lunedì 26 aprile 2010

Le Mappe Mentali: cosa sono

La Mappa Mentale può essere definita come ‘la rappresentazione grafica di ciò che noi pensiamo’. Questa dichiarazione è ovviamente molto semplicistica e sicuramente non risponde alla domanda posta all’inizio di questo capitolo. Per poter far questo è necessario focalizzarci proprio sul termine ‘rappresentazione’. Infatti la mappa mentale è innanzi tutto un sistema rappresentazionale del nostro pensiero. Attraverso una rappresentazione grafica abbiamo la possibilità di utilizzare l’emisfero destro e l’emisfero sinistro. Attraverso l’unione di questi due elementi, uniremo il prodotto dell’emisfero sinistro, deputato all’analisi logica di un pensiero, ed il prodotto dell’emisfero destro, deputato alla componente creativa.
Approfondiamo ora il concetto di ‘sistema rappresentazionale’. Diciamo innanzi tutto che esso è la prerogativa di ogni essere umano, infatti ognuno di noi ha la capacità di rappresentare dentro di sé ciò che pensa, ciò che crede, ciò che vede, ciò che sente. Come lo fa? Attraverso tre canali d’ingresso attraverso i quali si possono registrare le informazioni che provengono dal di fuori: il visivo, l’auditivo ed il cenestesico. Non dimentichiamo, infatti, che ogni individuo percepisce una sua realtà sulla base delle proprie credenze, dei propri valori, delle proprie esperienze vissute fino al momento in cui riceve un’informazione. Ciò dimostra che ogni essere umano, nel momento in cui lo osserviamo, interpreta la realtà in un determinato modo; questa è sua, sicuramente differente da ogni altro essere umano presente, in quel momento, sulla faccia della terra. Il più delle volte l’incapacità di essere capiti o capire, l’impossibilità di accettare o essere accettati, nasce proprio da questa condizione: differenti modi di interpretare e quindi vivere la realtà. Tutto ciò fa capire che la realtà è soggettiva ed ognuno di noi la crea in funzione del proprio pensiero.
Le Mappe Mentali sono uno strumento estremamente creativo, infatti attraverso l’immaginazione si ha una gestione delle informazioni senza passare per l’elaborazione di traduzione delle idee in vocaboli mediante il riepilogo, la costruzione linguistica e le norme grammaticali della lingua. Le Mappe Mentali hanno come fattore principale la regola del pensiero associativo, che è poi il sistema con cui la mente umana processa le informazioni. In buona sostanza il cervello riceve un’informazione, questa viene associata ad un’altra già presente nella memoria, generando così la rappresentazione di una realtà, nata a sua volta dalle componenti del sistema rappresentazionale. Il pensiero associativo quindi è l’insieme di connessioni neuronali attraverso sinapsi per la registrazione di immagini, emozioni, pensieri, percezioni. Con la Mappa Mentale noi dialoghiamo nella stessa lingua del cervello, attingendo informazioni o fornendo dati immediatamente pronti per essere immagazzinati; in questo modo si eliminano tutte le fasi di decodificazione ed interpretazione delle informazioni.
Dopo aver analizzato il sistema rappresentazionale e il meccanismo del pensiero associativo, soffermiamoci sul concetto del pensiero radiante. Per comprendere questo concetto esaminiamo la funzionalità del computer. Il microprocessore di un elaboratore elettronico lavora in una sola maniera: in modo lineare e sequenziale; questi è in grado di leggere, elaborare e scrivere informazioni in una memoria o verso altri dispositivi digitali. Il cervello umano lavoro in modo radiante, quasi esplosivo. I pensieri non seguono mai una direzione lineare, tanto meno logica; essendo radianti sono il prodotto di circa un milione di successioni chimiche che hanno luogo ogni secondo a livello neuronale. I pensieri, in pratica, seguono più direzioni simultaneamente, rimbalzando da un neurone all’altro per poi ritornare al flusso di partenza. Questo concetto è indispensabile per dare vita al pensiero associativo, indispensabile per la rappresentazione della nostra realtà.

mercoledì 21 aprile 2010

E.F.T. - Emotional Freedom Techniques

domenica 18 aprile 2010

Neuroni Specchio

Il giorno 8 aprile 2010 l’ANSA dava questa comunicazione:


Provata esistenza neuroni specchio - Consentono di essere coinvolti dalle emozioni viste negli altri


“E' stata dimostrata l'esistenza nell'uomo dei neuroni specchio, che consentono di 'specchiarci' negli altri provando la stessa gioia o dolore. La loro presenza era stata scoperta nelle scimmie ma, grazie al team dell'italiano Marco Iacoboni, dell'Universita' di Los Angeles, arriva la prova definitiva che esistono anche negli umani. Lo studio, pubblicato su Current Biology, ha registrato l'attivita' di queste cellule nel cervello di pazienti cui per altri motivi erano stati impiantati elettrodi.”


Il neurone specchio è un neurone caratteristico che si attiva sia quando si porta a termine un'azione e sia quando la si guarda attentamente mentre è compiuta da altre persone.
C’è da dire che la sua scoperta è del tutto casuale, come tra l’altro succede spesso nel mondo scientifico. Il tutto risale agi anni '80 e '90 quando il dr. Giacomo Rizzolatti stava lavorando con i suoi colleghi, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese all'Università di Parma. Questi ricercatori avevano posto degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare dei neuroni deputati al controllo dei movimenti dell’arto superiore, movimenti come il raccogliere degli oggetti o il maneggiarli. Durante questi esperimenti era registrato il modo di agire dei singoli neuroni nel cervello della scimmia, mentre questa accedeva direttamente al cibo, al fine di misurare la risposta dei neuroni a determinati movimenti. Il dr. Rizzolatti vide che, mentre un suo collega prendeva un oggetto destinato alla sperimentazione, alcuni neuroni dell'animale reagivano, semplicemente alla vista dei movimenti dello sperimentatore. L’azione di questi neuroni risultava anomala in quanto si riteneva che quelle cellule nervose si attivassero solo con la funzione motoria. Inizialmente si pensava ad un errore delle apparecchiature o ad un difetto nella misurazione, ma dopo aver ripetuto più volte l’esperimento si delineava la concretezza del fenomeno.
In ultimo, e sulla base di quanto scoperto ora, l'osservazione fatta sulla scimmia e sull'uomo implica anche studi sulla possibile evoluzione dei rispettivi sistemi specchio. Nell'uomo, ad esempio, è presente un complesso sistema di espressione delle emozioni che in tutte le altre specie è assente, per cui la ricerca si estende anche al campo della conoscenza dei meccanismi sociali e comportamentali.

venerdì 16 aprile 2010

Abituarsi al successo


Quando iniziamo un nuovo lavoro, quando ci avviamo verso una nuova esperienza, è normale avere una scarsa fiducia nella sua realizzazione. Principalmente perché non abbiamo ancora imparato dall’evento intrapreso, abbiamo ancora poca fiducia nelle nostre capacità di realizzazione, quindi non possiamo fare dei confronti sull’evolversi dell’esperienza. Pensiamo un attimo a quando abbiamo imparato, da bambini, ad andare in bicicletta: quante volte siamo caduti? Quante lotte per rimanere in equilibrio e metro dopo metro abbiamo ‘imparato’ a pedalare senza cadere, migliorando giorno dopo giorno la nostra tecnica, fino a quando ci siamo ritrovati a pedalare fischiettando senza mani. Questo fatto ci vuole ricordare una tecnica per aumentare la fiducia in noi stessi; la tecnica è quella di abituarsi a ricordare i successi passati e a dimenticare i fallimenti. La verità è che un successo, anche piccolo, può portare ad un altro successo solitamente più grande. Abbiamo mai visto dei pugili salire ai vertici del loro successo dopo pochi incontri anche se molto dotati fisicamente? Difficilmente, infatti questo lo sanno bene i loro manager i quali organizzano incontri sempre più impegnativi, gradualmente, affinché l’atleta aumenti non solo la preparazione fisica e la tecnica ma anche la propria fiducia nel proprio successo. Ognuno di noi, anche senza essere un grande atleta, può sperimentare la stessa tecnica, cominciando gradualmente e sperimentando il successo su piccola scala.
La capacità ed il successo migliorano sempre con la pratica, non con la ripetizione la quale in sé stessa non ha valore, questo avviene nella maggior parte degli sport come il golf, la pallacanestro ed altro. Se la ripetizione avesse un valore educativo, allora andremmo ad imparare più errori che successi in quanto in molti sport sono maggiori gli errori che i traguardi come ad esempio il tiro con l’arco: quante volte l’atleta manca il centro prima di riuscirci? Svariate volte in rapporto al punteggio desiderato, cioè fare centro. Diventa allora utile la pratica, ma con una regola: non importa quante volte abbiamo fallito in passato, l’importante è continuare a tentare di raggiungere il successo, ed è questo che si deve ricordare con forte intensità, in pratica bisogna mirare, come l’arciere, al centro, al successo.
Cosa fa la maggioranza di noi esseri umani? Distruggiamo letteralmente la fiducia in noi stessi ricordando continuamente i fallimenti del passato, dimenticando invece anche solo le piccole vittorie; questo comportamento a dir poco perverso ci condanna, demolendoci. Quando impariamo dai piccoli successi permettiamo il raggiungimento dei nostri obiettivi aumentando la fiducia in noi stessi.
Un buon metodo per aumentare la fiducia nel raggiungimento di un obiettivo è quello di usare gli errori e gli sbagli come uno strumento per imparare, ma senza esagerare; dopo è bene non pensarci più e riportare subito alla memoria immagini in cui abbiamo raggiunto dei successi, anche perché tutti noi abbiamo avuto successo qualche volta in qualche cosa! Un buon consiglio è quello di richiamare alla mente la sensazione che abbiamo provato in un precedente successo, per quanto piccolo possa essere, e riviverlo pensando ad un nuovo compito o obiettivo che dobbiamo raggiungere. Il dr. Winifred Overholser, sovrintendente del St. Elisabet’s Hospital di Washington nel Dipartimento di Psicologia afferma che ricordare i momenti in cui abbiamo manifestato coraggio è un ottimo modo per riacquistare fiducia in noi stessi; se iniziassimo a rivivere i momenti di successo, afferma, ci stupiremmo nel vedere che ne abbiamo totalizzato più di quanto si pensasse.

I Metaprogrammi: Adeguanti/Disadeguanti (IV° parte)


Nei precedenti articoli abbiamo preso in considerazione i Sistemi Referenziali ed il processo di Allontanamento/Accostamento. Vediamo ora un altro ‘modello di comportamento’ che tutti noi utilizziamo nella nostra comunicazione e nel nostro modo di stabilire rapporti con altri. Si tratta della modalità Adeguante/Disadeguante; vediamo nello specifico questa modalità attraverso un esempio di comportamento. Due persone le quali manifestino rispettivamente una modalità adeguante ed una disadeguante osservano due automobili: stessa casa produttrice, stesso modello, stesso colore, l’unica differenza è che una è il modello base, l’altra è completa di optional. Anche se le auto sono visivamente uguali perché l’aspetto della carrozzeria è identica come anche la potenza del motore, saranno gli optional a fare la differenza come sedili in pelle contro sedili in stoffa, volante più sportivo in metallo contro volante in plastica, cruscotto sportivo contro cruscotto semplice, e via dicendo. A questo punto i nostri due osservatori potrebbero essere non in accordo sul confronto delle due auto. Il soggetto con modalità adeguante vede il mondo identificando prevalentemente le affinità, tende a vedere le somiglianze, in altre parole osservando le cose vede ciò che queste hanno in comune. L’altro osservatore è prevalentemente un disadeguante; tende primariamente a vedere sempre le differenze. Per stabilire se una persona è un ‘adeguante’ o un ‘disadeguante’ può essere sufficiente chiedergli quali sono a suo giudizio i rapporti tra una qualunque serie di oggetti o situazioni, basterà allora notare se la sua attenzione si focalizza sulle affinità o sulle differenze.
Possono due soggetti con queste modalità stabilire dei buoni rapporti professionali, o affettivi? Senz’altro. Non necessariamente un rapporto funzionante deriva dall’essere entrambi adeguanti o disadeguanti. Sarà allora la capacità di avvalersi entrambi delle caratteristiche dell’altro a far funzionare un rapporto. C’è da dire, comunque, che molte volte i disadeguanti tendono ad individuare differenze che potrebbero esasperare un soggetto adeguante, come del resto la situazione potrebbe capovolgersi; un disadeguante con mancanza di equilibrio potrebbe divenire il classico personaggio super critico il quale ha sempre da contestare tutto, al quale non va mai bene nulla, come d’altro canto un adeguante eccessivo potrebbe essere identificato come una persona senza carattere, senza fermezza, al quale va sempre bene tutto e difficilmente prende una posizione contrastando, se necessario, l’idea altrui.
In ultimo ricordiamo che quando sorgono divergenze fra questi due personaggi, essi si devono rendere conto che non esiste né il cattivo né quello in errore, ma solo vedute differenti. Per instaurare buoni rapporti non è necessariamente indispensabile essere sempre d’accordo o essere uguali: è necessario tenere presente che esistono modi differenti di percepire le cose ed imparare a rispettarsi ed apprezzarsi a vicenda.

mercoledì 14 aprile 2010

I Metaprogrammi: i Sistemi Referenziali (III° parte)


Tutti i Metaprogrammi sono legati ad un circostanza ed una profonda abitudine. Se da molti anni svolgiamo un’attività ci considereremo degli esperti. Ciò avviene perché abbiamo acquisito nel tempo abilità ma soprattutto la convinzione che il nostro operato è corretto, è utile, porta dei benefici. Se invece da pochissimo tempo abbiamo intrapreso un’attività completamente nuova, avremo necessariamente bisogno del sostegno degli altri, o per lo meno avere giudizi rafforzanti, consigli sul come muoverci in un campo assolutamente nuovo. Questi sono due esempi abbastanza chiari in relazione al Sistema Referenziale Interno e Sistema Referenziale Esterno. Quello interno presuppone la certezza che ciò che stiamo facendo sia corretta sulla base delle nostre convinzioni, in pratica il convincimento viene dal di dentro. Quante volte ci è capitato di portare avanti una determinata linea di pensiero o quant’altro unicamente sulla base di una nostra profonda convinzione; in questo caso non avevamo assolutamente bisogno della riprova di altre persone le quali ci approvassero o confermassero la validità del nostro progetto. Il Sistema Referenziale Esterno presuppone che altri ci confermino o approvino ciò che facciamo. Questo potrebbe essere normale ed anche giusto quando, come si diceva prima, intraprendiamo una strada per noi nuova.
Questi principi possono essere applicati a più contesti. Come dovrà comportarsi un buon insegnate o un leader o un comunicatore per migliorare la sua comunicazione? Indubbiamente il giusto equilibrio sarà la formula vincente. Un buon capo deve essere in grado di assumere informazioni dal mondo esterno attraverso la capacità di ascoltare gli altri e quindi sapersene servire nella rapporto, ma nella stessa misura essere profondamente convinto delle proprie scelte una volta decise e messe in campo. Anche un buon insegnante dovrà manifestare la qualità dell’empatia (sapersi mettere nei panni degli altri) ascoltando e capendo le eventuali problematiche degli studenti e allo stesso modo essendo ben preparato, convinto che ciò che dirà sarà utile per gli allievi. È chiaro quindi che il giusto equilibrio, come già detto, porterà a manifestare le migliori qualità per una buona comunicazione, evitando in questi casi di trasformare una leadership in megalomania.

sabato 10 aprile 2010

I Metaprogrammi: Accostamento/Allontanamento (II° parte)


Quante volte ci è successo di parlare con una persona appena conosciuta e constatare che il suo modo di vivere la vita è un continuo sovraccarico di stimoli, è una continua ricerca di emozioni, un continuo atteggiamento curioso nei confronti della vita; altre volte invece conosciamo persone esattamente l’opposto, sempre molto caute nelle loro scelte, che tendono ad allontanarsi da tutto ciò che potrebbe implicare un rischio, che non vogliono esporsi troppo, quasi nascondendosi dietro a vere o presunte giustificazioni. E tu, ti lanceresti da un aereo (con paracadute, s'intende!)?
Questo esempio, abbastanza comune a tutti, introduce il primo Metaprogramma o ‘modulo di comportamento’ utilizzato dalla maggioranza di noi esseri umani, chiamato Accostamento/Allontanamento. Tutti i comportamenti umani rispecchiano due impulsi ben precisi: assicurarsi il piacere o allontanarsi dal dolore. È implicito, ad esempio, avvicinarci a ciò che riteniamo piacevole come può essere una tazza di cioccolata o un piatto culinario ben preparato, di contro ci allontaniamo da ciò che procura dolore come mettere la mano su di una stufa incandescente. Se ciò è abbastanza normale (ammesso che vi piaccia il cioccolato!), la stessa reazione è valida per azioni meno facilmente definibili: c’è chi sale le scale perché prova piacere nell’esercizio fisico, mentre c’è chi le sale perché ha la fobia dell’ascensore. In un caso vi è il richiamo del piacere dell’esercizio fisico, nell’altro c’è l’allontanamento da una fobia. Questi esempi ci fanno capire che tutti noi andiamo verso certe scelte, mentre da altre ce ne allontaniamo, inoltre è fondamentale riconoscere che nessuno risponde allo stesso modo ad uno specifico stimolo. Troveremo allora persone che più c’è sfida, più c’è competitività, allora si troveranno a loro agio, soggetti quindi molto energici, sempre pronti ad affrontare una nuova sfida; di contro troveremo persone che si allontanano da tutto ciò che è rischioso, addirittura ciò che è nuovo o che esce dalla propria routine.
Questi esempi, forse un po’ semplicistici e per alcuni versi anche simpatici, ci dicono molto in relazione alla comunicazione. Pensiamo ad un direttore aziendale o altra figura come un responsabile vendite i quali debbano motivare un loro dipendente. Questo lavoratore è più motivato dall’allontanamento o dalle sfide? Una frase come: “accetta la sfida di entrare fra i primi dieci venditori della nostra azienda!” sarà sicuramente un ottimo stimolo per una persona che accetta le competizioni, ma un messaggio che piomba come un macigno per una persona abituata alla regolarità.
Nella comunicazione considerare questo Metaprogramma può fare la differenza quando vogliamo motivare qualcuno, quando vogliamo far uscire il meglio dallo stesso. Nella stessa misura nella vendita la componente Accostamento/Allontanamento potrebbe diventare determinante per la chiusura di un contratto. Molto semplicemente se si vuole vendere un prodotto o servizio si può persuadere il cliente focalizzando il prodotto su due piani: ciò che esso fa e ciò che non fa. Se il prodotto è un’automobile, la sicurezza, il fatto che non consumi troppo, la robustezza e quindi la possibilità di non farsi male in caso di incidente saranno caratteristiche da enfatizzare a soggetti che capiamo non sono dei temerari, persone tranquille e che ponderano ogni cosa; la velocità, la linea aggressiva di un’auto saranno elementi utili da accentuare a coloro che forse pur essendo già avanti con gli anni vogliono rimanere giovani o coloro che vedono l’auto come status.

venerdì 9 aprile 2010

I Metaprogrammi: uno strumento per comunicare meglio (I° parte)


Nell’ambito della Programmazione Neurolinguistica si dà ampio spazio allo studio della comunicazione. Ciò implica la transizione che avviene innanzi tutto con noi stessi e quella che invece si instaura con gli altri. Quando comunichiamo vengono chiamati in causa i ‘canali sensoriali’ i quali andranno a delineare le rappresentazioni interne della nostra mente, quindi ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo a livello cenestesico, gli odori, il gusto, tutti mezzi atti alla percezione del mondo che ci circonda.
Nell’ambito della percezione la nostra mente deve inevitabilmente filtrare le informazioni che raggiungono i canali percettivi. Ciò avviene perché si avrebbe, altrimenti, un vero e proprio sovraccarico di dati. Le attuali ricerche attestano che l’essere umano riesce, con la propria mente conscia, ad analizzare circa 7 informazioni contemporaneamente. Per fare un esempio, di una determinata esperienza si riesce a ricordare solo alcuni aspetti; questo ci spiega perché le persone non reagiscono in maniera uguale ad un determinato stimolo o avvenimento o esperienza. La differenza nella risposta è data dalla cancellazioni, dalle distorsioni e dalle generalizzazioni della mente conscia.
Nella Programmazione Neurolinguistica vengono utilizzati una serie di filtri al fine di effettuare l’operazione di cancellazione, distorsione e generalizzazione. Quello che prederemo in esame, in questa sede, sono i Metaprogrammi.
I Metaprogrammi sono dei programmi interni che stabiliscono il modo in cui una persona, il più delle volte a livello inconscio, prende le proprie decisioni. Oltre a ciò, i Metaprogrammi determinano anche il modo in cui vengono classificate ed organizzate le esperienze che la persona vive. Ai fini pratici diventa utile conoscere i Metaprogrammi del nostro interlocutore, infatti ciò può aiutarci a capire con più chiarezza i suoi stati emotivi e di conseguenza anche prevedere le sue reazioni. Ricordiamo comunque che attraverso questo filtro non possiamo assolutamente giudicare il comportamento di una persona, in pratica non possiamo determinare se il suo comportamento è giusto o sbagliato; quello che constatiamo è semplicemente come una persona analizza le informazioni.
In ultimo potremmo quindi definire i Metaprogrammi come dei ‘moduli di comportamento’ in base ai quali l’essere umano organizza la propria esperienza al fine di manifestare i propri comportamenti. Quando si riesce a capire il modulo di comportamento di una persona abbiamo la possibilità di aumentare le probabilità di far giungere il nostro messaggio, entrando in sintonia con il suo comportamento.
Nei prossimi articoli andremo ad analizzare una serie di Metaprogrammi, attraverso i quali capiremo che in ciascuno di noi esiste una struttura costante, che è poi la modalità di capire le cose e di organizzarle.
Concludiamo con una interessantissima affermazione di George Bernard Shaw che dice: “Con il tono giusto si può dire tutto, con il tono sbagliato nulla; l’unica difficoltà consiste nel trovare il tono giusto”.

mercoledì 7 aprile 2010

Era un buon insegnante?

Vi invito a ritornare indietro nel tempo, questo invito peraltro è rivolto a coloro che da ormai alcuni anni hanno terminato la loro formazione scolastica, sia essa professionale, secondaria o universitaria. Se vi chiedessi di ricordare i vostri insegnanti, probabilmente alcuni di voi non ricorderanno esattamente il loro cognome, ma sicuramente rivivranno ore estenuanti in cui l’insegnante, seppur molto preparato, non è riuscito a farvi amare la materia da lui insegnata. Di contro ricorderete quell’insegnante che probabilmente ha cambiato la vostra vita; attraverso il suo insegnamento è riuscito a farmi amare talmente la sua disciplina da segnare la vostra vita, facendovi scegliere addirittura la vostra attuale professione.
Essere insegnanti è in effetti un’attività molto gratificante, ma nella stessa misura non sempre facile. Cosa distingue allora un buon insegnate da uno scadente? Essenzialmente la sua capacità di comunicare! Purtroppo la maggior parte degli insegnati, o formatori, è molto preparato o comunque conosce la materia di insegnamento alla perfezione, anche perché la insegna da ormai da molti anni, ma purtroppo non conosce affatto i propri allievi, ignorando completamente come questi elaborano le informazioni. In pratica non conoscono i loro sistemi rappresentativi né come operano le loro menti. Molti insegnanti sostengono che dal momento che essi conoscono la materia d’insegnamento, ogni limitatezza in fatto di comunicazione sia da attribuirsi unicamente agli studenti i quali, a dir loro, sono incapaci di apprendere.
Molti insegnanti sanno istintivamente come comunicare con i propri allievi, al punto da lanciare ‘messaggi’ che vengono captati immediatamente dagli studenti. Altri invece devono imparare a comunicare. La PNL (programmazione neuro linguistica) fornisce moltissimi elementi per far funzionare il sistema didattico. Al riguardo esaminiamo da vicino il concetto di Sistema Rappresentazionale che sta alla base di una buona ed efficace comunicazione.
Si deve premettere che ogni individuo ha un suo sistema per rappresentare la propria realtà. Infatti il sistema rappresentazionale è il canale attraverso il quale rappresentiamo dentro di noi le informazioni. I tre principali canali sono: uditivo, visivo e cenestesico. Ogni persona comunque ha il propria sistema rappresentazionale primario, cioè quel sistema che preferisce utilizzare per rappresentare le informazioni dentro di sé. Questo sistema primario contraddistingue la persona al punto da determinarne aspetti caratteriali e capacità di apprendimento. Un esempio per capire questo concetto: alcune persone apprendono meglio leggendo libri anziché seguire una lezione, queste sono primariamente visive e meno uditive; di contro vediamo soggetti che ciò che ascoltano lo memorizzano meglio anziché leggerlo, riescono addirittura ascoltando attentamente una lezione ad apprendere meglio che leggere un manuale, queste sono prevalentemente uditive. Le persone cenestesiche invece interpretano la realtà attraverso le sensazioni e le emozioni: una lezione in cui vi sia sentimento, espressioni ricche di emotività vengono recepite al punto da non essere più dimenticate da un cenestesico.
Chi è allora il buon insegnate? Sulla base di quanto abbiamo detto colui che riesce a trasmettere informazioni in cui siano contenuti messaggi visivi, uditivi e cenestesici. Non dimentichiamo che il significato della comunicazione è la risposta che viene evocata, quindi la responsabilità in fatto di comunicazione è di colui che comunica, non di colui che ascolta.
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