martedì 28 settembre 2010

Bambini e alimentazione

Fonte: Promiseland.it
.
Prendiamo 100 bambini tra i 6 e gli 11 anni. Facciamo salire ognuno di loro sulla bilancia. Risultato: 12,3% sono obesi e 23,6% in sovrappeso.
Come dire che un ragazzino su tre ha un’alimentazione sbagliata. Da rivedere, visto che regala chili di troppo.
L’Istituto Superiore di Sanità (con il progetto Okkio alla salute) con il Ministero della Salute sono andati ad indagare che cosa c’è nei piatti di questi bambini, come suddividono i pasti, di che cosa si abbuffano e cosa lasciano in frigorifero. Indagine che, alla vigilia della riapertura delle scuole, si legge attraverso le cifre sul peso, le scelte per la colazione, le merende, lo sport.
Di questi bambini, l’11% non fa la prima colazione; il 28% la fa in maniera non adeguata; l’82% fa una merenda a scuola non corretta; il 23% dei genitori dichiara che i propri figli non consumano giornalmente frutta e verdura; solo un bambino su 10 ha un livello di attività fisica raccomandato per la sua età. E poi ancora numeri che disegnano un quotidiano fatto di eccessi di grassi e zuccheri, poco moto, tanta pigrizia e “intervalli golosi”.
«Uno dei problemi veri – spiegano i ricercatori – è che circa quattro madri su dieci dei ragazzini in sovrappeso o obesi non ritengono che il loro figlio abbia un peso eccessivo rispetto alla propria altezza». Cifre e comportamenti da allarme: per questo durante il mese di agosto il Ministero della Salute ha emanato le linee guida per la ristorazione a scuola. Indicazioni che, prima della riapertura delle scuole, le Regioni devono recepire e applicare e «che le famiglie, comunque – suggeriscono i nutrizionisti che hanno elaborato le tabelle – dovrebbero prendere a modello anche per i menù settimanali a casa». Sono stati cancellati i piatti etnici, che in molte scuole erano entrati per far assaggiare nuovi sapori e lavorare sull’integrazione degli stranieri, ed è stato dato grande spazio alle ricette tipicamente italiane. Un programma settimanale bilanciato secondo calorie e quantità. A chi oserà chiedere una doppia porzione verrà detto no. Soprattutto se si tratta del primo piatto. In cucina ci devono essere attrezzi, cucchiai e mestoli, in grado di assicurare piatti con le grammature giuste per l’età dei bambini. “Ciascun utensile – si legge nelle linee guida – deve essere contrassegnato con un segno distintivo, in modo che la distribuzione possa procedere con un set di strumenti distinti sulla base del target di utenza”.
Vediamo il menù dal primo alla frutta: accanto alla porzione quotidiana di pasta (oppure riso, orzo e mais) e di pane, si propone l’alternanza di carne, pesce e uova come secondo piatto, una o due volte ogni sette giorni i legumi considerati come piatto unico se associati ai cereali. La pizza o la lasagna sono contemplate al massimo una volta a settimana. Tutti i giorni frutta e verdura rigorosamente di stagione, pochi salumi (due porzioni al mese). Frutta oppure yogurt o succhi senza zucchero aggiunto per merenda, spuntini “leggeri” e poco calorici e acqua a volontà. Preferibilmente di rubinetto .
Sicuramente questo menù, di certo non vegetariano, né tantomeno vegano, rispetto a chi è convinto di dover consumare formaggi e carne quotidianamente è già un piccolo passo avanti, ma molto lontano da una vera presa di coscienza dei reali benefici di una dieta vegana. Questi bambini in soprappeso, ma anche chi consuma troppe proteine animali, hanno una più alta probabilità di diventare degli adulti malati.
L’articolo pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Nutrition & Metabolism che affronta la questione dell’alimentazione vegana in ambito lavorativo (applicabile anche al mondo scolastico), parla di miglioramenti della salute, della qualità di vita, della produttività: le diete vegetariane e vegane sono efficaci nella prevenzione e nel trattamento di svariate malattie croniche, compresa l’obesità .
Anche le linee guida alimentari ufficiali degli USA sottolineano i benefici della dieta vegetariana/vegana. Il PCRM (Comitato di Medici per una Medicina Responsabile) ha accolto con favore i dati forniti nel giugno 2010 dal Comitato consultivo americano sulle linee guida dietetiche (Dietary Guidelines Advisory Committee) , dove si sottolinea l’importanza di un’alimentazione vegetariana. Nonostante le diete vegetariane siano considerate da qualcuno solo come una “moda”, si sono ora affermate pienamente come un metodo efficace per prevenire l’obesità, il diabete e i problemi legati al colesterolo.
Altri gruppi di esperti avevano già rimarcato il valore e l’utilità delle diete vegetariane senza però che queste venissero mai consigliate all’interno di linee guida, le quali sono influenzate spesso della politica. I recenti studi parlano sicuramente molto chiaro: la dieta vegetariana è correlata ad un basso indice di massa corporea, a pressione arteriosa più bassa e a migliori condizioni di salute. Chi fa a meno della carne corre meno rischi di avere problemi di salute, mentre coloro che eliminano anche i latticini e le uova (seguendo una dieta vegana) sono i più sani di tutti. “Le diete vegetariane possono ridurre sensibilmente il rischio di obesità, di diabete e di altri problemi” afferma Susan Levin, specialista in nutrizione, dietista riconosciuta e direttrice del dipartimento di educazione alimentare del PCRM. “L’America spende 100 miliardi di dollari l’anno in assistenza sanitaria per problemi legati all’obesità ed è palese che dei pasti senza carne ci aiuterebbero a rimanere in forma e in buona salute e a ridurre le nostre spese sanitarie”.
I consigli alimentari del PCRM, rappresentati graficamente nel The Power Plate , si focalizzano nel presentare cereali integrali, frutta, verdura e legumi come basi della dieta. Il Power Plate si rifà a decine di studi scientifici che dimostrano come le abitudini alimentari vegetariane siano associate ad un più basso tasso di obesità, un minor rischio di malattie cardiache, ipertensione e diabete di tipo 2.
Resta da sperare che studi del genere siano presto recepiti anche dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute.

1 – Cfr. http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=116143&sez=HOME_SCUOLA#
2 – KATCHER HI, FERDOWSIAN HR, HOOVER VJ, COHEN JL, BARNARD ND., A worksite vegan nutrition program is well-accepted and improves health-related quality of life and work productivity, Ann Nutr Metab. 2010;56(4):245-52. Epub 2010 Apr 14. Washington Center for Clinical Research, The George Washington University School of Medicine,Washington, USA D.C., http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=1008&pg=2
3 – PCRM, Proposed Dietary Guidelines Highlight Benefits of Vegetarian Diets, 15 giugno 2010. Fondato nel 1985, il PCRM è un’organizzazione non-profit che promuove la medicina preventiva, conduce studi clinici e incoraggia ad adottare standard più etici e scientificamente efficaci nella ricerca medica.
4 – http://www.thepowerplate.org/

domenica 26 settembre 2010

Bill Clinton “goes vegan

Comunicazione a cura di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana

L’ex presidente ha deciso di guarire dalla sua cardiopatia grazie all’alimentazione vegan.
Si è appena concluso il VI meeting internazionale della CLINTON GLOBAL INITIATIVE organizzato per volontà dell’ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton (21-23 settembre). L’iniziativa ha tenuto il suo primo appuntamento nel 2005 con un intento preciso: “to turn ideas into action and to help our world move beyond the current state of globalization to a more integrated global community of shared benefits, responsibilities, and values” (estratto dallo Statuto; “trasformare le idee in azione e aiutare il nostro mondo ad andare al di là dell’attuale stato di globalizzazione verso una comunità globale più integrata di benefici, responsabilità e valori condivisi”).
In una conferenza stampa video dello scorso venerdì 17 settembre, Bill Clinton ha presentato il programma dell’imminente meeting, ma ha anche rilasciato interessanti notizie su questioni più personali. Da un estratto del video immesso sulla rete, appare un ex Presidente in forma e dimagrito che, a colloquio con una giornalista, dichiara di aver adottato una dieta quasi vegana, cioè basata sull’assunzione di frutta, verdura, legumi, cereali e noci e di aver eliminato carne (e quasi del tutto il pesce), uova e latte dalla propria dieta.
Ciò che all’inizio era sembrato un puro vezzo estetico – già dal matrimonio del 1 agosto scorso di sua figlia Chelsea, Clinton appariva notevolmente dimagrito – ora si rivela essere una più seria e importante scelta alimentare di salute e di stile di vita, dettata dalla preoccupazione di prevenire la progressione della sua cardiopatia ischemica (per la quale ha già subito un intervento cardiochirurgico dopo l’infarto) e assicurarsi una serena longevità con i potenziali nipoti a venire.
Altra fonte attendibile molto vicina a Bill Clinton, che non ha voluto rivelare il proprio nome, ha dichiarato di aver saputo direttamente dall’ex Presidente americano che quest’ultimo si è parecchio documentato sui benefici di una dieta povera – se non del tutto priva – di proteine e di grassi di derivazione animale, tanto che col tempo potrebbe diventare lui stesso un testimone impegnato per la promozione di questa dieta.
Effettivamente, dall’intervista video Bill Clinton risulta essere ben al corrente degli studi e delle ricerche ormai note in tutto il mondo, i cui risultati convergono alla conclusione che, non solo la dieta vegana previene problemi cardiaci e cancro, ma che, anche quando la cardiopatia si è già manifestata, la dieta vegana ne promuove la regressione. Dice infatti Clinton stesso: “not ingesting any cholesterol from any source, has seen their bodies start to heal themselves – break up the arterial blockage, break up the calcium deposits around the heart. 82 percent of the people who have done this have had this result, so I want to see if I can be one of them”. [non assumendo colesterolo, i malati (cardiopatici) hanno visto il loro corpo iniziare a guarire da solo - rimuovere le ostruzioni e depositi di calcio delle arterie intorno al cuore. L'82 % dei pazienti che l'hanno fatto ha ottenuto questo risultato, perciò voglio tentare di essere uno di questi].
Clinton ha infatti letto i risultati di una tra le più famose e vaste ricerche epidemiologiche mai condotte sulle abitudini alimentati, denominata “Cina Study” del dottor Colin Campbell, oltre ad altri testi del dottor Caldwell Esselstyn. Cosa confermata peraltro dalla fonte segreta alla quale Bill Clinton ha confidato di aver adottato questa alimentazione già all’inizio di maggio.
Bill Clinton ha dunque citato le conclusioni di quella che il New York Times denominò il Gran Prix dell’epidemilogia nutrizionale, il “Cina Study”: una ricerca del 1938, reiterata nel 1989, condotta su un totale di 16.000 individui tra la Cina e Taiwan (quest’ultima aggiuntasi come territorio nel 1989), distribuiti tra 300 villaggi di aree vastissime del paese che vanno dalle vaste contee rurali alle regioni industrializzate. Esso ha fornito ai ricercatori una rara visione di primo piano sui complessi collegamenti tra abitudini alimentari e l’insorgenza di diverse malattie e morte.
Il Dr T. Colin Campbell, biochimico nutrizionista presso l’Università Cornell, responsabile della ricerca e direttore USA del Progetto Cina, negli ultimi 45 anni ha pubblicato più di 300 articoli su riviste scientifiche e condotto ricerche estensive sugli effetti del cibo sulla salute.
Le malattie che la ricerca cinese etichettò come “malattie del benessere” – malattia coronarica, ictus, ipertensione, cancro alla mammella, del colon, della prostata, del polmone, del sangue, del cervello, diabete, osteoporosi – erano rilevabili nei ceti sociali più ricchi che avevano fatto del consumo di carne uno status quo.
La maggiore assunzione di proteine di origine animale e i maggiori livelli di azoto ureico – scarto del metabolismo delle proteine – erano i principali fattori correlati con le malattie del benessere. Emerge poi dalle “issues” della ricerca che “sempre più chiaramente alti valori di colesterolo nel sangue sono il più importante fattore predittivo di malattia cardiaca, cancro e diabete”.
D’altra parte i ricercatori trovarono che maggiore era la percentuale di proteine vegetali nell’alimentazione, minore era il rischio di essere soggetti a quelle malattie. Ma le malattie del benessere non sono inevitabili. Secondo il dott. Campbell “la trasformazione tumorale delle cellule sane è apparentemente attivata da un’alimentazoine ricca di proteine (e grassi) animali e disattivata da un’alimentazione ricca di proteine vegetali (e povera di grassi). Questo vale persino se il cancro è già insorto.”
Tesi avvalorata dalle indagini del Dr Caldwell Esselstyn – altro medico citato da Clinton – che, dallla Cleveland Clinic, ha dimostrato che una alimentazione a base vegetale a basso contenuto di grassi è in grado, da sola, di far regredire la malattia coronarica.
18 pazienti coronaropatici, a seguito di un programma dietetico a base di cibi vegetali consumati “come colti”, hanno visto il loro livello medio di colesterolo passare da una media di 237 mg/100 ml a uno al di sotto dei 150 mg/100 ml nei primi 8 atti di trattamento e nei 12 successivi non si registrarono decessi per complicazioni cardiovascolari, non si resero necessari interventi chirurgici, né si ebbero casi di ictus cerebrale e nel 100% dei casi si verificò l’arresto e la regressione della malattia coronarica.
Il Dr Esselstyn, a seguito di questi risultati, ebbe a dichiarare: “quello che la medicina occidentale ha da offrirci sono solo farmaci, pillole, procedure come bypass e stent. Pillole e operazioni non funzionano per niente, perché non affrontano mai la causa di base della malattia stessa, che è la dieta occidentale dannosa”.
Il Dr Campbell e i suoi colleghi cinesi, dal canto loro, avevano già avvisato i responsabili della policy in Cina e la Banca Mondiale di non incoraggiare la crescita dell’industria del bestiame.
Il Dr Campbell concludeva la ricerca rivolgendosi ai cinesi: “E’ necessario che si rendano conto che la zootecnia non è la strada giusta da imboccare. Il Progetto Cina offre loro l’opportunità di imparare dagli errori dell’Occidente”.
E il buon esempio questa volta parte proprio dall’Occidente, e non a caso da uno degli Stati che detiene il maggior numero di allevamenti intensivi al mondo e dove la mortalità causata dalle malattie del benessere è ormai considerata l’epidemia del terzo millennio, e proprio dall’uomo che è stato uno dei suoi Presidenti.
Conclude la dottoressa Luciana Baroni, presidente di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana: “La nostra associazione da anni lavora per portare anche in Italia la conoscenza di queste informazioni e questi studi, sia al pubblico generale che ai professionisti della medicina e della nutrizione. Speriamo che la divulgazione di questi dati anche da un personalità così nota possa aiutare tante persone a rendersi conto che è attraverso la propria aliementazione che si può evitare di ammalarsi o addirittura guarire. L’attuale alimentazione a base di carne, pesce, latte, uova è estremamente dannosa e carente di nutrienti protettivi: una alimentazione a base vegetale è quella fisiologica per il corpo umano, meno costosa per le nostre tasche, meno dannosa per l’ambiente, più gustosa e appetitosa, e più etica per tutti”.

sabato 25 settembre 2010

Trasmissione intermodale delle informazioni

Le informazioni possono essere condivise tra il sistema visivo, somatosensitivo, motorio e verbale. Se ci viene sottoposto un qualunque oggetto che non abbiamo mai visto prima, possiamo identificarlo con facilità tra parecchi differenti oggetti nell’oscurità. In pratica, quando vediamo un oggetto abbiamo una buona idea della percezione che produrrà al tatto e viceversa quando lo tocchiamo abbiamo una buona idea dell’aspetto che questo avrà alla nostra vista. In conclusione, possiamo descrivere la sua forma dopo che abbiamo potuto vederlo e toccarlo.
La capacità di riconoscere gli oggetti nuovi utilizzando un sistema sensoriale diverso da quello che lo ha percepito precedentemente è detta trasmissione intermodale delle informazioni. La maggior parte degli animali, comunque, è incapace di tale trasmissione. Ne è un esempio il comportamento delle scimmie: esse sono provviste di un sistema visivo e somatosensitivo molto simile a quello dell’uomo; questi animali possono essere addestrati facilmente ad allungare la mano per afferrare un oggetto che possono vedere ma non toccare, per ottenere un premio. Possono anche essere addestrate a selezionare l’oggetto corretto nell’oscurità attraverso il tatto, ma non sono in grado di utilizzare le informazioni apprese visivamente in un test a guida tattile, o viceversa. Si possono costruire specifici compiti per consentire la trasmissione intermodale delle informazioni nelle scimmie, ma la capacità della maggior parte degli animali diversi dall’uomo di eseguire un compito del genere è molto limitata.
A differenza delle scimmie, i primati superiori come i gorilla e gli scimpanzé sono capaci di trasmissioni intermodali. Secondo Geschwind (1965), ciò che i primati superiori hanno in comune è una profusione dei fasci di lunghe fibre di associazione corticali, il cui numero nel cervello degli altri mammiferi è di gran lunga minore.
La corteccia cerebrale dell’uomo contiene aree sensitive, motorie ed associative. La corteccia di associazione si occupa delle percezioni, dei pensieri e dei progetti piuttosto che delle sensazioni elementari e delle particolari contrazioni muscolari. La maggior parte delle aree della corteccia di associazione si occupa di una specifica modalità sensoriale o del controllo del movimento. Ne è un esempio il fatto che la corteccia di associazione visiva è adiacente alla corteccia visiva primaria, la corteccia di associazione motoria frontale è adiacente alla corteccia motoria primaria, e cos’ via. Le fibre di associazione corticali interconnettono queste aree e sono i mezzi con cui avvengono le trasmissioni intermodali delle informazioni.
È un’ipotesi ragionevole considerare queste connessioni tra le varie aree della corteccia di associazione indispensabili per riuscire ad imparare a scrivere, parlare, ascoltare e leggere. Le parole stesse sono dei simboli intermodali. Ne è un esempio il fatto che un nome concreto è un insieme di suoni che rappresenta un oggetto che può essere toccato, visto, annusato; la parola stessa può essere udita, letta, scritta. Ne consegue che il linguaggio non può esistere senza le fibre di associazione corticali.
Poiché anche il cervello dei primati superiori contiene molte fibre di associazione corticale, forse in misura limitata, anch’essi sono in grado di apprendere un linguaggio; ne è una prova il fatto che alcuni ricercatori soro riusciti ad addestrare gli scimpanzé ed i gorilla a comunicare anche bene attraverso il linguaggio dei segni.

giovedì 23 settembre 2010

La coscienza come comportamento sociale

Perchè siamo consapevoli di noi stessi? Quale scopo ha la nostra capacità di conoscere che noi esistiamo, e che dopo tutto, esiste anche il resto del mondo? Se consideriamo la coscienza come un carattere adattativo della specie umana, la spiegazione più probabile resta quella della sua relazione con la comunicazione. In pratica grazie alla nostra capacità di comunicare, riusciamo ad essere consapevoli di noi stessi, quindi la coscienza diventa per l'essere umano un vero e proprio fenomeno sociale.
Una cosa comunque è certa: l'uomo non è l'unico a saper comunicare con altri esseri viventi. Ad esempio i cani sono capaci di ringhiare l'uno nei confronti dell'altro, le scimmie sanno affermare la loro predominanza o la loro sottomissione con espressioni e gestualità specifica, in generale, ogni animale ha la capacità di comunicare con partner sessuali per segnalare la predisposizione o disponiblità all'accoppiamento. Nella stessa misura la maggior parte degli animali è capace di comunicare ad un rivale la non necessità di un combattimento con segnali di sottomissione. Tutto ciò ci dimostra che la capacità di segnalare il proprio comportamento ha un importante valore di sopravvivenza
Anche se tutto ciò è vero, il linguaggio umano è capace di comunicare molto più che le intenzioni. Siamo capaci di comunicare non verbalmente molte delle nostre richieste, proprio come sono capaci di fare alcuni animali, però attraverso il linguaggio possiamo fare richieste molto più complesse: per chiedere ad un'altra persona di eseguire un'azione specifica, dobbiamo essere capaci di esprimere verbalmente i nostri bisogni; dobbiamo in pratica avere l'accesso verbale a questa persona, se non siamo capai di parlare, non possiamo richiedere il suo aiuto. Oltre a ciò, i comportamenti che richiediamo ad altre persone devono essere soggetti al controllo verbale, cioè le parole devono essere capaci di indurre la persona a cui ci siamo rivolti ad eseguire i comportamenti richiesti; se una richiesta verbale non è in grado di evocare i comportamenti, la richiesta è inutile. I concetti di accesso e controllo verbale richiedono una certa elaborazione. Nel nostro corpo si producono eventi a cui volontariamente non abbiamo accesso verbale, ma nella stessa misura abbiamo accesso verbale agli eventi fisiologici che avvengono quando rimaniamo a lungo senza cibo o senza acqua; siamo quindi capaci di dire ad un nostro simile che siamo affamati o assetati. Il vantaggio selettivo dell'avere accesso verbale alle condizioni fisiologiche della fame e della sete è che siamo in grado di chiedere ad altri di aiutarci a procurarci cibo o acqua.
Il controllo verbale, quindi, si riferisce all'effetto delle nostre parole sul comportamento ultimo di altri soggetti che comunicano con noi. Una persona che sia cresciuta in una forma di completo isolamento da altri esseri umani non sarebbe, alla fine, capace di parlare; in effetti quale ragione avrebbe per farlo? Il linguaggio non avrebbe alcun effetto sul suo ambiente. Il linguaggio ci è quindi utile perchè ci permette di evocare comportamenti da altre persone; quando siamo in grado di evocare comportamenti specifici da altre persone mediante suoni che emettiamo o i segni scritti, i comportamenti sono soggetti al controllo verbale.
In conclusione, la coscienza può essere considerata una conseguenza della nostra capacità di comunicare: internamente con noi stessi, esternamente con gli altri.

mercoledì 15 settembre 2010

La Rivoluzione Quantistica

Il dr. Noah Mckay è stata una figura molto interessante ed innovativa nell’ambito della medicina moderna. Egli nasce a Ordoubadi Nasser nel 1956 a Teheran in Iran. Si trasferisce nel 1974 a Boston dove frequenta la Tufts University. Nel 1978 consegue il Bachelor of Science in biologia e nel 1983 consegue il Dottorato in Ricerca in Medicina presso la Albert Einstein College of Medicine di New York. A lui si deve il progetto di una integrazione di più discipline mediche convenzionali ed alternative nello stato di Washington sotto copertura assicurativa (vedi sito). Oltre a ciò, era sua convinzione il fatto che interazioni quantistiche della mente e del corpo del paziente fossero molto più competenti della conoscenza medica, attuando a suo vantaggio una forma di auto-guarigione. I termini ‘gratitudine’, ‘amore’ e ‘speranza’ sono il messaggio che questo straordinario medico ha insegnato al mondo intero.
Grazie alla sua ricerca nel campo medico, egli approfondisce la fisica quantistica ed il concetto della guarigione istantanea, attuando su se stesso processi di guarigione a dir poco straordinari. Quello che segue è uno stralcio tratto dal suo libro La guarigione immediata, testo che ricorda al lettore un fatto importantissimo: la salute è una scelta dell’individuo.
.
"Nella classifica dei principali progressi del XX secolo eventi come il viaggio nello spazio, lo sviluppo degli antibiotici e l’invenzione del computer sono spesso in cima alla lista. La storia presenterà il nostro tempo in modo molto diverso. Fra duecento anni i nostri pro-pronipoti onoreranno il XX e il XXI secolo per le importanti, unificanti scoperte che hanno nutrito il campo della fisica quantistica.Nei primi anni del XX secolo i fisici svilupparono due diversi sistemi per descrivere l’universo. Gli astrofisici che esploravano le ampie distese del cosmo stabilirono un insieme di regole per spiegare gli eventi del mondo su grande scala (pianeti, stelle e galassie), ma mancava un modello completamente diverso per descrivere lo strano mondo del minuscolo (atomi e particelle subatomiche).I fisici quantistici accettarono la sfida e iniziarono a mappare il minuscolo mondo dell’atomo, dove eventi impossibili sono la norma e le regole del senso comune non valgono più. I fisici pionieri che esplorarono il campo della scienza quantistica rimasero sbalorditi dalle implicazioni delle proprie scoperte. Persino Albert Einstein, noto per la sua genialità e per il suo pensiero “fuori dagli schemi”, trovò difficile andare oltre i confini della logica umana e del proprio background di scienze newtoniane per accettare l’assurdo, strano nuovo campo della scienza quantistica. Einstein era particolarmente turbato dalla nozione secondo cui le coppie di particelle quantiche potrebbero essere legate in modo tale che le misurazioni effettuate su una particella avrebbero simultaneamente influenzato l’altra a prescindere dalla distanza che le separava: un concetto noto come non-località. Se la comunicazione in qualche modo passava tra le particelle separate, allora tale comunicazione si verificava a una velocità superiore a quella della luce. Einstein credeva che questo fosse impossibile. Nel 1935, screditando la nozione di un tale stretto collegamento definendolo “azione fantasma a distanza”, lui e i colleghi Boris Podolsky e Nathan Rosen intrapresero una serie di ben pubblicizzati dibattiti con il fisico danese Niels Bohr su ciò che divenne noto come il Paradosso EPR. La maggior parte dei fisici che presero parte al dibattito si schierò dalla parte di Bohr, ma passarono quasi trent’anni prima che John Stewart Bell si facesse avanti con una prova matematica, proponendo di risolvere la questione una volta per tutte con mezzi sperimentali. Finalmente, nel 1982 un team di fisici francesi guidati da Alain Aspect eseguì l’esperimento proposto da Bell. I risultati furono conclusivi e inconfutabili: Einstein aveva torto. La velocità della luce non è la fine: è soltanto l’inizio. La non-località governa l’universo quantico, e questo dimostra l’affermazione del fisico David Bohm secondo cui viviamo in un universo unico e indivisibile, unito e integro a prescindere da quanto noi cerchiamo di dividerlo o frammentarlo".

martedì 7 settembre 2010

Gli inconvenienti della bassa autostima

La mancanza di fiducia in sé stessi può danneggiare la nostra vita, al punto da creare situazioni anche senza via d'uscita, a meno che non si passi ai ripari e si inizi a costruire una personalità forte e sicura di sé.
In qualunque caso, i danni della bassa autostima sono tanti. Si va dalla malinconia alla depressione, ed in alcuni casi a comportamenti a dir poco antisociali o anche aggressivi. Il libro L'Autostima di Willy Pasini riporta i dati di un'indagine condotta dalla rivista Riza Psicosomatica (ottobre 1996) in cui veniva esaminato un campione di 300 italiani di età compresa fra i 25 ed i 60 anni. Di questi il 65% degli intervistati soffre a causa dell poca stima di sé, il 48% riferisce di non riuscire a comportarsi con gli altri come vorrebbe, il 31% ammette di avere troppi sensi di colpa che gli sbarrano la strada verso la serenità. Tutte queste condizioni creano nel 39% degli intervistati un'infelicità interiore, nel 28% molti rancori e nel 19% la consapevolezza di non riuscire a decidere con grinta ed energia. Nella sua grande esperienza di terapeuta, il prof. Pasini riconosce questo fatto: l'autostima crolla a picco nelle persone che la legano ad eventi o cose fuori da sé. In buona sostanza coloro che hanno una bassa autostima credono che se progetti, lavori o iniziative intraprese non hanno il giusto successo o semplicemente non si realizzano come loro desiderano o sperano, non valgono nulla, hanno un crollo emotivo, fino ad arrivare allo stato depressivo. D'altro canto colui che ha una giusta visione di sé stesso è pienamente consapevole del fatto che non tutti i progetti o iniziative si concludono con successo, che probabilmente alcuni d'essi non raggiungeranno gli obiettivi sperati; questa giusta attitudine mentale permette di imparare sia dai propri errori che migliorare in futuro, aumentando così le probabilità di successo.
Un'altra reazione derivante dalla perdita di autostima è l'atteggiamento aggressivo. Ciò avviene a causa di una eccessiva esibizione di forza, quasi ci fosse in gioco l'onore calpestato. In tutte le organizzazioni sociali, come ad esempio quelle dirigenziali, politiche o religiose, soggetti con una bassa autostima non accettano di buon grado la perdita di un incarico di prestigio. Questi non vogliono rinunciare, perchè il ruolo sociale che occupano è per loro una "statua", testimonianza e piedistallo della loro falsa autostima, infatti, senza d'essa, non sono più nulla. Colui che ha acquisito una corretta e giusta autostima è a conoscenza d'aver svolto, fino ad un certo punto, un ottimo lavoro, il migliore; se altri sono più capaci, ben vengano! Questo modo di vivere una perdita di notorietà è il modo migliore per evitasi stati di depressione, malinconia, e non per ultimo, un inutile rancore per la vita.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7.03.2001