lunedì 28 febbraio 2011

Manteniamo le distanze... la 'Zona Sociale'

La Zona Personale continua con la Zona Sociale. Se nella zona personale possono avvicinarsi i nostri migliori amici o i nostri familiari con cui abbiamo dei buoni rapporti, nella successiva zona, la sociale è riservata a tutti quei contatti sociali di tipo superficiali, ad esempio riservata ai conoscenti, alla maggior parte dei nostri colleghi di lavoro o di coloro che sono i nostri superiori in ambito lavorativo.
Ovviamente quest'area è ancora più ampia ed in alcuni casi lo status sociale di alcune figure professionali particolarmente prestigiose chiedono espressamente questa distanza fisica. Nella stessa misura siamo noi stessi il più delle volte che non ci avviciniamo a persone che sappiamo essere importanti a alle quali si deve dare un certo peso o importanza. Nelle tecniche di comunicazione ed in quelle di vendita si dà molta rilevanza all'area di pertinenza della scrivania o dei tavoli di lavoro. Rispettare questa superficie quando si dialoga con un funzionario dirigenziale è di vitale importanza; se si entra in questa zona, composta semplicemente da un tavolo di lavoro, si invade un'area di comprovata proprietà del'interlocutore, aspetto questo decisamente sconsigliato.
Questo principio deve essere sempre valutato da chi svolge una attività di consulenza nelle vendite, cercando di percepire dai piccoli atteggiamenti di fastidio se si è oltrepassata la zona sociale e si è entrati in quella personale. Molte volte si creano situazioni in cui la comunicazione o degenera o non avviene, condizione questa tipica dell'invasione nell'area personale. Proviamo ad immaginare un venditore che con insistenza si avvicina in modo esagerato alla persona con la quale comunica; il più delle volte questo atteggiamento rovina completamente la trattativa, portando quindi ad infastidire colui che dovrebbe decidere l'acquisto. Molti contratti sfumano letteralmente a causa di un eccessivo atteggiamento di confidenza manifestato da una delle parti. I buoni venditori sanno studiare attentamente i loro probabili acquirenti per capire quale sia il confine fra area personale ed area sociale; i più saggi sanno entrare in punta dei piedi in queste aree prendendosi il tempo di acquistare fiducia e saper così gestire il rapporto.
La distanza che delimita la zona sociale va da 1 a circa 3 o 4 metri, distanza questa che permette di cogliere nella sua interezza la figura di colui che si relaziona con noi. Grazie a questa distanza si ha la possibilità di poter controllare la scena della relazione riuscendo così a capire le intenzioni dell'interlocutore. Questo fatto può essere usato a vantaggio del venditore al fine di avere un quadro completo del suo interlocutore, di contro colui che vuole difendersi perché teme di essere aggredito può gestire con calma e sicurezza la trattativa; permettere questo non può che andare a vantaggio del venditore il quale garantisce libertà di scelta e dimostra di rispettare la controparte aumentando così la fiducia a lui riposta.

domenica 27 febbraio 2011

La stretta di mano con un buon amico: la 'Zona Personale'

Dopo aver esaminato la 'Zona Intima, area che circonda il nostro corpo come una seconda pelle e si estende per poche decine di centimetri, analizziamo ora la 'Zona Personale' la quale inizia dove finisce la precedente. Se vogliamo definire la cerchia di persone che sono ammesse in questa area, possiamo dire che nella Zona Personale ammettiamo volutamente tutte quelle persone con cui non siamo così in intima relazione da permettere loro di entrare nella Zona Intima, ma che non ci sono proprio estranee da dover arrestarsi nella nostra zona immediatamente successiva. Qui troveremo allora tutti i buoni amici, i familiari, i colleghi di lavoro con cui leghiamo particolarmente e siamo uniti da un rapporto d'affetto; inoltre possiamo includere tutti coloro con cui stiamo bene, con cui comunichiamo volentieri in quanto ci sono argomenti in comune ed affinità fra di noi. In ogni caso questa zona e la precedente sono per alcuni versi molte volte sovrapponibili. Questa condizione è tipica della vita moderna e particolarmente nelle grandi città. Un esempio è trovarsi nel mezzo di una folla, su di un mezzo pubblico nell'ora di punta, in coda in un luogo troppo affollato e via dicendo. Queste situazioni si accomunano per il fatto che la zona personale non esiste più, inevitabilmente e senza volerlo ci possiamo trovare a stretto contatto fisico con persone che neppure conosciamo. Di norma, qual'è la reazione di un essere umano in questa situazione? Se siamo costretti per necessità ad avvicinarci troppo ad un altro, lo trattiamo secondo una reazione inconscia come una "non-persona". La reazione inconscia citata è dettata principalmente dall'educazione ricevuta e di conseguenza è soggetta alla cultura di provenienza; ad esempio la popolazione giapponese soffre meno rispetto ad altri gruppi etnici in caso di ressa. Nella tradizione occidentale, quindi Europa occidentale e Nordamerica, si ha l'abitudine ad evitare il contatto visivo, ad irrigidirsi, a non parlare a meno che si debbano scambiare poche parole solo necessarie. Quanto detto è la comune reazione che potremmo avere quando ci troviamo in un ascensore con altre persone al completo.
La zona personale quindi riveste una notevole importanza nel definire il proprio territorio di competenza. Questa potrebbe essere anche la nostra scrivania dell'ufficio in cui lavoriamo, il banco di lavoro dell'officina in cui lavoriamo e via dicendo. Proviamo ancora a ricordare come si comportano coloro che entrando in una libreria iniziano a sfogliare o leggere un libro: ognuno si cerca un posto lontano da altre persone in conformità alla propria area personale; se qualcuno si avvicina troppo, scatta una reazione di distanziamento da colui che è entrato nella nostra zona.
La Zona Personale, quindi, è una zona da rispettare come quella intima, meno riservata, ma comunque indice di un'area di sicurezza in cui solo alcune persone possono entrare. Se vogliamo conquistare quest'area e quindi poterci permettere di valicarla, la nostra comunicazione dovrà essere finalizzata a ricercare l'amicizia e la fiducia dell'altro.

Rispettiamo la 'Zona Intima' quando comunichiamo

Gli studiosi di cinesica parlano solitamente di leggi "non scritte" le quali regolano inconsciamente il nostro comportamento durante la comunicazione con i nostri simili. Di norma, noi non permettiamo a qualsiasi individuo di avvicinarsi eccessivamente al nostro corpo, ad eccezione di alcune figure che, culturalmente, lo possono fare, ad esempio un medico il quale, non avendolo mai visto prima, può sia avvicinarsi a noi ed addirittura toccare il nostro corpo. Per poter parlare in modo significativo della distanza che ci separa dagli altri, lo spazio che ci circonda viene suddiviso in quattro zone, o più precisamente: zona intima, zona personale, zona sociale e zona pubblica. In questo articolo andremo a concentrarci sulla 'zona intima', detta anche bubble, che significa 'bolla'. Questa ha la particolarità di circondare il nostro corpo come fosse una seconda pelle. All'interno di questa seconda pelle ci sentiamo sicuri e protetti, ed è per questo che normalmente teniamo le persone alle quali non permettiamo di accedere ad una certa distanza dal nostro corpo, che può variare da alcune decine di centimetri ad una distanza maggiore, ciò solitamente in funzione delle differenti culture.
Qual'è la condizione alla quale lasciamo che qualcuno entri nella nostra 'bolla' o zone intima? La condizione per cui permettiamo che qualcuno acceda alla nostra zona intima è la fiducia. Ovviamente questa definizione non è assoluta; pur avendo fiducia di molte persone, tutte queste non potranno mai permettersi di oltrepassare la zona, solo alcune, solo coloro che deliberatamente  noi permettiamo di accedere. Infatti qui il termine 'deliberatamente' gioca un ruolo chiave: spesso succede che qualcuno ci venga tanto vicino da darci una sensazione di oppressione o addirittura di minaccia. In buona sostanza, non ci piace che qualcuno ci venga addosso senza il nostro permesso; vorremmo essere noi a decidere con chi vogliamo essere così in intimità e con chi no.
Alcune persone sembrano sopportare meglio di altre che si acceda alla loro zona intima. Tuttavia una cosa è certa: più la cosa ci disturba, più il nostro sistema endocrino produce ormoni della lotta, proprio perchè dentro di noi cambiamo atteggiamento passando alla difesa. Questi ormoni dello stress hanno la funzione di aiutare il nostro organismo nel caso si debba passare o alla lotta o alla fuga. Se ciò comuque non avvenisse, in pratica venisse a mancare sia la lotta che la fuga, accumuleremo allora questi ormoni dello stress nel nostro organismo, creando così un danno fisiologico concreto e quantificabile. Meglio allora imparare a verbalizzare questo disagio esprimendo chiaramente a colui che ha invaso l'area personale che ha oltrepassato ciò che non è di sua competenza, pregandolo di allontanarsi.
Come detto precedentemente, quest'area può essere più o meno grande, a differenza della nostra provenienza culturale o estrazione sociale. Oltre a ciò l'estensione di questa zona dipendono da due fattori: lo status dell'interlocutore e lo stato d'animo del singolo. In relazione allo stato d'animo, quanto più una persona si sente sicura di sé, tanto più permette agli altri di avvicinarsi a questa zona; la situazione è differente nei soggetti che tendono ad essere chiusi o la cui gestualità tende alla chiusura, segnali questi che indicano quanto il soggetto abbia bisogni di proteggersi e rifiuti un contatto troppo confidenziale. Quanto detto ci ricorda che penetrando nella sua zona intima, l'individuo si sente attaccato nella sua sicurezza. Questo concetto dovrebbero ricordarlo tutti coloro che svolgono attività come gli educatori, gli insegnanti, nonchè amici e familiari.
Esaminiamo ora la condizione di status. Al riguardo c'è una regola che però non può essere invertita: quanto più elevato è lo status di una persona, tanto maggiore è la zona intima che gli altri le riconoscono. Non per nulla il termine 'gli intoccabili' risveglia in noi l'impossibilità di agire contro qualcuno considerato migliore o maggiore di noi.
Come un individuo segnala ad un altro che si sta avvicinando troppo, o ha commesso un errore oltrepassando la sua zona intima? Solitamente un atteggiamento di fuga si associerà a movimenti di appoggio all'indietro di una sedia o semplicemente indietreggiando, altrimenti un atteggiamento combattivo avanzando con l'intenzione di fronteggiare l'altro o semplicemente aggredendo a livello verbale. Tutto ciò può essere utile qualora riscontrassimo che abbiamo inavvertitamente oltrepassato i limiti, entrando senza permesso nella zona intima di una persona, magari con una semplice pacca sulla spalla, evento questo segnale della nostra amicizia ma frainteso dall'altro come invasione. Facciamo quindi attenzione rispettando sempre la zona intima quando comunichiamo.

Vegani: Cuore più sano!

Fonte: Promiseland.it

La nuova Rassegna Scientifica conferma il minor rischio di trombosi nei vegani e vegetariani, al contrario di quanto riportato negli articoli di commento della stampa italiana.


Una recente rassegna sui meccanismi biochimici di alcuni nutrienti delle diete vegetariane e la loro implicazione clinica (“Chemistry behind Vegetarianism”, Li, J. Agric. Food Chem. 2011) ha rappresentato nelle ultime settimane l’estasi per tutti i carnivori, a causa di una campagna di stampa basata sulla più assoluta incomprensione della pubblicazione originale.
Va innanzitutto precisato che la differenza tra “rassegna” e “studio” è che la prima si limita a riassumere e analizzare i dati di vari studi e li mette in relazione con conoscenze disponibili, senza alcun contributo originale proprio degli autori ai risultati stessi. E’ quindi accaduto che una lettura poco attenta od una successione di errori di traduzione abbiano portato a divulgare i contenuti di questa rassegna in modo totalmente erroneo, e in contrasto con i reali dati che derivano dagli studi sulle malattie cardiovascolari nei vegetariani.
Secondo quanto riportato dai mass-media italiani, addirittura la dieta vegana sarebbe molto più pericolosa per il cuore in quanto produrrebbe un pericoloso indurimento delle arterie, e altre fantasiose sadiche conseguenze.
Quello che la rassegna riporta, invece, è l’esatto contrario: l’Autore infatti spiega che gli onnivori presentano un insieme di fattori di rischio cardiovascolare significativamente superiore rispetto ai vegetariani e vegani, quali maggiori valori di BMI, rapporto circonferenza vita/fianchi, pressione arteriosa, colesterolo totale, LDL e trigliceridi plasmatici, Lp(a), attività del fattore VII della coagulazione, rapporto colesterolo totale/colesterolo-HDL, rapporto colesterolo LDL/colesterolo HDL, rapporto Acidi grassi totali/colesterolo HDL, e livelli di ferritina.
Ribadendo che i carnivori presentano un insieme di fattori di rischio di trombosi ed aterosclerosi superiore a quello dei vegetariani, l’Autore sottolinea come i vegetariani (compresi anche vegetariani appartenenti a Paesi emergenti, la cui dieta è sensibilmente differente da quella dei vegetariani dei Paesi occidentali a cui noi apparteniamo) possano diminuire ancora di più il loro già basso rischio di trombosi ed aterosclerosi aumentando le assunzioni di vitamina B12 e di acidi grassi omega-3 (questi ultimi provenienti da fonti vegetali come noci e semi di lino).
Questi i reali contenuti di un articolo che si limita a discutere, in chiave puramente teorica, alcuni aspetti metabolici dell’organismo umano.
Dichiara la dottoressa Luciana Baroni, medico nutrizionista e presidente della Società Scientifica di nutrizione vegetariana-SSNV: “Se davvero lo stolto guarda il dito quando il saggio indica la luna, trasmettere a un’opinione pubblica prevalentemente carnivora la notizia ‘securizzante’ (secondo la logica della mors tua, vita mea) che il cuore dei vegani è a rischio, e non urlare pubblicamente contro la strage che l’alimentazione a base di carne provoca, è azione non solo stolta, ma che mi permetto di definire un crimine nei confronti dell’umanità.”
L’evidenza che proviene dagli studi scientifici effettivi condotti sulla popolazione è quella di una sensibile riduzione del rischio di morte per malattie cardiovascolari nei vegetariani. I vegetariani sarebbero protetti nei confronti di queste malattie in virtù degli effetti favorevoli della dieta sullo sviluppo di altre malattie che sono anche fattori di rischio cardiovascolare (diabete, ipertensione, sovrappeso-obesità, ipercolesterolemia), e in virtù delle caratteristiche della dieta vegetariana stessa, in grado di apportare maggiori quantità di frutta, verdura, frutta secca, soia, fibre, antiossidanti, steroli, e minori quantità di grassi totali, saturi, sale.
Le linee guida per l’alimentazione vegetariana prodotte per la prima volta in negli USA nel 1997 hanno da subito inserito nelle raccomandazioni il rispetto delle assunzioni di omega-3 da fonte vegetale e di una fonte regolare di vitamina B12. Tutti i vegetariani dei Paesi occidentali sono informati di questo, e in molti rispettano questi consigli, che consentono di diminuire ulteriormente il loro già basso rischio cardiovascolare attraverso l’assunzione di noci, olio e semi di lino e altre fonti vegetali di omega-3, e l’assunzione di cibi fortificati o integratori di vitamina B12 di sintesi batterica.
Secondo l’European Heart Network, nel 2008 le malattie cardiovascolari hanno rappresentato la prima causa di morte nella regione Europea OMS, dove ogni anno sono responsabili della morte di oltre 4,3 milioni di individui, pari al 48% di tutti i decessi (54% per le donne, 43% per gli uomini).
Conclude la dottoressa Baroni: “Sappiamo che il ruolo della dieta è importante, che la dieta può uccidere. Ma l’imputato non è la dieta vegetariana o vegana, bensì la dieta onnivora, che i cibi animali contribuiscono pesantemente a rendere un killer spietato.”

Note:

Reference della rassegna originale:
Li D., Chemistry behind Vegetarianism, J Agric Food Chem. 2011 Feb 9;59(3):777-84. Epub 2011 Jan 4.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21204526

Comunicazione a cura di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana

sabato 26 febbraio 2011

Tre domande che si pongono gli altri sul nostro conto

Il titolo di questo articolo è lo stesso di un sottotitolo del libro Tutti Comunicano pochi si Connettono di John Maxwell. E' ormai chiaro se non scontato accettare il fatto che più ci interessiamo degli altri a livello personale, più aumentiamo le possibilità di instaurare una buona comunicazione. Lo stesso Maxwell ricorda che capire l'esigenza di focalizzarsi sugli altri è il maggiore ostacolo che si incontra affinchè si possa instaurare una comunicazione produttiva. E' quindi importante assumere il giusto atteggiamento e in seconda battuta saperlo comunicare. Per fare questo, secondo l'autore, è necessario saper rispondere alle tre domande che ora andremo ad esaminare. Esse sono: Ci tieni a me? Puoi aiutarmi? Posso fidarmi di te?

Ci tieni a me?
Se ripensiamo a cosa avevano in comune quelle esperienze interpersonali che ci hanno lasciato un bel ricordo, molto probabilmente constatiamo che tutte le persone con cui abbiamo relazionato erano sinceramente interessate a noi. E nella stessa misura anche noi, nel nostro passato, abbiamo lasciato un bel ricordo in misura del nostro interesse personale nei confronti del nostro interlocutore. Possiamo allora affermare con certezza che la sollecitazione reciproca crea sempre una connessione tra le persone. Oltre a ciò riscontraimo un altro fatto: desideriamo stare in compania con coloro con i quali abbiamo instaurato una 'sintonia emotiva'. Tutto ciò ci insegna che possiamo imparare a prenderci cura delle persone, indipendentemente dalla nostra professione, al fine di entrare in connessione con loro. Iniziamo a creare una vera comunicazione nel momento in cui facciamo capire ad una persona che ci prendiamo sinceramente cura di lei. Fare ciò fa bene sia agli altri che a noi stessi. Gli esseri umani vivono meglio nel momento in cui si prendono cura l'uno dell'altro.

Puoi aiutarmi?
Al riguardo Maxwell dice che gli individui di successo, che entrano in sintonia con gli altri, si ricordano sempre che i loro interlocutori si chiedono: "Questa persona può aiutarmi?" La loro risposta è focalizzarsi sui benefici che possono offrire agli altri. I pubblicitari sanno benissimo che ormai buona parte della pubblicità è finalizzata solo alla vendita, la differenza stà nel fatto che il servizio o il prodotto offerto può veramente aiutare il possibile acquirente. Ne è una prova il fatto che molte aziende che vendono prodotti intesi come oggetti offrono tanti servizi rivolti all'interesse personale dell'acquirente.

Posso fidarmi di te?
Alcuni sostengono che la fiducia sia ancor più importante dell'amore. Una cosa comunque è certa: nelle vendite e nel business la fiducia nell'individuo è fondamentale, è il fulcro di ogni trattativa. Grossi imperi finanziari, industriali, società di servizi conosciute a livello internazionale non sono nulla in sé; ciò che ha fatto di questi delle strutture molto potenti sono, molte volte, quegli uomini che hanno messo la loro 'faccia' a garanzia della loro attività, il più delle volte ancor prima del denaro stesso, comunque importante.

Tutte le volte che le persone intraprendono un'azione, lo fanno in misura delle loro necessità o dei loro più profondi bisogni. Se riusciamo a capire quali siano i loro veri obiettivi, cercando di vedere la cosa dal loro punto di vista, abbiamo buone probabilità di instaurare una buona comunicazione. Se non siamo disposti a fare ciò, molto probabilmente, sprechiamo il loro tempo ma soprattutto il nostro.

martedì 22 febbraio 2011

Almeno 400.000 minori assistono a violenze in casa

Fonte: Ansa.it

ROMA - Sono almeno 400 mila i minori in Italia che assistono a episodi di violenza in casa. A subire maltrattamenti fisici, psicologici, economici sono le loro madri, vittime per lo piu' di mariti o partner. Ma e' come se a venir violati fossero anche i bambini, perche' ai ''piccoli spettatori'' rimangono traumi e conseguenze ''uguali a quelli di un bambino che abbia subito direttamente violenza''. E' quanto emerge dal rapporto ''Spettatori e vittime: i minori e la violenza assistita in ambito domestico. Analisi dell'efficienza del sistema di protezione'', presentato oggi a Roma da Save the Children e dal Garante dei diritti dell'Infanzia del Lazio, nell'ambito del progetto comunitario Daphne III.
Anche attraverso una serie di interviste a responsabili di istituzioni e servizi in tre Regioni (Piemonte, Lazio e Calabria), il rapporto intende far luce ''sul grado di conoscenza della violenza assistita in Italia e sul sistema di norme, azioni e interventi per prevenirla e contrastarla''. Secondo una stima - si legge nel rapporto, che cita dati Istat del 2006 - sono 6 milioni e 743 mila le donne fra i 16 e i 70 anni (il 31,9% delle donne in questa fascia d'eta') ad aver subito nella propria vita una violenza: di tipo fisico (18,8%), sessuale (23,7%), psicologico (33,7%) o di stalking (18,8%).
Il 14,3% dichiara di averla subita dal proprio partner. Tra di loro, 690 mila avevano figli al momento della violenza e il 62,4% ha dichiarato che i figli sono stati testimoni di uno o piu' episodi di violenza. Save the Children e il Garante dei diritti per l'Infanzia del Lazio calcolano quindi che siano almeno 400 mila i bambini costretti ad assistere alle violenze sulla madre raramente (nel 19,6% dei casi), a volte (20,2%) o spesso (22,6%). Nel 15,7% dei casi, ammettono le madri, e' anche esistito il rischio di un loro coinvolgimento diretto, secondo la seguente suddivisione: raramente (5,6%), a volte (4,9%), spesso (5,2%).
Istituire quanto prima il garante nazionale per l'infanzia, avviare una campagna di sensibilizzazione per vittime e operatori e sostenere con risorse adeguate la rete dei centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale: sono queste le richieste che Save the Children rivolge alle Istituzioni per contrastare il fenomeno della ''violenza assistita''.
Sui maltrattamenti a cui assistono i bambini in casa ''c'e' un vuoto normativo - ha affermato il direttore generale di Save the Children Italia, Valerio Neri, durante un convegno a Roma - e non c'e' neppure una consapevolezza pubblica''.
Per difendere i bambini da questi maltrattamenti ''sarebbe essenziale istituire il garante nazionale per l'infanzia''. ''Attualmente - ha aggiunto Raffaella Milano, responsabile programmi Italia-Europa di Save the Children - in Italia c'e' una rete di centri anti violenza ma manca un sistema integrato e mancano anche degli standard nazionali per il servizio di assistenza''. ''I bambini che assistono a violenza in casa - ha spiegato il medico psicoterapeuta del Cismai, Roberta Luberti - possono sviluppare una confusione sulle relazioni affettive, che vengono identificate come relazioni tra vittima e carnefice, vincente e perdente. Inoltre da adulti potranno assumere comportamenti aggressivi o passivi e comunque avranno dei vissuti di rabbia, impotenza, vergogna e stigmatizzazione. Nella violenza assistita si perde inoltre fiducia negli adulti e nelle relazioni e si possono sviluppare sintomi traumatici da post stress''.

Eventi della vita e disturbi psichici

Nel suo libro Mente Inquieta l'autore Francesco Bottaccioli è riuscito a tracciare in brevi parole la stretta correlazione che esiste fra i disturbi di natura psichica e gli eventi che incontriamo nella nostra vita. Nel campo della ricerca questa correlazione è ampiamente studiata e quindi dimostrata come vera. Sempre di più si riscontra che il nostro stile di vita inteso come alimentazione, eventi che incontriamo, personalità acquisita e consolidata negli anni possono, ognuno nelle varie percentuali di influenza, condizionare il nostro stato d'animo, tale da renderlo piacevole e desideroso di assaporare la vita o malinconicamente frustrante fino ad arrivare all'essere incontrollabilmente distruttivo.
Il libro sopra citato menziona una ricerca condotta in tutta Europa su circa 20.000 persone. Questa indagine ha potuto confermare una relazione diretta fra il numero di eventi negativi succeduti negli ultimi cinque anni e la predisposizione alla condizione depressiva. Lo studio ha anche constatato che un soggetto che abbia dovuto affrontare quattro eventi della vita negativi rischia tre volte tanto, rispetto a chi ha dovuto affrontarne solo uno, di incorrere nel disturbo della depressione. E' sottinteso che parliamo di eventi particolarmente devastanti, tali da cambiare violentemente gli equilibri psico emotivi della persona. Lo studio infatti ha constatato che la perdita di una persona cara è il primo evento scatenante. Parliamo ad esempio della perdita di un figlio, in primis, come anche di un coniuge o un genitore. Uno studio ha rilevato che soggetti, prevalentemente madri, che hanno perso un figlio in età inferiore ai 18 anni hanno un 67% di rischio in più di ricovero presso strutture ospedaliere per disturbi mentali.
Possiamo continuare l'analisi relativa alla perdita analizzandola sotto l'aspetto del lavoro. Se la morte di un congiunto ha risvolti devastanti, la perdita del lavoro non ne è da meno.
Nella società moderna il lavoro, particolarmente per l'uomo, è rilevante per determinare l'identità individuale, attraverso il quale ricopriamo un ruolo utile alla comunità in cui viviamo; da questo ne scaturisce la considerazione che altri possono avere di noi alimentando la nostra autostima. Questa condizione porta inevitabilmente a mettere a rischio la nostra identità e a vivere momenti di forte stress psichico con esiti alcune volte anche drammatici. In questo libro vengono riportate delle statistiche non certo piacevoli ma purtroppo realistiche le quali dovrebbero farci ragionare sulla gravità del momento che attraversiamo da un punto di vista sociale ed economico. Uno studio di ricerca (Surtees, P. Wainwright, Life events and health; Fink G., Stess consequences, Academic Press, San Diego, 2010) riporta i dati relativi al tasso di suicidi tra i maschi giapponesi. A metà degli anni novanta del secolo scorso questo tasso di suicidi era di 25 ogni 100.000 uomini, all'inizio del nostro secolo il tasso è salito a 35. L'OMS segnala anche dati relativi a suicidi di maschi italiani a causa di problemi economico-sociali: nel decennio 1965-1975 il tasso di suicidi tra i maschi italiani era di 7,8 ogni 100.000 uomini, nel 1995 è salito a 12,3, assestandosi poi a 10 ogni 100.000.
Questa breve analisi è molto chiara: gli eventi negativi della vita possono portare a disturbi di natura psichica.Se allarghiamo questa considerazione alle possibilità di intervento per fronteggiare questa 'epidemia' vediamo l'assoluta necessità di non rifugiarci nelle fantomatiche 'pillole della felicità', strumento meno adatto a risolvere un problema, ma lavorare sul nostro essere affinchè l'autostima possa regnare su tutte le attività che svolgiamo.

sabato 19 febbraio 2011

Stare ad ascoltarti... Ma quanto mi costi?

Comunicare con le persone è per molti versi gratificante, ci permette di essere utili, di stringere belle amicizie, di contribuire al raggiungimento degli obiettivi di coloro che si rivolgono a noi. Ma una cosa è certa: comunicare con le persone può risultare molto pesante sia dal punto di vista fisico, mentale ed emotivo.
John Maxwell nel suo libro Tutti Comunicano pochi si Connettono ci trasmette alcuni consigli utili a mantenere alto il nostro livello di energia. Egli ricorda che se non facciamo attenzione, una continua connessione con le persone può sottrarci talmente tanta energia da rischiare di lasciarci una riserva minima di forza, al punto da non permetterci di svolgere attività o funzioni indispensabili per la nostra vita privata. Ascoltare attentamente le persone richiede molta energia; quando non ci mettiamo della nostra energia ce ne accorgiamo subito: ci stanchiamo con facilità, sembra quasi che l'ascoltare dia fastidio. Chiunque di noi, anche se non svolge attività di conferenziere o leader sa benissimo che entrare in sintonia con gli altri necessita applicarsi e dare il meglio, altrimenti non possiamo riuscirci, ed anche questo richiede energia.
I provvedimenti che devono essere presi affinchè ciò non accada sono sostanzialmente due. In primo luogo cercare di bloccare le 'fughe di energia', identificando ed evitando tutto ciò che assorbe inutilmente la nostra forza. Un esempio è dato dall'attività di counseling, funzione questa molto impegnativa in cui la persona aiutata scarica sul consulente tutte le problematiche della sua esistenza, infatti stare ad ascoltare i problemi delle persone riesce a svuotare completamente la persona che ascolta. In questo caso entra in azione la capacità del professionista di saper gestire nei tempi e nei luoghi il suo cliente, cercando di non farsi coinvolgere eccessivamente dai suoi problemi e cercando di proporre e mantenere un corretto programma di lavoro da svolgersi insieme, gradualmente.
In secondo luogo quando siamo chiamati a svolgere la funzione di comunicatori, oratori, leadership, dobbiamo ricordare che è indispensabile ritagliare degli spazi di tempo per ricaricarci. In questo contesto possiamo trovare le attività più disparate. Maxwell ne cita alcune, frutto della sua esperienza di conferenziere, come potrebbe essere passeggiare in mezzo alla natura o rimanere da soli in riva al mare, fare sport, rimanere con la famiglia, leggere, ascoltare musica, e via dicendo.
Ma oltre a tutto cio, Maxwell ci ricorda che per realizzare qualunque impresa che abbia un minimo di valore, dobbiamo imparare a gestire e ad impiegare razionalmente la nostra energia. A tal riguardo sia gli artisti che gli atleti lo sanno molto bene e se vogliono resistere alle sollecitazioni a loro imposte, devono obbligatoriamente sottostare a questa legge naturale del ricaricarsi.
In generale quindi un consiglio adatto a tutti: cercare di capire quale attività ci ricarica le batterie e dopo averla trovata inserirla stabilmente nella proprio programma.

venerdì 18 febbraio 2011

La connessione va ben oltre le parole

In Programmazione Neuro Linguistica (PNL) la comunicazione è studiata nei minimi particolari. In questo studio vengono analizzati approfonditamente personaggi che hanno avuto successo nelle varie fasi della loro vita, al fine di identificarne dei Modelli i quali possano essere poi riprodotti da altre persone. Attraverso questa branca della psicologia si è compreso che non esistono cattivi ascoltatori, ma solo cattivi comunicatori.
In PNL si studiano i Sistemi Rappresentazionali, cioè il canale attraverso il quale rappresentiamo dentro noi le informazioni, suddiviso nelle sue tre componenti principali: visivo, uditivo, cinestetico. Diciamo ancora che ognuno di noi ha un suo sistema rappresentazionale dominante, attraverso il quale si determinano i tratti caratteriali e le capacità di apprendimento, ad esempio una persona con un sistema rappresentazionale dominante visivo imparerà di più attraverso la lettura e di meno attraverso l'ascolto.

Albert Mehrabian

Questa premessa ci introduce nell'analisi che John C. Maxwell presenta nel suo libro Tutti Comunichiamo pochi si Connettono, già precedentemente citato in altri articoli, e cioè che la connessione va ben oltre le parole. Infatti, quando cerchiamo di comunicare con gli altri, molti pensano che il messaggio sia l'unica cosa importante, ma in realtà la comunicazione va ben oltre le semplici e fredde parole. Secondo il dr. Albert Mehrabian, psicologo statunitense di origine armena e docente presso la UCLA e famoso per le sue pubblicazioni sull'importanza degli elementi non verbali nella comunicazione faccia a faccia, ha scoperto che la comunicazione (faccia a faccia) si può suddividere in tre componenti: parole, tono di voce e linguaggio non verbale. A tal riguardo egli sintetizzò quanto segue:
  1. quello che diciamo incide sulla credibilità del nostro messaggio per un bassissimo 7%;
  2. il modo in cui lo diciamo incide nella misura del 38%;
  3. quello che vedono gli altri raggiunge il 55% della credibilità.
Ricordiamo inoltre che nella maggior parte dei casi, più del 90% dell'impressione che suscitiamo negli altri non ha nulla a che vedere con ciò che diciamo effettivamente.
Questi dati confermano un fatto assodato: qualunque messaggio cerchiamo di trasmettere, afferma John C. Maxwell, deve contenere qualcosa di noi; non possiamo trasmettere soltanto delle informazioni trasformandoci in freddi messaggeri, il messaggio deve essere vissuto affinchè arrivi a chi vogliamo trasmetterlo, pena la mancanza di credibilità e di connessione.
Maxwell ci insegna che per avere successo nel connetterci con gli altri, dobbiamo essere sicuri che la nostra comunicazione vada al di là delle parole. Per fare ciò è necessario connetterci a quattro livelli: visuale, intellettuale, emotivo e verbale. Vediamoli uno ad uno.

Visuale: secondo molti ricercatori, fra cui Sonya Hamlin, nella comunicazione la vista conta più dell'udito. Infatti essa sostiene che gli esseri umani ricordano tra 85 e il 90% di ciò che vedono e meno del 15% di ciò che odono. Questo dato è da lei corroborato dal fatto che la maggior parte dei residenti nei paesi occidentalizzati è particolarmente sensibile all'impatto delle immagini, infatti il 77% degli americani riceve il 90% delle notizie dalla televisione, mentre i giovani, arrivati a diciannove anni, hanno già passato 22.000 ore davanti alla televisione, più del doppio di quelle passate a scuola. Viviamo in un'era visuale. La gente passa un'infinità di ore guardando la televisione, YouTube, Facebook, presentazioni Power-Point. Ormai la gente si aspetta che qualunque tipo di comunicazione si traduca in un'esperienza visiva. Roger Ailes, dirigente televisivo e consulente di comunicazione ha affermato che in un programma televisivo quando si entra in scena si hanno appena 7 secondi per fare la prima buona impressione; in pratica il personaggio televisivo, in quei primi 7 secondi, invia al pubblico una serie di "input" indiretti attraverso espressioni facciali, gesti, postura e carica energetica tali da permettere ai teleascoltatori di fare una valutazione istintiva delle motivazioni e degli atteggiamenti del personaggio. Sembra proprio che gli esseri umani sono in grado di percepire moltissimo in quei fatidici 7 secondi, decidendo quindi di non voler sentire nulla di quello che ha da dire l'oratore, o di contro sentirsi attratti da lui.

Intellettuale: Maxwell afferma che per connettersi a livello intellettuale si devono conoscere due cose: l'argomento di cui si parla e sé stessi. La prima è senz'altro ovvia, infatti i buoni comunicatori si avvalgono oltre tutto dell'esperienza che hanno acquisito nel tempo in relazione alla materia che ripetutamente trattano. Il secondo punto invece è decisamente più particolare. I migliori comunicatori non solo conoscono bene ciò che dicono ma hanno anche una grande fiducia nei propri mezzi, perchè sanno cosa possono  e che cosa non possono fare, e quando parlano con gli altri tendono a gravitare intorno ai propri punti di forza.

Emotivo: Edwin H.Friedman, psicoterapeuta ed esperto di leadership, sostiene che la comunicazione non dipende dalla sintassi, dall'eloquenza, dalla retorica o dall'eleganza della formulazione, ma dal contenuto emotivo in cui si riceve il messaggio. A conferma di ciò, Maxwell ci ricorda che ciò che abbiamo dentro, sia esso positivo o negativo, finirà per venir fuori comunque quando comunichiamo con gli altri. Tutti noi possiamo confermare un fatto dopo aver ascoltato un oratore: abbiamo sentito le sue parole, ma soprattutto abbiamo percepito il suo atteggiamento. Ed è qui che possiamo riscontrare che chi sa connettersi con gli altri a livello emotivo possiede ciò che si chiama "magnetismo" o "carsima". Maxwell evidenzia questo fatto in relazione al carisma ed al magnetismo: non occorre essere dei geni, particolarmente belli d'aspetto o grandi oratori per manifestare queste qualità, basta essere persone positive, credere in sé stesse e focalizzarsi sul prossimo.

Verbale: tutto quanto è stato qui riportato ha dato molta enfasi all'aspetto emotivo, come al potere della visualizzazione e della componente intellettuale. Ciò non toglie nulla al comunque grande potere delle parole. Ricordiamo che le parole che diciamo (e come le diciamo) hanno un forte impatto nella nostra comunicazione trasformando una banale conversazione in un momento indimenticabile. Pensiamo ad esempio a parole pronunciate in momenti sbagliate le quali hanno fatto saltare un accordo o contratto d'affari, o hanno fatto naufragare un rapporto sentimentale.

In conclusione, John Maxwell ci ricorda che l'arte della comunicazione mette insieme tutti i fattori prima citati: usare le parole giuste trasmettendo l'emozione giusta, risultando vincenti sul piano intellettuale e creando l'impressione visuale giusta, tutto ciò con il giusto tono di voce e corrette espressioni facciali ed un linguaggio non verbale positivo. Ma il miglior consiglio che questo esperto della comunicazione ci dà è quello di imparare ad essere sé stessi. I più grandi oratori professionali conoscono bene sé stessi e di conseguenza i propri punti di forma e li usano con sapienza a proprio vantaggio.

mercoledì 16 febbraio 2011

Diversi farmaci sono collegati ad atti di violenza

Fonte: Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani
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Uno psichiatra che ha un particolare interesse per le forme di violenza è convinto che gli psichiatri debbano essere consapevoli del fatto che il farmaco contro il fumo vareniclina e gli antidepressivi sono stati collegati a comportamento violento.

L'associazione è stata fatta da Thomas Moore, Joseph Glenmullen, Dottore in Medicina, e Curt Furberg, laureato in Medicina. Moore è uno scienziato specializzato in tema di sicurezza e di normative sui farmaci presso l’Istituto per la Sicurezza delle Pratiche Mediche (ISMP) a Horsham in Pennsylvania. L’ISMP è una organizzazione no-profit che educa gli operatori sanitari e il pubblico a un utilizzo sicuro delle pratiche mediche. Glenmullen è un istruttore clinico di psichiatria alla Harvard Medical School, e Furberg è un professore di scienze della sanità pubblica presso la Wake Forest University.
In uno studio pubblicato nel numero del 15 dicembre 2010 di PLoS ONE, i ricercatori hanno utilizzato i dati dal 2004 al 2009 della Food and Drug Administration (FDA) Adverse Event Reporting System. E' stato scoperto che durante il periodo di studio, per 484 farmaci erano stati segnalati 780.169 casi di episodi gravi di vario tipo, e che di quegli eventi gravi 1.937 erano stati atti di violenza. Sono stati definiti come episodi violenti in ciascun rapporto contenente uno o più dei seguenti elementi: omicidio, aggressioni fisiche, abusi fisici, idee omicide, sintomi riferibili a violenza, e non descrizioni più ambigue come criminalità, aggressività, belligeranza o ostilità.
In seguito i ricercatori hanno cercato di scoprire se qualcuno dei 484 farmaci avesse un'elevata associazione con atti di violenza. Per considerare tale relazione un farmaco doveva essere associato ad almeno cinque casi di violenza, doveva avere almeno il doppio dei casi di violenza che si prevedeva gli fossero associati rispetto al volume complessivo degli episodi segnalati per lo stesso e le analisi statistiche dovevano indicare l’improbabilità che i casi associati alle violenze fossero eventi casuali.
I ricercatori hanno scoperto che 324 dei 484 farmaci (67 per cento) non aveva alcun legame con i casi di violenza e che 86 dei farmaci (18 per cento) avevano legami con solo uno o due casi di violenza. Tuttavia, 31 dei farmaci (6 per cento) sono risultati come eccessivamente correlati a casi di violenza. Fra questi farmaci sono inclusi la vareniclina, 11 antidepressivi, tre farmaci per il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, e cinque ipnotici/sedativi.
Inoltre, tra i 484 farmaci valutati, la vareniclina era collegata al maggior numero di casi di violenza, aveva la più alta percentuale di casi di violenza e la più alta probabilità statistica che i casi di violenza ad esso associati non fossero casuali.
Moore ed i suoi colleghi hanno sottolineato che “secondo tutte le misurazioni utilizzate in questo studio la vareniclina aveva la più alta associazione con la violenza”. “Inoltre, i farmaci antidepressivi hanno mostrato rischi sensibilmente elevati, anche quando comparati agli antipsicotici e agli stabilizzatori dell'umore. . .”
Solo perché questi farmaci sono stati associati a casi di comportamenti violenti, non dimostra che abbiano effettivamente favorito tale comportamento. Eppure, per alcuni dei casi di violenza associati alla vareniclina, l’esame ha suggerito a Moore ed i suoi colleghi che ci possa essere un nesso causale. Ad esempio, gli individui in questione hanno iniziato a manifestare sintomi psichiatrici pochi giorni dopo che avevano iniziato a prendere vareniclina. Cioè sembravano spingersi alla violenza in modo insensato verso una qualunque persona che si trovasse vicino a loro e una volta smesso di prendere la vareniclina hanno cessato gli atti di violenza.
Come Moore ha detto a Psychiatric News, sia un precedente studio condotto dal suo gruppo di ricercatori che uno condotto da ricercatori della FDA, “ha osservato che l'insorgenza di effetti avversi per la vareniclina si verificano spesso prima che il soggetto smetta di fumare”, lasciando intendere che ciò che porta a comportamenti violenti si tratti proprio della vareniclina e non di astinenza da nicotina. Moore ha fatto notare che un ulteriore motivo per credere che sia il farmaco a portare a questi comportamenti violenti piuttosto che l’astinenza da nicotina è che “con la vareniclina prima di poter fissare una data, per l’obiettivo di smettere di fumare, devono passare sette giorni con dosi crescenti”.
Il Dottore in Medicina Darrel Regier, direttore della Divisione Ricerca dell’APA (American Psychiatric Association) e direttore esecutivo della American Psychiatric Institute per la Ricerca e l'Istruzione, ha detto a Psychiatric News che questo studio è: “un esame preliminare di eventi avversi. . . che indicano un rischio di violenza verso gli altri”. “ [Anche i reperti provengono] da un database dell'FDA storicamente difficile da interpretare per i dati sugli eventi avversi. . . . Vi è una chiara necessità di condurre studi prospettici per vedere se la validità dei risultati può essere confermata. Lo stesso valeva per il prospettato rischio di suicidio associato agli antidepressivi."
"Questo sembra essere uno studio ragionevolmente ben fatto con un elevato numero di farmaci valutati e molti controlli duplici" ha commentato Paul Fink, Dottore in Medicina ed esperto nello studio del comportamento violento e precedente presidente dell'APA. "Posso dirvi in qualità di psichiatra che ha praticato per un lungo periodo, che non sapevo che la vareniclina e gli antidepressivi erano stati collegati con la violenza verso gli altri. . . . Gli psichiatri e i professionisti della salute mentale devono essere consapevoli di questa associazione”.

Questo studio di ricerca non ha avuto finanziamenti esterni.

Ripreso da:
Psychiatric News (Volume 46, Numero 3, Pagina 16)
Joan Arehart-Treichel
4 Febbraio 2011

Fisica quantistica: il salto quantistico


Fonte: Scienzaeconoscenza.it
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L'articolo è tratto da Scienza e Conoscenza n. 31.

di Davide Fiscaletti
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Nella società attuale viene spesso tirato in ballo, anche da politici e guru dell’economia, il concetto di salto quantistico. “Oggi l’economia sa che deve passare attraverso un'utopia spirituale, un salto quantistico che porti alla realizzazione di un nuovo concetto di valore”, “L'Europa ha bisogno di un salto quantico in avanti in tutti gli aspetti che sono, al momento, in discussione” o frasi analoghe si sentono e si leggono in televisione, su internet e nei giornali. Ma qual è il vero significato di questa espressione?
In questa breve nota, senza pretendere di fornire una trattazione completa, intendiamo sottolineare alcuni aspetti e aneddoti significativi sul salto quantistico.
Con la nascita e lo sviluppo della fisica dei quanti, il concetto di salto quantistico fu introdotto per indicare il passaggio tra diversi stati di eccitazione, o meglio tra diversi stati dell’onda di probabilità, degli elettroni all’interno degli atomi, che avviene contemporaneamente all’emissione di luce. Questi salti di energia possono essere calcolati in modo molto preciso utilizzando l’equazione di Schrödinger e si possono verificare sperimentalmente misurando esattamente la luce emessa da un certo tipo di atomo. Il salto quantistico è un fenomeno del tutto spontaneo nel senso che avviene con una probabilità oggettiva e non è spiegabile con altre cause. Va quindi sottolineato che, contrariamente all’uso che spesso si fa di questa espressione nel linguaggio quotidiano, un salto quantistico non è qualcosa di grandioso, che porta a una nuova qualità o a qualcosa di molto interessante o nuovo, ma anzi è qualcosa di piccolissimo che avviene in modo del tutto spontaneo e non può essere influenzato da alcunché.

Il salto quantistico della fisica diventa il salto quantico della coscienza
A partire dalla seconda metà degli anni ’70 l’espressione salto quantistico cominciò ad essere usata per indicare anche uno shift o spostamento nella consapevolezza. Come suggerisce il Dr. Quantum Fred Alan Wolf nel suo famoso libro Taking the quantum leap, per comprendere il concetto di salto quantistico come salto di consapevolezza può essere utile prendere in considerazione il principio di complementarità della fisica dei quanti. Secondo questo principio, introdotto da Bohr nel 1927, due grandezze fisiche sono complementari se si escludono reciprocamente, nel senso che non è possibile conoscere con precisione entrambe. Questo è, per esempio, il caso della posizione e del momento di una particella o, nell’esperimento della doppia fenditura, della traiettoria e della figura d’interferenza. La complementarità comporta, in sostanza, che ciò che scegli di osservare influenza quello che puoi osservare. Da questo deriva, allora, che la consapevolezza ha la potenzialità di modificare una probabilità più certa in una probabilità meno certa. È, proprio questa considerazione che sta alla base dell’idea del salto quantico inteso come spostamento nella consapevolezza: infatti, in una tale situazione un osservatore può perdere un certo tipo di conoscenza ma guadagnarne un’altra, di tipo diverso. Quando questo accade, l'osservatore ha mutato la propria forma di conoscenza. La conoscenza pertanto rappresenta uno specifico risultato di uno spostamento nella consapevolezza ed è soggetta a dei cambiamenti. Potremmo avere conoscenza di un oggetto e nel tentativo di saperne di più su quello stesso oggetto potremmo perdere parte della nostra conoscenza iniziale.

Le ricerche
Per quanto riguarda l’idea del salto quantistico come salto di consapevolezza si può anche pensare che esista una stretta connessione della mente con un livello profondo, fondamentale che sottende la realtà esperita. Esistono svariate ricerche in questo senso: si pensi per esempio all’Ordine Implicito di Bohm o, più recentemente, al Campo Akashiko di Laszlo, alla Matrix Divina di Braden, al Campo del Punto Zero di Lynn McTaggart, allo spazio fisico atemporale dell’autore di questo breve articolo (insieme a Sorli), e all’Informazione Implicita di Anna Bacchia e dell’Associazione Vocal Sound. Tutte queste ricerche comportano che esiste un campo fondamentale, che connette tutta la creazione, che sta alla base di tutta la realtà e che la determina. È lecito quindi affermare che il salto quantistico di consapevolezza rappresenti, di fatto, un allineamento con questo campo fondamentale. L’informazione che deriva dal campo, dal livello fondamentale della realtà dirige il disegno delle nostre vite mentre noi siamo liberi di scegliere e, mediante un salto quantistico di consapevolezza, esiste per ciascuno di noi la possibilità di essere raggiunti da questa informazione.

Salto-allineamento
A questo proposito, l’Associazione Vocal Sound ha anche introdotto un nuovo termine, ÌNIN, per indicare il processo attraverso cui l’informazione implicita si allinea con l’antenna intuitiva umana. Questo processo, in particolare, può essere riconosciuto come un allineamento con le frequenze del campo vibrazionale in cui siamo immersi, e che costituisce l’origine e la vera natura della realtà. In base all’approccio cognitivo sviluppato dall’Associazione Vocal Sound, l'uomo può riconoscere che è sempre in sintonia con questa natura profonda della realtà, dove esiste un allineamento con diversi livelli di frequenza che esprimono differenti livelli dell'esistenza: da quelli di natura più concreta, a quelli più sottili ed espansi. È importante sottolineare, che le informazioni implicite, che raggiungono la nostra antenna intuitiva in un salto quantistico di consapevolezza, non emergono solo dal campo sensoriale ed esplicito, ma in ogni nostra interrelazione quotidiana creante forme a tutti i livelli: forme parola, forme gesto, forme movimento, forme decisioni… Ogni forma visibile ci parla oltre la forma esplicita: ogni spazio architettonico, ogni volto, ogni sito web, ogni albero, ogni entità dell’universo con cui interagiamo o ci inter-relazioniamo ci parla oltre la sua forma. Ogni forma visibile esplicita e l’ambiente intero che ci circonda possono costituire un luogo unico, un ponte, un segno, un preludio che dischiude la sinfonia, un gate, una porta che ci mette in contatto con la dimensione implicita che emana costantemente informazioni. Attraverso questo processo di connessione con l’informazione implicita la coscienza può essere espansa e l’intero campo del concepire e del comprendere può essere totalmente rinnovato rispetto alle modalità della conoscenza ordinaria. Con l’esperienza ÌNIN, l’antenna umana ricevente è capace di essere orientata e la consapevolezza può espandersi dal conosciuto al conoscibile, dal percepito al percepibile, dall’invisibile che diventa visibile. L’esperienza ÌNIN introdotta dall’Associazione Vocal Sound può quindi essere considerata uno sviluppo rilevante e suggestivo dell’idea del salto quantistico come salto di consapevolezza.

lunedì 14 febbraio 2011

Connettersi significa prendersi cura degli altri

Nel suo libro Tutti Comunicano pochi si Connettono, John Maxwell ci ricorda quanto sia importante, nella comunicazione, prendersi cura degli altri. Egli sostiene che se vogliamo entrare in connessione con gli altri, dobbiamo trascendere noi stessi; dobbiamo, in buona sostanza, spostare la focalizzazione dall'interno all'esterno, da noi agli altri. Per raggiungere questo obiettivo possiamo incontrare degli ostacoli, tali da distogliere l'attenzione sul nostro vero proposito, aiutare gli altri. Nel raggiungimento di questo fine egli include l'immaturità della persona, l'egocentrismo e la mancanza di apprezzamento per gli altri. In riguardo all'egocentrismo egli ricorda che tutti coloro che sono professionalmente a contatto con il pubblico rischiano sempre di sviluppare un insano egocentrismo. Leader, oratori o docenti rischiano di darsi un'importanza eccessiva, condizione questa nociva per instaurare buoni rapporti. In riguardo a ciò, Maxwell cita Calvin Miller in cui, nel suo libro The Empowered Communicator, viene riportata una ipotetica lettera scritta ad un oratore che certo non brilla come comunicatore e che rappresenta una interessante esemplificazione di come questo problema scatena un impatto negativo sugli altri. Di seguito viene ripotata.
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Caro oratore,
il tuo ego si è trasformato in una parete che separa te e me. Tu non ti preoccupi realmente di me, non è vero? Ti preoccupi quasi esclusivamente dell'efficacia di questo discorso (...) della qualità del tuo lavoro. Temi realmente che io non ti applauda, non è vero? Temi che non rida delle tue batture o che non pianga di fronte ai tuoi commoventi aneddoti. Sei talmente preoccupato di come accoglierò il tuo discorso che non hai riflettuto abbastanza su di me. Avrei potuto amarti, ma sei così preso dal tuo amore per te stesso che il mio non è veramente necessario. Se non ti concedo la mia attenzione è perchè qui mi sento inutile.
Quando ti vedo al microfono, vedo Narciso allo specchio (...) La tua cravatta è dritta? I tuoi capelli sono ben pettinati? Il tuo portamento è impeccabile? La tua fraseologia è perfetta?
Si direbbe che tu hai il controllo di tutto, tranne che del pubblico. Vedi perfettamente tutto quanto, tranne noi. Ma ho paura che questa cecità nei nostri confronti ci abbia resi sordi ai tuoi. Adesso dobbiamo andare, ci dispiace. Contattaci più avanti. Torneremo da te (...) quando avrai abbastanza senso della realtà da vederci (...) quando i tuoi sogni saranno andati in frantumi (...) quando il tuo cuore sarà infranto (...) quando la tua arroganza avrà fatto i conti con la disperazione. Allora ci sarà spazio per tutti noi nel tuo mondo. Allora non ti chiederai se applaudiremo la tua brillantezza. Sarai uno di noi.
Allora abbatterai la barriera creata dall'ego e userai quelle stesse pietre per costruire un ponte di relazioni cordiali. Allora ti incontreremo su quel ponte. Allora ti ascolteremo. Tutti gli ascoltatori vengono ascoltati con gioia quando dimostrano comprensione. Il tuo pubblico
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Questa particolare lettera, a dir poco 'scottante', rivela quanto coloro che ascoltano un oratore, sia esso docente o politico, si sentano apprezzati, coinvolti dall'oratore stesso. Quando viene creato valore aggiunto nella comunicazione si dimostra di apprezzare realmente gli altri. Infatti in ogni attività che svolgiamo, per avere successo nella vita, dobbiamo imparare a lavorare con gli altri ed attraverso gli altri. Questo comporta capire il valore degli altri. Ed è anche vero che quando impariamo a spostare la nostra focalizzazione da noi stessi agli altri, ci si spalanca davanti il mondo intero.

Quanto sei Acido?


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Stanchezza cronica, scarsa concentrazione, sonnolenza, irritabilità, dolori muscolari e articolari, ritenzione idrica e cellulite possono nascondere una condizione di acidosi tissutale, causata da scorie acide in eccesso. Tutti i processi metabolici che ci mantengono in vita e che trasformano gli alimenti e l’ossigeno in energia, infatti, producono scorie metaboliche acide.
Quest’ultime vengono eliminate tramite appositi sistemi tampone, in grado di rimuovere piccoli carichi acidi attraverso la respirazione, il fegato, i reni e la pelle.
Questa neutralizzazione ed eliminazione di scorie acide, però, necessita di molti sali minerali che non vengono autonomamente sintetizzati dall’organismo. Quando la quantità di scorie acide supera quella che il nostro organismo è in grado di eliminare insorge l’acidosi tissutale, che consiste nel sovraccarico di sostanze acide che vengono “parcheggiate” in alcuni tessuti, in attesa di essere neutralizzate e smaltite. In questa condizione di emergenza subentrano meccanismi che producono sali basici a scapito, principalmente, del sistema osseo (sali di calcio e fosfato), che portano, nel tempo, alla demineralizzazione ossea.
La condizione di acidosi tissutale è associabile a diversi disturbi dell’apparato gastro-enterico (pirosi, acidità, dispepsia, sonnolenza postprandiale) della cute (seborrea, eczemi, micosi), del sistema nervoso (palpitazioni, ansia, cefalea), dell’apparato osteoarticolare (dolori muscolo-scheletrici, osteoporosi) e del sistema endocrino (disfunzioni tiroidee, alterata tolleranza glucidica, irregolarità mestruali).
Una prima valutazione della condizione di acidosi tissutale può essere facilmente effettuata mediante il monitoraggio del valore del pH urinario. Proprio attraverso le urine, infatti, l’organismo elimina le scorie acide, accumulate nel liquido extracellulare durante la giornata. Il pH urinario, quindi, subisce variazioni nell’arco della giornata in quanto l’ambiente extracellulare trasferisce, a livello renale e urinario, le scorie acide immagazzinate le quali influenzano i valori di pH urinario.
Al mattino le urine sono acide perché con esse vengono eliminate le scorie accumulate nella notte; nel corso della mattina il pH tende a salire sensibilmente, per scendere intorno all’ora di pranzo. Risale nel pomeriggio fino a stabilizzarsi intorno a valori vicini alla neutralità (circa 7); nella tarda serata si riscontra, nuovamente, una fase acida, in concomitanza della ripresa dell’attività catabolica dei tessuti (vedi grafico inizio pagina).
Una singola misurazione giornaliera del pH urinario, effettuata utilizzando le prime urine del mattino, pur non dando un’informazione completa, permette comunque alcune valutazioni, come l’indicazione di un possibile stato di acidosi che necessita di ulteriori approfondimenti. Valori di pH fortemente acidi (inferiori a 5,9) nelle prime urine del mattino (rilevate all’incirca alle ore 7:30) inducono il sospetto di stato acidosico clinico che necessita approfondimenti (verifica della funzionalità renale, analisi del regime dietetico, rilevazione frazionata dell’acidità in più campioni di urine raccolti nell’arco della giornata).
Con l’avanzare dell’età, la perdita di efficacia della funzione renale, unitamente ad uno stile di vita e dietetico poco salutari (stress, eccessivo apporto proteico, scarsa idratazione, sedentarietà, alcool e fumo), portano all’instaurarsi di uno stato di acidosi, sovente subclinico, che nel tempo può avere ripercussioni sulla salute.
In assenza di una patologia conclamata, la causa più frequente di acidosi è rappresentata dalla dieta, ed in particolare da un’alimentazione iperproteica.
Gli alimenti che esplicano un’azione acidificante, quali carne, salumi, farinacei, latte, prodotti lattiero-caseari e pesce, sono quasi sempre i più frequentemente consumati, soprattutto dagli atleti.
Fumo, assunzione di farmaci, alcool, stress o insufficiente apporto di liquidi ed alimenti alcalinizzanti (frutta e verdura), sono i fattori che concorrono a uno stato di acidosi tissutale.
L’intervento terapeutico deve consistere, in prima battuta, in modificazioni dietetiche e supplementazione con integratori di minerali alcalinizzanti (bicarbonati), la cui finalità è proprio quella di ripristinare l’equilibrio acido-base, dal quale dipende la buona funzionalità dell’organismo. Anche l’acqua che beviamo quotidianamente gioca un ruolo fondamentale; essa è quasi sempre acida o, al massimo, neutra. Mediante apposite apparecchiature (ionizzatori-alcalinizzatori d’acqua) è possibile ottenere acqua alcalina in grado di contrastare l’acidosi metabolica.

mercoledì 9 febbraio 2011

Connessione Interpersonale: la nuova arma del leader

Nel suo libro Tutti Comunicano Pochi si Connettono, John C. Maxwell parla della capacità di sapersi connettere con le persone affinchè si possano avere delle buone relazioni. Egli parla di Connessione Interpersonale, definita la capacità di sapersi identificare con le persone ed interagire con loro in maniera da accrescere la propria influenza. Nella sua analisi si può leggere che i migliori leader sono sempre dei grandi "connettori". Al riguardo presenta un'interessante analisi dei Presidenti degli Stati Uniti d'America degli ultimi trent'anni.
Nell'analizzare questo argomento, Maxwell cita uno storico, Robert Dallek, professiore di storia presso l'Università di Boston e profondo conoscitore dei Presidenti americani. Questo storico dice che i migliori Presidenti esibiscono cinque caratteristiche che li mettono in condizioni di realizzare imprese precluse agli altri: visione, pragmatismo, capacità di creare consenso, carisma ed affidabilità. Un altro ricercatore, John Baldoni, consulente della comunicazione e della leadership afferma che quattro di questi fattori, appena citati, dipendono sostanzialmente dalla capacità di comunicare a vari livelli; come tutti i leader, anche i Presidenti devono essere in grado di spiegare chiaramente dove vogliono andare (visione), persuadere gli altri a seguirli (consenso), connettersi a livello personale (carisma) e dimostrare credibilità, ossia fare effettivamente ciò che dicono di voler fare (fiducia), persino il pragmatismo dipende dalla comunicazione; quindi l'efficacia della leadership, per i presidenti come per chiunque altro occupi una posizione di responsabilità, dipende in larga misura da buone capacità di comunicazione.
Nella sua analisi, Maxwell considera le differenze nella capacità di connessione che hanno dimostrato Ronald Reagan e Jimmy Carter quando erano in competizione fra di loro. Nel faccia a faccia conclusivo del 28 ottobre 1980, Carter appariva freddo ed impersonale; a tutte le domande che gli ponevano, rispondeva con date e cifre. Walter Cronkite lo definì "privo di senso dell'umorismo". Per Dan Rather era stoico (chi sa affrontare fermamente e accettare con rassegnazione il dolore o le sventure, ndr) e distaccato. E quando chiese agli elettori di riconfermarlo alla presidenza, Carter sembrava oscillare in continuazione tra il desiderio di impressionare i telespettatori con dei dati oggettivi ed il tentativo di conquistarne la simpatia umana; ad un certo punto ha detto: "Solo io dovevo stabilire qual era l'interesse del mio paese ed il suo grado di coinvolgimento", ed ha aggiunto; "E' un lavoro solitario", in pratica, non si è mai focalizzato sugli ascoltatori e le loro preoccupazioni. Reagan, per contro, era connesso con il suo pubblico e persino con il suo avversario, Carter. Prima del faccia a faccia, si è avvicinato al suo avversario e gli ha stretto la mano, un gesto che è sembrato cogliere questo di sorpresa. Durante il dibattito, quando parlava Carter, Reagan ascoltava e sorrideva; quando toccava a lui parlare, i suoi appelli erano indirizzati spesso agli ascoltatori: non cercava di "vendersi" come un esperto, anche se citava delle cifre e contestava alcune affermazioni del suo oppositore, ma stava cercando di connettersi. Molti americani ricordano ancora le sue considerazioni conclusive, quando ha chiesto ai telespettatori: "Oggi state meglio di quattro anni fa?" Reagan ha poi detto agli americani: "Avete reso grande questo paese". Si concentrava sulla gente.
Un contrasto analogo, dice Maxwell, lo si può trovare fra Bill Clinton ed il suo successore, George W. Bush. Quand'era Presidente, Clinton ha portato veramente la comunicazione ad un alto livello. Ha eguagliato la capacità di Reagan di creare una connessione individuale attraverso le telecamere. Quando ha detto: "Percepisco il vostro dolore", quasi tutti gli americani si sono sentiti in sintonia con lui. Oltre a possedere le stesse capacità di connessione di Reagan, Clinton vi aggiungeva anche la padronanza delle interviste televisive e dei Talk Show, che si è rivelata decisiva ai fini della campagna elettorale. Non si lasciava mai sfuggire l'opportunità di creare una connessione. Finora, nessun politico l'ha superato nella capacità di entrare in sintonia con gli altri.
Bush, per contro, sembrava lasciarsi sfuggire quasi tutte le opportunità di connettersi con la gente. L'unico vero momento di connessione si è verificato immediatamente dopo l'11 settembre 2001, quando ha tenuto un discorso a Ground Zero. Dopodichè, ha sempre zoppicato penosamente quando cercava di dialogare con gli altri. L'incapacità di connettersi gli ha alienato le simpatie della gente ed ha condizionato in negativo tutto ciò che ha fatto nel suo ruolo di Presidente.

martedì 8 febbraio 2011

Come ridurre i danni della Tachipirina

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Pochi giorni fa, su questo sito all'indirizzo:
è uscita la notizia che svela un altro effetto indesiderato del paracetamolo (principio attivo della famosa Tachipirina o dell’Efferalgan):
“Farmaci con paracetamolo: rischio asma e allergie per i bambini.
La scoperta principale - ha spiegato Julian Crane, lo scienziato che ha coordinato lo studio - è che i bambini che hanno utilizzato il paracetamolo prima di aver compiuto 15 mesi (il 90 per cento) hanno il triplo di probabilita' in piu' di diventare sensibili agli allergeni e il doppio di probabilita' in piu' di sviluppare i sintomi come l'asma a sei anni rispetto ai bambini che non hanno utilizzato il paracetamolo”.


COMMENTO DEL DR. ROBERTO GAVA:
In realtà, la notizia è tutt’altro che nuova e non solo per il recentissimo studio del The New Zealand Asthma and Allergy Cohort Study Group pubblicato da Wickens e Colleghi lo scorso settembre 2010 nella rivista Clinical & Experimental Allergy e neppure per lo studio del prof. Beasley e Colleghi del Medical Research Institute (sempre Nuova Zelanda) pubblicato nel settembre 2008 dalla prestigiosa rivista The Lancet.
Infatti, gli effetti tossici del paracetamolo (che comunque non è un antinfiammatorio, ma solo un antipiretico-analgesico) sono ampiamente noti da decenni.

In un libro di farmacologia (“L’Annuario dei Farmaci”) che ho pubblicato quasi 20 anni fa con la Casa Editrice Piccin Nuova Libraria (un libro di più di 2000 pagine che raccoglie gli effetti farmacologici di tutti i principi attivi in commercio nel nostro Paese), scrivevo:
“Alle dosi terapeutiche, i più comuni effetti del paracetamolo sono: alterazioni ematologiche, vertigini, sonnolenza, difficoltà di accomodazione, secchezza orale, nausea, vomito, … fenomeni allergici (glossite, orticaria, prurito, arrossamento cutaneo, porpora trombocitopenica, broncospasmo) … Il paracetamolo possiede anche un’elevata tossicità acuta dose-dipendente. I danni sono principalmente epatici … con ittero ed emorragie, ma si può avere anche la progressione verso l’encefalopatia, il coma e la morte. … Ci possono essere pure insufficienza renale con necrosi tubulare acuta, aritmie cardiache, agranulocitosi, anemia emolitica, pancitopenia, …”.
Quello che è più importante, però, è un altro punto. Poco più avanti, in quello stesso libro ho infatti scritto:
“L’effetto epatotossico è esplicato da un metabolita del paracetamolo (l’N-acetil-p-benzochinone) che viene neutralizzato da un sistema epatico glutatione-dipendente. Dopo che le scorte intraepatotocitarie di glutatione si sono esaurite, il metabolita si lega con le proteine del citosol epatocitario (circa 10 ore dopo l’assunzione del farmaco) e svolge la sua azione epatotossica”.
La terapia consta della somministrazione (entro le 10 ore) di acetilcisteina endovena, metionina per bocca o, meglio, glutatione per via parenterale (im o ev).

Ebbene, la letteratura che riporta questi dati è addirittura del 1967 (cfr Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics 156: 285; 1967).
Sono passati 43 anni da allora e il paracetamolo continua non solo ad essere sintetizzato e diffuso in quantità inimmaginabili, ma anche ad essere somministrato a qualsiasi età: è consigliato addirittura nei neonati!


Qual è il problema?
Il problema è che il paracetamolo è un potente farmaco ossidante e consuma le scorte del nostro più importante antiossidante: IL GLUTATIONE! E per di più, quando il glutatione scarseggia, il paracetamolo svolge la sua potente azione epatossica … ma non solo questa.
Ebbene, pensate che:
- Il paracetamolo viene consigliato anche ai bambini piccoli e ai neonati, pur sapendo che i bambini (e i neonati in particolare) sono poveri di sostanze antiossidanti (come il glutatione).
- Sappiamo che la cisteina (aminoacido essenziale per permettere la produzione di glutatione da parte del fegato e del cervello) viene sintetizzata per azione dell’enzima metionina-sintetasi e sappiamo che il mercurio contenuto nei vaccini blocca l’attivazione di questo enzima con la conseguenza che è più facile che si alteri lo sviluppo cerebrale e si incrementi l’incidenza di autismo e del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), due patologie che oggi stanno diventando molto comuni.
- È dimostrato che i bambini autistici hanno il 20% di livelli più bassi di cisteina e il 54% di livelli più bassi di glutatione e questo compromette la loro capacità di detossificarsi e di espellere i metalli come il mercurio (sia alimentare che quello somministrato con i vaccini pediatrici). Questi bambini non dovrebbero mai assumere il paracetamolo, almeno nei primi anni di vita … ma chi sa individuare questi bambini senza eseguire esami adeguati?
- Sappiamo che il mercurio vaccinale non viene facilmente escreto dai bambini sotto i sei mesi di vita (perché viene escreto per via biliare e il fegato del neonato è ancora immaturo).
- È dimostrato che il mercurio entra molto facilmente (e si accumula) nei tessuti cerebrali del bambino, dato che la barriera ematoencefalica è più recettiva. Inoltre, i composti mercuriali alterano, e a dosi elevate bloccano, la mitosi cellulare (danno molto grave specie per il cervello e in età pediatrica, quando il cervello dovrebbe avere un grande sviluppo).
- Se uno si aggiorna, sa che studi scientifici pubblicati nel 2008 e nel 2009 hanno dimostrato che l’assunzione di paracetamolo aumenta la probabilità dei bambini piccoli di ammalarsi di autismo.

Eppure, il paracetamolo viene consigliato tutt’oggi dai Servizi di Igiene Pubblica subito dopo ogni vaccinazione dei neonati, addirittura prima che possano sviluppare la febbre o qualche malessere … Forse si vogliono tranquillizzare le madri che così si accorgono meno dei danni da vaccini, perché questo farmaco blocca molte reazioni iniziali? Ma agendo in questo modo si impoverisce l’organismo di glutatione e si facilitano ancor di più i danni da vaccini nei soggetti che, a nostra insaputa, ne sono particolarmente predisposti!


Cosa si deve allora fare?
1) IL PRIMO CONSIGLIO è quello di non somministrare paracetamolo (almeno abitualmente o come prima scelta) a bambini piccoli, specie se nati immaturi, se hanno assunto farmaci in modo prolungato e se sono stati vaccinati da meno di un mese (ho seguito personalmente il caso di un bambino di pochi mesi, morto nel sonno 26 giorni dopo la vaccinazione, che aveva assunto Tachipirina per una febbre improvvisa solo 3 ore prima del decesso).
2) IL SECONDO CONSIGLIO è di non vaccinare bambini sotto i 2 anni di età e in ogni caso di non accettare più di uno (massimo due) vaccini per volta.
3) IL TERZO CONSIGLIO è che, se proprio si vogliono fare le vaccinazioni pediatriche del primo anno di vita (perché non si è stati capaci di gestire la paura che la propaganda pro-vaccini inculca tanto magistralmente quanto falsamente), si eseguano al bambino, prima della vaccinazione, degli esami ematochimici per capire quant’è la sua capacità antiossidante, quanto è maturo il suo sistema immunitario e quanto funziona la capacità disintossicante del suo fegato.
4) IL QUARTO CONSIGLIO è di cercare un Medico aperto a queste “nuove” conoscenze, dotato di molta Sapienza e Buon Senso, meglio ancora se pratico di Medicina Naturale e di Omeopatia in particolare, che sappia aiutare i genitori ad aumentare le difese aspecifiche di loro figlio e che sappia eventualmente gestire le patologie dei primi anni di vita prima di tutto con trattamenti naturali, tra i quali l’Omeopatia è sicuramente la regina, e poi, se proprio serve, con dosi ben ponderate e personalizzate di farmaci chimici.
5) COME QUINTO CONSIGLIO raccomando ai genitori di approfondire le loro conoscenze di Igiene di Vita e in particolare di Igiene Alimentare: non potete immaginare quante patologie e quanti problemi infantili e adolescenziali si risolverebbero se i nostri bambini mangiassero e vivessero meglio!


Conclusione
Se l’Industria Farmaceutica guadagna sempre di più è anche a causa della nostra ignoranza. Le conoscenze le abbiamo, ma non possiamo più attendere che siano lo Stato o la Medicina Ufficiale a comunicarcele: oggi ognuno deve darsi da fare e cercare di proteggere la salute propria e quella dei suoi cari.
Spesso, nelle relazioni che tengo a qualche convegno sono solito proiettare alla fine questa frase:
“La salute è un prezioso patrimonio, nostro e dei nostri figli: non possiamo metterla nelle mani dell’Industria Farmaceutica o degli attuali Enti Governativi … molto probabilmente, chi lo farà la perderà!”.


Dr. Roberto Gava



P.S.: A proposito di Igiene Alimentare, mi permetto di raccomandare la lettura di due miei libri su questo essenziale argomento:
- Gava R. L’Uomo, la Malattia e il suo Trattamento - Vol. III - Terapie ad azione sul corpo: Igiene di Vita Parte B: Nozioni generali di dietetica, Elementi nutritivi, Lavorazione degli alimenti, Tossicologia alimentare.
- Gava R. L’Uomo, la Malattia e il suo Trattamento - Vol. IV - Terapie ad azione sul corpo: Igiene di Vita Parte C: Caratteristiche nutrizionali degli alimenti, Consigli pratici.

Ricordo che senza il piccolo sacrificio di leggere ogni tanto anche qualcosa di “corposo”, non si acquisiscono informazioni importanti, ma solo notizie che sembrano utili ma che col tempo si sveleranno solo infruttuose sciocchezze.


Il Dr. Gava è autore di numerosi libri tra cui:
- "Vaccinare contro il tetano?"
- "Vaccinare contro il papillomavirus?"
- "Le vaccinazioni pediatriche"
- "La sindrome influenzale in bambini e adulti"
- "Alimentarsi meglio per vivere meglio"



mercoledì 2 febbraio 2011

Cancro e terapia Gerson: questione di pH



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Cancro e terapia Gerson: questione di pH

di Howard Straus
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La terapia Gerson per la prevenzione e la cura di tumori insiste sull'importanza di un ambiente alcanino e di sangue ben ossigenato per il ritorno della salute...
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Il seguente articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 35 (gennaio/marzo 2011).
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La Terapia Gerson è una terapia nutrizionale olistica e disintossicante per patologie croniche e degenerative che può vantare ottant’anni di successi su malattie diverse come l’emicrania, il melanoma avanzato, la fibromialgia, la tubercolosi, il diabete e l’artrite reumatoide. Il dottor Max Gerson la sviluppò agli inizi del ventesimo secolo per cercare di alleviare le sue atroci e debilitanti emicranie, ma poi scoprì prima che essa invertiva la tubercolosi della pelle, quindi che curava altri tipi di tubercolosi, il diabete, l’artrite reumatoide e infine tumori di vario genere. Egli non affrontò questo problema da un punto di vista teorico; piuttosto, la sua terapia si è evoluta empiricamente in base alle esperienze e agli esperimenti clinici. La teoria è stata plasmata da successi e fallimenti: quello che funzionava è stato mantenuto, quello che non funzionava è stato analizzato, spiegato e scartato.
La Terapia Gerson si basa sulle conclusioni del dottor Gerson secondo cui la malattia cronica è causata soprattutto da due fattori: carenze nutritive e tossiemia. Quando si pone rimedio a queste due cause fondamentali, il potente sistema immunitario del corpo è in grado di riparare praticamente qualsiasi patologia, spesso a un’incredibile velocità. Non occorre “stimolare” il sistema immunitario, come molte immunoterapie oggi cercano di fare: il sistema immunitario è concepito e ottimizzato per riparare da solo qualsiasi disfunzione. Le patologie non si manifestano perché il sistema immunitario “ignora” una minaccia, ma perché è sprovvisto del necessario per combatterle, così come un esercito magistralmente addestrato non può fare granché contro un aggressore se è sprovvisto delle armi, le munizioni, il cibo, le fortificazioni e gli indumenti adatti. Una volta fornito al sistema immunitario il supporto adeguato, esso si risveglia e agisce con velocità e potenza incredibili.

Sviluppi recenti della ricerca sul cancro
Nel 2010, il medico Nicholas Gonzalez e la sua partner Linda Isaacs hanno pubblicato The Trophoblast and the Origins of Cancer (Gonzalez N., Isaacs L., New Spring Press, New York City, 2010). Leggendo questo libro, sono sorte in noi molte domande che hanno portato a una vivace e illuminante discussione con il dottor Gonzalez.
È chiaro che – poiché la Terapia Gerson ha riportato eccellenti risultati nella cura delle malattie croniche e degenerative durante gli ultimi ottanta anni – le spiegazioni offerte dai suoi praticanti sulle cause del cancro e di altre patologie devono avere un fondamento nella realtà. A differenza dei dati altamente manipolati dei produttori della chemioterapia, la Terapia Gerson ha sempre ottenuto guarigioni a lungo termine da tumori “terminali”, misurandole in decenni e non in settimane o mesi. Comunque, ci sono sempre margini di miglioramento. Era chiaro che Trophoblast conteneva in seme una comprensione più sviluppata sulle origini del cancro e della malattia cronica in generale, basata in parte sull’eccellente opera di John Beard, uno scienziato e ricercatore britannico della fine del XIX secolo.

Sistemi immunitari attivi e passivi
Il nostro corpo possiede numerose difese contro gli attacchi di agenti patogeni di tutti i tipi. Alcune di queste difese sono attive, altre passive. La differenza è simile alla difesa opposta da un alto muro di pietre o dal fossato di un castello. Né l’uno né l’altro sono una garanzia assoluta in caso di attacco, ma l’efficienza dei difensori è molto potenziata da valide fortificazioni difensive. Nel caso del nostro sistema immunitario, i sistemi immunitari attivi consistono di minuscoli guerrieri, i globuli bianchi, in grado di cercare e distruggere le minacce al corpo. Come per un esercito, i sistemi attivi vanno costantemente mantenuti da un treno logistico, che in genere è molto costoso. Un sistema passivo, invece, come un muro di pietre alto e spesso, una volta costruito, richiede cure e manutenzione minime, e serve a scoraggiare qualsiasi potenziale aggressore, allo stesso tempo offrendo alla forza attiva un’efficace base d’appoggio in qualsiasi conflitto.
In questa sede ci focalizzeremo sui sistemi passivi, che sono patrimonio del nostro codice genetico. La natura favorisce sempre l’efficienza, in qualsiasi sistema. Il sistema immunitario non fa eccezione. La natura ci ha fornito di sistemi immunitari passivi altamente efficienti, integrati da sistemi immunitari attivi.
Uno dei fattori più importanti del nostro sistema difensivo passivo è il mantenimento di un adeguato livello di alcalinità. Più avanti parleremo delle conseguenze di uno squilibro di tale fattore, perché molti altri sistemi dipendono interamente dal pH dell’ambiente corporeo.
La sopravvivenza di tutte le cellule del corpo dipende da un regolare e copioso apporto di ossigeno. Tale apporto è indispensabile per ogni cellula di tutte le strutture corporee. Dimostreremo che un apporto di ossigeno adeguato e correttamente distribuito dipende da un pH sanguigno giusto e leggermente alcalino.
Gli enzimi proteolitici (che digeriscono le proteine), prodotti dal pancreas, sono presenti nei fluidi e nelle strutture del corpo e costituiscono un elemento importante del nostro sistema immunitario, perché regolano la crescita e lo sviluppo delle cellule di ricambio di tutte le nostre strutture fisiologiche. L’apporto adeguato e la distribuzione generale di questi enzimi sono fondamentali per consentire la riparazione e sostituzione delle nostre cellule, oltre che l’eliminazione delle cellule che hanno raggiunto la fine della loro esistenza utile o che sono morte a causa di ferite, malattia o agenti patogeni. Gli enzimi proteolitici, per funzionare, richiedono un ambiente alcalino (pH > 7.0) e vengono neutralizzati o disattivati da un ambiente acido (pH <>
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