lunedì 29 marzo 2010

Pensi di essere fortunato?


Quanto l’essere umano riesca ad influenzare la propria vita e soprattutto il proprio futuro? È ormai risaputo quanto un atteggiamento mentale positivo possa rendere la vita decisamente più piacevole, allegra e sana. Al riguardo è significativa la ricerca condotta negli Stati Uniti sulle persone fortunate. In sostanza venne chiesto ad un gruppo di persone, indipendentemente dalla loro classe sociale, età e sesso, se si consideravano persone baciate dalla dea bendata. L’indagine portò nella maggioranza dei casi a definire due categorie di persone: i fortunati e gli sfortunati. L’aspetto più eloquente dell’indagine fu questo: i fortunati si consideravano tali perché gli avvenimenti e le circostanze della vita portavano a risultati positivi, con esiti considerevoli nel lavoro e nella vita quotidiana, ma oltre a ciò emergeva una elemento distintivo particolare: queste persone avevano una buona immagine di se stesse, erano convinte che la vita giocava a loro favore, che nelle avversità si sarebbe comunque trovata una soluzione con conseguente raggiungimento degli obiettivi. Che dire degli sfortunati? Il pensiero predominante di questi soggetti era l’assoluta convinzione che la sfortuna, prima o poi, gli avrebbe implacabilmente colpiti! Uno dei pensieri e delle affermazioni predominanti era: ‘nella vita se non hai un po’ di fortuna non realizzerai mai i tuoi sogni, ti puoi impegnare quanto vuoi ma se la dea bendata non ti bacia in fronte non serve a nulla impegnarsi e sacrificarsi!’. Questa indagine, come tante altre molto simili, non fa altro che confermare quanto esperti nel campo del comportamento e dello sviluppo delle risorse umane hanno sempre affermato: la nostra esistenza, la nostra felicità, i nostri successi sono regolati dal nostro modo di pensare, dall’immagine che ci formiamo di noi stessi. Il dr. Maxwell Maltz, chirurgo plastico e padre della psicocibernetica, sostenne che l’immagine che ci facciamo di noi stessi, quindi il concetto mentale o ritratto che creiamo della nostra persona, sono la chiave di lettura della personalità e del comportamento individuale.

Il dr. Maltz arrivò a capire che l'essere umano, per raggiungere uno stato di piacevolezza nel vivere la propria vita deve avere una esatta e realistica immagine di sè con cui vivere. In pratica è necessario trovarsi accettabili a sé stessi, avere stima della propria persona, non provare vergogna per ciò che si è, sentirsi liberi di esprimere creativamente la propria personalità. In pratica viene consigliato a tutti: conoscere sé stessi, la propria forza, le proprie debolezze essendo onesti nel riconoscerle.

domenica 28 marzo 2010

Dale Carnegie


“Non potrai mai raggiungere il successo a meno che non ti piaccia quello che stai facendo”. Questa è una delle tante massime pronunciate da Dale Carnegie, promotore di parecchi corsi sullo sviluppo personale, vendita, leadership, corporate training, relazioni interpersonali e abilità di parlare in pubblico. Nato a Maryville (USA) il 24 novembre 1888 e deceduto a Forest Hills il 1 novembre 1955, nei suoi sessantasette anni ha insegnato ad un numero incredibilmente alto di persone a parlare in pubblico. Iniziò questa sua attività all’età di ventiquattro anni, nel 1912, anno in cui tenne le sue prime lezioni. Il suo metodo era molto semplice: permettere alle persone di imparare pensare e trasformare questo in parole semplici, comprensibili e chiare. Nel suo libro The Quick & Easy Way to Effective Speaking, edito in Italia dalla Bompiani Tascabili e con il titolo ‘Come parlare in pubblico e convincere gli altri’, Carnegie affermava che imparare a parlare in pubblico è un metodo naturale per superare la timidezza e l’impaccio sviluppando coraggio e fiducia in se stessi. Comprese anche che quando parliamo in pubblico siamo costretti ad affrontare le nostre paure. Egli evidenziò quattro osservazioni sulla paura del pubblico: la prima consiste nel ricordare che praticamente ogni individuo ne ha paura, per lo meno all’inizio, quando non ha ancora esperienza; la seconda riflessione è che una certa paura del palcoscenico è comunque utile, infatti nel momento in cui si è leggermente sotto pressione si riescono ad ottenere maggiori risultati, si riesce a parlare più in fretta, il pensiero è più veloce e fluido. La terza considerazione è molto interessante, infatti oratori esperti sostengono che la paura del palcoscenico non viene mai superata del tutto. Questa è una prerogativa dei comunicatori efficaci i quali poco prima di iniziare a parlare, o alle prime battute, avvertono una certa agitazione, a differenza di oratori che affermano di essere sempre freddi e padroni della situazione, questi infatti risultano persone insensibili e poco comunicativi. L’ultima considerazione può sembrare banale nella sua semplicità: il principale motivo per cui si ha paura a parlare in pubblico è la mancanza di abitudine a parlare in pubblico. Carnegie cita nel suo libro ciò che disse il professor Robinson nel suo libro The Mind in the Making: “la paura è il prodotto dell’ignoranza e dell’insicurezza”. Infatti per un oratore inesperto il pubblico che lo ascolta è un’incognita, un qualcosa che non conosce e quindi ne ha paura. Cosa consiglia Carnegie? Tanti esercizi. Un altro consiglio che diede Carnegie ai suoi allievi: prepararsi nel modo corretto, avere le idee ben chiare su ciò che si vuole dire e soprattutto non memorizzare mai un discorso parola per parola, in relazione a ciò menzionò l’esperienza di Winston Churchill. Quando era giovane aveva l’abitudine di scrivere parola per parola tutti i suoi discorsi e impararli a memoria. Mentre pronunciava un discorso imparato a memoria, davanti al parlamento britannico, Churchill improvvisamente perdette il filo del suo discorso e sentì come un vuoto di memoria; cercò di riprendersi tentando di trovare sul manoscritto il punto interrotto, ma niente da fare. Da quel giorno Churchill non pronunciò mai più un discorso imparato a memoria.

giovedì 25 marzo 2010

Intelligenza Emotiva


Nel suo libro Intelligenza Emotiva il dr. Daniel Goleman, insegnante di psicologia ad Harvard, nell’analizzare il comportamento umano sostiene che l’uomo utilizza due tipi di intelligenza: la prima è forse quella più conosciuta, cioè quella che attraverso test attitudinali o prove di calcolo, logica, memoria o quant’altro può essere misurata, in pratica la si può quantificare con un valore numerico chiamato ‘quoziente d’intelligenza’. La seconda è chiamata intelligenza emotiva; questa è quella particolare forma di intelligenza in cui giocano un ruolo predominante fattori quali l’autocontrollo, l’empatia, l’interesse per gli altri, la perspicacia. L’intelligenza emotiva ha la capacità di controllare le emozioni e di indirizzarle nella via più vantaggiosa per l’uomo, arrivando a capire i sentimenti degli altri e cercare i vantaggi duraturi, sia per noi che per gli altri. Per logica quanto abbiamo sin ora detto è molto chiaro, ma non sempre è così semplicemente applicabile. Approfondiamo questo argomento.
Nell’intelligenza emotiva entrano in gioco parti del nostro cervello non sempre governabili o comunque capaci di farci fare azioni del tutto prevedibili. L’amigdala è una di queste, se non la principale. Per definizione questa parte così nascosta del nostro cervello è un piccolo nucleo di sostanza grigia facente parte del telencefalo e localizzato nella parte profonda del lobo temporale, posizionata anteriormente alla formazione dell’ippocampo; è una struttura ovoidale (dal latino amigdala significa mandorla) situata nel punto più basso della parete superiore del corno inferiore di ogni ventricolo laterale. Dopo questa breve definizione anatomica cerchiamo di capire perché l’amigdala è così rilevante per il comportamento umano.
L’amigdala è una delle parti del sistema limbico, una serie di strutture cerebrali che includono l'ippocampo, l'amigdala, i nuclei talamici anteriori e la corteccia limbica che supportano svariate funzioni psichiche come emotività, comportamento, memoria a lungo termine, e olfatto. Se l’amigdala è il centro del sistema limbico, questo sistema è il punto centrale del sistema regolatore endocrino, vegetativo e psichico; questi ha la funzione di elaborare gli stimoli provenienti dall’interno e dall’esterno del corpo umano. Occupiamoci ora in modo più attento dell’amigdala. Fondamentalmente essa è specializzata nelle questioni emozionali, infatti se venisse asportata dal cervello verrebbe a mancare la capacità di valutare il significato emozionale degli eventi, oltre a ciò funziona come archivio della memoria emozionale, essendo così depositaria del significato stesso degli eventi.
Ma la sua funzione non è solo di archivio emozionale; l’amigdala svolge la funzione di centralina programmata per inviare segnali d’emergenza in distretti mirati del corpo umano. Quindi, per differenziare le loro funzioni, se l’ippocampo ha la funzione di ricordare i fatti e gli avvenimenti così come sono avvenuti, l’amigdala ha la capacità di trattenere il sapore emozionale dell’avvenimento; per fare un esempio, l’ippocampo ci ricorda che quel viso che vediamo è quello di un nostro conoscente perché attraverso un confronto di dati contenuti ci dice a chi appartiene quel viso, ma il compito dell’amigdala sarà ad esempio quello di sottolineare che il viso è di una persona simpatica, una persona con cui abbiamo empatia, ci troviamo bene. L’amigdala, quindi, lavora secondo il metodo associativo e cioè in riguardo alla memoria emozionale analizza l’esperienza corrente, confrontandola con quanto avvenuto nel passato. Quando una situazione presente ed una passata hanno qualcosa in comune, l’amigdala la identifica con una associazione. Questo fenomeno ci porta a reagire molte volte precipitosamente, secondo modalità fissate nel nostro passato con emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi pressoché analoghi. Anche se pochi elementi della situazione presente ricordano avvenimenti passati in circostanze pericolose, si ha uno stato d’emergenza. Non dimentichiamo che molti vividi ricordi emozionali risalgono ai nostri primi anni di vita e riguardano noi e coloro che si prendevano cura di noi (genitori e/o tutori).
Tutto ciò ci fa capire che l’amigdala può farci reagire in modo impulsivo o ansioso prima ancora che altre aree del cervello producano una reazione correttiva, infatti la neocorteccia (lobi frontali e prefrontali) è quell’area cerebrale che tende a smorzare gli impulsi. In pratica la neocorteccia ha la capacità di dare ai nostri impulsi emotivi una risposta più analitica, più ragionata, modulando così l’area limbica.
Possiamo quindi affermare che l’essere umano ha a sua disposizione due cervelli e di conseguenza due intelligenze: quella razionale e quella emotiva. Il nostro modo di comportarci è quindi determinato da entrambi. Quando le due componenti: amigdala e lobi prefrontali (o sistema limbico e neocorteccia) cooperano insieme, l’intelligenza emotiva si sviluppa ed altrettanto le capacità intellettive.
Come detto precedentemente se l’amigdala viene resecata si perde il valore emozionale degli avvenimenti, portando ad una ‘cecità affettiva’ in cui si perdono gli stimoli emotivi e di vita sociale. Per avvalorare ciò si è ormai capito e dimostrato che persone con ansia sociale, impegnate in discorsi pubblici, hanno un aumento del flusso ematico all’amigdala ed una diminuzione dell’area corticale; al contrario nei soggetti tranquilli e con una maggiore padronanza si ha al contrario maggiore flusso ematico nell’area corticale. Quindi soggetti ansiosi attivano aree del cervello deputate all’emozione ed alla paura (amigdala) a discapito delle aree responsabili dei processi cognitivi.

lunedì 22 marzo 2010

Le Armi della Persiasione


Perché una richiesta formulata in un certo modo viene respinta, mentre una domanda identica avanzata in maniera leggermente diversa ottiene il risultato voluto? Questa è la domanda che il dr. Robert Cialdini, psicologo statunitense e uno dei maggiori esponenti della psicologia sociale della persuasione, risponde nel suo libro Le Armi della Persuasione, titolo originale Influence: How and why people agree to things, pubblicato per la prima volta ben ventisei anni fa negli Stati Uniti, in Italia la prima edizione nel 1989 ed ancora oggi nuovamente pubblicato. Esaminando accuratamente questo libro scopriamo che fondamentalmente le informazioni e gli studi nel campo del comportamento condotti alcune decine di anni fa sono oggi ancora validi. In pratica l’uomo, nel tempo, non cambia e i suoi bisogni sono sempre gli stessi.
Questo ricercatore ipotizza delle regole ben precise che devono essere rispettate nella comunicazione persuasiva, e più precisamente sei strategie cognitive indispensabili che vengono attivate nella comunicazione interpersonale. Tutto questo ha la funzione di modificare l’atteggiamento o l’attitudine cognitiva della controparte. Vediamo ora queste sei regole.



Impegno e coerenza: il bisogno di coerenza è un fattore determinante nella motivazione del comportamento, infatti l’impulso ad essere, o sembrare, coerenti rappresenta un’arma potente d’influenzamento sociale che spesso può anche portarci ad un comportamento contrario ai nostri stessi interessi. L’incoerenza è di norma considerata un tratto negativo della personalità, ad esempio la donna che cambia continuamente idea è giudicata futile o confusionaria, come anche l’uomo che si lascia convincere con facilità a cambiare la sua opinione è considerato debole o indeciso. Di contro un alto grado di coerenza è sempre associato ad una solida personalità e forza intellettuale. La coerenza è quindi vista come base della logica, della razionalità, della stabilità e dell’onestà. Strategie miranti a farci compromettere con un impegno iniziale sono usate da professionisti della persuasione nei vari settori. Il metodo consiste nel farci dire o farci fare un qualcosa di apparentemente innocuo ma che in seguito ci porterà, per coerenza, ad accettare richieste ben maggiori. Sempre nell’ambito della persuasione, un’altra potente strategia è quella delle ‘dichiarazioni scritte’. Un esempio è dato dalla Amway Corporation, leader nel settore delle vendite dirette con sede nel Michigan, la quale ha trovato il modo per incentivare i suoi venditori ad ottenere un fatturato sempre maggiore, chiedendo loro di prefiggersi un obiettivo di vendite ed impegnarsi con se stessi a realizzarlo, mettendolo per iscritto.


Reciprocità: questa è una potentissima arma di persuasione studiata dal dr. Cialdini in quanto egli comprese che la reciprocità, o regola del contraccambio, impone che dobbiamo contraccambiare quello che un’altra persona ci ha dato. In pratica se qualcuno ci fa un regalo, ci sentiamo obbligati a contraccambiare. La regola è proprio questa: siamo obbligati a ripagare dei favori o regali o inviti o cose simili. In relazione a ciò moltissimi sociologi hanno studiato questo comportamento ed hanno constatato che non esiste nessuna società umana che non condivida questa norma della reciprocità, anzi, secondo alcuni questa è proprio la prerogativa del comportamento umano, chiamata ‘ragnatela di debiti’ che si intrecciano fra gli esseri umani. Chi non onora questa norma è considerato un ingrato, un profittatore, addirittura un parassita. Ecco perché questa regola è spesso usata con molta efficacia come stratagemma per ottenere accondiscendenza altrui. La regola della reciprocità la si trova nella politica: al vertice i politici coltivano la pratica dello scambio di favori e dell’appoggio incrociato alle iniziative legislative, pratica che molte volte alimenta le più strane alleanze politiche. Ovviamente la regola della reciprocità la si trova anche nel mondo commerciale; pensiamo al classico ‘campione gratuito’, una tecnica promozionale molto potente in cui il prodotto essendo gratuito ed essendo essenzialmente un dono, chiama in causa appieno questa regola.


Riprova sociale: questa regola è alla base di tutte le ‘mode’, infatti di norma le persone tendono a ritenere maggiormente validi i comportamenti o le scelte che vengono effettuate da un numero di persone elevato. Per descrivere questa regola possiamo osservare un fenomeno che la maggioranza di noi conosce e cioè le ‘risate artificiali’ (i dati sull’efficacia delle risate artificiali risalgono alle ricerche svolte nel 1972 da Smyth e Fuller, da Fuller e Sheehy-Skeffinton nel 1974 e da Nosanchuk e Lightstone nel 1974), . Molti programmi televisivi utilizzano risate registrate di un pubblico inesistente. Ma in tutto ciò vi è una particolarità: nessuno apprezza questo stratagemma, anzi, la maggioranza ne è infastidita e lo considera un espediente stupido, falso e monotono. Eppure le reti televisive continuano ad utilizzarlo; per logica se non piace al pubblico dovrebbe essere eliminato. Questo avviene perché le reti conoscono i risultati della ricerca scientifica applicata al comportamento umano, infatti più esperimenti dimostrano che l’uso delle risate artificiali invoglia gli spettatori a ridere in misura maggiore e molto più a lungo, inoltre considerano il programma televisivo più divertente, nonostante il fastidio delle risate artificiali. Ne consegue che l’inserimento di risate artificiali stimola la risposta desiderata a programmi che non essendo divertenti lo diventano forzatamente. Ma perché questo trucco così mediocre funziona? Perché si ride di più sulla falsa riga di un’allegria preconfezionata? Perché l’essere umano ubbidisce inevitabilmente a livello inconscio al principio della riprova sociale, infatti si tende a decidere ciò che è giusto o accettato sulla base di ciò che è considerato giusto dagli altri esseri umani. I produttori televisivi sanno bene che si tende a considerare più corretta un’azione quando la fanno anche gli altri. Con le risate artificiali non ci accorgiamo di rispondere alla riprova sociale in maniera così automatica da apprezzare particolarmente il programma, magari considerato consciamente stupido. La regola principale della riprova sociale afferma che quanto maggiore è il numero di persone che trova giusta una qualunque idea, tanto più giusta è quell’idea! In ultimo ricordiamo che la riprova sociale funzione al meglio nelle condizioni di somiglianza. Nella pubblicità si vedono persone ‘qualunque’ esaltare un prodotto da pubblicizzare: i pubblicitari sanno molto bene che un modo valido per vendere a persone ‘comuni’ è dimostrare che persone ‘comuni’ lo apprezzano. Un ultimo appunto sulla riprova sociale, purtroppo meno simpatico del precedente: già nel 1972 due ricercatori, Robert Liebert e Robert Baron condussero un esperimento su di un gruppo di bambini ai quali furono presentati programmi televisivi con scene di aggressione volontaria; il risultato fu l’inevitabile aumento di aggressività da parte di questi rispetto ad un altro gruppo di bambini ai quali fu fatto vedere un semplice documentario.


Autorità: dichiarazioni, citazioni o testimonianze sostenute da figure di rilievo, che riteniamo autorevoli, sia esse vere o presunte, ne accrescono la validità. È risaputo che siamo stati tutti educati sin dalla nascita a pensare che obbedire all’autorità legittima è giusto, mentre disobbedire è gravemente sbagliato. Ovviamente questo concetto è vero e moralmente corretto per la buona convivenza sociale. Ma è anche vero che l’obbedienza all’autorità porta ad essere esonerati dalla necessità di pensare, trovandoci forse a compiere azioni dettate da coloro che se ne assumono la responsabilità. Nel campo della medicina la figura del medico riveste una forte autorità: si tende a non mettere in discussione il giudizio del medico, se non da un altro medico di rango superiore. Nasce allora la spiacevole possibilità che se un medico fa un errore, nessuno dei suoi sottoposti penserà di metterlo in discussione: una volta che l’autorità legittima ha dato un ordine, i subordinati smettono di pensare, limitandosi a rispondere all’ordine ricevuto. La regola dell’autorità è valida anche in relazione ai titoli accademici. Se in una conferenza l’oratore si presenta con un titolo altisonante, l’uditorio tenderà a manifestare atteggiamenti rispettosi, alcune volte remissivi e non per ultimo anche ottusi; se il titolo del conferenziere è meno ‘pesante’, l’uditori si sentirà spronato ad intervenire in modo spontaneo ed interessante. Un altro strumento che può mettere in moto una risposta automatica all’osservanza dell’autorità è l’abito che la persona indossa. Oltre all’uniforme militare, simbolo emblematico di maggiore autorità, l’abito classico, ben indossato, tipico degli uomini d’affari è un perfetto modello di identificazione di superiorità da parte di un perfetto sconosciuto il quale riceve, inconsciamente, la nostra stima ed il nostro rispetto. Quante volte abbiamo visto nelle pubblicità attori ‘vestiti’ da medici, ricercatori, autorevoli ricercatori pubblicizzare un banale dentifricio? I pubblicitari sanno di poter giocare sul fatto che nelle nostre reazioni automatiche la figura autorevole passa del tutto inosservata, viene accettata come vera, credendo così che il dentifricio è realmente consigliato dall’autorità.


Simpatia: quando due soggetti (uno persuasore, l’altro persuaso)riescono a costruire un legame di simpatia, ottengono esiti migliorativi in relazione alla loro comunicazione. Il marketing al riguardo ha in effetti molto da dire; conquistare le simpatie di un possibile acquirente aumenta notevolmente le possibilità di concludere una vendita. Ma vediamo ora alcuni aspetti più particolari legati alla persuasione. Aziende commerciali, anche senza effettuare una vendita, chiedono all’interlocutore i nominativi di alcuni amici. Le aziende sanno che non importa nemmeno che l’amico sia fisicamente presente per sfruttare il nominativo: spesso basta nominarlo per raggiungere una vendita. Questo ci ricorda la vendita piramidale, molte volte composta dalla vendita ad amici e parenti. Altro elemento correlato a questo è il fattore bellezza. Le ricerche hanno dimostrato che esiste una risposta automatica ma soprattutto non ragionata alla bellezza fisica, questa è una risposta che rientra in quel fenomeno che nella psicologia sociale viene chiamato ‘effetto alone’. L’effetto alone si ha quando una singola caratteristica di una persona domina la percezione che gli altri hanno di lei, e la bellezza è senz’altro una di quelle caratteristiche capaci di mettere in moto l’effetto alone. La ricerca ha dimostrato che si tende ad attribuire automaticamente alle persone di aspetto piacevole altre caratteristiche positive quali il talento, l’intelligenza, l’onestà ed altro. Non stupisce quindi che l’effetto alone della bellezza sia regolarmente sfruttato dai professionisti della persuasione; inoltre nella formazione del personale addetto alla vendita l’aspetto fisico assume un’importanza in alcuni casi determinante.


Scarsità: un determinato bene o risorsa diventa molto più appetibile qualora questa venga presentata come limitata nel tempo o nella sua accessibilità. Ogni qualvolta la libertà di scelta viene minacciata o ne è limitata, il bisogno di mantenere questa libertà ci porta a desiderarla ancora di più. In questo modo quando la scarsità interferisce con la nostra precedente libertà di accesso al bene o servizio, siamo portati a reagire contro l’interferenza desiderando quel bene o servizio ancora più di prima, sforzandoci in modo maggiore per ottenerlo. Questa componente emozionale viene sfruttata nelle campagne promozionali con la tipica frase ‘offerta valida per pochi giorni’. Quindi l’uso diretto del principio di scarsità lo troviamo ogni volta che si parla di quantità limitata, avviso in cui si avverte la clientela che le scorte del bene sono scarse o comunque in fase di esaurimento. La tipica frase ‘affrettatevi all’acquisto’ aumenta notevolmente il desiderio del bene, infatti non solo desideriamo di più una cosa quando scarseggia, ma la desideriamo in misura maggiore se dobbiamo competere con altri per ottenerla. A conferma di ciò, cosa ci fa pensare una folla che si pigia all’ingresso di un grande magazzino nel periodo dei saldi? Diventa realmente una competizione accaparrarsi un bene che qualcun altro potrebbe acquistare prima.

martedì 16 marzo 2010

Sei Cappelli per Pensare


Il titolo originale è ‘Six thinking hats’, scritto nel 1985. In Italia questo libro è uscito nella sua prima edizione nel 1991 pubblicato dalla casa editrice Rizzoli e con il titolo ‘Sei Cappelli per Pensare’. L’autore è il dr. Edward De Bono, medico psicologo nato a Malta, e ad oggi considerato uno dei massimi esperti nel campo del pensiero creativo e ideatore del ‘pensiero laterale’. Sulla copertina dell’edizione italia è riportata questa frase che riassume nella sua interezza il contenuto del libro: “Un manuale pratico per ragionare con creatività ed efficacia”.
Con quest’opera il dr. De Bono mette in evidenza una verità assoluta, e cioè che in una discussione per decidere strategie o obiettivi si perde moltissimo tempo, oltre a ciò l’argomento di cui si discute non sempre viene analizzato correttamente ed in modo esauriente; ciò avviene perché ognuna delle parti difende la propria posizione, molte volte a discapito della riuscita del confronto. Se non vi è un metodo correttivo, quindi, la dialettica che si presenta rischia di non dare spazio alla creatività ed alle nuove idee innovative. Necessita allora l’impiego di un metodo che divenga costruttivo e produttivo, con la possibilità di analizzare tutti gli aspetti del’argomento trattato.
Sei cappelli per pensare diventa un metodo capace di portare le persone ad essere innanzi tutto creative, inoltre libere di esprimersi ed addirittura ottimiste. Questo metodo infatti riesce ad eliminare uno dei maggiori problemi insiti nel pensiero dell’essere umano: l’incapacità di pensare! La maggior difficoltà che tutti noi incontriamo è la confusione; le troppe informazioni che riceviamo ofuscano la visione delle cose ed indeboliscono i nostri processi decisionali. Inoltre troviamo soggetti tendenzialmente creativi ma forse poco logici o concreti, altri essenzialmente adatti all’analisi fredda e razionale di un problema ma assolutamente incapaci di dare un tocco di estro o allegria. Il metodo dei sei cappelli per pensare si propone di attivare un tipo ben preciso di pensiero ogni volta che un gruppo di lavoro deve analizzare o risolvere una questione, semplicemente indossando (anche metaforicamente) un cappello colorato. Ma vediamo ora l’applicazione pratica.
I sei cappelli sono differenziati in relazione ad un colore ben preciso, quindi ogni cappello avrà un suo colore: bianco, rosso, nero, giallo, verde e blu. Il colore di ciascun cappello è legato ad una funzione ben precisa del pensiero. Per capire la sua applicazione potremmo far finta di indossare un determinato cappello con il suo colore e manifestare a tutti gli effetti le caratteristiche insite in quel colore. Questo lavoro è molto utile ed interessante: innanzi tutto ci permette di far emergere pensieri ed emozioni che altrimenti non manifesteremmo a causa ovviamente della nostra personalità, inoltre ci permette di pensare in modo orgazizzato. Questo metodo diventa quindi uno strumento per crescere come individui e forse stupirci di alcune caratteristiche che non sono mai emerse nella nostra personalità e che quindi non pensavamo di avere. Esaminiamo ora il significato di ogni cappello colorato:


Cappello Bianco: essendo il bianco un colore neutro, con questo cappello dovremo essere appunto neutri, oggettivi, ci limiteremo ad analizzare i fatti e i dati in nostro possesso. I sentimenti e le emozioni non saranno ammessi. Cosa farebbe un computer? Analizzerebbe i dati e ce li trasmetterebbe, ma senza lasciarsi coinvolgere dai sentimenti;


Cappello Rosso: questo colore è forse il più vivo ed energico fra tutti. Il rosso fa nascere in noi l’idea delle emozioni forti, dell’amore vivo, ma anche della rabbia, addirittura dell’ira più funesta. Quindi se indosseremo il cappello rosso saremo autorizzati a far emergere la componente più emotiva e passionale del nostro essere;


Cappello Nero: questo colore, per eccellenza, identifica la componente più negativa che si possa manifestare. Ci potrebbe essere qualche possibilità che tutto vada male? Vogliamo essere il più pessimisti possibili? Allora il cappello nero ci autorizzerà a vedere solo ciò che è negativo;


Cappello Giallo: è senz’altro il colore più positivo e solare che vi sia, il colore dell’ottimismo, della gioia, della felicità più totale. Mettere il cappello giallo ci ricorda che dobbiamo obbligatoriamente essere positivi, dobbiamo sforzarci di trovare nell’analisi di un problema o di un obiettivo solo gli aspetti positivi;


Cappello Verde: con questo cappello siamo stimolati ad essere creativi e produrre nuovi concetti; qui si producono nuove idee e nuovi modi di vedere le cose. Significa anche abbandonare idee vecchie per quelle più innovative e all’avanguardia. Non è necessariamente un colore positivo, ma comunque alternativo. È anche il colore della provocazione. Solitamente con il cappello verde siamo stimolati a scoprire qualcosa di nuovo, di mai pensato prima;


Cappello Blu: il blu è il colore del controllo, della supervisione. In un gruppo di lavoro colui che indossa il cappello blu è il coordinatore dei lavori, è colui che soprattutto decide quando si devono cambiare i cappelli e passare ad un’altra forma di pensiero.


Nella pratica, quindi, analizzare una determinata questione con il metodo dei sei cappelli per pensare porterà ogni componente del gruppo di lavoro ad indossare tutti e sei i cappelli colorati e di conseguenza manifestare le caratteristiche del colore.
Sei cappelli per pensare costituisce uno strumento non solo per risolvere problemi o prendere decisioni efficaci; rappresenta un metodo per educare la nostra mente, far emergere caratteristiche nascoste e, non per ultimo, provare il piacere di dare realmente il meglio di noi stessi.
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