazione del fronte di queste due tradizionali battaglie, la questione “vitamina B12″ è diventata l’argomento più di moda quando si discute della dieta vegetariana stretta (vegana) – Dott. McDougall [da ssnv.it]

In realtà, il rischio di sviluppare problemi di salute a causa di una carenza di vitamina B12 in una dieta vegetariana stretta condotta con buon senso è estremamente raro, inferiore a una probabilità su un milione. Sapevo già 40 anni fa che la vitamina B12 sarebbe diventato l’ultimo bastione per gli adepti della carne e del latte (e delle industrie che ne traggono profitto), poiché si tratta dell’unica critica che può essere mossa.
Ma fermati un attimo a valutare e confrontare le possibili conseguenze della tua scelta dietetica. Puoi scegliere di mangiare un sacco di cibi animali ricchi di vitamina B12 ed evitare il rischio di uno su un milione di sviluppare una forma reversibile di anemia o, anche se meno comune, un danno al sistema nervoso. Questa decisione, però, ti mette a rischio di morire prematuramente di infarto o ictus: una possibilità su due. Oppure, di tumore della mammella: una possibilità su sette. Di tumore della prostata: una possibilità su sei. Altre possibilità sono di diventare obeso, diabetico, osteoporotico, stitico, artritico e con problemi di digestione. Tutte condizioni causate da una dieta che contenga sufficienti quantità di B12 dal cibo, delle quali le altre persone che conosci soffrono tutti i giorni, come potrai facilmente verificare tu stesso.
Quanti sono invece i vegani che hai incontrato che abbiano sviluppato una anemia da carenza di B12 o lesioni al sistema nervoso? Scommetto nessuno! Inoltre, hai mai sentito parlare di questi problemi, a meno che tu non abbia prestato attenzione particolare ai titoli dei giornali o delle riviste mediche?
Quei rari casi di carenza di B12 che si sospetta siano stati causati da una dieta vegetariana diventano manifesti dei mezzi di comunicazione, perché “la gente ama sentire buone notizie sulle proprie cattive abitudini”. Tuttavia, informazioni più approfondite rivelano che questi “vegetariani” soffrono anche di malnutrizione globale, non solamente di una isolata carenza di vitamina B12 riconducibile a una dieta a base vegetale.
Per esempio, il numero del 23 marzo del 2000 del New England Journal of Medicine ha pubblicato una lettera (si noti bene, NON un articolo scientifico!) dal titolo provocatorio “cecità in un vegetariano stretto”. La lettera descrive il caso clinico di un uomo di 33 anni che aveva sviluppato seri problemi visivi (neuropatia ottica bilaterale). Aveva iniziato a seguire una dieta vegetariana stretta all’età di 20 anni. Gli esami di laboratorio avevano dimostrato la presenza di deficit di vitamine A, C, D, E, B1, B12 e acido folico, così come di zinco e selenio. Prese nel loro insieme, tutte queste carenze vitaminiche e minerali indicano chiaramente la presenza di malnutrizione severa. La somministrazione di vitamina B12 intramuscolo aveva corretto l’anemia, ma non il disturbo visivo.
Siete in grado di capire l’incongruenza tra la storia di questo signore e il titolo della lettera? Cereali, verdura e frutta sono fonti ricchissime di acido folico e vitamina C (come pure di vitamina A, E, B1, zinco e selenio)!Lo stato di malnutrizione era probabilmente causato da una malattia intestinale e/o da una dieta “vegetariana” scorretta. I titoli degli articoli di giornale pubblicati in tutto il mondo a seguito di questa lettera rassicuravano gli amanti della carne e dei latticini che diventare vegetariano era stata per quest’uomo una decisione scriteriata.
L’esame della maggioranza dei casi riportati di carenza di B12 in relazione a una dieta vegetariana sia in bambini che adulti, rivela la presenza di analoghe incongruenze. I pazienti potevano avere problemi di malassorbimento e spesso provenivano da condizioni di povertà e/o di stile di vita eccentrico: ne consegue che i loro problemi di salute non erano semplicemente causati dall’eliminazione dei cibi animali. Comunque, credo che esistano rarissimi casi di pazienti con malattie da riferire a carenza di B12 derivante dall’adozione di una dieta vegetariana stretta per anni, mentre altri colleghi non sono d’accordo con me e sono convinti che in tutti i casi segnalati fossero presenti dei fattori confondenti.
Sebbene la vitamina B12 si trovi nei cibi animali, non viene sintetizzata dalle piante o dagli animali. Solo i batteri sono in grado di produrre vitamina B12 biologicamente attiva, e i tessuti animali immagazzinano questa “vitamina B12 sintetizzata dai batteri”, che poi passa nella catena alimentare a partire da animali che mangiano tessuti di altri animali. I ruminanti (come le mucche, le capre, le pecore, le giraffe, i lama, i bufali e i cervi) sono gli unici che contengono batteri nel rumine (cioè lo stomaco dei ruminanti) in grado di sintetizzare la vitamina B12, che poi passa oltre e viene assorbita nel piccolo intestino. Leoni e tigri ottengono la B12 mangiando questi animali.
Perché dunque una dieta a base vegetale, araldo di prevenzione e trattamento per le nostre più comuni malattie croniche, dovrebbe essere carente in qualunque modo? Questo tipo di dieta appare la più adatta all’uomo, ad eccezione di questo particolare aspetto. La ragione di questa apparente inadeguatezza è che noi ora viviamo in condizioni innaturali: tutto quello che ci circonda viene sanificato da lavaggi fanatici, potenti detergenti, disinfettanti, e antibiotici.
Per ridurre al minimo il rischio di qualunque problema di salute, raccomando a voi e alle vostre famiglie di seguire una dieta basata su cibi amidacei (cereali e legumi), verdure e frutta. Al fine di evitare la possibilità, estremamente rara, di diventare un titolo nei giornali nazionali, aggiungete un supplemento affidabile di vitamina B12. Con questa semplice aggiunta a una dieta sana non potete sbagliare, e non sarete oggetto di alcuna critica ingiustificata lanciata da parenti e amici pieni di buone intenzioni.

Fonte: http://vegamami.altervista.org/

mercoledì 16 marzo 2011

Alimentazione Vegetariana nei Bambini: una scelta sicura


Ulteriore conferma dallo studio su 97 bambini italiani effettuato dall'equipe del prof. Pinelli.

Il prof. Leonardo Pinelli, pediatra, nutrizionista, già Direttore del Centro di Diabetologia Pediatrica, Nutrizione Clinica e Obesità dell'Università di Verona, nonché vice-presidente di Società Scientifica Nutrizione Vegetariana (SSNV), ha reso noti i risultati di uno studio su 97 bambini vegetariani e vegani durante il congresso "I vegetali: caratteristiche nutrizionali e proprietà farmacologiche" tenutosi a Parma il 18-19 febbario.
Dei 97 bambini, 86 erano latto-ovo-vegetariani, 11 erano vegani, e sono stati seguiti dall'ambulatorio di Verona nel primo e secondo anno di vita. Dai dati anamnestici e di laboratorio si è potuto rilevare che la crescita dei bambini era normale, solo in un caso di mancata integrazione di vitamina B12 da parte della madre di un bambino vegan allattato al seno si è evidenziato un iniziale problema di accrescimento, subito normalizzato con l'opportuna integrazione di vitamina B12 di sintesi batterica nella madre e nel bambino.
Il prof. Pinelli ha spiegato inoltre che i bambini vegetariani si ammalano di meno dei loro coetanei onnivori e che l'alimentazione vegetariana pianificata in età pediatrica è sicura.
E' da chiarire che la pianificazione dell'alimentazione nei bambini deve avvenire sempre, il "fai da te" senza consulenza pediatrica è da evitare in tutti i casi, non solo in caso di alimentazione vegetariana, ma anche e soprattutto per quella onnivora. Infatti è caso mai l'alimentazione onnivora oggi proposta dai pediatri che deve essere meglio pianificata, a partire dal divezzamento, viste le conseguenze sullo stato di salute dei bambini e adolescenti di oggi. In questa fascia di età abbiamo il record dell'eccesso ponderale in Europa: il 21,2% dei bambini italiani è in sovrappeso o obeso, il 27,5% dei bambini non mangia mai verdura cruda e il 40% non consuma mai verdura cotta (2009 MDC, nell'ambito del progetto europeo Periscope - Pilot European Regional Interventions for Smart Childhood Obesity Prevention in Early Age - www.periscopeproject.eu).
Inoltre, molte delle malattie che una volta comparivano in età adulta sorgono oggi in età pediatrica. Nella Posizione Ufficiale dell'American Dietetic Association (ADA) del 2009 è ben specificato, invece, che l'alimentazione vegetariana è in grado di prevenire e curare gran parte di queste malattie: "E' posizione dell'American Dietetic Association che le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete vegetariane totali o vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie". E sempre nella Posizione Ufficiale ADA troviamo, in riferimento anche ai bambini "Le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, inclusa gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia, adolescenza, e per gli atleti."
E' dunque fondamentale che i pediatri di famiglia dedichino più attenzione alla nutrizione, a partire dal primo anno di vita, nella consapevolezza che una nutrizione corretta consente al bambino di crescere bene al riparo dalle principali malattie. In particolare è necessario che i pediatri non solo non ostacolino la scelta vegetariana da parte dei genitori, ma raggiungano con il tempo un livello di formazione tale anche in questo campo da poter fungere da supporto alle famiglie, senza costringerle al fai da te, che è sempre da evitare, in ogni tipo di alimentazione.

 
Notizia dal consulente di AgireOra Network: 'Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana'. Un'associazione non-profit fondata nel 2000 e costituita da professionisti, studiosi e ricercatori in diversi settori favorevoli alla nutrizione vegetariana, intesa in tutte le sue varianti (latto-ovo-vegetariana e vegana) e competenti sui differenti aspetti delle diete a base di cibi vegetali. [ Dettagli sul consulente 'Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana' ]

lunedì 14 marzo 2011

Campi Elettromagnetici e variazioni prodotte sulle analisi complete del sangue

A cura dell’organizzazione “Next-up”

Traduzione di A.M.I.C.A.


Sia i campi elettromagnetici naturali che quelli artificiali (EMFs) trasportano energia sotto forma di quanti, la più piccola quantità di energia che può essere trasmessa. Questo è il principio-cardine della teoria quantistica, che costituisce la base della meccanica quantistica. La quantità di energia trasportata da un fotone dipende dalla sua frequenza, o in altri termini dalla sua lunghezza d’onda. [maggiori dettagli su Wikipedia]

Questa energia interagisce con tutti gli esseri viventi compreso il corpo umano, che è totalmente bio-elettromagnetico (esempio di analisi del potenziale d'azione). Tutti gli scambi all’interno delle cellule, il potenziale d’azione nella membrana cellulare, (animazione), i recettori neurobiologici delle cellule (recettori cellulari neurobiologici), in effetti tutte le informazioni trasportate dai neurotrasmettitori (i neurotrasmettitori), che funzionano per mezzo di correnti elettriche all’interno del corpo, interagiscono con la lunghezza d’onda dei campi generati da sorgenti artificiali ad alta e bassa frequenza. Il campo elettromagnetico naturale della Terra, che è essenziale per tutte le forme viventi, non interferisce con gli organismi viventi, perché è continuo e non alternato, e in questo modo non crea delle cariche nei corpi che lo subiscono.
L’effetto di queste interazioni viene ulteriormente amplificato da altri effetti dannosi, come ad esempio la risonanza, il cui impatto è stato in misura crescente riconosciuto come significativo in studi sul genoma grazie al contributo del Prof. Luc Montagnier ed altri (NCBI-PubMed: Prof. Luc Montagnier ed altri “L'interazione dei segnali elettromagnetici sul sequenziamento del DNA”). Segnali elettromagnetici sono prodotti da nanostrutture acquose derivate da sequenze di DNA batterico) [Intervista di un inviato speciale al Professor Henry Lai]

Prove inconfutabili delle variazioni sulle cellule del sangue

Su questo tema di importanza cruciale esiste ora la prova medica e scientifica che queste interazioni tra le onde elettromagnetiche di origine naturale ed i campi artificiali colpiscono in modo particolare il midollo osseo e tutte le cellule del sangue, le piastrine, i globuli, ecc. che esso produce e riversa direttamente nel flusso sanguigno. Queste cellule sono molto sensibili non solo al trattamento medico (come in chemioterapia), ma anche all'impatto di campi elettromagnetici artificiali. Le prove sono fornite dalle analisi del sangue complete, una procedura che è fondamentale particolarmente per tutti coloro che vivono vicino a tralicci della telefonia cellulare o ad antenne di rete. Il problema è che questa non viene quasi mai effettuata, tranne quando vengono effettuati prelievi di sangue per un motivo specifico.
L’analisi completa del sangue (Complete Blood Count - CBC), detto anche emocromo, è un’analisi sia quantitativa ( in volume) che qualitativa ( in contenuto) delle diverse componenti del sangue, in particolare dei globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, ecc. Molti dei parametri misurati variano tra uomo e donna come i livelli di emoglobina ed ematocrito, il numero di eritrociti, il volume corpuscolare medio (MCV), l'emoglobina corpuscolare media (MCH), la concentrazione media di emoglobina corpuscolare (MCHC) e i reticolociti. Si tratta di globuli rossi molto giovani che sono stati appena prodotti dal midollo osseo ed immessi nel flusso sanguigno. Il calcolo del numero dei reticolociti è importante e dovrebbe essere compreso in ogni emocromo, dal momento che un suo aumento significativo segnala una rigenerazione o una emolisi, mentre un abbassamento indica una anemia in cui non vi è rigenerazione [Dettagli su Wikipedia].
Nelle persone che vivono vicino alle antenne di rete l'esame completo del sangue rivela notevoli cambiamenti, in particolare un calo significativo dei globuli rossi e/o dei globuli bianchi (leucociti, leucemia cf, 'il sangue bianco', il cancro delle cellule bianche), un aumento dei linfociti, irregolarità nel valore del volume corpuscolare medio e livelli di emoglobina inferiori al normale, che può essere indicatore di anemia e altri problemi.
Molti studi scientifici confermano queste osservazioni e le collegano direttamente a tutta una serie di patologie e problemi di salute, tra cui alcune delle carenze che provocano sintomi diversi della EHS.




Questi cambiamenti sono marcatori facilmente rivelati confrontando l’esame completo del sangue di persone che vivono vicino ad antenne di telefonia quando subiscono la radiazione e quando sono lontano da casa o in una zona dove le radiazioni hanno intensità bassa o nulla. In ogni caso il modo più semplice e più efficace per scoprire la verità è di avere un completo esame del sangue effettuato su tutte le persone (uomini, donne e bambini) che vivono in una zona dove stanno per essere installate antenne per la telefonia, eseguendo l’esame una volta prima che il sito entri in funzione e nuovamente dopo alcuni mesi.
Triste a dirsi ma vero, questa procedura, che fornisce prove valide in tribunale, non viene applicata sistematicamente da gruppi di azione formati da persone residenti. Con il supporto di un buon avvocato, queste prove garantiscono un risultato positivo in tribunale e non possono essere contraddette dagli avvocati delle compagnie telefoniche. In un caso in cui Orange aveva progettato l’installazione di un nuovo traliccio, infatti, non è stato nemmeno necessario presentare questi risultati in corte; la compagnia ha rinunciato al suo progetto, senza alcuna spiegazione, dopo avere ricevuto a mezzo posta raccomandata l’esame completo del sangue delle persone che abitavano nei pressi dell’area scelta per l’installazione.


Ci troviamo nella medesima situazione quando raccogliamo le prove dell’aumento della mortalità fra coloro che vivono in prossimità delle antenne, un tema cardine nel corso del convegno WHO a Melbourne (EMFacts), dove il negazionista Français Bernard Veyret ha espresso la sua vergognosa opposizione alle prove presentate da gruppi di persone, poiché queste iniziative per la salute pubblica determinano attacchi di panico fra quelli dell’industria.
Per vincere questa battaglia è necessario che la procedura per l’esame completo del sangue, che fornisce una prova inconfutabile, sia seguita dal pubblico, specialmente da coloro che vivono in prossimità di antenne e tralicci.
Questa procedura dà ai soggetti privati ed ai gruppi di sensibilizzazione un metodo facile da seguire per raccogliere prove che hanno validità legale in tribunale. Questo dovrebbe finalmente convincere le istituzioni sanitarie, con il ricorso ai tribunali se necessario, a riconoscere la gravità dei danni che vengono inflitti, in modo che esse intraprendano le azioni così urgentemente necessarie per rendere le comunicazioni a onde radio ed altre tecnologie che emettono radiazioni totalmente compatibili con le esigenze della salute umana.

domenica 13 marzo 2011

Brendan Brazier, triatleta vegan

Fonte: AgireOra

Secondo Brazier, la dieta vegan è la migliore per gli atleti.
Brazier è un triatleta ironman che ha gareggiato in tutto il mondo. Il triathlon ironman è una disciplina che prevede 3,8 km di nuoto, 180 km di corsa in bici, seguiti da una maratona, il tutto di seguito, senza soste. E' una delle discipline più faticose.
Oltre all'impegno nel triathlon, nelle maratone e ultra-maratone, Brazier ha scritto dei libri su quella che definisce la Thrive Diet (che possiamo tradurre come "La dieta del successo"), uno dei quali è stato un bestseller in Canada, dove Brazier vive. Ha anche creato una linea di bevande e barrette energetiche per gli atleti sul modello di quelle che usa da anni per se stesso durante le gare. Brazier ha lavorato con varie celebrità per rimetterle in forma, facendo loro seguire una dieta a base vegetale.
Tutto questo, unito al suo impegno per convincere il Congresso a Capitol Hill dell'importanza della dieta per la salute, fa di Brazier uno dei maggiori sostenitori al mondo dell'alimentazione a base vegetale.
Nonostante sia uno dei pochi atleti professionisti a seguire una dieta completamente vegan, Brazier afferma che tutti gli atleti che conosce seguono una dieta a prevalenza vegetale, perché è questa la migliore alimentazione per raggiungere prestazioni al top.
Brazier afferma che è imbarazzante per lui ammettere che la sua scelta vegan di 20 anni fa era dovuta solo a considerazioni di performance: voleva solo vincere, le sue ragioni erano del tutto egoistiche e avrebbe mangiato qualsiasi cosa lo avesse reso un atleta migliore.
Non siamo abituati a sentire i migliori atleti professionisti spiegare come la scelta vegan abbia migliorato le loro performance, ma questi atleti esistono, sono persone come Brazier, come Scott Jurek, Robert Cheeke e Mac Danzig, tutti atleti che si spingono all'estremo delle loro capacità e lo fanno seguendo un'alimentazione vegan.
E' difficile dire quanti altri atleti siano frenati dal compiere la scelta vegan solo per l'errata convinzione che i vegan siano meno mascolini e quanti di loro non vogliano provare idee non ortodosse per attenersi a diete più "tradizionali".
Man mano che le percezioni culturali sulla dieta a base vegetale cambiano e la scelta vegan diventa più diffusa, possiamo sperare di annullare in fretta il vecchio stereotipo della "femminuccia vegan", grazie a persone come Brazier, atleti di estremo successo e allo stesso tempo attivisti.
Se sei un atleta o solo qualcuno che vuole vivere una vita più lunga e in maggior salute, leggi il libro di Brazier e diventa vegan. Potrebbe essere la migliore decisione mai presa.

I libri di Brendan Brazier:


Fonte:

Care2, articolo di Mac McDaniel, Ironman Triathlete Says Veganism is Diet Best for Athletes, 20 febbraio 2011

L'inganno della memoria

Come i ricordi tendono ad ingannarci. Uno studio sulle false credenze che ci creiamo su di noi.
Ricercatori della Jonhs Hopkins University a Baltimora e prima di loro ricercatori della University of Pennsylvania, hanno osservato le funzionalità neuronali di 30 volontari utilizzando la RMF (Risonanza Magnetica Funzionale) durante la visione di un filmato che mostrava un borseggio ai danni di una anziana.
Per incamerare tutti i dettagli dell’evento viene attivata la parte sinistra dell’ippocampo mentre quando si tratta di elaborare i ricordi il cervello ricorre anche alla corteccia prefrontale, area predisposta per le associazioni di idee insinuando un considerevole dubbio che i ricordi prodotti potrebbero non essere conformi alla realtà ma in qualche modo “ricostruiti” e modificati.
La corteccia prefrontale, attivata dall’associazione di idee e concetti per esprimersi, sembra sempre più la principale responsabile della fallacità dei ricordi, anche i più vividi, obbligata alla associazione di idee per potersi esprimere.
Quindi si parte dalla percezione di un accadimento oggettivo, la sua registrazione in memoria e la sua conservazione, tutto questo comporta una quantità di attivazione funzionale della parte sinistra dell’ippocampo.
Recuperare questo accadimento aggiunge l’attività della corteccia prefrontale e nella sua “verbalizzazione” (raccontare l’accadimento stesso) si aggiunge un’ulteriore area denominata “del broca”.
E’ facile immaginare come queste aree diverse portino il proprio contributo al racconto finale e quindi al recupero dell’informazione stockata nella memoria, e la verbalizzazione stessa può comportare ulteriori influenze al ricordo memorizzato.
Tutto questo perché la memoria è un processo di ricostruzione successivo all’accadimento a cui si riferisce ed alle emozioni ad esso correlate. Capita spesso di correlare le nostre sensazioni alla memoria fino a farne diventare una parte indistinguibile dall’originale.
E altrettanto comune è rimodulare le credenze su di sè come accaduto per il caso di Bugs Bunny descritto più sopra.
Da questo si evince anche che mentire comporti per il cervello un lavoro maggiore.
Perché lo facciamo allora? Perché cognitivamente lo reputiamo meno pericoloso e più adattivo. Come se una volta nata la menzogna, una volta costruito un castello coerente di costruzioni e nessi, fossimo immuni dal divenire delle conseguenze.
Dire la verità è più semplice ma percepito come portatore di più complicazioni.
Forse prendere coscienza che anche quando siamo convinti di dire la verità, può essere che stiamo mentendo a nostra insaputa, può rendere la scelta fra i due atteggiamenti, meno difficile!

Biografia di Napoleon Hill

Napoleon Hill nasce a Poud (Virginia) il 26 ottobre 1883 e muore l’8 novembre 1970 nel South Carolina. Fra i tanti aforismi che ci ha lasciato, il più significativo e che racchiude nella sua interezza il suo pensiero è il seguente: “Qualunque cosa la vostra mente possa concepire e credere, questa si può realizzare”. Hill è da considerarsi l’uomo che maggiormente ha influenzato il pensiero dello sviluppo personale e del successo in tutto il periodo del novecento, ed ancora oggi i suoi libri identificano i princìpi e le leggi per il raggiungimento dell’affermazione personale.
Pare che questo uomo sia nato in una baracca di una sola stanza sul fiume Pund a Wise County, in Virginia. La madre muore quando era ancora bambino ed all’età di tredici anni inizia a guadagnare qualche soldo scrivendo su di un giornale locale. Era un ragazzo difficile, dal carattere ribelle, e nonostante tutto ciò è riuscito a realizzare una meravigliosa carriera, divenendo un autore motivazionale apprezzato in tutta l’America. Nota veramente notevole il fatto che abbia dedicato più di 25 anni della sua vita a definire i motivi per cui così tante persone non riescono ad ottenere un vero successo finanziario e la meritata felicità nella loro vita; infatti secondo Hill il 98% delle persone non crede risolutamente in qualcosa, ponendo così il successo fuori dalla propria portata.
La sua opera principale, tradotta e venduta in molte lingue (secondo alcune fonti addirittura 30 milioni di copie) e frutto di più di 20 anni di ricerca, ha come titolo “Think and Grow Rich”, tradotto in italiano “Pensa ed Arricchisci Te Stesso”. In questo libro non si intende esaltare unicamente il denaro come mezzo per il raggiungimento del successo personale, quanto considerare la libertà, la democrazia, il capitalismo e l’armonia come elementi fondamentali, senza i quali il successo personale non si può conseguire; questa, secondo Hill, è la giusta ‘Filosofia del Successo’.
Andrew Carnegie, magnate dell’acciaio, dopo essere stato intervistato da Hill, decide di ingaggiare questo giovane giornalista ad intervistare oltre 500 milionari di quel periodo al fine di scoprire la formula del loro successo. Fra questi grandi del periodo, Napoleon Hill intervista Thomas Edison, Alexander Graham Bell, Henry Ford, John D. Rockefeller, Stalin, Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson e tanti altri.
Nel periodo in cui ha collaborato con Carnegie, Napoleon Hill ha svolto funzioni di direttore ed editore della rivista ‘Hill’s Golden Rule Magazine’, ha pubblicato un libro intitolato ‘La Scala verso il Successo’ ed ha servito come consulente non pagato per il presidente Franklin Roosevelt dal 1933 al 1936.
Nel 1953 Hill inizia a lavorare a stretto contatto con Clement Stone. Da questo momento inizia a concentrarsi sul concetto che i ‘pensieri sono cose’ e che un individuo può manifestare il suo successo semplicemente con la condivisione delle idee con persone con obiettivi affini.
Durante la sua vita, Hill ha creduto fermamente che la sua fede cristiana abbia avuto un ruolo determinante a sostegno delle sue convinzioni in relazione al successo. La fede, infatti, pare abbia avuto una posizione fondamentale nella sua filosofia del successo. Muore l’8 novembre 1970.

sabato 12 marzo 2011

Microespressioni

Fonte: Lie to Me

La scoperta più importante fatta da Paul Ekman durante i suoi studi sulle emozioni umane è sicuramente quella dell’universalità delle espressioni facciali, che non hanno natura genetica, così come creduto fino a quel momento, bensì biologica.
Ekman giunse a questa conclusione dopo numerosi viaggi effettuati in Brasile, Argentina, Cile e Giappone, dove fotografò le espressioni di rabbia, tristezza, felicità, delusione, ecc. di centinaia di persone, per mostrare poi le foto a soggetti nord americani che dimostrarono di non avere alcuna difficoltà a capire le emozione provate in quel momento dalle persone fotografate. Per essere sicuro che questi risultati non fossero validi solo in civiltà simili, Ekman visitò anche delle tribù isolate della Nuova Guinea, dove verificò che le espressioni facciali utilizzare erano le stesse riscontrate negli altri casi.
In seguito a queste scoperte Ekman, insieme ad un suo amico psicologo Wallace Friesen, decise di provare a catalogare tutte queste “microespressioni”, un lavoro che durò quasi sei anni e che portò alla creazione di una sorta di codice, il Facial Action Coding System, che permette di classificare qualsiasi espressione facciale sulla base di una combinazione di 43 unità di movimenti facciali.
Ma le scoperte di Ekman non finiscono qui. Infatti, egli scopri che se si imponeva di riprodurre a lungo una certa espressione, finiva per provare davvero l’emozione che essa rappresentava, contraddicendo la teoria secondo cui le emozioni sono provocate dalla psiche. Ad esempio, se sorrideva a lungo, sebbene non fosse particolarmente felice, il suo umore migliorava.
Questi studi furono accolti con molta curiosità dal mondo degli psicologi, particolarmente interessati a capire se i loro pazienti mentissero o dicessero la verità. Ekman, quindi, che al tempo insegnava alla UCSF, elaborò un programma di autoapprendimento per aiutare le persone ad applicare il Facial Action Coding System ed a imparare a leggere le espressioni di che si trovavano davanti.
Le microespressioni, infatti, sono molto difficili da cogliere per la maggior parte noi poiché hanno di solito una durata di appena un venticinquesimo di secondo ed avvengono in un contesto in cui la persona sta cercando di dissimulare i propri sentimenti. Tuttavia, applicando il Facial Action Coding System è possibile per chiunque decodificarle.

Biografia di Paul Ekman

Fonte: Lie To Me

Oltre ad essere uno dei maggiori studiosi in campo di microespressioni facciali ed emozioni, grazie all’uscita della serie televisiva prodotta dalla Fox, Ekman ha assunto una notorietà degna di una star più che di un semplice accademico. Il successo di ascolti avuto con la messa in onda di Lie To Me, infatti, è valso a Ekman l’ingresso nella lista (apparsa sul Times Magazine l’11 maggio del 2009) delle 100 persone più influenti del mondo. Per questo e per altri motivi, abbiamo scelto di fornire ai lettori di questo blog qualche informazione in più sulla figura di questo autore che con la sua indagine e le conseguenti scoperte è riuscito a mostrarci un nuovo punto di vista dal quale osservare e valutare in ognuno di noi le caratteristiche espressive poste in relazione alle capacità emotive dell’essere umano.
Paul Ekman è nato il 15 febbraio del 1934 nella capitale Washington (D.C.) ed è cresciuto tra diversi luoghi della nazione, tra cui Newark nel New Jersey, in Oregon, nello stato di Washington e nel Sud della California. Dopo aver frequentato l’università di Chicago e quella di New York, Paul Ekman ha portato avanti i suoi studi presso l’Adelphy University dove, nel 1958, ha conseguito il Dottorato in Psicologia Clinica dopo uno stage della durata di un anno presso il Langley Porter Neuropsychiatric Institute. Trascorsi due anni a lavorare come Clinical Psychology Officer per l’esercito statunitense, nel 1960 Ekman decise di rientrare nuovamente all’Istituto Neuropsichiatrico di Langley Porter, dove ha continuato a lavorare fino al 2004, anno in cui è andato in pensione come professore di psicologia per il Dipartimento di Psichiatria dell’Università della California di San Francisco (UCSF).
La sua ricerca sulle espressioni facciali e sui movimenti e comportamenti del corpo iniziata nel 1954, è divenuta, nel 1955, la base della sua tesi di Master e nel 1957 è stata oggetto della sua prima pubblicazione. Nei lavori iniziali, il suo approccio al comportamento non verbale rivelava la formazione nel campo dello studio della personalità ma, durante i dieci anni successivi, i lavori pubblicati da Ekman risultano caratterizzati da una sempre maggior enfatizzazione degli aspetti connessi alla psicologia sociale e agli studi transculturali, oltre che dal crescente interesse per la cornice evolutiva e semiotica. Oltre alle ricerche sulle emozioni e le loro espressioni, negli ultimi trent’anni, Ekman ha svolto uno studio approfondito anche sui meccanismi dell’inganno e della menzogna.
A partire dal 1971 e per oltre quarant’anni, gli studi di Ekman sono stati sostenuti dal National Institute of Mental Health (NIMH) che negli anni 1976, 1981, 1987, 1991, 1997 ha rinnovato tale supporto attraverso contributi, riconoscimenti, donazioni e anche grazie all’attribuzione a Ekman di un premio alla ricerca scientifica (Research Scientist Award).
Nel 2001, Ekman ha collaborato con John Cleese per la serie documentaristica della BBC “The Human Face”. Sono apparsi articoli riguardanti il suo lavoro su riviste e quotidiani del calibro di Time Magazine, New York Times, Washington Post, Smithsonian Magazine, Psychology Today, The New Yorker e altre, sia americane che straniere. Ha partecipato a trasmissioni come 48 Hours, Dateline, Good Morning America, 20/20; è stato ospite di Larry King, Oprah e Johnny Carson, in News Hour con Jim Lehrer, in The Truth About Lying di Bill Moyer e in molti altri programmi televisivi.
Attualmente, è il Manager del Paul Ekman Group, LLC (PEG), una piccolo impresa che offre formazione nel campo delle strategie attinenti alle abilità emotive, oltre ad una nuova ricerca in ambito di sicurezza nazionale e forze dell’ordine.

Ekman è stato co-autore di Emotion in the Human Face (1971), Unmasking the Face (1975), Facial Action Coding System (1978); editore di Darwin and Facial Expression (1973) e delle edizioni terza e quarta (1998 e 2009) di Charles Darwin’s The Expression of the Emotions in Man and Animals; è stato co-editore di Handbook of Methods in Nonverbal Behavior Research (1982), Approaches to Emotion (1984), The Nature of Emotion (1994), What the Face Reveals (1997). Ancora, autore di Face of Man (1980), Why Kids Lie (1989) e Telling Lies, che dal 1985 al 2008 è stato ripubblicato in ben quattro nuove edizioni (1985, 1986, 1992, 2001, 2008); Emotions Revealed del 2003 e New Edition Emotions Revealed (2007); Dalai Lama-Emotional Awareness (2008). In questi anni Ekman ha pubblicato, inoltre, più di 100 articoli sui suoi argomenti di studio.

ONORIFICENZE E RICONOSCIMENTI:

1983 Faculty Research Lecturer, University of California, San Francisco
1991 Distinguished Scientific Contribution Award – American Psychological Association’s highest award for basic research
1994 Honorary Doctor of Humane Letters, University of Chicago
1998 William James Fellow Award, given by the American Psychological Society
2001 Nominato dall’ American Psychological Association come uno dei più influenti psicologi del ventesimo secolo sulla base di pubblicazioni, citazioni e riconoscimenti
2008 Honorary Doctor of Humane Letters, Adelphi University
2009 TIME Magazines Top 100 most influential people of 2009

venerdì 11 marzo 2011

I bambini vegetariani si ammalano meno degli altri

Fonte: Intrage

È vero che per la crescita è indispensabile mangiare carne? Gli anziani delle generazioni nate negli anni '20 e '30, memori dei tempi in cui anche mangiare un uovo era un privilegio, vorrebbero che sul piatto dei propri nipoti ci fosse tutti i giorni una fettina. I loro figli, cresciuti nell'abbondanza, sono molto più propensi a fare dei distinguo e sono sempre più sospettosi nei confronti della carne, che ormai da tempo viene collocata nella parte più stretta della "piramide alimentare", quella del minor consumo necessario. Molti di loro - 7 milioni, pari al 12 per cento dell'intera popolazione – sono vegetariani, cioè non mangiano carne di alcun tipo. Di questi, un decimo è vegano, ovvero non mangia alcun cibo di origine animale, come latte, formaggi e uova.
Le motivazioni alla base della scelta vegetariana sono le più varie. Le principali sono quella etica (è crudele allevare animali in condizioni di estrema sofferenza); quella igienica (astenersi dalla carne riduce il rischio di diverse malattie croniche) e quella ambientale (a parità di calorie, alimentarsi con carne comporta un consumo di risorse naturali molto maggiore). Per alcuni c'è anche la motivazione religiosa.
Per quanto riguarda i bambini, capita di frequente che i genitori vegetariani impongano loro la medesima dieta. Ma uno studio condotto dalla Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana (Ssnv) ha dimostrato che una dieta alimentare di tipo vegetariano non risulta dannosa per i bambini, purché ben pianificata da pediatri esperti. Nello studio erano stati coinvolti 95 bambini tra il primo e il secondo anno di vita, nutriti con un regime alimentare esclusivamente vegetariano e, per il 10 per cento di loro, vegano. Tale regime alimentare non era però gestito da un pediatra. Ciò nonostante, tutti i bambini vegetariani osservati presentavano una crescita normale, salvo pochi casi di alterazioni del ferro e della vitamina B12, "in linea comunque col tipo di alimentazione comune in Italia", secondo il presidente della Ssnv, Leonardo Pinelli, che ha pure aggiunto: "In precedenti studi, si è visto addirittura che, seguendo un menù vegetariano, i bambini si ammalavano meno all'asilo: i bimbi vegetariani hanno difese immunitarie migliori rispetto agli onnivori, i quali seguono un’alimentazione che favorisce una risposta infiammatoria più forte". La conclusione del pediatra è che "anche in età pediatrica, una dieta alimentare di tipo vegetariano non fa male. Dunque è necessario che i pediatri di famiglia non solo non ostacolino la scelta vegetariana da parte dei genitori, ma raggiungano con il tempo un livello di formazione tale da poter supportare le famiglie, senza costringerle a un pericoloso fai da te".

Psichiatria: maggiore promozione delle malattie mentali e aumento dei consumi di psicofarmaci

Fonte: Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani

È di questi giorni la notizia che per tutto il mese di marzo e sino alla fine di aprile in diverse città della Penisola farà tappa un tour denominato «In viaggio: al centro della mente», organizzato da Clinical Forum sotto l'egida della Società Italiana di Psichiatria al fine di “far conoscere” al pubblico attraverso dibattiti ed incontri con “specialisti” le svariate problematiche legate al mondo della malattia mentale.

Oggetto sconosciuto

Alcuni recenti studi che accompagnano questa iniziativa sottolineano come nelle grandi aree metropolitane, quali quelle di Roma, Milano e Genova, esisterebbe un “rischio psicosi” aumentato del 30% rispetto ai dati nazionali: ciononostante, secondo una ricerca svolta sul solo territorio milanese, meno della metà di chi necessiterebbe di “trattamenti” si cura. Quindi si vuole curare anche i rimanenti 11/19 mila abitanti.
Sembrerebbe questa, di primo acchito, un’iniziativa lodevole, al pari di altre simili rivolte alla sensibilizzazione verso gravi malattie quali, ad esempio, la sclerosi multipla, la distrofia muscolare o il cancro al seno. Ma se riguardo a queste ultime da decenni la ricerca ha compiuto passi da gigante, permettendo una diagnosi precoce e un trattamento medico efficace che ha portato ad un effettivo miglioramento delle condizioni di vita di molti pazienti, questo non può certamente essere affermato per il campo della psichiatria ove, a tutt’oggi, sembrano prevalere più le“opinioni”rispetto ai dati e ai fondamenti scientifici.
Le varie polemiche riguardo alla prossima edizione e pubblicazione del DSM – V (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), la “bibbia” della psichiatria tradizionale, sembrano confermare questa ipotesi: è recente la notizia che la task-force preposta alla redazione ed all’estensione del testo voglia escludere le diagnosi di alcuni “disturbi della personalità”, come quelli paranoide, istrionico, narcisistico e dipendente. Tale esclusione sembra dettata più da interessi economici ed ideologici, piuttosto che da reali esigenze scientifiche. Difatti tali disturbi non sono facilmente “medicalizzabili” e non richiedono alcun trattamento farmacologico, risultando quindi essere poco… remunerativi.
Si resta però basiti da quanto sia semplicistico lasciare al libero arbitrio introdurre e/o rimuovere dagli elenchi “ufficiali” delle discipline psichiatriche, “malattie” e “disturbi mentali” sulla base di mere opinioni, in quanto non esistono ad oggi test oggettivi e scientifici che ne comprovino la reale esistenza. Tra tutti i testi di natura medica, il DSM è l’unico che viene compilato e redatto tramite votazione (!) riguardo all’inserimento o all’esclusione di presunti “disturbi”.
Nessun immunologo si sognerebbe di togliere dai testi di medicina malattie quali la varicella o l'epatite che hanno evidenti indicatori fisici riscontrabili da semplici analisi ematiche!
Quindi perché si vogliono promuovere le potenziali malattie mentali e il fatto di “curarle”? Perché invece c'è molta poca informazione riguardo gli effetti di molti dei farmaci impiegati per “curare” i così detti disturbi psichiatrici? Secondo il rapporto dell'Osservatorio dell'impiego dei medicinali 2010 (OsMed), gli antipsicotici hanno avuto un incremento della spesa del 5,2% e gli antidepressivi di nuova generazione (SSRI) sono i farmaci a maggior prescrizione del gruppo del sistema nervoso centrale, con un incremento sia di quantità prescritte (+2,6%) sia di spesa (+2,3%). Da un'analisi delle banche dati relative alle prescrizioni farmaceutiche delle 22 ASL italiane, dal 2003 al 2008 gli antipsicotici sono passati da 556.114 a 877.403 pezzi/anno, e il consumo in questi sei anni è più che raddoppiato. Per quanto riguarda gli antidepressivi vi sono studi su questi farmaci che hanno portato a dubbi e discussioni che abbondano anche sulla loro sicurezza, soprattutto nella popolazione più giovane, dato il rischio di idee suicidarie .
Che le case farmaceutiche c'entrino qualcosa in tutto ciò?

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani consiglia di informarsi attentamente prima di accettare facili diagnosi psichiatriche e richiedere analisi mediche approfondite, di far riferimento per tutelarsi alla seguente documentazione: “Informazione e consenso all'atto medico” del Comitato nazionale di bioetica - 20 giugno 1992 e, dal Codice deontologico dei Medici italiani, l'Art. 33 - Informazione al cittadino e, dello stesso codice, gli articoli 27, 6, e 18.

mercoledì 9 marzo 2011

AlmaLaurea: al servizio dell'Università moderna

“AlmaLaurea è un servizio innovativo che rende disponibili online i curriculum vitae dei laureati (1.500.000 cv presso 62 Atenei italiani al 29/06/2010) ponendosi come punto di incontro fra Laureati, Università e Aziende.
Nata nel 1994 su iniziativa dell'Osservatorio Statistico dell'Università di Bologna, AlmaLaurea ha conosciuto in questi anni una crescita esponenziale, raggiungendo oggi il 77 per cento dei laureati italiani.
Gestita da un Consorzio di Atenei Italiani con il sostegno del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, AlmaLaurea nasce con l'intento di mettere in relazione aziende e laureati e di essere punto di riferimento dall'interno della realtà universitaria per tutti coloro (studiosi, operatori, etc...) che affrontano a vario livello le tematiche degli studi universitari, dell'occupazione, della condizione giovanile”.

Con queste parole il sito di AlmaLaurea si presenta ai suoi lettori, identificandosi come un reale servizio che mette in comunicazione laureati ed aziende. Ma oltre a ciò, AlmaLaurea può essere consultato per capire quale sia l’attuale condizione del mondo dell’Università in Italia. Negli ultimi tempi profondi cambiamenti legislativi hanno fatto parlare molto sia gli studenti universitari e sia le forze politiche sulla Riforma Gelmini. Diventa quindi importante farsi un’idea di ciò che significhi oggi affrontare il mondo universitario per un giovane che termina gli studi delle medie superiori e deve inevitabilmente scegliere attraverso un corso di studi il suo futuro. In questo articolo sono riportati testualmente tre argomenti tratti direttamente dal sito in relazione al XII Rapporto sulla Condizione Occupazionale dei Laureati.
 
  • Rispetto al Rapporto dell’anno passato, che restituiva un quadro occupazionale appena sfiorato dalla grave crisi mondiale, la situazione di quest’anno risulta assai più preoccupante. Questo emerge dall’ultima indagine AlmaLaurea che ha coinvolto oltre 210mila laureati con una partecipazione elevatissima degli intervistati: il 90%. La congiuntura economica internazionale è sospesa fra timidi segnali di ripresa ed impatti negativi sull’occupazione. L’Italia vive in modo particolare questo passaggio con un deterioramento nei mercati del lavoro che fa lievitare disoccupazione e scoraggiamento tanto più consistenti nel Mezzogiorno e fra le donne, e che colpisce soprattutto i più giovani. Il Paese è dunque di fronte a scelte difficili se intende individuare risposte adeguate ai più rilevanti problemi che mettono a rischio il sistema produttivo del Paese, i posti di lavoro e la qualità della vita di larga parte della popolazione. Sarebbe comunque un errore imperdonabile sottovalutare o tardare ad intervenire in modo adeguato a favore delle generazioni più giovani. Quelle che oggi, anche al termine di lunghi, faticosi e costosi processi formativi, affrontano crescenti difficoltà ad affacciarsi sul mercato del lavoro, a conquistare una loro autonomia, a progettare e a divenire attori del proprio futuro.
  • Lievita sensibilmente la disoccupazione rispetto all’anno passato e non solo fra i laureati triennali, quelli “meno preparati perché hanno studiato di meno”, come sentiamo ripetere tutti i giorni: dal 16,5 al 22%. La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, quelli che “hanno studiato di più”: dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i cd specialistici a ciclo unico (come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza, ecc.): dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri, ad esempio) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo.
  • Diminuisce il lavoro stabile mentre le retribuzioni, già modeste (di poco superiori a 1.100 euro ad un anno dalla laurea), perdono potere d’acquisto. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Autorevoli fonti ufficiali (come l’ISTAT e l’OECD) ci dicono che nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (78,5 contro 67%). Le medesime fonti confermano che anche la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo 25-64 anni di età, risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Si tratta di un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia. Tutto ciò avviene, come si è ricordato, nonostante la contrazione della popolazione giovanile che ha caratterizzato il nostro Paese, evitandoci, paradossalmente, problemi ben più seri sul fronte occupazionale. Nonostante l’apporto robusto di popolazione immigrata il numero dei giovani 19enni è diminuito del 38% negli ultimi 25 anni! Pochi giovani e poco scolarizzati. Anche se il recupero compiuto negli ultimi tempi è stato consistente, ancor oggi il confronto con i Paesi più avanzati ci vede in ritardo: 19 laureati su cento di età 25-34 contro la media dei Paesi OECD pari a 34. È un ritardo dalle radici antiche e profonde: nella popolazione di età 55-64 sono laureati 9 italiani su cento, meno della metà di quanti ne risultano nei Paesi OECD e che riguarda ovviamente, sia pure su valori diversi, anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati.  
Quali conclusioni possiamo trarre in relazione a questi dati? Indubbiamente moltissime. In ogni caso il nostro fine non è quello di presentare analisi politiche o emettere giudizi sull’attuale situazione della scuola in Italia, questa non è certo la sede e tantomeno il desiderio. Vogliamo invece sottolineare un aspetto che diventa determinante nell’ambito non solo del mondo universitario ma generale delle scelte professionali, e che si può tradurre in una sola frase: “la laurea non ti garantisce il lavoro, ma ti permette di avere maggiori opportunità”. Di quali opportunità stiamo parlando? Innanzi tutto, la primaria e non necessariamente la più importante, dell’aver potuto ricevere un’istruzione nell’ambito della facoltà prescelta, inoltre la possibilità di aver potuto sviluppare (si spera!) una metodica di studio tale da far crescere lo studente stesso, conoscersi meglio quindi, capire quali sono i punti di forza e i punti deboli su cui lavorare per migliorarsi ogni giorno sia nel mondo del lavoro e non per ultimo come essere umano. Proprio grazie al mondo universitario molti giovani (e non solo) hanno potuto conoscere nuove metodiche di studio come la lettura veloce, la stesura di Mappe Mentali e tanti altri strumenti che oltre a dare la possibilità di superare determinati esami universitari, hanno permesso loro di acquisire metodiche tali da poter analizzare e sintetizzare i dati e per ultimo renderli pratici.
Quanto sia importante l’istruzione universitaria, ogni individuo potrà giudicarlo da sé. Una cosa è certa, lo si veda come uno strumento per crescere e per migliorarsi come individuo.

martedì 8 marzo 2011

Prova scientifica: Gli antipsicotici riducono il cervello


I trattamenti tramite antipsicotici sono associati ad una riduzione del volume di materia grigia. Nei pazienti che hanno ricevuto più di un trattamento con antipsicotici è presente una diminuzione progressiva del volume di materia bianca.
Le immagini, a lungo attese, di 14 anni di risonanze magnetiche (MRI) risultanti dagli studi del dottor Nancy Andreason su 211 pazienti, documentano un restringimento progressivo del volume di tessuto cerebrale nei pazienti a cui sono stati prescritti antipsicotici la prima volta che hanno sperimentato un episodio di psicosi.
La scoperta, pubblicata su The Archives of General Psychiatry (un estratto qui sotto) mostra un rapporto diretto di causa tra il dosaggio, la durata dell'esposizione agli antipsicotici e il restringimento del cervello:
Ad una più lunga esposizione corrisponde un più piccolo volume del tessuto del cervello ed un aumento di volume del fluido cerebrospinale.
Dopo aver controllato gli effetti di altri 3 fattori predittivi, un trattamento di maggiore intensità tramite un antipsicotico è stato associato con indicatori di una riduzione generalizzata e specifica dei tessuti del cervello.
Un trattamento antipsicotico continuato è stato associato a volumi inferiori di materia grigia. La diminuzione progressiva del volume di materia bianca era più evidente nei i pazienti che hanno ricevuto più trattamenti con antipsicotici.

La scoperta conferma gli studi sugli animali:

"La plausibilità che un trattamento antipsicotico a lungo termine abbia una conseguente riduzione del volume generale cerebrale è ulteriormente convalidata da recenti studi controllati sui macachi".

"Questi risultati sono coerenti con i precedenti studi MRI che suggeriscono che gli antipsicotici producono cambiamenti nel cervello umano, misurabili con tecniche di neuroimaging dal vivo."
Il meccanismo con cui questi farmaci causano danni al cervello, è stato spiegato da Dott. Andreasen in un'intervista al The New York Times (2008):

"questi farmaci ... bloccano le attività di base dei gangli (formazioni nervose) . La corteccia prefrontale non riceve l'input di cui ha bisogno e viene arrestata dai farmaci. Ciò riduce i sintomi psicotici. E provoca anche una lenta atrofia della corteccia prefrontale."
"Un'altra cosa che abbiamo scoperto è che più sono i farmaci che vengono somministrati e più si perdono i tessuti cerebrali."

Tratto da: http://www.ahrp.org/cms/content/view/606/9/ di Vera Hassner Sharav 26 febbraio 2011

venerdì 4 marzo 2011

Il consumo di carne fa ingrassare

Lo ha mostrato il recente studio dell'Imperial College di Londra.


Il consumo di carne può essere collegata all'aumento del peso corporeo a causa del suo alto tenore di calorie e grassi. Già alcuni studi epimediologici del passato avevano osservato che il consumo di carne era direttamente associato all'aumento del peso, mentre gli studi sperimentali avevano mostrato risultati non conclusivi.
L'obiettivo dei ricercatori (Dr Vergnaud AC, Norat T. Romaguera D., Mouw T., May AM, Travier N.) è stato quello di valutare l'associazione tra il consumo di qualsiasi tipo di carne - rossa, pollame, lavorata - e l'aumento del peso totale nei successivi 5 anni.
Lo studio è stato svolto su una vasta popolazione: hanno partecipato tra 1992 e il 2000 un totale di 103.455 uomini e 270.348 donne tra i 27 e i 70 anni provenienti da dieci diversi stati europei. Il progetto è stato denominato "Indagine prospettica europea sul cancro e la nutrizione, l'attività fisica, l'alcool, l'eliminazione del fumo, il mangiare fuori casa e l'obesità" (EPIC-PANACEA).
Nel corso degli anni è stata valutata la quantità di calorie assunte dalla carne e il cambiamento di peso annuale, tenendo conto nel modello dei prossibili fattori confondenti come età, sesso, calori totali assunte, attività fisica, modelli dietetici e altro.
Il risultato dello studio ha evidenziato come il consumo totale di carne era associato in modo positivo con l'aumento di peso, vale a dire, a maggiori consumi di carne si verificava un maggiore aumento di peseo, sia negli uomini che nelle donne, in persone normopeso o sovrappesso, in fumatori e non fumatori. Un aumento del consumo di carne di 250 gr al giorno (equivalente a una bistecca) porta a un aumento di peso medio di 2 kg dopo 5 anni. Questo vale per qualsiasi genere di carne: carne rossa (di bovino o suino), pollame, carne lavorata (come insaccati).
Gli autori dello studio concludono affermando che i loro risultati suggeriscono che una diminuzione del consumo di carne può migliorare la gestione del peso corporeo e dichiarando che "I nostri risultati sono peraltro a favore della raccomandazione, per la salute pubblica, di diminuire il consumo di carne per migliorare la propria salute".
Conducendo questo discorso al caso specifico italiano va notato che già nel 2005 il Ministero della Salute, denunciava una spesa pubblica di 23 miliardi di euro l'anno quali costi diretti sulla spesa sanitaria per le cure mediche di persone sovrappesso oppure obese. Il grasso in eccesso causa gravi patologie cardiovascolari, metaboliche, osteoarticolari, tumorali e respiratorie "compartando una ridotta aspettativa di vita ed un notevole aggravio per il Sistema Sanitario Nazionale" (Ministero della Salute, Piano Sanitario Nazionale 2003 - 2005).
Oltre alla sempre consigliata attività fisica (partendo da una passeggiata giornaliera di almeno una mezz'ora a passo spedito, fino a sedute periodiche sportive più impegnative) la regola d'oro per mantenere o raggiungere un peso corporeo corretto è quella di prediligire il cibo vegetale il più vicino possibile a quello "come colto" (non lavorato industrialmente, senza aggiunta di zucchero, condimenti, grassi e sali). Si tratta infatti di cibi ricchi di fibre: cereali integrali, verdure, legumi e frutta, che saziano molto fornendo poche calorie e sono ricchissimi di sostanze nutritive benefiche.
L'alimentazione a base vegetale si dimostra dunque ancora una volta quella più confacente al nostro organismo e protettiva per la nostra salute.

Fonte:

Am J Clin Nutr. 2010 Aug;92(2):398-407. Epub 2010 Jun 30. Meat consumption and prospective weight change in participants of the EPIC-PANACEA study.

mercoledì 2 marzo 2011

Prossemica: la gestione dello spazio fisico ed emotivo

Zone interpersonali
Nel 1963 l'antropologo Edward Twitchell Hall ha dato vita allo studio della prossemica; questo termine significa studiare la comunicazione attraverso le distanze fisiche ed analizza i messaggi inviati dall'essere umano nell'ambito dello spazio studiato. L'aspetto veramente interessante di questo studio è dato dal fatto che il modo nel quale gli esseri umani tendono a disporsi in una determinata condizione, solo apparentemente casuale, è in realtà codificato da delle regole ben precise e solitamente sempre uguali o per lo meno ricorrenti nella maggioranza dei casi.
La regola principe della prossemica è definita dalla suddivisione dello spazio che circonda l'essere umano in quattro zone o aree ben precise; infatti, ognuno di noi crea, più o meno inconsapevolmente, uno spazio intorno a sé. L'estensione di questo spazio è regolato da più fattori come la cultura di origine, le esperienze, l'età, il sesso, la razza. Definiamo ora queste quattro aree:
  1. la Distanza Intima, in cui si ha il contatto più intimo attraverso il contatto fisico come toccarre o lascaisi toccare, abbracciare qualcuno. Quest'area inizia dalla nostra pelle e si estende per circa 40-45 centimetri;
  2. la Distanza Personale, è l'area riservata agli amici, ai parenti più stretti o con cui si ha maggiore confidenza. Questa zona inizia dove termina quella Intima e si estende fino ad arrivare a circa 1 metro o poco più;
  3. la Distanza Sociale, inizia dove termina la precedente e può raggiungere i 3-4 metri. Questa è l'area dove gli sconosciuti possono accedere, tra l'altro questa distanza permette di vedere e controllare l'intera persona ad una distanza di sicurezza al fine di esprimere un giudizio positivo o negativo del soggetto osservato;
  4. la Distanza Pubblica, oltrepassa i 4 metri e si estende senza delinearne un limite. Quest'area è tipica degli oratori, conferenzieri, docenti universitari. Quest'area ha la particolarità di avere una persona che parla e molte che ascoltano.
In buona sostanza, lo spazio che decidiamo di porre verso gli altri non è altro che la distanza mentale o relazionale che vogliamo imporre ad altri. Questo spazio viene anche chiamato 'bolla prossemica' in quanto ha la funzione di proteggerci dagli altri salvaguardandoci psicologicamente e fisicamente.
Se osserviamo il nostro modo di comportarci nel momento in cui incontriamo una persona, questo incontro è regolato da molti fattori. Innanzi tutto l'atteggiamento che abbiamo con un amico o un coniuge o una persona particolarmente amata è differente rispetto ad uno sconosciuto, inoltre le nostre origini culturali ci diranno come comportarci e quale atteggiamento avere con un altro essere umano. Se osserviamo le popolazioni orientali ed asiatiche riscontreremo che queste si avvicinano molto ad uno sconosciuto rispetto alle popolazioni europee o nord americane le quali pongono una maggiore distanza fisica; la stessa cosa avviene in Italia fra una persona che abita in città, abituata ad aree comuni decisamente più ristrette rispetto a chi vive in campagna, in ambienti molto ampi.
Lo spazio prossemico è presente in ogni aspetto della nostra vita. Lo troviamo seduti al ristorante, alla nostra scrivania, al banco da lavoro, nell'ascensore e via dicendo. Tutte queste situazioni hanno una base in comune: tendiamo sempre a delinearci uno spazio personale, se questo viene invaso a livello inconscio ci irritiamo, modifichiamo la nostra postura, cambia la nostra respirazione, fisiologicamente una scarica di adrenalina ci predispone alla lotta della nostra area.
Tutto ciò può essere preso in considerazione nel momento in cui comunichiamo con gli altri, sapendo che come noi anche gli altri hanno delineato un loro spazio intimo, personale e sociale. Se ne rispettiamo i confini, molto probabilmente riusciremo a instaurare e mantenere una buona comunicazione.

martedì 1 marzo 2011

Dove regna l'oratore... La 'Zona Pubblica'

Cicerone
Per Zona Pubblica si intende quella distanza che si estende al di là della zona personale, quindi ad esempio quella distanza che separa un insegnante dalla sua classe oppure un oratore di fronte ad un uditorio. Questa distanza inizia a circa 4 metri e si estende all'infinito, ossia fino a dove l'occhio umano o una cinepresa è in grado di riprendere e trasmettere immagini umane.
In riguardo a quanto abbiamo appena detto e cioè all'uso della cinepresa, si deve constatare che la nostra tecnologia oggi ha rivoluzionato questa zona. Vediamo alcuni aspetti molto interessanti.
Proviamo ad immaginare un programma televisivo o un personaggio che quotidianamente lavori in questo mondo. Nonostante si possa trovare a svariati chilometri di distanza da noi, riesce quotidianamente ad entrare nella nostra vita privata, magari tutte le sere mentre ceniamo o quando ci rilassiamo. Le nostre abitazioni sono aree molto intime, molto personali, eppure ci ritroviamo personaggi che attraverso la televisione ritroviamo ogni giorno; in questo contesto essi hanno il potere di condizionare le nostre scelte (pubblicità), farci emozionare attraverso il personaggio che interpretano. Questi riescono, per così dire, ad invadere la nostra zona personale ed addirittura intima senza averli di persona dinanzi a noi. Una dimostrazione è data dal fatto che molti fans di telenovela o altri programmi considerino questi personaggi come degli amici intimi, come familiari, arrivando al punto di scaraventarsi su di loro quando vengono visti all'uscita di hotel o prima di serate televisive.
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